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Discutere se si può e deve discutere?

di Maria Cristina Bartolomei


Questo sito sta registrando un alto numero di visitatori e ciò non può che confortare coloro che hanno deciso di aprirlo e che lo curano. Non pochi sono anche i messaggi che giungono; messaggi di consenso, di dissenso, messaggi che pongono questioni, fanno osservazioni ecc. Anche questo è un segno di interesse che rallegra e che conferma la percezione di una esigenza di espressione, scambio di idee, discussione e presa di parola nella chiesa cattolica e sui temi ecclesiali, molto più diffusa di quanto non si pensi abitualmente. 
Le lettere che pervengono ricevono risposta personale da parte della redazione del sito. La pubblicazione di tali interventi, invece, non è certo esclusa, ma non è cosa automatica, giacché lo spirito del sito non è di essere un semplice contenitore, una neutrale bacheca che raccoglie qualunque tipo di posizione. Il presente sito, infatti, è nato in rapporto a una precisa iniziativa (l’appello rivolto pubblicamente alla CEI nel febbraio 2007 dal compianto professor Giuseppe Alberigo e che raccolse circa 8000 firme) e con una prospettiva e progetto altrettanto precisi, benché aperti e dialogici, espressi dall’editoriale. 
Alcuni interventi, in particolare, prendono le distanze dal tono del nostro sito, che considerano troppo spinto e aggressivo, magari invitando alla prudenza, per non far irrigidire chi la pensa (in particolare le autorità ecclesiastiche cattoliche) diversamente. Noi accogliamo molto volentieri opinioni diverse dalle nostre su aspetti di contenuto, giacché ci stimolano ad approfondire la riflessione; meno utile ci sembra il dibattito di principio su quanto si possa essere franchi e critici e quanto ciò sia invece controproducente. Ognuno che è adulto, infatti, ha preso la sua misura e la sua ponderata e responsabile decisione in merito. 
Sul fatto del dibattito interno alla chiesa cattolica italiana, in specie, osserviamo che non ci sembra coerente riconoscere l'assenza di esso, ma  poi considerare inaccettabile il fatto di prender la parola, in quanto tale. Riferirsi genericamente ai "toni" è, infatti, un po’ troppo vago e fa nascere la domanda: quali sarebbero quelli giusti, considerati non controproducenti, a parte il silenzio o l’espressione dell’assenso?
Siamo convinti che occorra decidere se si ritiene che ci sia una misura oltre la quale il tacere va contro coscienza, diventa acquiescenza a tendenze che si considerano nefaste per la chiesa.
Vorremmo anche osservare che il silenzio di decenni non sembra essere stato producente e aver attenuato le tensioni; anzi, sembra che le spinte autoritarie, conservatrici e reazionarie abbiano preso sempre più piede. Non ci è stato indicato né riusciamo a individuare, ad esempio, qualche punto relativamente al quale la CEI sarebbe stata più aperta "prima" dell'appello dello scorso febbraio e, invece, si sarebbe successivamente irrigidita. Né ci sovvengono altri interventi che segnalassero disagio, perplessità, sofferenza in toni che siano stati ritenuti accettabili e costruttivi. 
Siamo ben consapevoli, anche se non certo con soddisfazione, che il solo fatto che si parli e si discuta, pacatamente e con rispetto, ma con altrettanta franchezza, è recepito da non pochi rappresentanti della gerarchia ecclesiastica come irritante.  Questo, lungi dal dissuaderci nell’impresa, ci spinge ulteriormente ad essa, giacché è un sintomo di una disfunzione nel dialogo tra tutte le componenti del corpo ecclesiale. Per chi è ormai del tutto disavvezzo a sentire anche tenuissime e riguardosissime espressioni di critica, anche una supplica è fonte di sconcerto. Il che è veramente preoccupante. 
Se si ritiene che nella Chiesa si debba sempre tacere e mai esprimere un parere difforme dalla tendenza al momento predominante, dove va a finire la circolazione delle idee, il contributo del sensus fidelium, di tutti i fedeli, anche di quelli (e sono la maggioranza) che non fanno parte di strutture o gruppi ecclesiastici ufficiali?
Questo sito si sente moralmente impegnato a rispettare radicalmente una ispirazione di fondo che tenda a riconciliare e non a lacerare il corpo ecclesiale, una ispirazione ricevuta in eredità da Giuseppe Alberigo. Ma una della premesse per una ricostruzione di una armonia, di una concordia anche discors, è proprio il fatto che nella chiesa cattolica italiana si recuperi il gusto della polifonia, che non si persegua come ideale quello del canto a un’unica voce, che ogni voce, che liberamente gioca con le altre, anche dialettizzandosi con esse, non venga perciò stesso considerata una voce ribelle e considerata un attacco alla unità. 
La vera esigenza, che tutti ci misura e rispetto alla quale tutti siamo sempre anche in difetto, è che tali voci trovino unità non tanto direttamente tra di loro, ma in quanto si riferiscono a un’altra voce; il criterio che ne giudica la fedeltà nella libertà è la loro armonizzabilità  con ilcantus firmus della fede nel Signore Gesù e della fedeltà al suo Evangelo.

Fonte: statusecclesiae.net

 
 

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