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BIBBIA E COSTITUZIONE
UNA PREMESSA

di Giancarla Codrignani

Giornata di studio organizzata da BIBLIA - Roma, 28 novembre 2008

 

Nel commemorare il 25 aprile, Carlo Azeglio Ciampi ha definito la Costituzione italiana la nostra Bibbia civile. Non si usa dire che la Bibbia sia una "costituzione morale", anche perché in Italia la mancanza di conoscenza della Scrittura rende impensabile tale considerazione analogica.
Tuttavia, sia il testo sacro, sia il documento fondativo dello stato fissano dei principi e stabiliscono un patto. I principi richiedono la fede, i patti l'adesione e la lealtà. I principi religiosi possono produrre dei "fedeli" ubbidienti oppure dei credenti consapevoli; i principi democratici hanno cessato di produrre sudditi e formano cittadini. La laicità realizza la convivenza senza problemi di principi perché, in democrazia, non si prescinde dalla libertà e dal rispetto delle opinioni. Tocca alla coscienza affrontare le conflittualità che, almeno teoricamente, riguardano non solo la relazione reciproca fra i due ordini, ma anche l'interno di ciascuno di essi.
L'associazione "Biblia", che è un'associazione laica, quando chiede l'adozione della Scrittura nelle scuole, non la finalizza all'insegnamento di una religione, ma la ritiene fondamentale per la formazione.
E' pur vero che la cultura occidentale muove dalla civiltà ellenica. I Greci, credenti politeisti, non riconoscevano alle parole divine una precisa normatività, ma sentivano che il vanto di non dirsi  - citando Erodoto - né teocratici né totalitari, per il motivo di darsi da sé le leggi civili, non escludeva il problema di quelle leggi sacre che non permettono la salvezza di Antigone.
Oggi quelle "leggi non scritte" sono formalmente recepite dal diritto internazionale e si chiamano diritti umani; stanno nella dichiarazione universale del 10 dicembre 1948, nei successivi "patti" del '76, nelle convenzioni e nella giurisprudenza che ne è derivata. Se Antigone potrebbe sempre sopravvivere è, certo, in virtù di tutti i codici etici che la storia ci ha trasmesso, ma l'impegno morale non sarebbe diventato operativo se non si realizzava come diritto. Le religioni e le Chiese non si dispiacciano, quindi, se non sono più "padrone del diritto": si preoccupino che Antigone non continui a morire per l'ancora limitata capacità degli uomini, per la povertà e le guerre che contraddicono i diritti universali.
Nel Mediterraneo il popolo monoteista aveva stabilito un patto decisivo con Dio, un dio esigente che impegnava gli uomini a realizzare libertà, giustizia, uguaglianza, pace secondo la sua parola. I profeti ne furono gli interpreti e si mossero nella storia, prevedendo/prevenendo il futuro. La tradizione ne ha trasmesso l'insegnamento e la legge.
Il dio della Bibbia, tuttavia, non vuole essere "nominato invano" e giudica gli umani a partire dalla relazione di fraternità che essi reciprocamente stabiliscono: credere in dio significa credere nell'uomo. La lettera della Scrittura può conservare contraddizioni interne che la lettura storica contestualizza nella necesaria coerenza dei principi. Anche questa, nonostante l'ancora imperfetta conoscenza nel nostro paese, è cultura che ci appartiene.

Oggi il futuro incute paura, immersi come siamo in una fase di cambiamento epocale, e riappare, equivoco, il bisogno del sacro. La crisi economica globale contribuisce a rimettere in discussione i principi conclamati non solo delle religioni, ma delle stesse costituzioni nazionali, mettendo a rischio uguaglianza, libertà, giustizia, pace nei diversi paesi. Davanti ai "poteri forti" si ricompone la tradizionale inevitabilità della logica padrone/servo e amico/nemico e va in crisi la fede laica   in una società senza più dominatori e dominati che sarebbe nata dal travaglio di guerre e lotte sociali, dittature e stragi ormai inaccettabili. Anche Latouche - cfr. "Il pianeta dei naufraghi"- sostiene che anche noi, che continuiamo ad aspirare ad una società liberata, siamo impediti dal neoliberismo di pervenire a formulare un progetto correttivo.
Cedimento, dunque, della democrazia ad opera di società così poco "vitali" - per usare un aggettivo rubato a Etty Hillesum - condizionabili da paura e rabbia, impreparate a difendere i diritti. Conseguenza di peccati non recenti. Pierpaolo Pasolini diceva, negli anni Cinquanta del secolo scorso, che "viviamo in uno strano periodo in cui l'urgenza dell'agire non esclude, anzi richiede assolutamente l'urgenza del capire".  E' necessario, dunque, mettere in opera tutte le possibilità di reagire con chiara consapevolezza nel momento presente, senza cedere al pensiero unico e senza confondere i piani. 
Fin dai giorni della Costituente ci furono cattolici che avvertivano il bisogno di mettere la Costituzione italiana sotto la custodia del nome di Dio, come in testi delle democrazie più antiche. Il problema si ripropone anche in Costituzioni recenti come quella albanese ("Noi, popolo albanese, orgogliosi della nostra storia,con fiducia in Dio e negli altri valori universali...") oppure nella proposta della destra statunitense di riconoscere Dio come  "fonte sovrana del diritto, della libertà. del governo" e sembrano sottrarre al legislatore autonomia e laicità. La giustizia e le leggi, infatti, vengono espresse - dopo il 1789 - "in nome del popolo" che elegge i suoi rappresentanti, e non di un sovrano che, perfino in nome di Dio, dettava la legge ai sudditi. Dopo la liberazione dal fascismo, che, soppresso il pluralismo e le autonomie individuali e locali, aveva imposto un totalitarismo che in nome della politica di potenza calpestò il diritto internazionale e condusse alla guerra, i costituenti italiani delle varie parti politiche ripristinarono le libertà, istituirono i diritti sociali e ripudiarono la guerra, costruendo una struttura istituzionale fondata sulla divisione, articolazione e distribuzione dei poteri. I lavori preparatori della Costituzione italiana, a questo proposito, ricordano che il 22 dicembre 1947 un esponente cattolico come La Pira chiese, alla fine dei lavori, l'introduzione di un mini-preambolo introduttivo: "In nome di Dio il popolo  italiano si dà la presente Costituzione". Ma fu La Pira stesso a ritirare la proposta, quando colse il pericolo di divisioni, a significare la rilevanza fondamentale del criterio della laicità. Su questa base un altro cattolico come Giuseppe Dossetti ebbe a dire, in tempi più vicini, “Se i dieci comandamenti fanno cilecca, state almeno alla Costituzione".
La Bibbia ha un trasmissione più che secolare, millenaria. La Costituzione ha sessant'anni. Non si rinnegano le eredità che contano, ma la Costituzione giovane la si applica con leggi coerenti e con la coscienza della cittadinanza.

 
 

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