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Lo studio della Liturgia e la Scuola di Santa Giustina, vista da Roma

di Andrea Grillo


Negli ultimi giorni di gennaio “Avvenire” ha pubblicato la reazione del conte Pietro Siffi alla belle recensione di Roberto Beretta circa il volume “Manuale di liturgia pratica” di Ludovico Trimeloni. Senza entrare in altri dettagli curiosi, vorrei segnalare che in quello strano testo si parla di una “scuola di Santa Giustina” i cui “allievi e seguaci” non solo parlerebbero di “rubricismo”, ma si sentirebbero “autorizzati a far scempio delle norme liturgiche, dando la stura all’eccentricità e all’arbitrio”. 
In qualità di Delegato dell’Ateneo S. Anselmo per l’Istituto di Liturgia Pastorale di Padova, sono costretto a credere che l’autore di quelle righe o si riferisca ad un altro luogo o non conosca affatto la scuola dell’Abbazia di S. Giustina. Da almeno 25 anni, infatti, l’Ateneo di S. Anselmo osserva con orgoglio e soddisfazione il serio lavoro di approfondimento teologico e antropologico che l’Istituto padovano sta conducendo sul tema liturgico, illustrando con accuratezza pastorale e alta dottrina la teologia e la pratica liturgica degli ultimi decenni. Sarebbe sufficiente ricordare il ruolo che molti docenti di quella scuola hanno avuto, in questi decenni, nella stesura delle edizioni italiane dei libri liturgici e nella formazione liturgica del popolo di Dio, nella ricerca scientifica e nella collaborazione a riviste, per comprendere quanto abbiano contribuito a diffondere, ad apprezzare e a comprendere le “nuove regole” dell’azione liturgica, che il Concilio Vaticano II e la Riforma liturgica hanno introdotto nella coscienza e nel corpo della Chiesa. Chi mai, senza perdere il rapporto con la realtà, potrebbe negare il ruolo che gli ultimi presidi di S. Giustina hanno avuto in questo serio lavoro di approfondimento liturgico? I nomi di Pelagio Visentin, di Alceste Catella, di Giorgio Bonaccorso hanno titolo (non nobiliare, ma accademico) per essere affidabili interpreti del sapere liturgico. Forse proprio qui sta il punto: il ministero ecclesiale della scuola di S. Giustina è stato quello di acquisire le nuove regole come norma della Chiesa. Il suo compito è stato quello di entrare pienamente in sintonia con le nuove competenze che la Chiesa esige dai cristiani e dai pastori nell’azione rituale. Forse per questo risulta di difficile comprensione a chi pretenderebbe di fare della Chiesa un museo di testi e di vesti, di gesti e di troni, di candelabri e di pizzi, con aria condizionata e sistemi di sicurezza, ma senza vita e senza figli. No: anche da Roma si può guardare al prezioso lavoro di Santa Giustina con gratitudine e con riconoscenza, per l’umile e compentente servizio svolto in vista di una buona causa: promuovere una liturgia viva e partecipata. 


Fonte: Avvenire - 09/02/2008

 
 

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