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Excommunicatio – Communicatio
Un tentativo di analisi stratificata

di Peter Hünermann

Traduzione di Patrizio Foresta

 

Nei giorni scorsi si sono accavallate le prese di posizione che denunciavano la crisi all’interno della Chiesa cattolica provocata dalla remissione della scomunica dei quattro vescovi della Fraternità sacerdotale di San Pio X fondata dall’arcivescovo Lefebvre. I commenti critici sui dettagli del procedimento e sulle persone coinvolte hanno puntato il dito contro il Vaticano. Le prese di posizione dei vescovi e delle conferenze episcopali, l’irritazione di molti cristiani, le reazioni da parte ebraica alla grazia concessa a un negazionista e l’appesantimento delle relazioni tra le due grandi comunità religiose sono indice della profondità della crisi. L’asprezza e la varietà delle reazioni impongono un’analisi lucida, che possa contribuire a comprendere in modo corretto la situazione e a chiarirne le implicazioni. Trovandosi di fronte a numerosi aspetti da differenziare, si deve procedere a un’analisi stratificata, in modo da ottenere un’immagine in qualche misura trasparente. Alla fine di queste riflessioni sarà proposto un giudizio di natura teologica del procedimento nel suo complesso. Un tale giudizio è urgente e necessario: a parte le proteste e gli statements da parte delle facoltà teologiche, non esistono giudizi teologici argomentati e motivati. Nella discussione pubblica nei mezzi di comunicazione dominano prese di posizione emotive e raccolte di firme, che testimoniano di strane alleanze e polarizzano in più modi.
Con il tentare di proporre, alla fine di queste considerazioni, un giudizio teologico, si intende dare non solo una valutazione canonistica, ma anche sistematica ed ecclesiologica, una valutazione che proceda dalla dogmatica e sia anche una presa di posizione teologico-morale. Dovrebbe essere quindi chiaro, già da questa prima precisazione, che a mio avviso si tratta di una questione quanto mai complessa.

1. Il punto di partenza giuridico-canonico

Nel caso in cui un vescovo cattolico ordini qualcuno vescovo senza l’incarico da parte del papa, sono puniti entrambi, gli ordinanti e il consacrato, con la scomunica (CIC, Can. 1382: “Il Vescovo che senza mandato pontificio consacra qualcuno Vescovo e chi da esso ricevette la consacrazione, incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica”). All’atto è indissolubilmente legata la pena. La scomunica esclude lo scomunicato dalla possibilità di svolgere un qualsivoglia servizio durante la celebrazione della Santa Messa o altre celebrazioni liturgiche, di ricevere o amministrare sacramenti o sacramentali, di ottenere o esercitare servizi, uffici o incarichi ecclesiastici. La scomunica rappresenta in certo modo un’analogia con la perdita dei diritti fondamentali, che grava su colui il quale è stato legittimamente condannato a una pena detentiva. Il motivo teologico di questa regolamentazione del diritto canonico è la garanzia dell’unità della Chiesa sotto l’aspetto giuridico e pubblico. I vescovi, quali successori degli apostoli, sono investiti del magistero pubblico nella Chiesa. Le spinte centrifughe risultanti dalla missione della Chiesa in tutto il mondo sono estremamente forti; a ciò si è voluto porre un limite attraverso questa regolamentazione.
La remissione della scomunica presuppone, affinché il vescovo in questione consacrato in modo valido ma illegittimo possa tornare nel seno della Chiesa, un primo atto di pentimento. Questo atto di pentimento è essenziale per questo primo passo. “Non si può rimettere la censura se non al delinquente che abbia receduto dalla contumacia, a norma del can. 1342, §2; a chi abbia receduto poi non si può negare la remissione” (CIC, can. 1358, §1). A ciò può seguire come secondo passo, qualora ne siano presenti le condizioni, la remissione della scomunica, che porta a una trattativa che stabilisca nuovamente la posizione nella Chiesa dello scomunicato. La remissione della scomunica significa quindi il riconoscimento di un interlocutore, che nel tornare nel seno della Chiesa mostra di pentirsi del suo delitto e che in linea di principio è accolto nella comunità della Chiesa. Egli rimane però sospeso dal qualsivoglia esercizio dei suoi diritti, finché le trattative non siano concluse.
Dal decreto della Congregazione per i vescovi, la quale aveva emanato anche il decreto di scomunica, si evince che, in base a una lettera del 15 dicembre 2008 indirizzata al cardinale Castrillon Hoyos, presidente della commissione pontificia “Ecclesia Dei”, cui compete in modo particolare il caso del gruppo dei lefebvriani, monsignor Bernard Fellay, superiore della Fraternità San Pio X, aveva chiesto anche a nome degli altri tre vescovi ordinati il 30 giugno 1988 la remissione della scomunica, che per i tre vescovi era stata pronunciata formalmente il 1 luglio 1988. Il decreto cita la lettera: “Siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l’attuale situazione”. Il papa avrebbe pertanto deciso, in considerazione di questa lettera - ed evidentemente anche di contatti precedenti - di revocare la pena della scomunica e di “approfondire” le questioni ancora aperte, per arrivare quanto prima a una “piena e soddisfacente soluzione del problema posto in origine”. Si esprime altresì la speranza, che sulla base di queste trattative si possa giungere “alla realizzazione della piena comunione con la Chiesa”. Questa dichiarazione firmata porta la data del 21 gennaio 2009.
Mi sia qui consentita la seguente osservazione: nei mezzi di comunicazione, ma anche in molte prese di posizione, la remissione della scomunica è stata rappresentata fin da subito come l’avvio della piena comunione con la Chiesa. Per questo motivo sono stato molto contento del fatto che il presidente della Conferenza episcopale tedesca abbia immediatamente richiamato l’attenzione sulle trattative da affrontare e abbia nominato il riconoscimento del Concilio Vaticano II quale conditio sine qua non, così come ha fatto la Conferenza episcopale francese. A me sembra tuttavia che queste dichiarazioni non siano state prese in sufficiente considerazione nelle discussioni pubbliche che si sono susseguite da lì in poi. Per quanto veda, non si è richiamata l’attenzione sul fatto che la condizione essenziale per la remissione della scomunica sia una testimonianza credibile di pentimento e di ammissione di colpa.

2. Le radici storiche

a) Il livello delle discussioni interne alla Chiesa

Il livello delle discussioni interne alla Chiesa è rintracciabile a partire dal 1970: il Concilio Vaticano II (1962-1965) aveva preso una serie di posizioni che riguardavano la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo con le altre religioni, il rapporto tra papa e vescovi (il tema della “collegialità”), e aveva inoltre messo in luce altre temi quali il sacerdozio universale dei credenti etc. L’arcivescovo Marcel Lefebvre, che apparteneva al gruppo dei vescovi conservatori, aveva partecipato al Concilio Vaticano II, approvando il Concilio stesso e i suoi documenti, salvo poi rifiutarne nel 1970, insieme ad altri tradizionalisti, le decisioni in favore dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e della libertà di coscienza e di religione, così come erano state insegnate nel Vaticano II, in quanto eretiche. L’arcivescovo fu sollevato dal suo ufficio da Paolo VI nel 1976, dopo diversi colloqui senza esito. Da Roma ci si è continuati ad adoperare in favore dell’arcivescovo: nel 1984 si permise alla Fraternità San Pio X, per mezzo di un indulto della Congregazione dei riti, di celebrare la messa, a determinate condizioni, secondo il rito tridentino. Si sperava, invano, di poter così integrare la Fraternità San Pio X e Lefebvre. Ci furono ulteriori tentativi di riunione: i colloqui fra l’allora cardinale Ratzinger e Lefebvre condussero nel 1988 a un documento d’intesa, che questi firmò, salvo poi ritirare la sua firma il giorno successivo.Intanto, il 30 giugno 1988, a Ecône, nel cantone Vallese in Svizzera, Lefebvre ordinò vescovi quattro sacerdoti della Fraternità San Pio X. Avendo in questo modo portato a compimento lo scisma, fu scomunicato con un decreto della Congregazione per i vescovi, che motivò la scomunica proprio con la consacrazione dei quattro vescovi.
Giovanni Paolo II ha pubblicato un motu proprio ad accompagnamento del decreto di scomunica della Congregazione per i vescovi per esporre i motivi di questo passo. Nel motu proprio si legge: “La radice di questo atto scismatico è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di tradizione”. Incompleta e contraddittoria perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della tradizione, che “come ha insegnato chiaramente il Concilio Vaticano II… progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo”. Si ammonisce anche a rimanere nella tradizione e a riflettere su come si è sviluppata questa tradizione “da Nicea fino al Vaticano II”. “Da questa riflessione, tutti devono trarre un rinnovato ed efficace convincimento della necessità di migliorare ancora tale fedeltà, rifiutando interpretazioni erronee ed applicazioni arbitrarie ed abusive, in materia dottrinale, liturgica e disciplinare”. In questi passi si parla espressamente sia dell’emendazione della tradizione sia del suo ulteriore sviluppo. Ai teologi è chiesto di indagare più approfonditamente questo processo vivo (DH 4822-4823). Con queste parole Giovanni Paolo II conferma che il nuovo posizionamento della Chiesa in relazione alle altre confessioni cristiane, alle altre religioni e al rapporto fra stato e Chiesa ha avuto luogo – come sottolinea il Concilio – sotto la guida dello Spirito (si veda in particolare la prefazione al decreto sull’ecumenismo, DH 4185s). L’aver consacrato in modo illegittimo i vescovi ha portato allo scisma. Ciò viene riconosciuto nel decreto della Congregazione per i vescovi. Giovanni Paolo II descrive con una perifrasi il fondamento eretico dello scisma. Entrambi gli aspetti sono importanti.
Per quale motivo la riforma liturgica gioca un ruolo in questa disputa? La riforma liturgica del Vaticano II è una testimonianza del vivo sviluppo della tradizione così come della sua emendazione.Nella Chiesa vige allo stesso tempo la massima: Lex credendi - lex orandi. La regola della fede è la regola della preghiera. I punti incriminati da Lefebvre sono stati accolti in modo evidente e visibile nella nuova versione della liturgia. Due esempi: le formulazioni delle preghiere del Venerdì santo. Precedentemente, il teso recitava: “Preghiamo anche per gli eretici e gli scismatici, affinché Dio, nostro Signore, li tragga da tutti gli errori e li faccia tornare alla nostra santa madre Chiesa cattolica e apostolica”. Questa era la preghiera per i protestanti e gli ortodossi dopo Trento. Al contrario, la nuova liturgia recita: “Preghiamo per tutti i fratelli che credono in Cristo: il Signore nostro conceda loro di vivere la verità che professano e li raduni e li custodisca nell’unica sua Chiesa”. E il testo successivo recita: “[Dio onnipotente ed eterno] guarda benigno al gregge del tuo Figlio, perché coloro che sono stati consacrati da un solo Battesimo formino una sola famiglia nel vincolo dell’amore e della vera fede”. Non si tratta solo di uno stile differente; ciò significa anche che si parte dal presupposto di una fede comune e che si testimonia il comune interesse all’unità della fede. La piena unità è richiesta come dono da parte di Dio.
Il testo della vecchia preghiera di intercessione per gli ebrei recitava: “Preghiamo per i perfidi giudei, affinché Dio nostro Signore tolga il velo dai loro cuori e riconoscano anch’essi Gesù Cristo, Signore nostro”. Dopo aver formulato questa intenzione, la preghiera continua: “Dio onnipotente ed eterno, che non ricusi la tua misericordia nemmeno ai perfidi giudei, degnati di esaudire le preghiere che ti rivolgiamo per questo popolo cieco, affinché, riconoscendo la luce della tua verità… siano liberati dalle loro tenebre”. La nuova liturgia recita: “Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza”. Nella preghiera seguente si prega affinché il popolo primogenito dell’Alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione. Nella liturgia sono state parimenti recepite la libertà di coscienza e di religione così come il riconoscimento della fede in Dio, per esempio da parte dei musulmani, e ciò anche nelle preghiere del Venerdì santo.

b) Il livello delle relazioni esterne della Chiesa e i conflitti

Le radici politiche della situazione conflittuale odierna si intrecciano con gli argomenti teologici contro la libertà di coscienza e di religione, così come contro il dialogo religioso e l’ecumenismo. Lefebvre stesso, e con lui la Fraternità, si è posizionato a partire dagli anni Settanta nel solco della tradizione dell’Action française.
Questo gruppo si proclamava cattolico, ma i suoi organi dirigenti erano per lo più atei. Essi combatterono con passione la Repubblica francese, finché questa organizzazione di laici, che si diceva cattolica e cui appartenevano anche dei sacerdoti, fu condannata nel 1926 su iniziativa dell’ arcivescovo di Bordeaux. All’inizio del 1939, dopo l’elezione di Pio XII, si sottomisero alla Chiesa e appoggiarono, durante l’occupazione tedesca, il maresciallo Pétain. Dopo la liberazione nel 1945 l’organizzazione fu sciolta. Il legame di monsignor Lefebrve con questa tradizione è evidente: ha studiato negli anni Venti a Roma presso il Séminaire français diretto dal Le Floch, uno dei dirigenti dell’ Action française che, come il cardinale Billot, fu rimosso per questo motivo da Pio XI e che ha influenzato profondamente Lefebvre.Questi introdusse il pellegrinaggio annuale dei tradizionalisti francesi alla tomba di Pétain. In questo modo molti ex sostenitori di Pétain e personaggi vicini a Le Pen stabilirono un contatto con la Fraternità. Touffier, una figura centrale nella deportazione degli ebrei francesi, fu nascosto da membri della Fraternità, per poi essere condannato a causa della sua collaborazione con la Gestapo e le SS. Egli è stato sepolto solennemente dopo la sua morte dal parroco parigino dei sostenitori di Lefebvre, Laguérie, ed è stato ricordato e lodato per le sue qualità di persona fine ed eminente.
Proprio questo parroco, Philippe Laguérie, cui era familiare l’occupazione delle chiese in virtù della sua esperienza parigina, diventa nel 2002 parroco a Bordeaux, dove viene nuovamente occupata una chiesa - non entro qui nei dettagli - e inizia un contenzioso di ampia portata con il suo superiore, monsignor Fellay, a causa della sua critica alla situazione nel seminario di Ecône, in seguito al quale è espulso dalla Fraternità. Insieme ad alcuni simpatizzanti si riconcilia l’8 settembre 2006 con Roma ed è nominato superiore della da lui fondata “Società di vita apostolica Institut du Bon Pasteur di diritto pontificio”. Questa società istituisce subito un seminario di marca tradizionalista, ne apre un secondo in Cile, che nel frattempo è stato chiuso, e possiede una sede a Roma. Il cardinale di Bordeaux Ricard protesta inutilmente con Roma.
La diocesi aveva originariamente proceduto legalmente contro Laguérie il quale, tra le altre cose, si era speso elettoralmente per Le Pen e aveva lavorato alla rivista integrista “Pacte”, che era stata citata in giudizio per “diffamazione a sfondo razzistico” e “incitamento all’odio razziale” (si veda Témoignage Chrétien del 16. settembre 2004). Un siffatto personaggio, in qualità di superiore di diritto pontificio, è sottratto da Roma insieme ai suoi seminari al controllo dell’arcivescovo di Bordeaux. Alfred Grosser nota a questo proposito: “Il papa attuale ha ora approvato l’istituzione dell’Institut du Bon Pasteur a Bordeaux, che è guidato dai tradizionalisti più accesi, e ciò con il diritto di formare e ordinare sacerdoti”.
Il cardinale Lustiger, la cui madre di origine ebraica è stata assassinata a Auschwitz, si recò a Roma con l’arcivescovo di Bordeaux e con un altro vescovo allorché, con le relative implicazioni, si stava profilando l’annuncio dell’approvazione del rito tradizionale quale rito straordinario della Chiesa cattolica.

3. L’avvio della crisi presente

Che cosa ha reso possibile, così come l’ho tratteggiato, uno sviluppo che ha permesso a un eminente rappresentante del gruppo lefebvriano, il parroco Laguérie, di riconciliarsi con Roma e di essere nominato superiore generale di una società di diritto papale con un proprio seminario? L’inizio è difficile da comprendere.
Quando nel 1988 divenne sempre più chiaro che l’arcivescovo Lefebvre avrebbe dato vita a uno scisma attraverso le ordinazioni episcopali, un piccolo gruppo di sostenitori di Lefebvre decise di recarsi a Roma e trattare le condizioni in base alle quali avrebbero potuto rimanere in comunione con Roma. Del gruppo facevano parte quelle stesse persone che successivamente costituirono la Fraternità San Pietro ovvero i monaci dell’abbazia tradizionalista Le Barroux sotto la guida di Gérard Calvez. I loro interlocutori nelle trattative furono il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, e il cardinale Mayer, già abate primate dei benedettini, che allora era responsabile dei contatti con il gruppo lefebvriano.
La dichiarazione che firmata nel 1988 dai sostenitori di Lefebvre contrari allo scisma comprende i seguenti punti:
1. Una promessa di fedeltà nei confronti della Chiesa cattolica e il papa a Roma quale capo del collegio episcopale.
2. La dichiarazione di accettare il punto n. 25 della costituzione dogmatica Lumen gentium del Vaticano II sul magistero ecclesiale.
3. L’obbligo, evitando ogni polemica, di dichiararsi a favore di un atteggiamento di studio e comunicazione con la Santa Sede circa i punti oggetto dell’insegnamento del Vaticano II e circa quelle successive riforme che ai firmatari appaiano difficilmente conciliabili con la tradizione.
4. Di riconoscere la validità della messa e dei sacramenti, celebrati con la necessaria intenzione, in conformità alle Editiones Typicae promulgate da Paolo VI e Giovanni Paolo II.
5. Si promette di rispettare la disciplina generale della Chiesa e le leggi canoniche, in particolare quelle contenute nel CIC del 1983, fatta salva la disciplina speciale accordata alla Fraternità per mezzo di leggi particolari.
Sulla base di questa dichiarazione fu concessa da Roma la fondazione sia della Fraternità San Pietro quale comunità di diritto papale sia di un seminario in Wigratzbad nell’Allgäu. Anche questa fraternità è sottratta al controllo dei vescovi. Il cardinal Ratzinger ha visitato questo seminario, mentre la Conferenza episcopale tedesca - compreso l’allora arcivescovo di Fulda Johannes Dyba -, che non era stata informata della promessa di fedeltà secondo la dichiarazione, si è unanimemente rifiutata già allora, nel 1988, di integrare i sacerdoti formati nel seminario di Wigratzbad nella cura d’anime diocesana. Io so, sulla base di discussioni avute con i primi sacerdoti formatisi nel seminario, che questi definivano la dottrina della libertà religiosa un’eresia del Concilio Vaticano II. I due giovani sacerdoti raccontavano fieri di essere stati ordinati a Roma dal cardinale Mayer in persona. Nell’esposizione della storia della Fraternità San Pietro si cita il motu proprio di Giovanni Paolo II “Ecclesia Dei” e si afferma così il concetto di tradizione del Vaticano II annunciato nel medesimo motu proprio. Una revoca formale dell’accordo sopra citato e il riconoscimento anch’esso formale del Concilio Vaticano II con la fondazione della Fraternità San Pietro del 18 luglio 1988 quale “società sacerdotale di vita apostolica di diritto pontificio”e la sua successiva istituzione del 18 ottobre 1988 non è ancora avvenuta.
Il convento di Sainte Madeleine du Barroux, fino a quel momento appartenente al movimento lefebvriano, è riconosciuto da Roma nel luglio 1988 ed è elevato ad abbazia nel 1989; come primo abate è nominato dalla Santa Sede Dom Gérard Calvez, che è ordinato dal cardinale Mayer il 18 giugno 1989.
Gérard Calvez, legato da anni a Jean Madiran, direttore della rivista di estrema destra “Présent”, e a Bernard Anthony, membro direttivo del “Front national”, scrive sulla consacrazione sua e della chiesa: “La provvidenza ha voluto che la consacrazione della nostra chiesa sia avvenuta il giorno del duecentesimo anniversario della Rivoluzione francese del 1789. Non possiamo riconoscervi altro se non un incitamento, e nella celebrazione non possiamo non riconoscere un’opera di riparazione per i delitti e i sacrilegi della Rivoluzione - si pensi agli incendi delle chiese, ai massacri dei sacerdoti, al genocidio nella Vandea, l’esecuzione di 210000 civili durante le guerre nell’ovest, tra cui i 4800 annegati di Nantes, l’annientamento di un terzo della popolazione nella Vandea da parte delle colonne diaboliche. Riparazione soprattutto per la satanica distruzione della fede e delle opere della fede, sostituite dai diritti umani senza Dio, le cui malvagie conseguenze patiamo ancora a distanza di duecento anni”. Fondazioni simili si sono susseguite sulla stessa base, di cui una a Berlino nel 2003 (si veda la lista nel comunicato della Fraternità San Pio X dell’8 settembre 2006).
Già nel 2005 ebbe luogo un colloquio tra monsignor Fellay e il papa appena eletto. Evidentemente, monsignor Fellay deve aver posto in quell’occasione delle condizioni che anticipano la riconciliazione con la Fraternità San Pio X, perché il comunicato prima citato continua così: “La Fraternità San Pio X ricorda per l’occasione che non può fare sua alcuna soluzione nella questione della comunione nella quale la messa tridentina sia limitata a uno statuto speciale. La messa della tradizione bimillenaria deve avere nella Chiesa un diritto di cittadinanza pieno e completo: essa non è solo un privilegio riservato ad alcuni, ma è un diritto di tutti i sacerdoti e di tutti i fedeli della Chiesa universale. Per questo motivo la Fraternità invita i sacerdoti e i fedeli a unirsi in una campagna di preghiera. Il suo fine è di presentare nell’ottobre prossimo a papa Benedetto un milione di rosari per il totale affrancamento della messa tradizionale” (comunicato dell’8 settembre 2006).
L’Istituto del buon Pastore diretto da Laguérie ha già visto esaudita questa richiesta nel 2006. Nel decreto di istituzione romano viene accordata alla nuova società la facoltà di fare uso come loro proprio rito, vale a dire non solo come concessione, della messa tridentina, del Pontificale romano nella versione tridentina per l’impartizione del sacramento dell’ordine e del Breviario romano (rispettivamente l’edizione del 1962). Fellay ricorda nel suo comunicato
del 2006 che la richiesta deve essere esaudita “per tutti i sacerdoti e i fedeli” che ne hanno diritto. Alla richiesta si dà seguito introducendo il “rito straordinario” per la Chiesa nel suo complesso.
Con l’istituzione della Fraternità a Bordeaux diventa evidente anche un’altra cosa: nello statuto approvato da Roma c’è scritto che la Fraternità si obbliga a lavorare affinché venga ristabilita l’autenticità della dottrina (della Chiesa, n. d. a.). Così si esprime il superiore generale in occasione della presentazione della società di diritto pontificio appena istituita (Figaro del 12 settembre 2006). Nel suo comunicato ufficiale egli scrive: “Ogni membro fondatore confessa inoltre individualmente di riconoscere il ‘magistero autentico’ della Santa Sede ‘in piena fedeltà al magistero infallibile della Chiesa’ (Statuti II, § 62). Oltre a ciò i membri sono obbligati, per quanto loro possibile, a mettere in condizione la Santa Sede, attraverso una critica seria e costruttiva del Concilio Vaticano II, di dare un’interpretazione autentica”.
Si dovrà tenere conto di questi antefatti se si vuole capire il senso della lettera, citata nel decreto della conferenza episcopale, con la quale il vescovo Fellay chiede la remissione della scomunica. Il 24 gennaio aveva informato i suoi seguaci di aver scritto anche al cardinale Castrillon Hoyos: “Siamo pronti a mettere per iscritto il Credo con il nostro sangue e a firmare il giuramento antimodernista e la professione di fede di Pio IV. Accettiamo e facciamo nostri tutti i concili fino al Vaticano I. Non possiamo però evitare di dare espressione alle nostre riserve circa il Vaticano II. Quest’ultimo voleva essere un concilio che si sarebbe ‘differenziato dagli altri’ (si vedano le allocuzioni dei papi Giovanni XXIII e Paolo VI). In tutto ciò siamo convinti di rimanere fedeli alla linea di comportamento che è stata tracciata dal nostro fondatore, l’arcivescovo Marcel Lefebvre, con la speranza che questi sia presto riabilitato” (lettera del preposito generale a tutti i fedeli della Fraternità San Pio X del 24 gennaio 2009).
Per fare chiarezza: il giuramento antimodernista, introdotto il 1 settembre 1910 da Pio X e abrogato dal Concilio Vaticano II, condanna ogni opinione sulla la storicità della Rivelazione e della Sacra scrittura così come ogni corrispondente esegesi dei dogmi ovvero della storia dei dogmi e dei sacramenti. Queste questioni sono state gradualmente affrontate anche in documenti magisteriali successivi, come l’enciclica di Pio XII sulla Bibbia Divino afflante spiritu. Quando in questa lettera del 2008 ci si dice pronti a professare il giuramento antimodernista in maniera così appassionata, si insiste proprio sul problema su cui aveva insistito anche Lefebvre con il suo rigido persistere nelle sue convinzioni tradizionali e che Giovanni Paolo II aveva condannato come causa dello scisma e dell’eresia lefebvriana.
La confessione di fede di Pio IV, anch’essa citata da monsignor Fellay, riassume brevemente la dottrina tridentina. Dovrebbe essere ovvio come in questo testo non si sostenga il punto di vista ecumenico del Concilio Vaticano II; al contrario, alla fine si insiste sul fatto che il professante “condanna, rigetta e anatemizza tutte le eresie parimenti condannate, rigettate e anatemizzate dalla Chiesa”.
Potendosi leggere, nella lettera del vescovo Fellay in cui si chiede la remissione della scomunica, queste affermazioni molto nette, sorge quindi la questione di come il papa e i cardinali curiali che si occupano del caso siano potuti arrivare alla convinzione di trovarsi di fronte a un pentimento.
Il problema si acuisce ulteriormente se considerano altri due fattori: nel foglio di comunicazione della scomunicata Fraternità San Pio X, annata 2009, n. 2, si può leggere un passo in cui monsignor Fellay rende nota la remissione della scomunica: “Esprimiamo al Santo Padre la nostra gratitudine filiale per questo atto, che sarà un bene oltre che per la Fraternità San Pio X per tutta la Chiesa. La nostra Fraternità desidera poter aiutare il papa in misura sempre maggiore a utilizzare i rimedi contro una crisi che non conosce uguali nel passato e che sta scuotendo il mondo cattolico attuale. Papa Giovanni Paolo II l’aveva chiamata uno stato di ‘apostasia silenziosa’. Oltre alla gratitudine nei confronti del Santo Padre e di tutti quelli che lo hanno aiutato a compiere questo atto coraggioso, siamo felici del fatto che il decreto del 21 gennaio dichiari necessari i ‘colloqui’ con la Santa Sede - colloqui che permettono alla Fraternità San Pio X di esporre le cause dottrinali di principio che a suo parere rappresentano la fonte delle presenti difficoltà”.
Nel medesimo foglio informativo è riprodotta una predica tenuta da monsignor Fellay il 26 ottobre 2008 nella basilica San Pio X di Lourdes (ibid., pp. 6-7). Egli parla della “linea di combattimento serrata” della Fraternità e della crociata a favore del rosario, cominciata due anni prima, per ottenere l’ammissione alla “santa messa, la messa di tutti i tempi”. Questa “condizione preliminare”, così la lettera del testo, è stata esaudita dal Santo Padre. Monsignor Fellay proclama in questa predica una seconda “crociata del rosario” finalizzata all’adempimento della “seconda condizione preliminare”: il ritiro del decreto di scomunica, così il testo. Questa la motivazione di Monsignor Fellay: “Se chiediamo questo ritiro è per due motivi che tuttavia non hanno lo stesso valore. Il primo motivo è a confronto del secondo meno importante. Come sapete, la parola d’ordine ‘scomunica’ è usata molto spesso dai, chiamiamoli così, ‘progressisti’, per evitare a priori ogni discussione, per non dover sentire e vedere il contenuto obiettivo di ciò che ci preme dire. Delle questioni essenziali che noi poniamo si sbarazzano semplicemente stabilendo apoditticamente: ‘voi siete scomunicati!’. Il secondo motivo per il quale noi chiediamo il ritiro ha più peso. La scomunica infatti non ha tanto colpito le quattro persone, o le sei, se si contano anche l’arcivescovo Lefebvre e il vescovo de Castro Mayer, interessate dal provvedimento. Il nostro fondatore incarnava piuttosto un modo di essere che, cattolico fino al midollo, insisteva soprattutto sul rimanere legato al patrimonio di fede e a ciò che è stato affidato da Nostro Signore alla Chiesa e che viene trasmesso di generazione in generazione: la tradizione”.

Si capisce così l’importanza del passo nella lettera citata sopra e nel quale monsignor Fellay dà comunicazione della remissione della scomunica: “Grazie a questo gesto i cattolici legati in tutto il mondo alla tradizione non saranno più, in futuro, proscritti e condannati in maniere ingiusta per aver mantenuto la fede dei loro padri. La tradizione cattolica non è più scomunicata. Pur non essendolo in sé mai stata, lo è stata di fatto spesso e in modo crudele. Parimenti, la messa tridentina non è mai stata abrogata in sé, così come il Santo Padre ha felicemente constatato nel suo motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007”.
Il generale superiore della Società pontificia del buon Pastore dichiara al proposito in un comunicato: “I membri dell’Istituto del buon Pastore si rallegrano profondamente della revoca della scomunica… Siamo convinti che il processo di riconciliazione tra cattolici da ora in poi sia inevitabile. Grazie allo strumento ermeneutico offertoci da papa Benedetto XVI e secondo il quale la dottrina del Vaticano II deve essere interpretata in continuità delle dottrine di tutti i concili, le discussioni a venire tra i responsabili della Fraternità San Pio X e le autorità romane non renderanno palesi ulteriori ostacoli di principio. Il coraggio di monsignor Lefebvre trova, nella situazione presente, per così dire un omaggio postumo, offertogli dai suoi successori” (comunicato del 24 gennaio 2009).
Che cosa emerge da questi testi?

4. Il nocciolo del problema nella crisi attuale

La remissione della scomunica, che ha la sua motivazione nel carattere eretico e scismatico di un’ordinazione episcopale senza mandato pontificio, può aver luogo solo a motivo di una richiesta sostanzialmente contrita. La lettera di monsignor Fellay avvalora ancora una volta con passione l’atteggiamento di Lefebvre, dicendo di voler sottoscrivere il giuramento antimodernista e la professione di fede di Pio IV con il proprio sangue. Il senso di questa frase doveva essere chiaro sia al papa sia ai cardinali competenti. Le trattative, che si protraggono ormai dal 1970, hanno riguardato sempre gli stessi punti.
Gli altri testi di Monsignor Fellay qui citati, che hanno lo stesso tenore prima e dopo la remissione della scomunica, confermano che non è avvenuto in alcun modo un cambiamento. I quattro vescovi scrivono il 29 gennaio 2009 una lettera ufficiale di ringraziamento a Benedetto XVI: “Desideriamo prima possibile riprendere il dialogo con i rappresentanti di Vostra Santità riguardanti quelle dottrine in opposizione al magistero perpetuo… Speriamo di aiutare in questo modo la Santa Sede a trovare il rimedio adatto contro la perdita di fede all’interno della Chiesa” (citato secondo La Croix, 4 marzo 2009). La precedente approvazione papale delle costituzioni della Società del buon Pastore è come un avanzamento che viene esteso adesso anche alla Fraternità San Pio X.
La remissione della scomunica rappresenta così un atto che implica un errore d’ufficio. Fondamentalmente, esso concede ai vescovi a capo della Fraternità San Pio X, senza le condizioni canoniche, la comunione ecclesiale e quindi il superamento dello scisma eretico, senza tuttavia aver chiarito quale status essi avranno all’interno della Chiesa. La sospensione dall’ufficio permane. Ciò è un grave errore, perché significa dispensare dalla piena accettazione del Concilio Vaticano II. Nella petizione di monsignor Fellay è chiaramente espresso il non riconoscimento di importanti dottrine del Vaticano II. Questo grave errore d’ufficio è indirizzato contro la fides e i mores, contro la fede e i costumi, la cui conservazione è affidata in modo speciale, per tutta la Chiesa, al successore di Pietro.
Questa constatazione ha tre aspetti:

a) l’aspetto canonico-ecclesiologico

Secondo le regole del diritto canonico il papa può - ma non deve - certamente dispensare dalla condizione di contumacia (renitenza) nel revocare scomunica. Qui però è avvenuto qualcosa di più: il papa può non può revocare una scomunica, causata da un’ordinazione episcopale di natura eretico-scismatica, senza contrizione, senza ammissione di colpa e senza una previa accettazione del Concilio, dal momento che il papa e i cardinali, proprio come ogni fedele, sono legati a un concilio valido e recepito nella Chiesa e alle sue decisioni. La speranza del papa che questa accettazione possa avvenire nel futuro non è, dal punto di vista canonico, un motivo sufficiente.

b) l’aspetto ecclesiologico-teologico

L’arcivescovo Lefebvre, così come monsignor Fellay, non sono stati infastiditi da un qualche aspetto esteriore del concilio, non si tratta per loro di una qualche bagattella nei testi conciliari, ma di norme della fede, come quella sulla concezione ecclesiale, che il concilio ha proposto come vincolante. Siti internet ufficiali della Fraternità Pio X insistono ancora in questi giorni sul fatto che la libertà religiosa e una serie di altre affermazioni del Vaticano II contraddicano il Sillabus di Pio IX; ciò vale anche per il decreto sull’ecumenismo del Vaticano II: “Protestanti e altri non cattolici non hanno alcuna fede” (sito internet della Fraternità San Pio X, citata secondo The Tablet, 31 gennaio 2009). Si desume da questa affermazione quale peso abbia la dichiarazione di monsignor Fellay in favore del giuramento antimodernista e della professione di fede tridentina nella lettera in cui chiede la remissione della scomunica.
Le affermazioni del Vaticano II riguardano tra l’altro la Rivelazione divina nelle sue tappe e forme storiche, la Scrittura e la sua comprensione, l’esame, fatto a partire dal mistero della Chiesa, dei fondamenti dell’ecumenismo e del popolo di Dio, le relazioni con le altre religioni e con la società odierna. Tutte queste affermazioni non sono state formulate in forma di dogma. A mio parere una problematica così complessa non può essere riassunta in dieci o quindici canoni con i relativi anatemi. Allo stesso tempo, esse sono affermazioni essenziali, che non sono eludibili per la Chiesa nel mondo moderno. Queste decisioni essenziali sono dibattute diffusamente e discusse anche in considerazione delle obiezioni e delle difficoltà. Sono espressione del consenso che è scaturito dall’invocazione dello Spirito, dall’ascolto della Scrittura, dall’eucarestia, dalla preghiera e dalla riflessione dei padri conciliari. In un tale consenso la Chiesa crede, da sempre, di poter percepire la voce dello Spirito divino. La sospensione di ciò significa il rifiuto ad ascoltare ciò che lo Spirito dice alle comunità. Si può immediatamente vedere quanto essenziali siano questi punti, qualora li si volesse oggi cancellare dalla vita della Chiesa. Può un papa dispensare dal riconoscimento di tali circostanze teologiche essenziali, che costituisce la condizione necessaria per la remissione di una scomunica dovuta a eresia? No.

c) l’aspetto ecclesiologico-morale

A questi due aspetti del punto centrale, che riguardano la fides, la fede, si associa in questo caso un altro aspetto, legato immediatamente ai primi due, quello dei mores, dei costumi.
Non è un caso che tra i quattro vescovi si trovi un antisemita e negazionista noto da anni. Una persona, che nega, minimizza o sostiene in qualche modo questo tentativo inumano di sterminio del popolo ebraico, è un peccatore pubblico. Un tale peccatore pubblico non può essere ammesso al sacramento della penitenza, al quale potrebbe essere legata la remissione della scomunica, senza aver chiaramente mostrato il proprio pentimento con i suoi comportamenti. Non basta quindi una confessione di facciata. Quando il 4 febbraio 2009 il signor cardinale di Stato pretende dal vescovo Williamson una pronta smentita delle sue dichiarazioni, per poterlo comprendere nella remissione della scomunica, si pensa piuttosto a una farsa e a un mancato rispetto in pubblico dell’ordinamento penitenziale.
Il risultato: la remissione della scomunica rappresenta un atto del papa che contravviene gravemente a fides et mores, alla fede e ai costumi. Questa decisione è a mio parere nulla, già sulla base di can. 126/CIC: “L’atto posto per ignoranza o per errore, che verta intorno a ciò che ne costituisce la sostanza, o che ricada nella condizione sine qua non, è nullo”.
L’editoriale dell’Osservatore Romano del 26/27 gennaio 2009, nel quale ci si lamenta amaramente degli attacchi ingiustificati al papa e si afferma che il provvedimento del papa sarebbe stato “ispirato per di più al nuovo stile di Chiesa voluto dal concilio che preferisce la medicina della misericordia alla condanna”, fa un effetto, al cospetto delle diverse realtà, terribilmente ingenuo. Lo stesso papa sembra non comprendere la portata della sua politica, culminata nelle recenti decisioni, quando dichiara, durante l’udienza generale (vedi Osservatore Romano del 29 gennaio 2009), di aver agito per misericordia, sostenendo di aborrire la Shoa. Non basta, allo stesso modo, pretendere dal vescovo Williamson la ritrattazione delle affermazioni di Ratisbona.
Il problema fondamentale della crisi attuale non consiste nel fatto che si sia lavorato in modo abborracciato, che si sia preteso troppo da un vecchio cardinale, che si è avuta poca comunicazione, o che si abbia a che fare con un pontefice che tende a prendere le sue decisioni da solo. Qualcosa del genere è deplorevole, perché qui si tratta di decisioni di vasta portata e gravide di conseguenze, ma non centra il punto del problema. Non si tratta neanche dell’antisemitismo del vescovo Williamson, per quanto ciò possa essere grave e ripugnante. Il nocciolo del problema è di natura teologica e ha un aspetto ecclesiologico-canonico, uno ecclesiologico-teologico e uno ecclesiologico-morale.
Il papa ha, attraverso i suoi atti, scosso profondamente la fiducia dei fedeli nel servizio di Pietro quale testimone di fides et mores, della fede e dei costumi. Egli espone allo stesso tempo la Chiesa al pericolo di avere sacerdoti e vescovi e di formare, nel seno stesso della Chiesa, futuri sacerdoti e vescovi che non riconoscono la fede e i costumi della Chiesa cattolica.
Egli non può far dipendere l’interpretazione autentica del Vaticano II dalle trattative con gruppo eretico e scismatico. Un’ombra pesante cade dunque su una quantità di “spiegazioni autentiche” della Congregazione per la dottrina della fede sull’interpretazione del Vaticano II.
A queste circostanze, che si riferiscono alla gestione, appartiene un secondo aspetto. Poco tempo dopo l’inizio del suo pontificato, in occasione dell’abituale allocuzione natalizia del 2005, Benedetto XVI ha esposto alla curia romana il modo egli legge e interpreta il Concilio Vaticano II. Egli riprende esplicitamente, con le espressioni “ermeneutica della discontinuità” ed “ermeneutica della riforma”, la problematica alla base della discussione. Nella sezione sull’ermeneutica della riforma sottolinea che c’è stata, in modo continuo prima e dopo il concilio, un’unica Chiesa con la sua identità datale dalla fede, e illustra i cambiamenti che sono intervenuti nel mondo moderno, tali che la Chiesa, guidata dalla fede, si è dovuta posizionare in modo nuovo: “Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità” [AAS 98 (2006), p. 51]. Il papa lo spiega in modo particolare con l’esempio della libertà religiosa descrivendo la situazione precedente e contrapponendola a quella moderna: “Una cosa completamente diversa è invece il considerare la libertà di religione come una necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità… Il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il Decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l’insegnamento di Gesù stesso, come anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi” (ibidem, p. 50). Con queste ricostruzioni si può solo essere d’accordo.
Disorienta tuttavia il fatto che nella sezione dedicata all’ermeneutica della discontinuità il papa non faccia alcun riferimento ai tradizionalisti, ma solo a persone che puntano sullo spirito del Concilio e tengono in poco conto il testo, perché esso sarebbe imbottito di formule superate, che sarebbero state accettate unicamente per raggiungere un compromesso; esse contano perciò sulla completa novità del Concilio. La loro massima: “occorre seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito” (ibidem, p. 46). Risulta evidente da questo testo che Benedetto XVI certamente apprezza il Concilio, ma vede la minaccia della sua ricezione in modo totalmente unilaterale.
Questo papa non è una persona che neghi il Concilio Vaticano II o che non lo comprenda. Non è una persona che non sappia parlare in modo profondo della fede, non sappia meditare oppure non cerchi di impiegare tutte le sue energie per il Vangelo. Il cardinale Kasper, il vescovo di Basilea Kurt Koch e altri vescovi richiamano pienamente a ragione l’attenzione sul fatto che il papa è per il Concilio. Il Vescovo Koch riporta nella sua lettera pastorale all’inizio della Quaresima del 2009 una lunga lista di dichiarazioni di Benedetto a favore del Concilio. Tutto ciò è pacifico. Tuttavia, nella citata allocuzione del 2005 è evidente che egli veda la crisi di accettazione della Chiesa nel mondo moderno e sia convinto che il futuro della Chiesa sia nel recupero di gruppi tradizionalisti.

5. Conclusioni

A mio giudizio - e sottolineo: salvo meliori iudicio - c’è qui, in senso teologico, uno scandaloso errore d’ufficio. Qual è la strada per uscire dalla crisi? Non c’è un tribunale che possa citare il papa in giudizio come un qualsiasi funzionario statale e condannarlo, ancor meno come nel caso dei capi di Stato in carica. Non si è di fronte a un’eresia. Il tal caso sarebbe responsabile il collegio cardinalizio e dovrebbe dichiarare che non c’è più un papa, dato che egli perderebbe il suo ufficio ipso facto perché eretico. Errori d’ufficio che provocano scandalo sono frequenti sia nella storia della Chiesa sia della storia del papato. La soluzione di tali crisi è stata per lo più faticosa e difficile. In questo caso è particolarmente difficile, perché una serie di cardinali e vescovi erano a conoscenza, fin dal 1988, dello sviluppo che si stava allora delineando e lo hanno condiviso. La situazione presente richiede una quantità straordinaria di lucidità, umiltà, disponibilità a rinunciare agli egoismi personali e alle ambizioni di potere di tutti i coinvolti, insomma: è necessario un ritorno allo spirito del Vangelo da parte del popolo di Dio, dei credenti, compresi il papa, i cardinali e le conferenze episcopali, la cura d’anime, i sacerdoti e i diaconi, i collaboratori pastorali.
Solo attraverso l’ammissione e la correzione dell’errore d’ufficio contro la fede e i costumi della Chiesa può essa stessa e possono il papa, i cardinali e i vescovi riconquistare la libertà di
azione pubblica. Non è libero un papa che lascia dettare a sé stesso e ai suoi collaboratori le condizioni da un gruppo scismatico ed eretico. Se si vuole eludere questa valutazione, allora è inevitabile l’impressione che le autorità romane abbiano reagito a pressioni esterne e che siano le marionette della pubblica opinione e dei media. Gruppi tradizionalisti prendono già posizione in questo senso.
È imprescindibile che le decisioni prese siano nulle. Si può rispondere in diversi modi alla domanda di come ciò dovrebbe essere reso pubblico. Una presa di distanza negativa sembra imporsi. Non è sufficiente che il solo cardinale Re, che ha firmato il decreto di remissione della scomunica, dichiari la nullità in questione. Il papa ha pubblicamente caratterizzato la decisione come una sua decisione.
La seconda e immediatamente seguente questione circa la via per uscire dalla crisi riguarda la riduzione progressiva del danno provocato e della perdita di fiducia da parte della Chiesa nel mondo e nella Chiesa stessa, la quale è davanti a un cumulo di cocci di proporzioni enormi.
Le decisioni giuste richiedono molta preghiera, una conversione a tutti i livelli, il rafforzamento attraverso lo Spirito santo e i suoi sette doni. I passi concreti e l’emendazione da parte della Chiesa saranno molto difficili.
Mi si permetta di esprimere in conclusione un pensiero personale. Non ho tenuto questa lezione per facile saccenteria, per ambizione o per una mania di infallibilità da maestro di scuola, ma piuttosto per servire, da teologo, il popolo di Dio, e per rendere conto pubblicamente della fede. Per fare ciò bisogna, in situazioni di crisi confuse come queste, analizzare la situazione e fare in qualche modo ordine. Spero Vi sia diventato chiaro, attraverso le mie riflessioni, che cosa significhino per me la Rivelazione di Dio in Gesù Cristo e la comunità dei fedeli; come io ritenga imprescindibile il servizio petrino del vescovo di Roma e che sia in cammino, pieno di speranza, insieme al popolo di Dio sempre contestato, peccatore e pellegrino. Mi permetto di aggiungere di aver pregato molto, in questi giorni, per il papa mio fratello.


Si veda. Aletheia, n. 74, 20 aprile 2005: “Un protocollo comune è firmato il 5 maggio 1988 da monsignor Lefebvre e dal cardinale Ratzinger. Esso prevede l’istituzione della Fraternità San Pio X come Società di vita apostolica, l’istituzione di una commissione comune, la consacrazione di un vescovo membro della Fraternità Pio X”.

2 Perché sono importanti entrambi gli aspetti? Nella discussione sulla remissione della scomunica i canonisti - mi riferisco soprattutto alla presa di posizione pubblica del mio amico e collega Lüdicke, emerito della facoltà di teologia cattolica dell’università di Münster - hanno così argomentato: il decreto di scomunica della Congregazione per i vescovi parla certamente di un “atto scismatico”, intende però ciò non nel senso di can. 1364 in relazione a can. 751, ma si riferisce soltanto all’ordinazione episcopale senza il mandato pontificio. Lüdicke conclude perciò che papa Benedetto può dispensare da una scomunica così inflitta. Ciò sarebbe possibile qualora non si tratti di un reale atto scismatico di natura eretica. Contro questa tesi sostengo che il decreto di scomunica non parla senza intenzione o di sfuggita di un “atto scismatico”, perché questa espressione è confermata nel motu proprio di Giovanni Paolo II. Qui il papa parla altresì di un atto scismatico, che ha la sua ragione nel concetto “vivo” di tradizione “chiaramente” insegnato dal Concilio Vaticano II. L’origine eretica dello scisma è qui messa in evidenza. Giovanni Paolo II nomina con ciò quella dottrina fondamentale del Vaticano II che Lefebvre e i lefebvriani rifiutano e dalla quale derivano le molte dottrine particolari da loro contestate. Si tratta per ciò di uno scisma che procede da un’eresia e che è stato sigillato dalla consacrazione dei quattro vescovi (si veda al riguardo can. 1371; 1358; 1347; 1341).

Se si mettono una accanto all’altra le formule latine della messa tridentina nella versione del 1962 e quelle della messa dopo la riforma liturgica, appare evidente che le differenze sono minime. Esse riguardano:
- l’atto di contrizione all’inizio della messa; manca il salmo “Judica”;
- le preghiere della preparazione dei doni, che sono leggermente modificate;
- l’antico canone romano è completamente conservato;
Tuttavia, a ciò si sono aggiunte positivamente alcune possibilità di variazione:
- sono nominate più forme dell’atto di penitenza oltre alla tradizionale confessione dei peccati;
- si può scegliere tra maggiori orazioni canoniche;
- c’è un lezionario molto più ampio per le domeniche, i giorni festivi e feriali;
- i periodi principali dell’anno liturgico come quello quaresimale, quello pasquale etc. sono più valorizzati rispetto alle numerose feste dei santi precedenti grazie alle loro formule che rimangono in gran parte identiche;
- rispetto all’unica messa mariana nel messale precedente le nuove messe mariane sono organizzate in maniera più varia;
- nella messa tridentina non c’è alcuna prescrizione che obblighi il sacerdote a celebrare con le spalle rivolto ai fedeli, così come nella liturgia dopo la riforma non c’è alcuna prescrizione che lo obblighi a celebrare rivolto verso i fedeli;
Queste le maggiori differenze e similitudini. In seguito alle riforma liturgica ciascun sacerdote può utilizzare la versione latina o volgare; ovviamente egli si regolerà in base alle esigenze pastorali.

Si veda la biografia di Lefebvre scritta dal rettore del seminario di Ecône, il vescovo Mallerais.

Alfred Grosser, Katholische Kirche in Frankreich, in: Benedikt Kranemann, Myriam Wijlens (Hg.), Religion und Laicité in Frankreich, in: Erfurter Theologische Schriften 37, Würzburg 2009, p. 63.

 

 
 

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