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La vicenda di Eluana Englaro e la Chiesa

di Luigi Viviani


La vicenda di Eluana Englaro, conclusasi con la sua triste morte, ha conosciuto, in questi giorni, una escalation politico-giudiziaria che progressivamente ha esasperato i problemi in campo fino a far loro perdere, a mio parere, il significato reale. 
Eravamo di fronte ad un caso limite, nel quale, dopo 17 anni di coma persistente, il confine tra la vita e la morte non era così chiaro come taluni ritengono.
La scienza medica è divisa e non riesce ad esprimere un giudizio sufficientemente consolidato sul fatto se l’alimentazione e l’idratazione artificiali siano o non siano terapia, né, tanto meno, a quali condizioni.
Sulla richiesta del padre di attuare un protocollo di progressivo azzeramento di tali funzioni, la magistratura, pur in assenza di una legge specifica, si è pronunciata più volte, ai diversi livelli di giudizio, con sentenze ampiamente motivate, fino alla Corte di Cassazione. Il giudizio finale non considera la richiesta del padre di Eluana contraria al nostro ordinamento giuridico e consente che si proceda.
A questo punto sono scattate prese di posizione da parte di diversi esponenti della gerarchia ecclesiastica secondo i quali ci trovavamo di fronte a “una sentenza di morte”, a un “omicidio”, a un “assassinio”, a “una chiara deriva eutanasica” e altre simili, accompagnate dalla mobilitazione di diversi gruppi, cosiddetti “pro vita”, che hanno tentato in tutti i modi di impedire “un assassinio di Stato”.
In risposta a tali giudizi si è mosso il Governo che, com’è noto, prima ha cercato di bloccare il tutto per via amministrativa, poi ha tentato di emanare un decreto legge. A fronte del diniego del Presidente della Repubblica di firmarlo, ha presentato in Parlamento un identico disegno di legge, chiedendo una discussione ed approvazione immediata. Contemporaneamente il Ministro del welfare ha mandato nella Casa di riposo di Udine alcuni ispettori per verificare l’idoneità della struttura ad effettuare l’operazione di porre fine ad alimentazione e idratazione, con il chiaro intento di bloccarla. La morte di Eluana ha posto fine a questa spirale, ma, purtroppo, al doveroso silenzio si è sostituita, anche in Parlamento, un tristissimo e volgare sciacallaggio nei confronti del Presidente della Repubblica, accusato di assassinio soltanto per aver difeso il nostro ordinamento costituzionale.
Non voglio soffermarmi sulle vicende politiche, che, del resto, da sole evidenziano quali siano le reali intenzioni di chi ci governa. 
Mi interessa invece un giudizio sugli aspetti ecclesiali della vicenda. Non mi riferisco alle pressioni che autorità vaticane avrebbero esercitato sul Governo, ma alle prese di posizione e ai giudizi espressi, in sede pubblica, da cardinali e vescovi, per la loro evidente rilevanza nel rapporto Chiesa-società.
La prima osservazione riguarda il fatto che questi rappresentanti della gerarchia della Chiesa hanno espresso un giudizio netto e radicale, con le espressioni citate, su una vicenda complessa, nella quale diversi scienziati, medici, giuristi hanno espresso giudizi molto più problematici e pacati, affermando spesso che, nel caso specifico, si sa ben poco su quale sia effettivamente lo stato della paziente, il suo grado di coscienza e di sofferenza, e hanno confessato la loro tanto maggiore difficoltà ad esprimere precisi e definitivi giudizi scientifici e morali. Si può capire che in situazioni del genere la Chiesa possa far riferimento al principio di precauzione, ma allora ben diversi, più attenti e rispettosi del dramma in questione, avrebbero dovuto essere i giudizi. Credo che l’incipit della costituzione conciliare Gaudium et Spes, secondo cui “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”, valga anche per i vescovi.
Ho la chiara impressione che tale rigidità sui principi, scarsamente collegata ai problemi umani, famigliari e sociali in gioco, derivi dalla preoccupazione e dalla paura secondo cui un atteggiamento meno radicale favorirebbe, in qualche modo, il diffondersi di una maggiore accettazione popolare dell’eutanasia. Anche se questa preoccupazione può avere un qualche fondamento, rimango convinto che, con le posizioni assunte, il prezzo che la Chiesa paga in termini pastorali, nel rapporto con gli uomini di oggi, sia molto maggiore di quello che vorrebbe evitare.
La seconda osservazione riguarda il fatto che, sempre alcuni vescovi hanno proiettato direttamente il giudizio di principio sui comportamenti politici, per cui si è espressa “delusione” per la scelta del Capo dello Stato, “approvazione” per quelle del Governo, nel senso che “la vita è più importante del formalismo giuridico”. 
Tali dichiarazioni hanno un duplice effetto negativo. Innanzitutto sollecitano la politica ad intervenire direttamente, con la legge su una particolare questione umana delicata e complessa. Non solo si piega il carattere generale proprio della legge ad un caso specifico, ma si fa affidamento decisivo nello strumento legislativo, che, in un ambito che coinvolge drammaticamente la coscienza personale, appare esterno e tendenzialmente insufficiente a risolvere correttamente il problema. Ricordiamo che fino a poco tempo fa la gerarchia era contraria ad una legge su questa materia, e che la concezione cristiana della politica considera essenziale la sua limitatezza di fronte a tutti i problemi della vita. Aver sollecitato in questo modo l’intervento della politica e della legge, oggi, renderà molto più difficile richiedere il rispetto del limite domani.
In secondo luogo si è considerato ”formalismo giuridico” quello che molti considerano forse il maggiore conflitto istituzionale della storia della Repubblica. Giudizi del genere manifestano scarsa considerazione e rispetto delle regole fondamentali che presiedono alla vita della nostra società, compresa la Carta costituzionale, sulla cui interpretazione si è manifestata la sostanza del conflitto tra Governo e Quirinale. Sono quelle regole istituzionali che, nell’esperienza dei cattolici democratici, da De Gasperi a Moro, vengono prima e condizionano la corretta soluzione dei singoli problemi, per quanto importanti, compresi quelli della vita. Senza questo quadro di regole generali condivise è facile sostituire alla finalità del bene comune quella dell’interesse particolare di partito, di gruppo, quando non individuale. L’aver, da parte di molti politici cattolici, contemporaneamente manifestato adesione al principio della difesa della vita e, con la stessa determinazione, votato, senza incertezze, norme vessatorie e repressive nei confronti dei fratelli immigrati, manifesta i guasti che tale contesto determina nel rapporto tra i cristiani e la politica e nell’etica pubblica del paese.
Evidentemente la laicità della politica e dello Stato è più facile da insegnare che da praticare, anche per i vescovi.
Una terza considerazione riguarda il rapporto che la gerarchia ha manifestato, in questa vicenda, nei confronti della famiglia. Dopo tante battaglie sul valore umano e sociale prioritario della famiglia “società naturale fondata sul matrimonio”, oggi, in una vicenda drammatica che pone la responsabilità della famiglia come fattore decisivo, essa viene marginalizzata e delegittimata come soggetto che sovrintende, in senso lato, alla vita dei figli. Nel caso specifico, misconoscere il rapporto d’amore di un padre per sua figlia come elemento di garanzia della salvaguardia della vita in una condizione limite, non credo rappresenti una giusta valutazione del ruolo e della responsabilità della famiglia.
E’ vero che i figli non sono proprietà dei genitori, ma è altrettanto vero che, nei casi drammatici e complessi come questo, la loro responsabilità rimane un punto di riferimento che non si può trascurare, qualunque sia il loro credo religioso.
Mia auguro che questa drammatica vicenda induca nella Chiesa una pausa di riflessione e di silenzio.
La gerarchia, sottoponendo a verifica una linea pastorale che, con l’illusione che basti la proclamazione dei principi per risolvere i problemi umani e sociali, ha contribuito a dividere i cattolici e gli italiani. Mai come oggi appare necessario che essa intensifichi l’essenziale compito di evangelizzazione, più attento ai problemi e ai drammi dell’uomo contemporaneo, senza radicalismi, accanimenti pedagogici e sollecitazioni al braccio secolare politico, confidando nell’efficacia della Parola di Dio, che agisce efficacemente, anche nelle situazioni più difficili, attraverso la responsabilità degli uomini. 
I cristiani laici impegnati in politica, recuperando una coraggiosa pratica della laicità, difendendo l’ordine costituzionale dello Stato, anche da incaute intromissioni ecclesiastiche, come esigenza di una rigorosa coscienza credente.

 

 
 

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