HOME > COMMON GROUND > MA L'INDULTO È DAVVERO SUPERATO? L'AFFLIZIONE DELLA CHIESA TRA COMMISSIONI PONTIFICIE E COMMISSIONI CARDINALIZIE (DI A. GRILLO)

Ma l'Indulto è davvero superato?

L'afflizione della Chiesa tra Commissioni Pontificie e Commissioni Cardinalizie

di Andrea Grillo

 


Le risposte offerte ad alcuni quesiti da parte del Presidente della Commissione "Ecclesia Dei" - e solo ora pubblicate dal quindicinale "Il Regno" (1/2009, 29-31) - offrono un quadro abbastanza preciso della singolare forma di ragionamento e della strana modalità di argomentazione che da qualche tempo sembra prevalere nell'ambito delle questioni aperte intorno alla cosiddetta "liberalizzazione" della messa tridentina realizzata con il MP "Summorum Pontificum" del 7 luglio 2007.
Il nocciolo del problema non è - come sembrano ritenere le parole pubblicate con grande solennità in questo documento - se possa essere ancora applicabile l'Indulto del 1984 ("Quattuor abhic annos") con cui Giovanni Paolo II autorizzava in singoli casi la celebrazione con il messale pre-conciliare, ma piuttosto la questione se sia possibile considerare il rito preconciliare - non solo della eucaristia, ma di tutte le liturgie cristiane - ancora vigente. Infatti il Motu Proprio "Summorum Pontificum" può certo abrogare l'Indulto - come fa espressamente - ma non riesce a reistituire nella sua vigenza ciò che è stato di fatto e di diritto sostituito da una nuova forma rituale, se non creando una situazione in cui alla mancanza di "certezza del rito" si unisce una inevitabile (e prevedibile) maggiore conflittualità e lacerazione.
Sorprende, tuttavia, che per avvalorare questa linea interpretativa della presunta "liberalizzazione", il documento della Commissione "Ecclesia Dei" ricorra ad un mezzo quanto meno insolito e sicuramente assai rischioso. 
Ossia che porti a sostegno della propria interpretazione la pubblicazione di stralci di un verbale di una commissione cardinalizia, riunitasi nel 1986, per offrire a Giovanni Paolo II elementi di valutazione in vista di una eventuale modifica dell'Indulto stesso.
Ora è sorprendente che questi stralci - scelti arbitrariamente in una selva di "puntini di sospensione" , tratti da un testo, che non ebbe seguito e che fu di fatto "superato" e "abrogato" dalla decisione di Giovanni Paolo II di confermare l'Indulto nel 1988, con il provvedimento "Ecclesia Dei adflicta" che è di due anni successivo a quella riunione - oggi vengano usati per dimostrare che c'è una continuità "autorevole" tra le attuali disposizioni e il regime precedente. Dovremmo invece desumerne che è vero esattamente il contrario: ossia che le valutazioni esitanti e non univoche contenute in quei verbali lacunosi e pieni di omissis mostravano già allora tutta la debolezza di un eventuale rovvedimento di "liberalizzazione", che oggi si pretenderebbe fosse applicato senza alcuna attenzione pastorale per l'unità e per la coerenza della tradizione.
Come è evidente dal testo, alcuni dei cardinali intervenuti tendevano a pensare la riforma liturgica in modo riduttivo, auspicando che essa fosse in qualche modo ridimensionata e limitata, senza che potesse intaccare in nessun modo la possibilità di celebrazione secondo il rito precedente. D'altra parte, si manifestava anche una singolare forma di sollecitudine verso i vescovi, quando si affermava: "desiderando i vescovi più essere "aiutati" che di essere troppo "rispettati" nelle loro prerogative" (p.31). Non ci si tratteneva all'attribuire allo stesso Paolo VI l'intenzione di assicurare la "messa in latino" almeno al presbitero (""Paolo VI ebbe a dire che, per sé, il sacerdote, privatamente, dovrebbe celebrare in latino"). Né si può ignorare come tale ampliamento dell'Indulto, che sembrava emergere dai desiderata di alcuni membri della Commissione, aveva come obiettivo più generale un ripensamento della riforma liturgica, per combattere i fenomeni di "desacralizzazione" che apparivano causati dalla Riforma liturgica stessa. Insomma, da queste citazioni anonime e senza interna coerenza emerge il resoconto di una discussione aperta, ontrastata e senza esito, che è francamente difficile considerare come un "precedente autorevole".
Lo si deve dire chiaramente, contro ogni falsa utilizzazione di quelle opinioni espresse da Signori Cardinali: la Commissione espresse allora pareri che risultavano marginali e non decisivi e che non ebbero la forza di motivare una decisione positiva. Dal punto di vista normativo, come potrebbe asserire qualsiasi esperto di diritto canonico, quel verbale deve essere considerato al rango di una semplice "voce di corridoio". Se oggi si pretende di fare diversamente, ci si deve assumere la responsabilità di smentire esplicitamente la scelta dell'Indulto operata dal 1984 al 2007. In tal caso non ci si può rifugiare dietro una volontaristica continuità, ma occorre ammettere di voler introdurre una discontinuità nella tradizione della Chiesa.
In altri termini, si deve riconoscere che la strana forma di argomentazione offerta dal recente documento della commissione Ecclesia Dei attesta il tentativo di capovolgere le priorità interne alla gerarchia delle fonti e fa passare per autorevoli le voci di corridoio e riduce a pettegolezzi i documenti ufficiali del magistero: davvero singolare è il fatto che un tale procedimento sia avallato dalla autorità di una Commissione Pontificia.
D'altra parte il Cardinale Hoyos, firmatario di questo documento della Commissione Ecclesia Dei, nonché suo Presidente, non è nuovo ad azzardi di questo genere. Non si può dimenticare, infatti, che egli affermava - già molti anni fa - di non aver mai ricorso all'Indulto quando era in vigore, perché il rito tridentino - per lui - non era mai stato abrogato. E non si può imenticare, neppure, che lo stesso Cardinale, scrivendo la prefazione alla riedizione del 2005 del Messale tridentino del 1962, scriveva che quel testo corrispondeva alla "grande riforma liturgica di papa Giovanni XXIII". 
Per capire la logica singolare e assolutamente fuorviante di questa affermazione bisogna chiarire un fatto del tutto dimenticato, ma decisivo. 
Infatti papa Giovanni XXIII, nel documento che rendeva necessaria la "nuova edizione" del Messale tridentino del 1962, sottolineava non soltanto di aver voluto continuare (e portare a termine) il progetto di Pio XII di una completa revisione delle rubriche del Breviario e del Messale Romano, ma di aver fatto ciò per lo spazio di tempo - ancora non facilmente calcolabile nel 1960 - che si insinuava tra la convocazione del Concilio Vaticano II, la sua celebrazione e l'opera di Riforma Liturgica che già si prevedeva sarebbe stata compiuta in seguito al Concilio.
Il documento al quale ci stiamo riferendo è un altro Motu proprio, dal titolo "Rubricarum Instructum", del 25 luglio 1960, con il quale Giovanni XXIII, come detto, dava seguito al progetto di Pio XII, il quale, mentre maturavano il disegno e gli studi preparatori di una generale riforma liturgica, decise dapprima di rivedere le rubriche del Breviario Romano, ma poi, dopo aver consultato i Vescovi, mise mano al progetto di revisione complessiva delle rubriche di Breviario e Messale Romano, affidandone lo studio alla Commissione incaricata della riforma generale della liturgia. A ciò Giovanni XXIII ritenne di dover aggiungere:
"Nos autem, postquam, adspirante Deo, Concilium Oecumenicum coadunandum esse decrevimus, quid circa huiusmodi Predecessoris Nostri inceptum agendum foret, haud semel recogitavimus. Re itaque diu ac mature examinata, in sententiam devenimus, altiora principia, generalem liturgicam instaurationem respicentia, in proximo Concilio Oecumenico patribus esse proponenda; memoratam vero rubricarum Breviarii ac Messalis emendationem diutius non esse protrahendam".
E' qui evidente come il progetto dell'imminente Concilio creasse una tensione tra il limitato disegno di una revisione delle rubriche e il ripensamento degli "altiora principia" che avrebbero portato alla più generale riforma del rito romano. Quella edizione del Messale Romano, che ne sarebbe scaturita due anni dopo, appunto nel 1962, veniva dunque pensata come destinata all'"interregno" tra il rito di Pio V e il rito che in seguito alla Riforma Liturgica sarebbe stato promulgato successivamente (da Paolo VI): si trattava, insomma, di una provvisoria, ma non più rinviabile, revisione del precedente sistema rubricale, in vista di un più complessivo ripensamento, del quale si sentiva, già nel 1960, un urgente bisogno, e che tuttavia dal Papa non poteva essere anticipato "motu proprio", proprio per rispettare l'imminente solenne celebrazione del Concilio.
Ne risulta perciò, con una certa sorpresa per noi, che il Messale del 1962 - del quale oggi si vuole rendere "sine die" parallela la vigenza rispetto a quello di Paolo VI - era stato approvato da Giovanni XXIII niente affatto come una "grande riforma" - per riprendere la azzardata e troppo interessata definizione utilizzata dal Cardinal Hoyos - bensì come un "testo provvisorio" in attesa della celebrazione del Concilio e della riforma liturgica che già nel 1960 si prevedeva ne sarebbe scaturita.
In conclusione a me sembra chiaro che, basandoci su questi dati oggettivi e non su "voci di corridoio", la logica dell'Indulto del 1984 si presenti ancor oggi - nonostante "Summorum Pontificum" - come l'unica capace di assicurare una continuità della tradizione, senza rischiare di produrre una Chiesa con due forme rituali romane parallele e inevitabilmente confliggenti, le quali, anche se riproposte per portare la pace, finiscono solo per alimentare la guerra. Poiché quando di un rito si è fatta una riforma completa e integrale, la versione precedente, inevitabilmente, dopo qualche breve tempo, deve uscire di regime. Questa non è solo la previsione esplicita della legge canonica, che oggi si vorrebbe smentire, ma anche la logica elementare del buon senso. E anzitutto di buon senso e di sano realismo dovrebbero dotarsi oggi tutti coloro che rendono parola o iniziative "in re liturgica".

 
 

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