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LE LEGGI DELLO STATO E IL DOLORE DELL'UOMO

di Paolo Prodi

 
Relazione fatta presso l'università di Pisa il 28 aprile 2009 su invito di gruppo culturale della diocesi

 

  1. Mysterium iniquitatis
  2. Il potere
  3. Lo Stato moderno e le leggi
  4. Peccato e reato
  5. Le religioni politiche del XX secolo: l'incarnazione del male
  6. La norma ad una dimensione
  7. Nuove tecniche e nuovi poteri
  8. Riflessioni sparse sulla nascita e la morte, l'amore e la società

 

 

  1. Il Mysterium iniquitatis.

    Il compito che mi è stato affidato s'inserisce all'interno di un ciclo molto più ampio e quindi mi sento esentato dall'esame del più grande problema della condizione umana e del dolore che dovemmo affrontare partendo dal libro della Genesi, dalla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. La cosa più opportuna sarebbe, se ci ponessimo da questo punto di vista, rileggere insieme ancora una volta il libri di Giobbe. E io non sarei di certo la persona adatta sia per le mie scarse capacità espressive sia perché riconosco di essere stato un privilegiato per tutta la vita nei limiti della condizione umana, dalla nascita all'educazione, al lavoro, all'amore.
    Partendo dal mistero del dolore dovrei dunque affrontare l'aspetto storico che consiste nel porre il problema dell'esistenza di un particolare tipo di male derivante dalla vita sociale, come coercizione, come sfruttamento, come sopraffazione dell'uomo sull'uomo. Anche a questo proposito la cosa migliore, invece di stare a sentirmi, sarebbe prendere le pagine di Sant' Agostino e leggerle insieme: il tema delle due città che coesistono sino alla fine dei tempi, sino all'avvento del regno di Dio; l'ambivalenza della Chiesa come realtà terrena e celeste ad un tempo.
    In quanto storico artigiano che studia l'evoluzione delle istituzioni della nostra società ho cercato di cogliere qualche aspetto dell'impatto che ha avuto il cristianesimo sulle strutture costituzionali dell'Occidente. Se ho capito bene il compito che mi è stato affidato posso soltanto tentare di dire qualcosa sul male che deriva dallo sconto tra l'esercizio del potere statale e la nostra coscienza, come storicamente si è manifestato nella nostra società, per cercare di capire meglio i problemi nuovi del presente. Io credo che la storia, particolarmente nell'esame di questo problema, non serva tanto a condurci nelle strade del passato quanto a mostrarci come i problemi oggi sono diversi ed a aiutarci a capire che dobbiamo trovare risposte diverse da quelle che sono state date dalle generazioni che ci hanno preceduto.
    Dalle premesse non dette emergono quindi alcune convinzioni che rappresentano già scelte dirimenti di cui bisogna essere consapevoli e che qui schematizzo in modo semplicistico.
    In primo luogo sono convinto che ci troviamo di fronte ad un svolta epocale che sta cambiando tutte le coordinate di vita dell'umanità, non solo sul piano della politica e dell'economia ma anche delle istituzioni (e della principale di queste: lo Stato) e soprattutto a livello culturale e antropologico.
    In secondo luogo la convinzione che il male è insito nella natura dell'uomo e che quindi non potrà esistere mai una società libera dal male: il cristiano sa che non si può costruire un uomo e una società "nuova" senza peccato e respinge quindi ogni tentazione di riformare l'uomo per mezzo delle istituzioni sia in senso collettivo (con la creazione di uno Stato etico in una delle forme che sono state progettate da Jean Jacques Rousseau e da una delle correnti dei lumi nel Settecento sino alle perversioni dei totalitarismi del Novecento) sia in senso individualistico pensando che tutto si risolva liberando la coscienza individuale.
    In terzo luogo occorre aver presente che tutto ciò che si muove nella storia è soggetto a questa dinamica e quindi anche la Chiesa come soggetto storico: non si tratta di errori o peccati singoli di cui si possa chiedere perdono ma di qualcosa di molto più importante, della presenza del male e del dolore ovunque si pone il problema del potere, del dominio dell'uomo sull'uomo, anche in un corpo o in una società ecclesiastica. Questo pone inevitabilmente non soltanto il problema della priorità della coscienza individuale e del rapporto con Dio rispetto ad ogni altro tipo d'obbedienza ma anche la non eliminabilità su piano della società religiosa del conflitto tra profezia e istituzione gerarchica.

  2. Il potere

    Il tema che mi è stato affidato è quello di parlare del dolore in rapporto alle "leggi dello Stato", ma lo Stato non è che una particolare forma storica di organizzazione del potere: lo Stato come lo conosciamo noi, come struttura sovrana e nazionale tendente al monopolio del potere, che si è sviluppata nel corso degli ultimi secoli, è entrato ora in una profonda crisi: certamente sopravviverà in altre forme ma in modo totalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto nel nostro passato. Il potere sembra fuoriuscire dalle strutture che sino ad ora lo hanno contenuto ed esercitato per assumere nuove forme e nascondersi in luoghi ancora nascosti.
    In un momento di passaggio come il nostro diventa quindi importante il tema del potere: considerare il male che deriva dalla tendenza del dominio dell'uomo sull'uomo in ogni tipo di struttura sociale e politica, di qualsiasi tipo.
    Ho cercato di affrontare questi temi in precedenti ricerche che qui non sto a riassumere, sul giuramento e il patto politico, sulla storia della giustizia, sulle origini del mercato occidentale. Le conclusioni sono che l'Occidente si è incamminato sulla via della modernità perché faticosamente nel corso dei secoli si è delineato nella sua cultura e nelle sue istituzioni un dualismo - non in separazione ma in dialettica - tra la sfera del trascendente e la sfera del terrestre, un dualismo che si è tradotto anche nella società e nell'economia con la desacralizzazione della politica e l'autonomia del mercato. Desidero soltanto sottolineare , per non essere equivocato che non si tratta di una visione irenica: si tratta di una lotta condotta spesso senza esclusione di colpi nel quale la Chiesa tende a trasformarsi in potere teocratico e il potere politico difende con i denti la propria sacralità.

  3. Lo Stato moderno e le leggi

    Quando parliamo di Stato possiamo parlarne o in senso generico come di qualsiasi organizzazione della vita collettiva superiore all'ordinamento familiare o di tribù dalla protostoria ai giorni nostri oppure in concreto come stato moderno, cioè come un'incarnazione del potere che ha caratterizzato gli ultimi secoli dell'Occidente. La novità dell'età moderna è proprio il processo di identificazione del potere nello Stato, processo lento e faticoso ma che dobbiamo vedere come l'autentico protagonista collettivo della storia degli ultimi secoli sino alla sua espressione nazionale, democratica o totalitaria.
    Esso è caratterizzato, secondo la definizione che è stata data all'inizio del Novecento quando esso ha raggiunto la sua piena maturità, da tre elementi tra loro integrati: un territorio, una popolazione e il monopolio del potere legittimo; mancando uno di questi elementi non si dà Stato nel senso moderno del termine.
    Quando il mondo della christianitas medievale entra in crisi si aprono diverse strade nel rapporto tra sacro e potere, strade che si possono schematizzare per comodità tenendo però sempre ben presente che si tratta di realtà strettamente intrecciate tra loro durante i secoli dell'età moderna e che operano contemporaneamente, non in modo isolato ma sempre in diverse combinazioni tra di loro nel prospettare concretamente diverse soluzioni al problema del rapporto tra il sacro e il potere: la strada della religione civica-repubblicana; la via del recupero della sacralità monarchica; la formazione di Chiese territoriali; la strada dei concordati e delle nunziature seguita dal papato per contenere il potere politico e mantenere la funzione universalitica del primato di Pietro in un mondo completamente basato sugli Stati.
    Non possiamo affrontare qui questi problemi e mi basta ribadire che non si tratta semplicemente di un processo di secolarizzazione a senso unico: si tratta di un lungo processo di osmosi in cui la Chiesa si secolarizza ma anche lo Stato si imbeve del sacro sino a costruire la nuova religione della nazione: negli ultimi secoli il massimo del male e del dolore, la guerra, ha coinciso con l'esaltazione del nuovo martirio: dare la vita per la patria unisce in modo indissolubile il massimo bene con il massimo dolore.

  4. Peccato e reato.

    Il fenomeno che qui ci interessa, affrontando il tema del male in relazione allo Stato moderno, è la distinzione che si viene a creare tra il peccato come offesa fatta a Dio e il reato come disobbedienza alle leggi dello Stato. Bellarmino); dall'altra parte la costruzione di un sistema di norme che non si identifica con il sistema delle norme giuridico-positive: è la nascita della teologia morale.
    L'azione della Chiesa dopo il concilio di Trento è diretta verso due obiettivi. Da una parte la rivendicazione della sottomissione della legge positiva ai principi, della legge divina della quale l'interprete non può essere che la Chiesa stessa, giudice del peccato (la teoria del potere indiretto teorizzato dal cardinale) e della casistica come nuova giurisdizione sulla coscienza. Sul primo piano il problema centrale diventa quello del potere di obbligare in coscienza della legge positiva, statale o ecclesiastica: può il legislatore umano obbligare il suddito nella sua coscienza all'osservanza delle leggi? L'osservanza delle leggi obbliga soltanto ad poenam (cioè per le sanzioni) o anche ad culpam? In sostanza: disubbidire alle leggi dello Stato è peccato?
    Non possiamo qui ripercorre le tappe di questo cammino dai pensatori del secolo XV alla Riforma, alla seconda scolastica. Ciò che desidero soltanto sottolineare è che anche nelle chiese evangeliche e riformate si sviluppa, particolarmente nelle città (pensiamo a Ginevra o a Strasburgo) un sistema intrecciato di norme e di fori che caratterizza tutta la prima epoca moderna: non è certamente vero che per il cristiano evangelico e riformato tutto si possa ridurre ad un rapporto della coscienza individuale del cristiano con la Bibbia . L'etica protestante e riformata dei secoli XVII e XVIII partecipa al fenomeno della casistica come fenomeno comune a tutta l'Europa di fronte allo sviluppo della legislazione positiva statale (Polizeiordnungen etc.) : al di sotto degli steccati confessionali si vede emergere lo sforzo di elaborare una "anatomia dell'anima", di costruire un territorio interiore della norma morale, difendendo e conservando il suo riferimento ultimo meta-politico di fronte all'invasione della legge positiva statale che si sforza di far coincidere la norma morale con il nuovo ordine del potere e che va elaborando le nuove categorie dell'utilità e della felicità pubblica come ideologie capaci di garantire la saldatura tra il mondo interiore dell'individuo e il mondo del potere senza più la mediazione delle chiese.
    D'altra pare una trasformazione importante avviene anche all'interno del mondo cattolico tridentino in seguito alla profonda frattura che si verifica tra il diritto canonico classico e il nuovo diritto pontificio: il diritto canonico diviene soltanto un a disciplina delle istituzioni ecclesiastiche, una "polizia" ecclesiastica mentre il ruolo di norma della coscienza viene affidato unicamente alla teologia morale. Ormai, anche nella Chiesa cattolica, moralisti e canonisti costituiscono due corpi differenti e separati di "specialisti" delle norme in corrispondenza alla frattura profonda che si è venuta formando all'interno della cristianità tra il peccato e il crimine.
    Il dualismo cristiano si è dunque trasformato completamente da un pluralismo di ordini giuridici concorrenti ( come era nel medioevo) ad un dualismo tra la sfera dell'etica ( che ha assorbito in sé il sistema del diritto naturale e divino con un processo di "Verrechtligung des Gewissens") da una parte e il diritto positivo statale dall'altra.

  5. Le religioni politiche del xx secolo: l' incarnazione del male

    Parlando del rapporto tra la coscienza e le leggi, tra il peccato e il delitto non si può evitare di accennare alle religioni politiche che si sono incarnate nei totalitarismi del secolo XX: non esiste altro esempio storico in cui il dolore e il male si indentifichino così strettamente nel Mysterium iniquitatis come frutto della malvagità umana.
    Non è certo il caso che io qui mi arroghi il compito immane di parlare delle religioni politiche dei totalitarismi dal punto di vista concettuale e fenomenologico (basta pensare alla grande riflessione di Hannah Arendt nel suo Origini del totalitarismo): vi possono essere differenti accentuazioni ma comune è la convinzione che ciò che ha caratterizzato questi regimi rispetto alle autocrazie, agli assolutismi e bonapartismi precedenti, alle dittature, è stata l'imposizione di un'ideologia come nuovo "credo" e di una morale come definizione del bene e del male.
    Se questa osmosi è esistita non ci si può accontentare di una versione generalizzata e generica delle religioni politiche o secolari: occorre invece procedere ad un'analisi più articolata in riferimento non ad una generica fenomenologia del sacro ma al concreto intrecciarsi delle Chiese e dei gruppi cristiani con la politica occidentale negli ultimi secoli. Ciò era stato intuito da un grande testimone e protagonista della resistenza al nazismo come Dietrich Bonhöffer, il teologo evangelico che prima di morire fucilato portò avanti la riflessione sulle responsabilità storiche delle Chiese cristiane, nelle loro diverse connotazioni teoriche e istituzionali, di fronte ai totalitarismi e sulla loro funzione nel mondo.
    Egli vedeva una crisi comune a tutte le Chiese territoriali dopo la Riforma nell'incapacità di produrre etica come proposta di morale alternativa al potere: la impossibilità di pensare ad un Dio "tappabuchi"- l'ultima versione del Dio governatore dell'universo costruito dalla teologia e dalla scienza del Seicento - costringe le Chiese ad un ripensamento radicale del loro rapporto con il mondo. Il caso estremo delle sue riflessioni nel 1942-43 rischia di essere ancor più attuale e drammatico oggi. Lasciando da parte il problema della sua formazione intellettuale e della sua teologia ci riferiamo alla sua Etica1, alla cui complessa stesura egli stava lavorando al momento del suo arresto, il 5 aprile 1943, seguito dalla reclusione nel campo di concentramento e dalla morte: mentre tutta l'interpretazione generalizzata del suo pensiero è di un cammino dalla Chiesa al mondo, dal religioso al non religioso, in realtà si può cogliere in profondità un cammino opposto: di fronte a "questo" mondo, quello di Hitler, che tutto travolge, Bonhoeffer parte alla ricerca della Chiesa per chiedersi se da essa possa venire in qualche modo una risposta nel momento in cui il potere si manifestava senza veli nella sua crudezza e le coscienze individuali, salvo poche eccezioni, erano state travolte dalla corruzione o dalla propaganda: "Sulla possibilità della chiesa di rivolgere la parola al mondo" (testo scritto verso la fine del 1942). La Chiesa non può dare al mondo soluzioni cristiane per i problemi mondani perché il Vangelo si muove del tutto in senso opposto e tutte le volte che nella storia la Chiesa ha combattuto contro il "male" del mondo sono nate catastrofi (dalle crociate al proibizionismo americano voluto principalmente dai rigorosi metodisti); ma se gli ordinamenti di questo mondo trasgrediscono i comandamenti di Dio la Chiesa può e deve opporsi. La Chiesa non può più essere, come durante i secoli precedenti, la custode morale della società ma non può tacere nell'emergenza, nello stato di eccezione: non vi può essere una doppia morale, una interna per la comunità cristiana e una per il mondo. Ma a questo punto si inseriscono le sue differenti visioni della Chiesa evangelica e della Chiesa cattolica che sono particolarmente importanti dal nostro punto di vista. Egli contesta che si possa, come fa la Chiesa cattolica: "parlare al mondo sulla base di qualche conoscenza razionale o di diritto naturale comune con il mondo, quindi astraendo temporaneamente dal vangelo. Questo la chiesa della Riforma, a differenza della chiesa cattolica, non lo può fare"2. La legge di Dio ( il decalogo, sia nella sua prima che nella seconda parte) e il Vangelo (il discorso della montagna) valgono per tutti "Sarebbe pertanto anche sbagliato insistere di più nella predicazione al mondo sulla lotta per il diritto, e nella predicazione alla comunità sulla rinuncia al diritto. L'una e l'altra cosa valgono per il mondo e per la comunità. L'affermazione che non si può governare con il discorso della montagna è frutto di un fraintendimento di tale discorso. Anche il governo di uno stato può onorare Dio lottando e rinunciando, e di questo solo si occupa l'annuncio della chiesa. Non è mai compito della chiesa predicare allo stato l'istinto naturale dell'autoconservazione, bensì solo l'obbedienza al diritto di Dio. Sono due cose diverse. L'annuncio della chiesa al mondo può essere solo e sempre Gesù Cristo nella legge e nel vangelo. La seconda tavola non va separata dalla prima"3. Nei tempi di crisi , di dissonanza tra la legge morale e la vita cresce il bisogno di etica ma "lo specialista di etica non può essere il critico e il giudice competente di ogni agire umano; un'etica non può essere un alambicco per distillare l'uomo etico o cristiano, e lo specialista di etica non può essere l'incarnazione e l'idealtipo di una vita radicalmente morale"4. E qui entra il problema della Chiesa e dei mandati da essa ricevuti da Cristo: la morale non può che essere espressione della comunità-chiesa in quanto tale, unica autorizzata da Cristo a parlare di un'etica cristiana coincidente con il comandamento di Dio - positivo e non come negazione - nei mandati divini propri della Chiesa stessa che si riferiscono alle forme fondamentali della società, della stessa Chiesa, cioé del matrimonio e della famiglia, del lavoro e dell'autorità. Tocchiamo qui, secondo Bonhoeffer, i punti deboli della chiesa evangelica e della chiesa cattolica: "La Chiesa evangelica perse l'etica concreta, allorché il pastore non si vide più posto costantemente di fronte alle questioni e alle responsabilità del confessionale. Richiamandosi erroneamente alla libertà cristiana egli si sottrasse all'annuncio concreto del comandamento di Dio. Pertanto solo riconoscendo il mistero divino della confessione la chiesa evangelica ritroverà un'etica concreta come quella che possedeva al tempo della Riforma"5. Nella Chiesa cattolica il sacerdote è preparato invece al ministero del confessore con lo studio dei casi di morale ma si corre il pericolo di una "legalizzazione e pedagogizzazione" della parola divina e questo pericolo potrà essere superato con la riscoperta del mistero della predicazione cristiana.
    E' la Chiesa come "assemblea radunata intorno alla parola di Dio, come uomini eletti e viventi in tale parola essi formano ora anche un'entità comunitaria, un corpo a se stante e distinto quindi dagli ordinamenti mondani... la entità comunitaria, che nasce attorno a questa parola, non esercita la signoria sul mondo, ma è completamente al servizio del mandato divino". Il riconoscimento della Chiesa come realtà comunitaria è la chiave di volta per una possibile riforma delle Chiese cristiane: "Il cattolicesimo corre il pericolo di concepire la chiesa essenzialmente come fine a se stessa a spese del mandato divino dell'annuncio della parola. Viceversa la Riforma corre il pericolo di tener presente solo il mandato divino dell'annuncio della parola a spese dell'ambito specifico della chiesa e di trascurare così quasi completamente il fatto che questa è anche fine a se stessa, fatto che consiste precisamente nel suo essere per il mondo". La mancata risposta ai cristiani che rifiutano di prestare il giuramento di fedeltà a Hitler e il servizio militare è manifestazione drammatica di questa debolezza6.

  6. La norma ad una dimensione

    E oggi? Il panorama racchiuso nelle parole chiave del nostro incontro si presenta del tutto diverso: leggi, Stato, dolore. Esiste ancora la sofferenza e come ma il suo rapporto con il potere è del tutto mutato. Credo che le religioni politiche e i totalitarismi, nazista e comunista, siano per fortuna scomparsi ma che proprio per questo non dobbiamo rimanere con la tesa all'indietro e pensare di essere usciti dal mysterium iniquitatis.
    In sintesi penso si possa dire che la diversità fondamentale tra le religioni politiche incarnate nei totalitarismi del secolo XX e la situazione attuale sta nel fatto che esse si situavano ancora all'interno di una tradizione, di un ciclo storico secolare, del mondo allora ben vivo della civiltà occidentale cristiana e che ora invece stiamo abbandonando. In fondo i totalitarismi del secolo XX possono essere assimilati più a patologie interne al corpo della politica e della religione occidentale nella sua parabola finale: lo Stato nazionale e le Chiese erano rimasti i veri protagonisti a volte in una tensione epica a volte con compromessi e cedimenti reciproci. Proiettarle storicamente nel nostro mondo globalizzato, nella crisi dei tradizionali protagonisti, può portare a fraintendimenti abbastanza pericolosi.
    La mia tesi, semplice e forse semplicistica, è che il sacro è una componente ineliminabile del potere nella misura cui il potere mette in gioco il problema della vita e della morte, del dominio dell'uomo sull'uomo e che la grandezza dell'Occidente in tutto il suo percorso da Gerusalemme e Roma sino ad oggi è consistita nello sforzo di non espellere il sacro ma di costruire un recinto in cui esso possa essere contenuto. Non si tratta di una tesi dedotta da un'impostazione teoretica e tanto meno ideologica ma derivata dall'osservazione dello sviluppo dei nostri istituti fondamentali, dal giuramento e dal patto politico, dalla distinzione della giustizia umana da quella divina, del peccato dal reato, dalla nascita dell'autonomia del mercato7.
    Questo recinto, nella sua realizzazione ultima di Stato del diritto, ora è indebolito, se non caduto del tutto, e sacro e potere vagano ormai senza recinto in un mondo globalizzato. La politica e la stessa democrazia si aggrappano al sacro per salvarsi e il sacro si aggrappa alla politica di fronte alla minaccia della secolarizzazione.
    Accenno soltanto a due fenomeni che ritengo fondamentali nel nostro processo di transizione: la crisi del diritto e il venir meno del dualismo tra norma etica e norma giuridica che, come ho cercato di dire, è alla base della nostra civiltà; le nuove tecnologia che entrano prepotentemente nella vita della natura e dell'uomo.
    La crisi attuale del diritto è parallela alla sua espansione in tutti i settori della vita umana. Forse è l'ora di abbandonare l'illusione illuministica di risolvere tutti i problemi con un'ulteriore espansione, senza limiti, del diritto positivo, della "norma ad una dimensione" , per regolare tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana, inglobando i comportamenti un tempo unicamente dipendenti dalle norme morali. Pensiamo alle cause giudiziarie che investono i rapporti affettivi, il rapporto tra medici e pazienti, il rapporto tra docenti e studenti, il mondo dello sport ecc. Nello stesso tempo avvertiamo che la legge positiva dello Stato diviene sempre più impotente di giorno in giorno di fronte ai grandi potentati economici internazionali e che aumentano i poteri occulti sottratti ad ogni vero controllo democratico.
    Appare certo errato parlare ora dell'etica come terreno riservato alla religione e quindi da temere come pericolosa per la laicità che è il pilastro fondamentale della politica. Al contrario sul piano dell'etica appare indubbia la difficoltà attuale delle Chiese ad esprimere norme aventi un valore universale: l'insistenza stessa della Chiesa cattolica per l'imposizione delle norme etiche sul piano del diritto finisce per mettere in secondo piano il problema fondamentale dell' autorità della legge divina in relazione al perdono del peccato e alla salvezza dell'uomo. Nella stessa riflessione teologica degli ultimi decenni il problema del peccato come offesa unicamente a Dio (e quindi ben distinto dal reato) pare quasi dimenticato. La Chiesa romana sembra più interessata a tutelare con norme giuridiche un terreno della morale che è incapace di difendere sul piano pastorale delle convinzioni, in contraddizione con tutta la sua tradizione.
    Il problema cioè oggi è quello se sia possibile un recupero da parte delle Chiese, di tutte le Chiese, della loro funzione storica nella civiltà occidentale di polo istituzionale alternativo come "foro", come luogo e autorità di giudizio sulle azioni dell'uomo: le convergenze attuali tra cattolici e protestanti sul tema della giustificazione mediante la fede e le opere (tema su cui principalmente si alimentarono gli odi teologici alcuni secoli fa) può essere un preliminare alla ripresa del dialogo interecclesiale sul tema del peccato nella sua realtà concreta8, e del suo rapporto con la sfera del diritto, ma non si vede all'orizzonte nessuno sviluppo di questo discorso teologico.
    Mi sembra in sostanza importante sapere se e come il dualismo cresciuto all'interno del mondo giudaico-cristiano possa essere trasmesso alle nuove generazioni sia nelle forme legate alle religioni istituzionali sia in forma secolarizzata nella coscienza dei democratici.
    Occorre prendere atto di un distacco, sempre più evidente nei nostri comportamenti collettivi, dalla concezione di una salvezza personale legata alla possibilità di scelta tra il bene e il male (anche in conflitto con il potere e il diritto positivo): non importa se questa salvezza è vista in relazione ad una vita futura o in rapporto ad una coerenza etica fondamentale che ci rende uomini tra uomini. Questo distacco ci libera dai fastidiosi sensi di colpa ma implica la perdita della coscienza della responsabilità personale. Sono fermamente convinto che ci troviamo di fronte ad una svolta antropologica in cui s'innestano coordinate millenarie della nostra struttura culturale: l'eredità delle religioni della salvezza personale, le religioni della Erlösung, per dirla con Max Weber, il processo europeo di modernizzazione, la genesi del moderno assetto costituzionale dell'occidente.
    Al di fuori delle grandi religioni monoteiste si rinnova e si afferma l'etica confuciana dell'identificazione dell'ordine morale con l'ordine cosmico: da questo punto di visuale l'Occidente appare però come un fenomeno storico esterno, come un pianeta visto da un satellite, in cui Pascal, Voltaire e Nietzsche - per prendere nomi a caso- con il loro senso di libertà, responsabilità personale e colpevolezza, hanno lo stesso volto e la stessa fisionomia spirituale, la stessa matrice culturale9.
    A mio avviso si tratta di una contrapposizione che si apre sul piano dei grandi principi, non tra una storiografia di ispirazione cristiana e una storiografia laica o illuministica ( l'illuminismo è stato un movimento multiforme e complesso ) ma di una contrapposizione tra chi vede i limiti e le contraddizioni del potere e chi crede invece nella grande utopia di poter eliminare il male dal mondo. Nella prima direzione certamente la storia della redenzione rappresenta una rappresentazione coerente ( che per alcuni può essere un mito, per altri una realtà) della necessaria coesistenza del male e del bene come lotta dentro ogni uomo e nella società sino alla fine del mondo. Nella seconda direzione caduto ormai il mito del progresso come soluzione del problema del male sembra affermarsi nell'età della globalizzazione una visione confuciana o para-confuciana del mondo in cui la lotta tra il male e il bene viene assorbita all'interno di un cosmo, fisico e politico insieme, in cui i ruoli personali e sociali sono imposti dall'alto. Ma su questo ritorneremo nelle riflessioni finali.
    Il chiacchiericcio che tutti i giorni ci riempie le orecchie sul tema della "laicità" dovrebbe quindi a mio avviso tenere presenti maggiormente le componenti storiche. A mio avviso le invasioni di campo della Chiesa nella politica e della politica negli affari ecclesiastici dipendono essenzialmente dalle loro rispettive debolezze. La politica in crisi si aggrappa alla religione civica per il rafforzamento di identità che stanno svaporando. La Chiesa si aggrappa alla politica perchè è cosciente della sua debolezza, della difficoltà di imporre ai propri fedeli norme di comportamento sui grandi temi della vita, dell'amore e della morte in coerenza con il messaggio dell'amore cristiano: basta pensare alla crisi del sacramento della penitenza. Forse una presa di distacco dagli aspetti politico-giuridici e una riaffermazione del problema del peccato, del pentimento e della grazia come giudizio e terreno proprio della Chiesa sarebbe una strada non alternativa ma complementariamente necessaria all' "aggiornamento" del Vaticano II.

  7. Nuove tecniche e nuovi poteri.

    Quando la confusione raggiunge il massimo la cosa più opportuna è prendere le distanze dalle parole che vengono strumentalizzate in tutti i sensi nelle polemiche quotidiane. Non ho nessuna competenza scientifica né sui problemi della genetica, né più in generale sui problemi della vita e della morte: forse però uno sguardo storico di lungo periodo insegna a prendere le distanze dal suo uso politico distorto delle parole.
    Tocca a noi che viviamo oggi la valutazione dell'impatto sulla vita politica e civile delle nuove problematiche che scaturiscono dal nuovo quadro multiculturale della civiltà tecnologica: le nuove possibilità date all'uomo dalla tecnologia di intervenire sulla vita e sulla morte, sull'ambiente, modificando non soltanto i rapporti sociali attuali a livello planetario ma le condizioni delle future generazioni, rappresentano una novità assoluta rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto e una sfida che è etica e politica ad un tempo. Su tutti questi piani possiamo cominciare a concretizzare l'affermazione che più siamo cristiani più siamo laici: nella misrura in cui siamo in grado di identificare e fronteggiare i nuovi "idola" del potere che minacciano le nostre libertà, la sopravvivenza della democrazia e della libertà, la stessa dignità dell'uomo, nella stessa misura si può sperare di trasmettere il messaggio cristiano alle nuove generazioni.
    Per fare un esempio sul piano propriamente politico, la difesa della costituzione (essenziale come patto fondamentale di convivenza) non può più essere sostenuta come qualche anno fa pensando di avere come nemico il fascismo o il comunismo storico o un'involuzione populista di tipo pre-moderno. Certamente la condanna storica delle esperienze totalitarie del secolo scorso va mantenuta nella nostra memoria ma nella coscienza che le minacce vengono ora da un'altra parte e che il lupo della favola ora riveste panni del tutto diversi.
    Questo modo di ragionare lo possiamo applicare ad ogni altro problema che riguardi la vita, la morte, l'ambiente, le risorse del pianeta ecc. possiamo e dobbiamo lottare con ogni sforzo per difendere la nostra identità sino al dovere della resistenza totale alle imposizioni, alle leggi che mettono in gioco il nostro modo di essere. La convinzione profonda è che occorre rimettere al centro il problema della salvezza.
    Ma nel nostro codice genetico di uomini occidentali non esiste soltanto una generica dialettica tra diritto e morale; per la sopravvivenza della nostra civiltà occidentale è necessaria una dialettica tra le Chiese come istituzioni portatrici di norme morali (o che in ogni caso permettono alla coscienza individuale di oggettivizzarsi in comportamenti sociali) e le strutture politiche da cui emana il diritto come potere di coercizione. Così come credo che lo Stato di diritto non possa sopravvivere senza questo dualismo così credo che le Chiese non possano sopravvivere senza la proposizione di un discorso sulla salvezza dell'uomo. Se al contrario i poteri mirano a sorreggersi l'un l'altro possiamo trovarci davanti non soltanto ad scontri di civiltà, a perversioni peggiori di quelle del secolo scorso.

  8. Riflessioni sparse sulla nascita e la morte, l'amore e la società

    Non credo proprio di essere un grado di dare alcuna soluzione o semplicemente di essere capace di dare indicazioni ma cerco soltanto di indicare alcuni terreni su cui dobbiamo cercare di orientare le nostre riflessioni. Alcune considerazioni sulla nascita e la morte, sull'amore e le relazioni sociali10.

    • Origine della vita e manipolazioni gentiche. Non chiediamo alla teologia di elaborare un pensiero scientifico sull'origine della vita ma di fare i conti con la scienza, come del resto il pensiero teologico ha sempre fato nei secoli del suo splendore. Se rimaniamo nel ritmo convulso della cronaca o anche nel tempo breve il problema delle manipolazioni genetiche alla luce dei dibattiti degli scorsi decenni la confusione non diminuisce: si ricreano gli schieramenti confessionali e laici (intesi nel senso di non appartenenti alle Chiese) con fossati che credevamo superati da tempo. Cattolici contro laici: da una parte i dogmatici, per natura loro conservatori e contrari alla modernità, e dall'altra i libertini aperti alle scoperte della ragione e della scienza. Qualche mente illuminata a dire il vero, come Jürgen Habermas, ha fatto presente che non si tratta di questo, che queste diatribe tra neoilluministi e sostenitori delle confessioni religiose hanno fatto il loro tempo: qui si tratta - ha spiegato con grande saggezza - non di una disputa tra illuministi e anti-illuministi ma del futuro dell'uomo occidentale.
      Di fronte a questo propongo di fare un esercizio di ginnastica saltando indietro di alcuni secoli e poi avanti nel futuro prossimo. Siamo nel 1211. Il priore e i monaci di una certosa si rivolgono al papa Innocenzo III per esporre il caso di un loro confratello che essendo responsabile dell'aborto di una donna da lui messa incinta si era autosospeso dal servizio dell'altare: decida il papa; Innocenzo III risponde che se il concepito non era ancora vivificato ("si nondum erat vivificatus conceptus") il monaco avrebbe potuto continuare a servire all'altare, in caso diverso avrebbe dovuto astenersi (per il controllo dei competenti la lettera di Innocenzo III è entrata a far parte delle Decretales,, X, 5, 12, 20). Appoggiandosi alle conoscenze diffuse nelle università e nel pensiero filosofico scientifico di allora la Chiesa romana distingueva tra il momento del concepimento e il momento della "vivificazione" che avveniva qualche settimana dopo il concepimento stesso. Da quest'episodio lontano penso si possa partire per rovesciare una quantità di luoghi comuni e fornire alcuni chiarimenti per l'oggi. Il primo è che la Chiesa romana allora come oggi segue la scienza e non la determina (anche se ovviamente con momenti di tensione e di attrito): è la scienza che nei secoli successivi ha acquisito il principio dell'identificazione tra concepimento e "vivificazione". La seconda osservazione importante è che non si parla di "vita" in astratto ma si parla di embrione "vivificatus": nella Bibbia e nella religione ebraico-cristiana non si parla mai di vita come sostantivo astratto ma di "vivente", di rispetto per il vivente: Dio è il Vivente per eccellenza; del Dio Vivente l'uomo è l'immagine e quindi come tale sacro. Nel credo si professa la fede nello spirito Santo come "Dominum et vivificantem". La vita come astrazione non esiste.
      Facciamo allora un salto in avanti nel tempo. Il mestiere dello storico non mi autorizza a questo ma fornisce un discreto allenamento: non certo alla profezia ma alla consapevolezza che le cose sono state diverse nel corso dei tempi e quindi lo saranno anche in futuro. Forse non dovremo aspettare secoli ma soltanto qualche decennio data l'accelerazione delle scoperte nel campo dell'ingegneria genetica. La medicina avrà certamente compiuto a metà di questo secolo molti progressi con le cellule staminali e ottenuti importanti risultati nella cura della sclerosi multipla e di altre malattie di origine genetica. Davanti alla commissione bio-etica provinciale (della AUSL o come si chiamerà allora) si presenta nel settembre 2055 la sig.ra X. Y. (che ci sia o no il partner presente è poco importante) che dice di volere un figlio con determinate caratteristiche: naturalmente con la eliminazione dei geni responsabili di particolari patologie, fisiche e psichiche (una pro-zia era schizofrenica), poi con indicazioni via sempre più propositive: intelligenza creativa, occhi azzurri, carattere forte, atletico, di temperamento non incline alla melanconia (del resto che differenza c'è tra malinconia e depressione se non per gli artisti?) ecc. Richieste lecitissime - tutto ciò che si può desiderare per un figlio - accolte dall' apposita commissione etica senza difficoltà: allora sarà ancora più facile ottenere le stesse cose in una clinica all'altro capo del mondo, senza alcun permesso, a pagamento maggiorato. Da tempo le delibere di salvaguardia dalle malattie gravi: eliminazione degli embrioni contenenti deviazioni di carattere fisico e psichico sono diventate prassi normale e non rappresentano più un problema: dove starebbe il confine tra la patologia e la normalità e quindi il crinale tra la riparazione e la sostituzione dei geni ? Dopo 25 anni, nel 2080, il nuovo nato, così programmato, uccide un suo amico o vince un premio Nobel (dal mio punto di vista è la stessa identica cosa). La conseguenza è che l'uomo come lo conosciamo adesso, responsabile delle sue azioni, delle scelte tra il bene e il male non esiste più: il suo futuro è stato programmato nelle sue linee essenziali e sarà sottoposto soltanto alle variabili casuali. Non potrà essere certo giudicato colpevole o meritevole da nessuna giuria umana degna di questo nome. Come può essere responsabile delle sue azioni?
      Roba da altro mondo. Oppure da un mondo terribile che abbiamo già sperimentato: la eugenetica nazista sta rispetto a questo mondo possibile che si preannuncia come l'alchimia sta alla chimica: era solo una tecnologia genetica allo stadio infantile. Non credo nello scienziato giudice o commissario etico e viceversa che possano giudicare della vita e della morte.
    • Testamento biologico ed eutanasia. Affrontando il tema dell'eutanasia sotto l'aspetto storico di possono fare due riflessioni diverse, una che riguarda il mutamento del nostro rapporto culturale e spirituale con la morte nel lungo periodo e uno che riguarda le condizioni specifiche che hanno mutato il nostro rapporto con la vita e la morte negli ultimi decenni.
      Sotto il primo aspetto la mutazione intervenuta riguarda soprattutto l'allontanamento della morte dalla quotidianità, l'espulsione della morte dal territorio dei viventi: un processo che è cominciato più secoli or sono e che si è sviluppato poi sino a non vedere più la malattia, la vecchiaia e la morte come parte integrante del processo vitale. Questa esclusione viene fatta coincidere, a mio avviso a torto, con il processo di secolarizzazione, con la perdita di influenza del cristianesimo: in realtà si tratta della fine di un processo molto più lungo che risale al culto degli antenati dei nostri progenitori etruschi e ancora più indietro. Che questo poi si accompagni con una scalata della presenza della morte nei nostri schermi televisivi, non stupisce e aggrava la lontananza dalla vita vissuta, trasforma la morte in fiction o in reality show.
      Per quanto riguarda i mutamenti avvenuti nell'ultimo periodo, ai formidabili progressi compiuti dalla medicina per la lotta contro la sofferenza e il prolungamento della vita si è accompagnato uno sviluppo altrettanto enorme nella possibilità di manipolare l'organismo vivente e di prolungarne la vita al di là di ogni livello precedentemente ritenuto compatibile con il ciclo vitale della specie umana: il coma irreversibile e più in generale il moltiplicarsi di casi di esistenza vegetativa protratta per anni e anni ci costringe tutti - indipendentemente dal credo o dalla filosofia professata - ad "urlare" quesiti che rimangono senza risposta e mettono in gioco anche la capacità della società nel suo insieme a sostenere questi pesi. Il rapporto tra accanimento terapeutico ed eutanasia è sempre più intricato ed incerto.
      In sostanza i confini tra la morte e la vita assumono dimensioni del tutto nuove che mettono in crisi la nostra stessa identità: l'espulsione della morte dalla società sconvolge la stessa vita. Le città di anziani della Florida, una specie di anticamera della morte, nelle quali i giovani non sono ammessi che per brevi visite temporanee, sono già il nostro futuro e quindi nel presente un nostro incubo, anche se la nostra realtà italiana è ancora quella di donne e uomini sessantenni che assistono, con l'aiuto delle badanti, i genitori di 80 o 90 anni cercando di mantenere un peso di anno in anno sempre più insostenibile.
      Vocaboli come eutanasia e simili hanno acquistato un significato spaventoso e rimangono un incubo per tutti noi. Essi ci ricordano l'eugenetica e l'eutanasia degli internati nazisti della prima metà del Novecento: ma anche davanti a noi, nel futuro, si presentano mondi in cui la manipolazione della vita può avvenire in modi ancora più invasivi, senza campi di concentramento e magari con l'assistenza e il consiglio di comitati etici, inventati per sgravare il peso delle decisioni dalle nostre coscienze. Nella presenza di squilibri enormi, tra individui e popoli, nella detenzione delle ricchezze e nella scarsezza di risorse del pianeta, si può prevedere per la prima volta nella storia dell'umanità una pianificazione della vita e della morte in rapporto al potere dominante. In un prossimo futuro certe cure potranno essere concesse, dato il loro costo, soltanto a un ristretto numero di privilegiati; le persone comuni non autosufficienti, la cui assistenza implica spese enormi, potranno invece essere considerate un peso insopportabile per le nuove società del consumo e della competizione.
      Possiamo o no accettare le nuove dottrine sulla bio-politica, ma è certo che la politica deve affrontare questi problemi. Le scelte possibili sono due: o affidarci a un grande fratello o ad una grande commissione etica che decida per noi oppure salvare la sfera della nostra coscienza e della responsabilità personale e con questo anche la democrazia. Essa non si salva infatti se non lascia spazio alla coscienza, alla distinzione tra reato come disobbedienza alla legge positiva e peccato come disobbedienza alla legge morale in cui si crede. La distinzione tra reato (o crimine) e peccato è essenziale per la sopravvivenza delle libertà civili e della stessa Chiesa.
      Bisogna certo stabilire una legge positiva che preveda il giusto castigo per coloro che in qualsiasi modo collaborano alla morte di un uomo sia in senso attivo che in senso passivo, anche per l'omissione degli strumenti di aiuto previsti dalla medicina moderna (l'eutanasia rimane il reato che può avvicinarsi più di ogni altro ai crimini contro l'umanità). Ma dobbiamo limitarci a questo senza entrare nelle decisioni personali sulla vita e sulla morte che non possono rientrare nel comandamento di "non uccidere" : non c'è l'equivalenza tra l'omicidio e l'aiutare un nostro simile a morire il più possibile in pace (il suicidio non corrisponde, neppure nella coscienza cristiana e per lo stesso magistero cattolico, all'omicidio, anche se considerato peccato). Esiste in sostanza una sfera ineliminabile, tra la vita e la morte in cui l'azione dell'uomo non può essere perseguita come reato dal diritto positivo e di fronte alla quale la legge umana deve dichiararsi impotente. Doppiamo colpire duramente ogni offesa ai diritti dell'uomo ma senza chiudere gli occhi di fronte alla nostra impotenza: anche dietro ogni atto in difesa della vita a tutti i costi può nascondersi una manipolazione per la tutela di interessi individuali o di particolari categorie sociali privilegiate e quindi dobbiamo difendere lo spazio della coscienza nel quale il primo e sommo dovere è quello della carità (o in termini laici della fraternità e della solidarietà) e non quello dell'obbedienza alla legge.
      Mi si permetta un esempio storico che può far piazza pulita, a mio avviso, di molti luoghi comuni sull'atteggiamento di carità come unico ed estremo strumento di giudizio del credente e del non credente.
      Nel luglio 1590 si ammala e agonizza a lungo tra terribili sofferenze la ricca e nobile signora Porzia Corsini degli Anguillara; padre Filippo Neri, una delle personalità più significative della Roma della controriforma, va a trovarla e viene talmente coinvolto-sconvolto dalle sue sofferenze che - già uscito dalla casa della agonizzante - ritorna sui suoi passi , le mette le mani sulle guance, le alita in faccia una e due volte dicendo ad alta voce "ti comando anima che tu esca da questo corpo": subito la donna rimane inanimata, finalmente nella pace della morte.
      San Filippo Neri: un taumaturgo che insieme a tanti miracoli fece anche quello di alleviare le sofferenze di una donna aiutandola a morire in pace. Forse sino a qualche anno fa non lo avremmo potuto comprendere ma ora, nel venir meno del confine della vita e della morte, possiamo e dobbiamo davvero capirlo per superare le sterili discussioni sull'eutanasia e l'accanimento terapeutico, discussioni nelle quali da tutte le parti si parla della "vita" in astratto ma non dei viventi11.
      Io penso che quest'episodio possa servirci ad una presa di distanza che ci permetta di affrontare i problema della scelta tra il bene e il male in un'epoca in cui il confine tra la via e la morte è sempre più incerto e in cui l'egoismo delle grandi corporazioni e degli stessi gruppi sociali può proporre un nuovo e più terribile volto del peccato.
    • Matrimonio e divorzio. Prendiamo il tema del matrimonio, con la legge sul divorzio che ha sconvolto la società e la Chiesa italiana negli anni '70. Nessuno potrebbe tornare indietro ma c'è qualcosa in più che allora è nato e che forse non abbiamo sino ad ora sviluppato negli aspetti positivi: l'attenzione nostra è stata concentrata a ragione nella difesa del tema della convivenza, della necessità di una mediazione e su questo ci siamo divisi, non certo sulla concezione sacramentale del matrimonio. Ciò che è certo però è che avevamo compreso allora tutti che si verificava una dissociazione tra il matrimonio -sacramento e il matrimonio- contratto civile che si era venuta sviluppando negli ultimi secoli sino ad arrivare al matrimonio concordatario. Ricordiamo l' importanza che ha avuto il concilio di Trento per la formazione del matrimonio moderno come congiunzione della libera volontà degli sposi e per la formalizzazione di un atto ( le pubblicazioni, la dichiarazione espressa del consenso ecc.) che ha contribuito grandemente alla conquista della parità nel contratto matrimoniale. Non dobbiamo certamente rinnegare nulla di questo, al contrario12.
      La distinzione tra il matrimonio sacramento e il matrimonio contratto diviene necessaria in questa nostra situazione storica in primo luogo proprio per recuperare il valore sacramentale di fronte ad una frantumazione del contratto che rischia di trascinare nei suoi gorghi uno dei punti fondamentali per la vita del cristiano. Il fatto che nella situazione la fedeltà al matrimonio esiga a volte testimonianza di sacrificio che si possono spingere sino all'eroismo ( pensiamo alle malattie fisiche e psichiche, ecc.) deve spingere certo non a cercare rafforzamenti di sponde costrittive giuridiche ma alla rivalutazione del legame sacramentale ora offuscato. Nelle chiacchiere quotidiane ormai si dice sempre più spesso che la Chiesa gerarchica tende sempre più ad avere rapporti stretti con persone che hanno infranto il vincolo coniugale piuttosto che con cristiani che si mantengono fedeli: non è soltanto un problema che riguarda la coscienza individuale e i nostri pastori lo sanno bene. Così il passaggio dalla condanna del matrimonio civile ai tempi della mia giovinezza come "concubinato" non può ora lasciare il posto ad una difesa del matrimonio civile come un baluardo della civiltà cristiana. Non si può mantenere a lungo una condiscendenza formale che rischia di contribuire all'appannamento della sottostante realtà sacramentale.
      Questa distinzione dei piani ci può permettere di affrontare quindi con una libertà assoluta anche il problema delle protezioni che in questa nuova società "liquida" sono necessarie ( si chiamino DICO o come si voglia) per difendere dai soprusi i rapporti qualsiasi tra persone singole che non siano difesi dalle leggi più generali del diritto del lavoro: ovviamente in questo caso non importa se le persone coinvolte siano di sesso o di età diversi, se contengano valori affettivi ( che possono mascherare lo sfruttamento più doloroso) o di altro tipo. Noi sappiamo che il matrimonio come valore sacramentale è un'altra cosa e le richieste di scimmiottarlo non possono toccarci anche se ci feriscono intimamente.
    • Furto e mercato. Una riflessione analoga i può fare per la dottrina sociale cattolica sul tema del bene comune, del furto e del mercato13. In realtà il capitalismo e la democrazia sono nati da questa dialettica, dalla tensione tra la ricerca del bene comune e la ricerca del profitto. Non possono esistere né coincidendo né separati uno dall'altro. Se questo è vero penso sia necessario ora, nei nuovi panorami della globalizzazione, rivedere da parte della riflessione teologica la "dottrina sociale cristiana" come si è sviluppata dall'Ottocento ad oggi, come proposta di una terza via in alternativa alle ideologie dominanti del liberalismo e del marxismo: penso che si debba sviluppare una diversa riflessione con il recupero della distinzione tra la giustizia e la carità come sfere autonome: la sfera della giustizia e la sfera del dono ora schiacciate e commiste l' una all' altra devono ritrovare un loro cammino nella distinzione dei piani per ritrovare il senso di una laicità perduta e nello stesso tempo un terreno riservato alla grazia.
      Altro punto inevitabile di riflessione per le confessioni cristiane, per la sopravvivenza della loro funzione di proclamazione della salvezza per l'uomo è la ripresa del tema del furto come peccato."Rubare" nel mercato occidentale, nella nostra tradizione e nella nostra cultura economica, è sempre stato anche rifiuto del bene comune. Da alcuni secoli almeno il furto non è più soltanto "prendere la cosa altrui" ma è andare contro le regole del mercato, e contro il bene comune. In realtà il caso del furto classico sta realmente sparendo nella nostra età della globalizzazione: pensiamo ai problemi della proprietà intellettuale e, al mondo delle immagini e a quello della proprietà invisibile. Tutta la tradizione cristiana a proposito del VII comandamento, da Agostino in poi, è basata sul principio che per avere l'assoluzione il cristiano deve restituire il maltolto, al prossimo o alla collettività. Da qualche tempo mi sembra che la penitenza per il furto si riduca a tre Ave Maria e che il centro dell'interesse si sia spostato sul VI comandamento...
      La sfida non è, come è stato giustamente detto, tra un mercato occidentale che persegue soltanto l'egoistico obiettivo del conto profitti e perdite e un mercato orientale-asiatico fondato e sponsorizzato dallo Stato. Il problema è di capire se l'Occidente riuscirà a conservare con la democrazia la separazione tra potere sacro, potere politico e potere economico nella dialettica tra interesse privato e bene pubblico; se riusciamo a salvare la distinzione tra peccato e reato, se il comandamento di non rubare rimane ad un tempo come condizione per la salvezza dell'individuo e del mercato.
      Proprio la situazione attuale della globalizzazione, le crisi della politica, del diritto e dell'economia, della struttura familiare tradizionale esaltano come mai in passato la centralità del problema della salvezza personale e del dolore della condizione umana (come passione e com-passione) attraverso il quale possiamo raggiungerla..

     

Pisa, 28 aprile 2009


Note:
1 D. BONHOEFFER, Etica, Brescia 1995 (vol.VI delle Opere con ottime introduzioni e commenti critici).
2 D. BONHOEFFER, Etica, cit. p.315.
3 Ibidem, p. 317.
4 Ibidem, p. 326.
5 Ibidem, p. 349.
6 Ibidem, pp.357-361.
7 Per la documentazione e i rinvii bibliografici sono costretto a rinviare alle mie precedenti ricerche: Il sacramento del potere. Il giuramento politico nella storia costituzionale dell'Occidente,Il Mulino, Bologna 1992; Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto, Il Mulino, Bologna 2000.
8 Può essere ancora stimolante, per la centralità del discorso sul peccato nel cristianesimo, il colloquio avvenuto nel 1944 tra Georges Bataille e Jean Danielou: G. BATAILLE e altri, Dibattito sul peccato, trad. it. Milano 1980.
9 F. JULLIEN, Fonder la morale. Dialogue de Mencius avec un philosophe des Lumières, Paris 1995.
10 Per questi e altri esempi v. P. PRODI, Lessico per un Italia civile, ed. Diabasis, Reggio Emilio 2008.
11 P. PRODI, La spiritualità di san Filippo Neri e l'Oratorio, in Oratorio e laboratorio. L'intuizione di san Filippo Neri e la figura di Sebastiano Valfré, a cura di F. Bolgiani et al. Il Mulino, Bologna 2008, pp. 13-35.
12 Sul paradigma tridentino ho appena concluso una ricerca alla quale rinvio, Il paradigma tridentino. Un'epoca della storia della Chiesa, Brescia, Morcelliana, 2010.
13 Riprendo qui le conclusioni del mio volume Settimo non rubare. Furto e mercato nella storia dell'Occidente, Bologna, Il Mulino, 2009.

 

 
 

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