HOME > COMMON GROUND > INTERVISTA AD ANDREA GRILLO A PROPOSITO DEL RECENTE MOTU PROPRIO SUMMORUM PONTIFICUM


IN TEORIA E IN PRATICA
Intervista ad Andrea Grillo a proposito del recente Motu proprio Summorum Pontificum

Intervista ad Andrea Grillo

D. Professor Grillo, su questo stesso Forum teologico nello scorso aprile si segnalava, con un certo allarme, che «la tribù dei liturgisti è in grave apprensione». Ora che il supposto motivo di tanta preoccupazione si è materializzato, quale è la prima impressione che se ne ricava, secondo lei?

R. Direi che, probabilmente, chi si accosta al testo del Motu proprio Summorum Pontificum e alla lettera ai vescovi che lo accompagna si sente come prima impressione un po’ spaesato. Durante la lettura a più riprese uno è portato a chiedersi: in quale tempo, in quale chiesa, in quale liturgia e in quale messa mi sto imbattendo? Si ha la sensazione che il Motu proprio e la lettera propongano una loro rilettura dei fatti, riconfigurando la “realtà effettuale” in cui viviamo per orientarla – almeno in teoria (ovvero nelle intenzioni dichiarate) – al superamento delle contrapposizioni ecclesiali, in specie con i gruppi tradizionalisti e nostalgici legati ai vecchi riti. In pratica, però…

D. Le tesi della lettera indirizzata ai vescovi sono note, e altrettanto dicasi delle norme emanate nel Motu proprio. Le chiederei dunque di passare subito a esplicitare quel “però”, ovvero di accennare una lettura critica (una lettura rispettosa, persino obbediente, non per questo abdica a una disamina attenta).

R. Soprassedendo ad altre perplessità non indifferenti, per esempio sul piano giuridico alla pretesa che il messale preconciliare non sia mai stato abolito, prenderei avvio da quello che ritengo il nodo teologico della questione. Il celebre adagio di Prospero di Aquitania – «Lex orandi statuat legem credendi» [La liturgia stabilisca la fede della chiesa] – sta sullo sfondo del Motu proprio. Esso, che praticamente fu ed è la bandiera del Movimento liturgico, stabilisce l’originarietà dell’azione liturgica per l’atto di fede. Dice insomma che il culto cristiano non è una conseguenza, tantomeno accessoria, del nostro credere, ma anzi che è matrice della nostra identità di credenti. Ebbene, di questo adagio il testo di Motu proprio propone una rilettura gravida di conseguenze: dice infatti che due usi (o espressioni, o forme) rituali sono in rapporto con una sola lex orandi. Introducendo questa novità, da un lato si allontana la lex orandi dalla concretezza rituale che la contraddistingue (ovvero si allenta di fatto il legame “biunivoco” fra una sola lex orandi e un solo ordo), mentre dall’altro si apre automaticamente uno spazio per avvicinare due usi diversi, pretendendo di conciliarli in un’unica lex orandi. Il Motu proprio vorrebbe così evitare che si configurino due diverse leges orandi, le quali implicherebbero due diverse professioni di fede (sarebbe esiziale!). Per questa operazione – valida in teoria, ma rischiosissima nella pratica – si paga un prezzo elevato: la lex orandi non è più identificata con il rito, ma con l’“espressione” (che peraltro si pretende duplice) del rito, ossia con il significato del rito stesso. Ora, se lex orandi non significa più il rito concretamente celebrato – un ordo specifico – bensì una sua dimensione essenziale, invisibile e/o concettuale, allora la funzione originaria del rito per la fede tende a passare in secondo piano. Chi non avesse la preparazione teologica e la sensibilità liturgica di Benedetto XVI potrebbe addirittura interpretare questa distinzione come la sostanziale subordinazione della celebrazione a evidenze puramente dogmatiche, di cui i due “usi” costituirebbero traduzioni pratiche per nulla originarie. In quel caso, articolare l’unica lex orandi in due “forme” non perfettamente sovrapponibili e alternative si rivelerebbe un enorme passo indietro.

D. Se non ho capito male, allora, una concezione intellettualistica del rito può portare a pensare che due forme del rito romano siano riconducibili a – ovvero compatibili con – un’unica lex orandi, capace di statuire un’unica lex credendi. E della distinzione tra uso ordinario e uso extra-ordinario che si può dire? Reggerà alla prova dei fatti? Poniamo il caso che, avvalendosi delle nuove norme, una comunità di religiosi, o un intero Istituto di vita consacrata, scelga di utilizzare permanenter il messale preconciliare: qui extra-ordinario con ordinario non si invertirebbero?

D. In effetti circa questo punto restano alcune pesanti perplessità. In primo luogo, non è chiaro se la definizione tra uso ordinario e uso extra-ordinario sia una distinzione “di fatto” o “di diritto”. Nel primo caso sarebbe priva di forza normativa autentica, mentre nel secondo caso quella forza verrebbe confermata. Ma dal tenore del testo si potrebbe desumere, come dice lei, che ciò che di fatto è ordinario potrebbe diventare extra-ordinario, mentre ciò che di fatto è extra-ordinario – e degno del massimo onore – dovrebbe de iure intendersi come ordinario. L’assenza di effettivo controllo episcopale in loco circa il rapporto tra i due diversi “usi” inclina a ritenere che la distinzione non sia sufficientemente chiarificata nella sua natura de iure, rischiando di porre in crisi la pastorale ordinaria. In secondo luogo, resta non del tutto chiarita l’effettiva possibilità di trattare paritariamente due “forme” di cui la più recente non è altro che il frutto della riforma della meno recente. A mio avviso non ci sono garanzie sufficienti che liberalizzare il rito più antico eviti una grave tensione in coloro che seguono il rito più recente: costoro inevitabilmente sentono il rito più antico come “superato”, “riformato” “emendato” dal proprio.

D. Cioè avvertiranno una sensazione di forte disagio per il riapparire, come se nulla fosse stato, dell’antico accanto al nuovo: i due “usi”, come dice lei, non sono perfettamente equivalenti e soprattutto non sono autonomi (in quanto l’uno è la risposta alla crisi dell’altro). E a questo punto, fatte salve le lodevoli intenzioni che animano il documento, all’atto pratico la riforma liturgica rischia di vedere potentemente relativizzato il proprio senso e il proprio valore.

R. In effetti si rischia che il messale di Paolo VI non sia più la via maestra della celebrazione, della formazione, della spiritualità, della edificazione, ma solo una aggiunta – pur ragguardevole – a una tradizione precedente. Una tradizione che si ristabilirebbe intatta, con i suoi riti e i suoi calendari, come se nulla fosse, “aggiornando” (si fa per dire…) gli orologi ecclesiali al 1962. La chiesa potrebbe vivere, contemporaneamente, nel 2007 e nel 1962, subordinando la scelta non alla discrezione del vescovo, ma alla decisione dei fedeli o alla “libera” scelta del singolo presbitero. La riforma liturgica, che aveva la necessità di riformare il rito romano tridentino per garantire la partecipazione attiva, risulterebbe così ridotta a una semplice possibilità eventuale e ulteriore, incapace di incidere sulla tradizione “antica” e “alta” della messa. Una tale ipotesi di impatto effettuale del Motu proprio andrebbe a depotenziare con una revisione relativizzante le intenzioni e le profezie conciliari. Lo ripeto: “in teoria” tutto è salvo, ma “in pratica” si corre il rischio di dimenticare che i nn. 47-57 di Sacrosanctum concilium chiedono di riscoprire nell’eucaristia la ricchezza biblica, l’omelia, la preghiera dei fedeli, la lingua volgare, la dimensione conviviale e l’unità delle due mense, la comunione sotto le due specie, la concelebrazione… Si dovrebbe invece scrivere a chiare lettere sugli stipiti di tutte le sacrestie – a perenne monito – che neppure uno di questi elementi si trova nel rito tridentino e che per renderlo nuovamente presente è stato necessario procedere alla sua riforma, per consentire al rito romano di ritrovare solo così una ricchezza altrimenti perduta. Sono pronto a scommettere che la supposta “solennità sacrale” che domani si intenderebbe riesumare imporrebbe ahimè lo scotto, per converso, di tornare ad essere poveri di parola biblica, poveri di omelia, poveri di preghiere dei fedeli, poveri di lingua volgare, poveri di comunione sotto le due specie e poveri di concelebrazione. Quale chiesa potrebbe privarsi oggi di queste ricchezze senza vedere depotenziata e svilita la propria capacità di testimonianza nell’oggi?

D. Sospetto un’ulteriore difficoltà pratica. Le chiedo: si può presiedere o assistere al rito “antico” senza essere stati accuratamente formati a farlo? Voglio dire: quando un cristiano in buona coscienza si recasse domani dal proprio parroco per chiedere la celebrazione della messa secondo il rito di Pio V, si sentirà sempre e comunque rispondere per obbedienza: «Sì, volentieri (libenter)»?

R. È la stessa lettera ai vescovi che lo ammette con lucidità: celebrare non è un gesto meccanico, richiede specifica e adeguata formazione (a voler essere minimalista direi: perlomeno sul piano delle rubriche). Guardiamo in faccia la realtà: da quarant’anni la chiesa forma i cristiani e gli stessi preti secondo le lingue, le culture, le teologie e le spiritualità scritte nei gesti e nei silenzi, nei testi e negli stili, nei riti e nei canti della nuova liturgia. Ciò è tanto vero per le menti e talmente radicato nei corpi che – per riprendere il caso ipotetico da lei formulato nella domanda – non mi stupirei se in qualche caso un parroco rispondesse ai suoi cristiani, in totale buona fede: «Perdonatemi, ma con quel messale temo di non essere proprio capace di celebrare. Quella di Pio V non è né la chiesa né la liturgia in cui ho imparato a credere, a vivere e a pregare. Sarei intrinsecamente falso se accondiscendessi alla vostra richiesta. Sapete, celebrare è una faccenda delicata, non lascia indifferenti, ne va della propria identità: si deve ponderare bene la cosa prima di smettere questi paramenti e indossare le vecchie pianete con il manipolo (che peraltro, sia detto per inciso, non sono mai state in dotazione alla nostra comunità)». Noi tutti che siamo stati formati dopo il concilio Vaticano II – e siamo ormai la stragrande maggioranza nella chiesa – siamo “oltre” la messa di Pio V: lo si voglia o no, indietro non si torna. Nella pastorale ordinaria in Italia non si dà più alcun “uso antico” realisticamente praticabile.

D. In casi come questi, allora, ipotizziamo che dovrà intervenire, quasi Deus ex machina, la Commissione «Ecclesia Dei». Ma soprassediamo, per avviarci alla conclusione. Lei ha appena richiamato la necessità di non fossilizzarsi su Pio V, ma di andare oltre. Suona così il titolo del suo recente saggio pubblicato dall’Editrice Queriniana: pagine documentate e puntuali che potrebbero fungere da ermeneutica del documento papale – dal versante, è ovvio, della continuità con la tradizione del Movimento liturgico e dell’ultimo concilio ecumenico. Lì lei scrive di padri e di figli, anzi di nonni e nipoti. Che rimane di quel passaggio, oggi, di fronte a Summorum Pontificum?

R. Confermo tutto quel che ho scritto. Concordiamo sull’esigenza che il Movimento liturgico non è finito con il Vaticano II e con la riforma, ma che esso continua anche dopo questi eventi: ebbene, ciò si giustifica proprio in nome di una “tradizione” che ha bisogno non solo della difesa ad oltranza di un passato acquisito, ma anche della insostituibile ricchezza di un presente complesso e di un futuro aperto. Lo sviluppo organico della tradizione liturgica comporta inevitabili “svolte”: implica una continuità che necessita di alcune vitali discontinuità. Per riprendere l’immagine del succedersi delle generazioni: il figlio è pienamente figlio solo quando si rende autonomo dal proprio padre; non rinnegandolo o contestandolo per partito preso, ma rivivendo nell’attualità di situazioni inedite i valori da lui appresi (e ora interiorizzati). Analogamente, un rito di Paolo VI che avesse sempre accanto il rito di Pio V resterebbe perennemente infantile e fragile, mentre un rito di Pio V che non si rassegnasse a perdersi nel figlio cadrebbe in un paternalismo soffocante, incapace di vera fiducia nell’altro. La crisi adolescenziale, con i suoi fisiologici eccessi, è tutto sommato alle nostre spalle: ora possiamo trattare su un piano di parità, da adulti, pur nell’umile consapevolezza che c’è ancora tanta strada da percorrere. Se si volesse negare questo provvidenziale salto generazionale, allora il Motu proprio – che pure non manifesta mai questa intenzione – si presterebbe troppo facilmente ad avallare una lettura della tradizione non dinamica, ma statica, non vitale, ma monumentale e archeologica: dove nulla si perde e tutto si accumula. Dove niente è più vivo. Distinguendo tra lex orandi e “usi” della stessa lex, il Motu proprio apre la possibilità di subire su di sé il medesimo trattamento: altra cosa è ciò che stabilisce (in teoria), e altro sarà l’uso che probabilmente se ne vorrà fare (in pratica). Mi chiedo sul serio: potremmo aspettarci, anche per il Motu proprio, un “uso extra-ordinario” del suo dettato?


Fonte: http://www.queriniana.it/

 
 

Statusecclesiae.net