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Nel chiaroscuro della storia dalla grazia della fede la responsabilità della testimonianza 

di Luigi Alici

Relazione del Presidente nazionale alla XIII Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana

 

“Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino” (Salmo 118[119],105)

 

1. Nel chiaroscuro della storia

 

1.1 Lo stupore di esserci

Le favole cominciano quasi tutte con un “c’era una volta”, ma le storie vere, anzi la storia vera comincia in modo diverso: “una volta non c’era…”. Una volta non c’erano le galassie, perdute nel loro splendore muto e apparentemente inutile; una volta non c’era la terra, non c’era nulla di tutto quello che noi consideriamo qualcosa, non c’eravamo noi… Silenzio. Vuoto. Nulla. A quest’ora le metropoli pulsano in un formicolio frenetico, negli ospedali si nasce e si muore; in qualche parte del mondo si spara, in qualche altra si prega. A quest’ora il vento accarezza le colline, e un minuscolo fiore di campo, che nessuno mai coglierà, beve avidamente la luce tiepida della primavera. A quest’ora i pianeti continuano docilmente ad avvolgersi nelle loro orbite, mentre agglomerati impercettibili di cellule alimentano lo sterminato laboratorio della vita.Ebbene, una volta tutto questo non c’era. Silenzio. Vuoto. Nulla.

A forza di analisi interminabili sui tempi che cambiano (analisi comunque indispensabili), rischiamo di smarrire quella forma di stupore elementare che nasce dall’accorgerci che noi ci siamo. Ci siamo, e per fortuna – anzi per grazia – non dipende da noi! La prima, vera forma di stupore che precede ogni altra domanda investe il senso stesso di quello che siamo, in un universo che è stato chiamato dal nulla all’essere a partire da un atto d’amore intelligente e sensato.

Tutti gli umani, in fondo, sia quelli che credono in un essere trascendente, creatore e ordinatore del cosmo, sia che quelli che credono semplicemente nelle cose del mondo

o che non credono a niente, debbono misurarsi con l’orrendo buco nero del nulla, ancor più inquietante dello scandalo del male. Il cristiano si affida ad una rivelazione, che parla di uno straordinario atto d’amore da cui è stata accesa la scintilla della nostra origine; una scintilla fragile ma inestinguibile, che le mani dell’uomo non sono riusciti a custodire integra e che i nostri occhi rischiano persino di non riconoscere.

Chi invece non conosce o non accoglie la rivelazione cristiana può cercare di ritagliarsi più o meno onestamente lo spazio di un’esistenza dignitosa e senza troppe domande, oppure può buttarsi a capofitto nell’avventura della vita, inseguendo voracemente piccole idolatrie a buon mercato; in entrambi i casi, però, tutto resta costantemente sospeso nel nulla. Niente di ciò che esiste o che possiamo sognare – felicità e bellezza, amore e giustizia – è destinato a durare oltre lo spazio, sempre troppo breve, di una vita.

Ogni altra domanda nasce da qui. Perché il desiderio di felicità, la sete di giustizia, il bisogno di amore sono sistematicamente frustrati dall’infedeltà, dalla fragilità, dalla mediocrità? Perché l’armonia e la bellezza sono profanati dalla sofferenza? Perché un atto di eroismo viene calpestato dalla violenza? Chi potrà mai risolvere, una volta per tutte, l’eterno scontro tra bene e male? Questa commistione di luce e di tenebra sembra oggi crescere ed esasperarsi, portando il chiaroscuro della storia ad un livello di contrasti così forte e accecante, che la nostra società postmoderna, che ama le mezze luci, non riesce a tollerare.Cresce il progresso, cresce il regresso. Davanti a tale divaricazione, ci sono buoni motivi per non essere cupi catastrofisti, e altrettanti buoni motivi per non essere ingenui ottimisti. Ciò che conta è riuscire ad abbracciare con lo sguardo l’intero spettro del panorama storico che siamo chiamati, da cristiani, ad abitare.

Guardiamo alle nuove frontiere che l’intelligenza umana continua ad esplorare e a spostare in avanti. Latecnoscienza asseconda – e in molti casi, alimenta e dirige – questo processo, dalle scienze economiche a quelle biomediche, dall’informatica alla robotica, offrendo prospettive impensabili alle nostre condizioni di vita. Cresce anche la consapevolezza delle grandi sfide sociali che pesano sul futuro del pianeta: la difesa della vita e della pace, l’attenzione all’ambiente, la domanda di partecipazione democratica. Il dinamismo del creato affidato alle mani dell’uomo continua a lievitare, giorno dopo giorno, e non smette mai di stupirci. C’è uno stupore che nasce quando “dopo tanta / nebbia / a una / a una / si svelano / le stelle”, come dice il poeta, ed io “respiro / il fresco / che mi lascia / il colore / del cielo” (Giuseppe Ungaretti). Ma c’è anche lo stupore che proviamo quando un’intelligente politica sanitaria riesce a debellare la mortalità infantile; quando con un tempestivo ponte aereo si soccorre un paese flagellato da un cataclisma naturale; quando la rete internet ci consente di condividere in tempo reale nuove forme di comunicazione.

Ma c’è anche – lo sappiamo bene – un rovescio della medaglia. A cominciare dall’esercizio stesso dell’intelligenza, che vive un’altalena incessante di conquiste e umiliazioni: inspiegabilmente, più aumentano le cognizioni, più aumentano le incognite. Nell’imparare qualcosa, impariamo sempre, prima di tutto, quanto siamo piccoli, fragili e miopi in un universo che ci oltrepassa e ci sfugge. Dietro le pieghe della società della conoscenza si va consolidando una forma nuova e subdola di discriminazione, una sorta di feudalesimo mediatico di cui si nutre una rete di poteri invisibili, che prosperano al di fuori di ogni controllo democratico, in qualche caso addirittura con la complicità di un disastroso ammutinamento nell’antipolitica.

Sembra quasi che il cammino dell’uomo nella storia sia implacabilmente tallonato da un’inseparabile controfigura patologica. Non si tratta tanto di gesti isolati, di cadute deprecabili che il senso morale diffuso non stenta ad avvertire e giudicare, ma di una sorta di deperimento organico che aggredisce proprio il nostro senso morale, al quale l’intelligenza ritira la fiducia, declassandolo come un ingombrante reperto archeologico. A questo punto il male si ridimensiona, si nasconde, diventa un’opzione relativa, in un gioco di opportunità fatto solo di regole convenzionali. Quando il volume di una retta coscienza si riduce, si fa strada la voglia di riabilitare la corrente torbida della corruzione e dell’ingiustizia. Vengono in mente le parole di Robert Musil: «Oggidì solo i criminali osano nuocere al prossimo senza filosofia»[1]. Un’intera rete, subdola e pervasiva, di “strutture di peccato”[2], offre al male nuove possibilità di coagulo a livello sociale e culturale. Basta guardare al nostro paese: a volte sembra che quanto più le risorse naturali, artistiche e culturali della nostra terra raggiungono vette di eccellenza, tanto più cresce l’accanimento nello sciuparle e nel dilapidarle; dove la creatività e la generosità della gente sono sbalorditive e commoventi, spesso la criminalità organizzata imperversa e dilaga alla luce del sole.

Dinanzi ad una divaricazione così estrema la cultura odierna si trova come spiazzata. Forse è caduta in qualche eccesso di legittima difesa contro i pericoli di una ragione che brandiva il possesso della verità come un’arma impropria, finendo però per accontentarsi di una ragione capace solo di raccontare, ma non di giudicare; di accompagnare, ma non di riconoscere. Il risultato è che guardiamo a quello che accade intorno a noi e dentro di noi con occhi disincantati e arresi; la confidenza rischia di trasformarsi in impotenza, la compagnia in complicità. Il sintomo di questo smarrimento, che lascia intravedere dietro una questione antropologica una non meno grave questione epistemologica, è rappresentato dall’incapacità di distinguere senza separare. Se gli esseri umani nel corso dei secoli hanno costruito città e ponti, istituito parlamenti e tribunali, intrecciato discorsi e animato civiltà, è grazie ad un logos che ha loro permesso di tracciare una differenza fondamentale e riconoscibile tra kosmos e kaos, tra natura e artificio, tra leggi non scritte e leggi scritte.

Ieri una ragione troppo “forte” forse ha separato senza distinguere, scavando fossati e alimentando conflitti; oggi una ragione troppo “debole”, per paura di separare, rinuncia a distinguere. Nella penombra postmoderna, l’eclisse delle differenze sfuma i confini tra essere e nulla, tra bene e male, tra persona e animale, tra uomo e donna, tra sano e malato, tra matrimonio e convivenza. Ma non è detto che rinunciare a distinguere possa affratellare di più. Noi possiamo distinguere, solo sullo sfondo di un orizzonte più alto che ci accomuna: io posso dire di essere diverso da un altro solo perché c’è un essere comune che precede le differenze e le rende possibili, consentendo di riconoscerci.

Se viene meno ques’orizzonte comune, ogni differenza è una frontiera mobile che il nostro ego sposta avanti e indietro a seconda di convenienze occasionali. Sono io che disegno, di volta in volta, il perimetro della prossimità e dell’estraneità, io che decido contatti e distacchi, poiché tra noi non c’è letteralmente nulla: solo un vuoto pneumatico, incolore, inodore e insapore, rispetto al quale non ho doveri né responsabilità. Contatti senza relazioni, voglie senza desideri, attese senza speranze. Software senza hardware: si può sempre resettare il programma e ricominciare da zero, ma non si sa da dove proviene l’energia e dov’è attaccata la presa della vita. Ma questo mondo liquido può evaporare da un momento all’altro, lasciando emergere lo scoglio duro del nascere e del morire, dove può far naufragio la fragile barca dell’esistere:

“Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera” (S. Quasimodo).

La cifra di Babele mantiene intatta la sua diabolica attualità. Il sogno titanico di arrivare fino al cielo, in cui si condensa una patetica illusione d’autosufficienza, si rovescia nel suo esatto contrario: la rivalità prende il posto della cooperazione, le parole diventano sorde e incomprensibili, la città in cui ognuno si sente alienato e straniero assomiglia piuttosto ad un inferno. Nell’illusione infranta di un potere irraggiungibile, i vincoli si sciolgono ed ognuno s’illude di fabbricarsi la sua fetta di paradiso. Uno strano spaesamentoaccompagna l’illusione diabolica di essere padroni della propria origine. La vertigine della solitudine e la vertigine del nulla sono compagne inseparabili: “Solo e libero. Ma questa libertà – ha scritto Sartre – assomiglia un poco alla morte”[3] .

 

1.2 Cittadini una prima volta

Anche noi siamo dentro questo intreccio inestricabile di luce e di ombra, come tutti. Possiamo reagire in modo angosciato e nostalgico, sognando epoche di cristianità splendenti e compatte, forse mai esistite, e blindarci nervosamente dentro un fortino identitario, lanciando proclami e seminando sospetti di infedeltà su chiunque si ponga troppe domande. Oppure, al contrario, possiamo dissipare in modo distratto e spensierato il tesoro inestimabile della fede che ci è stato trasmesso, liberandoci del suo ingombrante nocciolo duro e riducendo il santo vangelo ad un innocuo galateo simbolico, malleabile e sempre “politicamente corretto”.

In entrambi i casi, perdiamo la capacità di stupirci dinanzi al miracolo della creazione, di ritrovare nella suatrama un imprinting ordinato e il senso di una grammatica elementare della fraternità umana: nel primo caso, non prendiamo sul serio il dono incancellabile del creatore; nel secondo, non prendiamo sul serio lo scandalo del male e il potere autodistruttivo della creatura.

Nel chiaroscuro della storia s’intrecciano in modo inestricabile due diversi ordini di grandezza: dietro al bene della creazione s’intravede l’eccedenza infinita di un dono di essere e d’amore, di cui solo un Dio infinito e trascendente può essere capace; dietro al male che l’umanità, in tutta la sua storia, non riesce a strapparsi di dosso si vede solo un’intelligenza disorientata, una volontà debole, una libertà ferita. In questo groviglio paradossale il finito e l’infinito si toccano. È questa la croce e la grazia che ci è dato di vivere nella storia: cercare di distinguere quello che non riusciremo mai a separare. Se in altre epoche la politica è diventata un surrogato secolare della religione, promettendo di cicatrizzare tutte le ferite e di disinfestare la storia una volta per tutte, oggi l’uomo postmoderno non crede più a queste promesse; dopo essersi sbarazzato di qualsiasi assoluto terrestre, s’accontenta di modesti surrogati dello spirito, da consumare giorno per giorno, senza crederci troppo, rassegnandosi ad una semioscurità in cui, alla fine, si assottiglia pericolosamente anche l’ultimo diaframma tra il decente e l’indecente, tra l’orrendo e il sublime, tra l’angelico e il diabolico.

Lui ci ha donato il bene allo stato puro, noi lo realizziamo sempre in forme impure e perfettibili; Lui ci hachiamati amici, noi abbiamo inventato i nemici. Questa contraddizione non può lasciarci indifferenti. Possiamo scoprire dove nasce la malattia, dobbiamo chiederci da dove proviene la salute. Comprenderci come parte di un disegno significa comprendere di non essere soli. L’essere insieme è la nostra vera carta d’identità. C’è dunque una “prima cittadinanza” che precede le convenzioni sociali, le norme giuridiche e le forme politiche; c’è un “noi” che precede l’io, anche se c’è stato bisogno di un lungo cammino per accorgersene. Un “noi” generato e sperimentato in origine nella comunità familiare, trovando quindi forme sempre più ampie di declinazione, dalla società civile allo Stato alla comunità internazionale.

Ma questa “prima cittadinanza” cresce sempre nel chiaroscuro della storia, come un’appartenenza ferita, in cui la domanda di libertà è mortificata dalla tentazione di costruire barriere artificiali fra noi e loro, fra un club dei garantiti e una massa di miserabili. Questa tentazione diventa particolarmente forte quando una civiltà perde la sua anima e nuovi popoli bussano alle porte delle sue città. È la reazione di sempre, dal primo sacco di Roma al nostro 11 settembre: abbiamo i barbari in casa, non è tempo di amore. La forza di un impero dipende dallo spessore dei muri, non dalla larghezza dei ponti.

Rispetto ad altre epoche, tuttavia, sembra che oggi, nello smarrimento di un logos della cittadinanza, si faccia strada la rinuncia a tessere la trama del civile. Abbiamo smarrito le ragioni creaturali dell’essere insieme, è inutile cercare di inventarle in modo artificiale: basta rendere il “noi” semplicemente facoltativo. A nessuno è impedito di sperimentare isole inoffensive di solidarietà in un mondo fatto solo di atomi: l’importante è considerare il riconoscimento del legame tra le persone come un accessorio facoltativo, non compreso nel prezzo del nostro esistere. Molte altre analisi che possiamo e dobbiamo fare su un paese a due velocità, che sta smarrendo le ragioni della solidarietà, nascono da qui.

Come cristiani viviamo anche noi dentro l’arco stupendo e terribile di questa storia, la abitiamo non come monadi impermeabili ma come cittadini fra cittadini. Infatti, per un verso ci scopriamo inseriti dentro una trama storica di relazioni; quando tali relazioni non si riducono a sentimenti effimeri o a calcoli opportunistici, ma generano uno spazio sociale, protetto da istituzioni pubbliche e cementato da un insieme di pratiche di vita, da un sistema di valori, da un’idea di educazione e di bene comune, allora gli individui che ne fanno parte diventano cittadini, i legami diventano civili, la cultura diventa una civiltà. Per altro verso, però, in virtù del battesimo siamo stati immessi in un nuovo organismo, in cui possiamo dire “io, ma ‘non’ più io”[4], in cammino verso cieli nuovi e terra nuova, dove ogni ombra verrà cancellata, il bene non sarà più minacciato e perderà una volta per tutte la sua fragilità.

Non si tratta di premettere all’annuncio del vangelo un esercizio psicologico di empatia, per conquistare una confidenza e strappare un sì. Non è “questione di feeling”. Ciò che conta non è catturare le persone per portarle a casa nostra, ma aiutarle umilmente a tornare, prima di tutto, a casa propria. Ritrovarsi per riconoscersi è la condizione indispensabile, senza la quale non è possibile incontrare veramente nessuno. Ulisse deve tornare alla sua Itaca e bonificarla da tutti i parassiti che vi si sono insediati abusivamente, pretendenti illegittimi che insidiano la sua anima.

Ma quale rotta potrà essere seguita per tornare a casa, da parte di una generazione che abita ovunque e in nessun luogo? Una rotta che restituisca prima di tutto profondità e spessore spirituale al tempo della vita, che si distende tra memoria e progetto, aiutando a capitalizzare un presente assaporato nella sorpresa continua della gratuità. Capacità di intessere esperienze entro un percorso ordinato e orientato, di fermarsi, guardarsi dentro, mettersi sulle tracce di sguardi buoni, di parole amiche, di gesti misericordiosi. Sentirsi parte di un’avventura comune, di una responsabilità verso chi non c’è più e chi non c’è ancora. Il primo habitat che non dobbiamo dissipare è quello della storia: dentro la storia ci sentiamo fratelli, riconosciamo che la vita supera la morte, la pace vince la guerra, la solidarietà ci porta più lontano dell’egoismo.

Dobbiamo ritrovare la radice dello spirituale. Solo nello spirito il finito e l’infinito possono incontrarsi; c’èinfatti uno pneuma maiuscolo che attesta al nostro pneuma minuscolo che siamo figli di Dio (Rom 8,16). Il “noi” comincia dentro di me: io sono cittadino “fuori”, perché prima di tutto sono cittadino “dentro”. Se non ho un buon rapporto con gli altri è perché forse non ho un buon rapporto con me stesso, e quindi con l’Altro che è in me. Ecco il compito di una nuova cultura, che, senza inseguire il mito dei paradisi artificiali (più incubo che sogno) o di una Second life fatta di alienanti evasioni virtuali, ritrovi la strada verso una patria dello spirito che restituisca dignità all’amore, orizzonte storico al divenire, speranza alla sete di futuro, inalienabili diritti di cittadinanza a tutti gli esclusi e i dannati della terra.

Riabilitare l’altezza dello spirituale non è prerogativa esclusiva dei cattolici, né dei credenti di ogni altra religione: ogni essere umano ha un diritto innato ad abitare questa casa comune. Un giro di rondini in un cielo di maggio; il sorriso pulito e contagioso di un bambino; l’equilibrio armonico di un’opera d’arte, davanti alla quale il tempo sembra fermarsi; il crescendo esaltante di una sinfonia che ti afferra dentro e sembra non mollarti più: non solo emozioni. Certamente qualcosa di più: il miracolo vivente dello spirituale che dà forma alla storia.

Dobbiamo sottrarre lo spirito alla sua volgare contraffazione emozionale: lo spirito dilata il potere critico della coscienza, ne affina il gusto, accresce la spinta a cambiare. Ci insegna ad abitare la frontiera tra il visibile e l’invisibile. Per questo non va confuso con un’evasione intimistica e storicamente irrilevante, o con uno stordimento attivistico, che si gioca tutto inseguendo l’idolatria della visibilità. Come laici battezzati, impegnati in Azione Cattolica, possiamo annunciare in modo credibile di essere tutti figli dell’unico Padre solo se riusciamo ad essere, in modo altrettanto credibile, fratelli di tutti. Siamo chiamati ad essere cittadini degni del vangelo una “prima volta” perché tutti desiderino di esserlo anche una “seconda volta”.

 

 

2. Dalla grazia della fede

 

 

2.1 Lo stupore di essere salvati

Noi siamo qui non per un adempimento di routine, ma perché nella storia è accaduto qualcosa; un’onda d’urto anomala, qualcosa di unico, di inaudito, da lasciare senza fiato. L’amore non si è arreso, davanti alla miseria è diventato misericordia. Tutto è avvenuto in modo apparentemente normale, senza inutilisensazionalismi; del resto, si sapeva da tempo che il suo passaggio non assomiglia ad “un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce”, né ad un terremoto o ad un fuoco, ma al “mormorio di un vento leggero” (1 Re 19, 11-12). Ma è un vento che ti cambia la vita, che riapre i giochi dentro la storia, anzi riapre la storia, senza lasciarti solo con le tue ferite. Da quel primo atto d’amore tutto è cominciato, da questo secondo tutto ricomincia; ricomincia un nuovo modo di essere insieme, che non abolisce quello vecchio. Il fuoco cristiano non può accendersi sulle ceneri dell’umano. La nuova città sta già dentro la prima: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio”, che viimprime una spinta in avanti così forte che tutto geme e soffre come nelle doglie del parto (Rom 8,19.22).

Non siamo in presenza di una domanda religiosa che si possa circoscrivere nella cultura e nel linguaggio di un popolo, di un territorio, di una particolare epoca storica. Si tratta di un’irruzione dall’alto, che raggiunge tutti, scavalca ogni barriera: “Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna” (Gal 3,28). Ma tutto è così paradossale, che è difficile prenderlo sul serio. C’è chi si scandalizza: no, questo “parola è troppo dura”. C’è chi si lascia toccare il cuore, ci crede, risponde; ma poi la vita ha il sopravvento. Bisogna correre, far quadrare il bilancio, combattere ad armi pari con un mondo che cerca di schiacciarti. Allo stupore dell’incontro subentra, gradualmente, la stanchezza della routine.

A tutto ci si abitua, anche al mistero del figlio di Dio che accetta la catastrofe del Golgota e beve fino in fondo il calice amaro di un amore crocifisso, perché solo un amore che non accetta di porre alcun limite al suo sì all’uomo è degno di un Dio che salva. Purtroppo ci si abitua anche a questo. A volte con la migliore delle intenzioni: vogliamo corrispondere a questa chiamata straordinaria assumendo compiti straordinari; più si va avanti, più emergono lacune da colmare, contatti da stringere, spazi da occupare. Il confine fra potere e servizio si fa sempre più sottile, la ragnatela delle incombenze s’infittisce, la pressione delle iniziative aumenta. Il passo nella sequela dell’unico Maestro e Signore si fa più pesante e rallentato, le pause e le distrazioni aumentano. Alla fine l’apparato delle consuetudini consolidate si sclerotizza, perde slancio ed elasticità. È una vecchia storia: alla novità della grazia si preferisce la certezza della legge.

Non è difficile, credo, tradurre questa riflessione in senso associativo. Quarant’anni fa, il radicamento organico nella vita della Chiesa ha fatto presagire e percepire immediatamente all’Azione Cattolica il vento del Concilio, ed è iniziato un percorso di maturazione dell’autocoscienza associativa, autenticato dai Pastori e metabolizzato da tutti i soci, che ormai lo identificano, con una formula sintetica, come “scelta religiosa”. Sappiamo bene quanti dibattiti si siano sviluppati intorno a questa linea e quante interpretazioni (non sempre benevole) ne siano state date. Siamo consapevoli che se il senso di quella scelta non fosseadeguatamente contestualizzato, parlare di scelta religiosa sarebbe una banale ovvietà per un’associazione ecclesiale. Per questo, lasciamo agli storici il compito di maturare un giudizio obiettivo e distaccato; a noi tocca soprattutto guardare alla trave che è nel nostro occhio, accertando la componente inevitabilmente datata della nostra storia e la sua perenne attualità, che però non può essere considerata come acquisita una volta per tutte, ma di cui dovremo continuamente riappropriarci, aggiornandola in modo coraggioso e profetico.

Sappiamo che la linea di frontiera che separa la santità dalla mediocrità dipende sostanzialmente dalla radicalità del sì che sappiamo pronunciare dinanzi all’invito del Maestro: “Vieni e seguimi”. In una certa misura, quello che vale nella vita personale vale anche nella vita dell’associazione, se veramente viviamo l’Azione Cattolica non come una sovrastruttura organizzativa, ma come l’adesione ad un vincolo di fraternità, che alimentiamo con un cammino di fede condiviso, incarniamo in un progetto, proteggiamo con uno Statuto, sottoponiamo periodicamente ad una verifica democratica. Anche l’associazione tutta intera, dunque, e non soltanto ognuno di noi, al cospetto dell’Altissimo deve coprirsi il volto con il mantello come Elia (1 Re 19,13), deve togliersi i sandali dai piedi come Mosè (Es 3,5). Che cosa può voler dire questo per noi, se non che le nostre riunioni, i nostri progetti, i nostri testi, tutto deve essere e apparire trasparente e leggero? Se non che dobbiamo trasmettere un senso di meraviglia dinanzi ad una chiamata, una disponibilità totale e incessante a rimetterci continuamente in gioco e in discussione? Il passato diventa un peso solo per chi non ha più un’anima. Non possiamo dimenticare un insegnamento fondamentale di tutti i grandi maestri spirituali: “Facile è la strada verso Dio quando la si percorre liberandosi dai pesi”[5] .

Dal primato della contemplazione deriva una sorta di conversione permanente: della vita, dei progetti, delle strutture. Se è vero che originariamente, il templum indicava quella porzione sovrapposta di cielo e di terra, all’interno della quale si riteneva possibile raccogliere presagi, e quindi, per estensione, ogni luogo, consacrato agli dèi, dal quale si possono osservare attentamente le stelle (“considerare”), nella vita cristiana la contemplazione vive dentro una corrispondenza speculare di cielo e di terra, che non può essere più confinata in un ambito separato. Non esistono spazi o tempi della vita dai quali non sia possibile scorgere uno spicchio di cielo; è questo il senso della chiamata universale alla santità, proclamata solennemente dal Concilio (LG, 4142). Come ha scritto Maritain, “ciò che importa in modo specialissimo e forse prima di tutto per la nostra epoca, è la vita d’orazione e d’unione a Dio condotta nel mondo, non solo dalle nuove famiglie religiose […], ma anche da quelli che sono chiamati a questa vita nel secolo stesso con tutta l’agitazione, i rischi e il fardello del temporale. Sono meno rari di quanto si creda, e sarebbero più numerosi se non ne fossero distolti, sia perché considerati incapaci, sia perché si ha della contemplazione un’ignoranza e una disistima ugualmente profonde e imperdonabili, sia perché si giudica più urgente impegnare tutti i laici di buona volontà nella efficacia affascinante dell’azione collettiva per quanto possibile tecnicizzata”[6] .

Probabilmente i tempi sono maturi perché l’associazione possa darsi un “polmone spirituale”, da custodire come la pupilla dei propri occhi: una sorta di laboratorio dello spirito e della formazione, dove è perennemente accesa una luce di contemplazione, di studio, di maturazione vocazionale e formativa, capace di far incontrare la Parola e la coscienza. Accendere questo fuoco e metterlo in condizione di offrire legna da ardere in una forma esemplare e riproducibile, in un luogo simbolicamente identificato per la sua storia e la sua collocazione: ecco di che cosa, forse, abbiamo bisogno.

Una “regola di vita”, personale e associativa, dev’essere il banco di prova su cui misurare i nostri propositi. Personale e associativa: a misura di ogni età e di ogni associazione. Non parlo, naturalmente, diadempimenti formali. Il gusto intimo e insieme comunitario dell’incontro con Lui non cresce per via amministrativa, ma deve pur nutrirsi di proposte sistematiche e mirate, che devono attraversare tutta la gamma della vita cristiana (incontro con la Parola, vita sacramentale, ritiro e direzione spirituale, meditazione, adorazione…).

Solo una incessante immersione nella grazia della fede potrà dare alla nostra testimonianza quel tratto di stupore rapito e innamorato, che il “marchio doc” del vangelo trasforma in una merce introvabile sul mercato del banale che ci assedia. Lo possiamo dire con le parole di Carlo Carretto, all’indomani della scelta che cambiò la sua vita: “Intuivo che stava per venire il tempo in cui la battaglia più dura sarebbe stata la fede […] Capivo poco alla volta che il fondamento di una vera azione stava nella contemplazione”[7].

La vita di gruppo dev’essere per noi l’asse portante attorno al quale oscilla quest’altalena incessante diazione e contemplazione. Aderendo all’Azione Cattolica abbiamo accettato di sentirci soci in un’impresa comune, di giocarci la vita imparando a camminare insieme sulle orme del Maestro; dobbiamo ridirci quali sono i requisiti minimi per un cammino esigente, metodico, condiviso, realmente graduale e progressivo.

 

 

2.2 Cittadini una seconda volta

Come ci ricorda Benedetto XVI nel suo libro su Gesù di Nazaret, chi segue il Maestro sulla montagna senza retropensieri, senza rimanere abbarbicato alle proprie abitudini, ai propri tic, alle proprie regole, solo apparentemente rimane senza punti di riferimento; in realtà è chiamato ad una nuova e più ampia responsabilità nei confronti della storia. La prima reazione è ben esemplificata da un autore come Neusner, ricordato anche da Benedetto XVI, che manifesta i timori di un ebreo osservante rispetto al passo avanti richiesto da Gesù di Nazaret ai suoi seguaci: “Mosè – egli scrive

-ha detto molto di più, stando sulla montagna. Egli disse al popolo come organizzare la sua nazione; come comportarsi nelle faccende di tutti i giorni; come adorare e servire Dio; come Dio gli avrebbe dato una terra santa e come avrebbe dovuto coltivarla, insomma tutto quello che serve per costituire un regno, il regno di Dio, sotto il dominio di Dio e per mezzo del suo profeta Mosè”[8] .

In realtà, quella che all’ebreo osservante appare come una disattenzione verso il presente, per il discepolo di Gesù si risolve invece in un appello alla responsabilità storica: chiedendo di abbandonare il corpus diordinamenti della Torah nella loro letteralità storicamente determinata, Gesù ha portato il Dio d’Israele a tutti i popoli, dischiudendo in tal modo orizzonti autenticamente universali. Nasce un nuovo “noi”, che non cerca puntelli nelle sicurezze esteriori della legge: “Le forme giuridiche e sociali concrete, gli ordinamenti politici – scrive il papa –, non vengono più fissati letteralmente come diritto sacrale per tutti i tempi e quindi per tutti i popoli. È decisiva la fondamentale comunione di volontà con Dio donata per mezzo di Gesù. A partire da essa gli uomini e i popoli sono ora liberi di riconoscere che cosa, nell’ordinamento politico e sociale, corrisponda a questa comunione di volontà, per dare poi essi stessi forma agli ordinamenti giuridici”.

In questo difficile equilibrio, nel cuore stesso di una autentica contemplazione, contrariamente a quel che potrebbe sembrare, l’avventura del discepolo di Gesù non si neutralizza passivamente in una bolla spiritualistica, ma si apre ad un inesauribile dinamismo storico nel rispetto di un’autentica laicità. Infatti “gli ordinamenti politici e sociali concreti – è ancora Benedetto XVI – vengono liberati dall’immediata sacralità, dalla legislazione basata sul diritto divino, e affidati alla libertà dell’uomo che, attraverso Gesù, è radicato nella volontà del Padre e, partendo da Lui, impara a discernere il giusto e il bene”[9]. Gesù non ci consegna un “prontuario” che mette sullo stesso piano la fede e le opere, determinate analiticamente. Non è la lettera che ci salva, ma lo Spirito! Egli ci dice: Io vi porto Dio. Entrate, nella Chiesa, in comunione piena con me, nascete una seconda volta, se volete essere cittadini degni del vangelo.

Ma com’è possibile nascere una seconda volta, possiamo chiederci insieme a Nicodemo? (Gv 3,4). La nascita “da acqua e Spirito” ci incorpora in un orizzonte nuovo, libero e aperto, diametralmente opposto a quello della legge e del sangue: è dall’alto che provengono la luce e la vita. Solo se purifichiamo gli occhi e il cuore, mentre siamo in cammino verso Emmaus, Lui si lascia riconoscere e spezza il pane con noi; un cuore eucaristico, che riesce a oltrepassare ogni barriera sensibile, prende il posto di un volontarismo attivistico, che si lascia accecare dalla frenesia dei risultati. Allora sì che è possibile rimettersi in viaggio verso Gerusalemme, con occhi aperti e con le ali ai piedi. In questo viaggio di ritorno verso la città che non ha riconosciuto il Risorto non siamo soli: abbiamo con noi il vangelo che la Chiesa custodisce ed annuncia. Un vangelo integrale, non fatto solo di pagine pari o di pagine dispari. Un vangelo che parla di sale della terra, ma, dopo poche righe, anche di una città sul monte (Mt 5,13-16); un vangelo che alterna alla dolcezza del “beati voi” l’ammonimento terribile del “guai a voi”.

Ma pur sempre un vangelo in cui si mette in guardia contro la tentazione di estirpare precocemente la zizzania che alligna insieme al grano, poiché solo il padrone della messe, al tempo della mietitura, potrà separarli (Mt 13,24-30). È una tentazione di sempre, che sant’Agostino già condannò duramente contro idonatisti, con la loro pretesa perfettista di fortificare una cittadella cristiana, capace solo di prove muscolari, sostituendosi alla misericordia del Padre, che è sempre pronta a dire ad ognuno di noi: ‘Non sei lontano dal regno dei cieli. Ce la puoi fare anche tu! Ho trovato più fede in te che in tutto il resto d’Israele’. Anche i luoghi più aridi e desertificati, rifugio desolato di sciacalli, serpenti e scorpioni, possono essere terra santa, dove la gloria di Dio si manifesta[10] .

Nasce da qui il senso più profondo del nostro radicamento ecclesiale, da cui dipende, fra l’altro, la necessità di impostare su basi nuove il rapporto con gli assistenti e di rilanciare una nuova sintonia cooperativa con tutti i fedeli laici e, in particolare, con tutte le aggregazioni ecclesiali.

Nel convegno di Viterbo non ci siamo interrogati solo sulla custodia di una memoria storica, che comincia da una cura responsabile dei nostri archivi, ma anche sul senso di un radicamento nella Chiesa particolare, in cui si è progressivamente specificato, soprattutto dopo il Concilio, il valore originario e ovviamente sempre attuale della nostra fedeltà al papa. Se questo radicamento non viene colto nelle sue vere motivazioni teologiche, esso rischia di essere banalizzato in una tensione irrisolvibile fra autonomia e riconoscimento: quale ‘singolare grado di riconoscimento’ dovrebbe corrispondere alla nostra “singolare forma di ministerialità laicale”? “Nei momenti di svolta nella storia – ha detto Vittorio Bachelet nella sua relazione introduttiva all’Assemblea del 1970 – si impone in modo più urgente per tutti i cristiani l’essere cristiani veri nella Chiesa e con i fratelli, cioè nell’esperienza originale della fede e della carità. La Chiesa esiste per questo. La pastorale non avrebbe senso se, preoccupata eccessivamente dei suoi metodi e della sua strutturazione, dimenticasse questa essenziale finalità”[11] .

L’obbedienza alla fede e il coraggio della profezia non possono mai essere veramente in antitesi. In una comunità cristiana magnifica e deludente noi non possiamo cercare alibi alla nostra tiepidezza; chiediamo però, nello stesso tempo, che la domanda di discernimento comunitario, condotto in modoevangelicamente radicale e laicamente

rispettoso della legittima autonomia delle realtà temporali, sia letta unicamente per quello che è: un atto di amore alla Chiesa e un desiderio di corresponsabilità che coinvolga seriamente le competenze, la sensibilità, la passione, il sensus fidei dei christifideles laici.

A tale scopo l’associazione non deve perdere mai un contatto diretto e profondo con i Pastori, che sirealizza immediatamente attraverso la figura degli assistenti. A loro non dovremo mai stancarci di dire grazie. Prima ancora che per quello che fanno o per il tempo che ci dedicano, dobbiamo dire grazie perché ci sono. Se però vogliamo continuare a metterli in condizione di assolvere bene il loro ministero, dobbiamo fare i conti realisticamente con almeno due ordini di questioni.

La prima riguarda l’ottica ecclesiale in cui l’associazione considera l’assistente: se continuiamo a bussare alla porta dei nostri parroci è solo perché non possiamo costituire un’associazione procurandoci in proprio un prete amico. Nello stesso tempo dobbiamo ammettere che alcune associazioni non possono nascere perché in molte parrocchie manca una presenza stabile del presbitero; là dove il nostro servizio sarebbe più prezioso, rischiamo paradossalmente di bloccarci, con la conseguenza che la pastorale possa essere di fattoappaltata “chiavi in mano” a soggetti che non si pongono troppe domande sul modello di chiesa che ne potrebbe scaturire.

In secondo luogo, siamo chiamati a rimotivare pazientemente nella vita delle nostre comunità una partecipazione convinta agli organismi pastorali. In questo servizio, l’associazione è chiamata a spendersi fino in fondo, non certo per dimostrare di essere viva, accampando diritti di primogenitura che sono certamente antievangelici. Valgono anche per le aggregazioni ecclesiali le parole del Signore, che i vangeli ci ricordano più volte: “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25). Dobbiamo assolutamente resistere alla tentazione – sempre attuale – di dire: Signore, io ti ringrazio perché non sono come tutti gli altri, digiuno e pago le decime… (Lc 18,11-12). “Tutto, infatti –, ci ricorda il cardinale Martini – può diventare occasione di fariseismo, in quanto aderiamo ad alcune cose, non come a un dono di Dio, ma come a un nostro possesso; perciò non vogliamo che il Signore ci metta in discussione, e tanto meno gli altri”[12] .

Nello stesso tempo, però, riconosciamo che c’è un equilibrio vitale tra formazione e servizio che siamochiamati responsabilmente a preservare, se non vogliamo ridurci ad una semplice agenzia di reclutamento di operatori pastorali, che nell’arco di qualche generazione, venendo meno ogni senso di appartenenza, finirebbe per dissolversi. Ci sono a questo proposito alcuni nodi che l’esperienza di questo triennio ci ha presentato come cruciali.

Un primo nodo riguarda il processo di crescente specializzazione di uffici e organismi pastorali, a volte di fatto strutturati nella forma di vere e proprie associazioni; la richiesta di coinvolgimento, in qualche caso solo in fase esecutiva, ci trova – ci deve trovare – sempre disponibili. Ma se questo assorbimento di fatto svuotasse il senso stesso della vita associativa, alterando i ritmi più elementari di partecipazione ad un cammino di crescita e di formazione, inserito in una progettualità più ampia, corrispondente ad una specifica ministerialità non riducibile in ambito intraecclesiale, il servizio stesso alla pastorale ne risulterebbe stravolto, perché non potrebbe essere più attribuito ad un soggetto associativo, che vi porta la specificità del proprio carisma e della propria storia. Dell’Azione Cattolica resterebbero alcuni predicati, verrebbe meno

il soggetto. Chiediamo ai nostri Pastori di aiutarci a tenere insieme il soggetto associativo ed i suoi predicati pastorali, accanto ad altri predicati.

Un secondo nodo investe non tanto il rapporto “orizzontale” con altre aggregazioni, ma il convergere di queste aggregazioni entro organismi di “secondo livello”, in cui la dinamica delle rappresentanze e del coordinamento in qualche caso – soprattutto a livello nazionale – potrebbe riflettere in forme diverse un analogo processo di strutturazione. Abbiamo davanti, in particolare, la fatica della Consulta nazionale delleaggregazioni laicali a trovare il vento che possa darle lo slancio giusto e, da un altro lato, la novità di forme ulteriori di coordinamento, dove è essenziale che il processo decisionale passi sempre attraverso un esercizio di autentico discernimento comunitario, a maggior ragione quando sono in gioco ragioni di testimonianza pubblica che coinvolgono direttamente la responsabilità dei laici. In prospettiva siamo dinanzi ad un processo, in larga misura nuovo, di scomposizione e ricomposizione del laicato cattolico in Italia, che può preludere ad una straordinaria primavera dello spirito o ad un autunno di ordinaria burocrazia. Abbiamo incominciato a riflettere insieme su tali questioni con i nostri Pastori. La ripresa di una serie di incontri con vescovi e teologi fa ben sperare a questo proposito.

 

 

3. La responsabilità della testimonianza

 

 

3.1 Grandezza e miseria dell’Azione Cattolica

In un discorso del 1967 Paolo VI ci ha affidato due indicazioni di marcia solo apparentemente contrarie: ”Venite vicino… andate lontano!”: “Figli carissimi dell’Azione Cattolica, venite sempre vicini a Noi, che a voi guardiamo con tanta affezione, tanta speranza; vicino alla Chiesa, vicino a quel Cristo, che Noi predichiamo e rappresentiamo; vicino, sempre vicino; il vostro affetto Ci è prezioso, la vostra fedeltà Ci è necessaria, la vostra comunione di tutto Ci ripaga”. Nello stesso tempo, però, ha subito aggiunto: “Andate, andate lontano, più lontano che potete, come vanno i missionari, nel mondo che vi circonda, nel mondo che si è staccato dalla fede e dalla vita cristiana; lontano, dove il Sacerdote non arriva, nel regno delle realtà temporali, che hanno bisogno d’essere penetrate dal soffio dello spirito”[13]. Abbiamo davanti a noi, in questa assemblea, il compito di articolare correttamente questa dialettica di vicino e lontano per i prossimi tre anni. Ma per “venire vicino” e “andare lontano” dobbiamo imparare prima di tutto a guardare vicino e lontano. Dobbiamo farlo cercando, con un occhio, di osservare le emergenze culturali, civili, pastorali ed educative del nostro tempo, ma anche, con l’altro occhio, di allungare lo sguardo sempre più avanti, verso le future generazioni.

Le condizioni associative per articolare bene questa dialettica ci sono. Durante il precedente triennio sonostate poste le premesse per impostare un percorso su basi nuove: lo Statuto è stato aggiornato in alcuni punti importanti; un nuovo Progetto formativo ha ridisegnato i punti di riferimento fondamentali per il nostro cammino; nell’incontro con Giovanni Paolo II a Loreto ci è stata affidata la triplice consegna della contemplazione, comunione, missione.

In questo triennio l’associazione ha cercato di fare importanti passi avanti in questa direzione, incontrando sempre a Loreto, in una sorta di ideale “passaggio di testimone”, presidenti e assistenti diocesani. La definizione delle “Linee guida per gli itinerari formativi”, che abbiamo intitolato Sentieri di speranza, hanno dato attuazione concreta al nuovo Progetto, cercando di trasformarlo in un processo organico di formazione a misura di ragazzi, giovani e adulti, che potrà essere integrato da alcuni approfondimenti, dedicati in particolare agli itinerari di ricerca e riscoperta della fede, alle figure educative, alla vita di gruppo. Dal 2006, nell’ambito dell’area della Formazione, ha cominciato a fare i suoi primi passi un “Laboratorio nazionale della formazione”, articolato in aree tematiche e livelli diversi, che nel prossimo triennio è auspicabile possa funzionare a pieno regime, dotandosi di un’équipe centrale ampliata e stabile, stimolando anche l’istituzione di una struttura analoga in ogni associazione diocesana. Se la formazione ci sta a cuore, dobbiamo offrire percorsi sistematici e vincolanti per tutti i responsabili, ovviamente senza burocratizzare, ma anche senza lasciare nulla all’improvvisazione.

Possono essere ricordati alcuni altri passi che hanno caratterizzato il nostro percorso: in particolare abbiamo cercato di raccogliere e consolidare una forte domanda di unitarietà continuando l’esperienza del testo per la formazione personale e alimentando la sussidiazione di Settimane e Progetti (Osea, Nazaret, Isaia, Nicodemo, Dialoghi). Certamente quest’intuizione merita di essere incentivata come uno snodo cruciale della vita associativa, banco di prova del nostro dinamismo missionario.

Nella medesima prospettiva si colloca anche il consolidamento delle aree a supporto del centro nazionale, ed anzi il loro ampliamento con l’istituzione di una nuova area dedicata a “Famiglia e vita”. La presenza di un membro di Presidenza in ognuna di queste aree ha certamente favorito una circolazione unitaria di idee e di progetti. L’Area editoriale, cresciuta negli ultimi anni grazie ad un apprezzabile riordino gestionale, può avviarsi finalmente a compiere in autonomia una programmazione più coraggiosa, cercando di approfondire il profilo delle proposte e fidelizzare la rete dei lettori. L’area della Cultura e comunicazioneha conosciuto una ristrutturazione profonda: la comunicazione in rete vede, accanto al portale dell’associazione, il sito “dialoghi.net”, dedicato al dibattito culturale. L’alto numero dei contatti ciimpegna ad andare avanti con coraggio su questa strada, incrementando la capacità di lettura tempestiva degli eventi, potenziando l’ufficio stampa, probabilmente attivando un portale dedicato al mondo giovanile e capace di interagire efficacemente con questo.

Sulla carta stampata abbiamo fatto importanti passi in avanti: oltre alla nuova rivista “Foglie”, destinata ai ragazzi, al rinnovamento de “La giostra” e al miglioramento di altre riviste (“Ragazzi”, “Graffiti”), la trasformazione di “Segno”, ormai identificata come la rivista dell’Azione Cattolica, ha ricevuto l’immediato gradimento dei nostri soci, mentre il supplemento “Segnoper” è diventato un punto di riferimento certamente essenziale nei contenuti, ma capace di raggiungere finalmente tutti gli educatori. In futuro dovremo però impegnarci ad allargare la cerchia degli abbonati, a cominciare da quella fascia di “attenzione amica” alla nostra associazione, che rappresenta una potenzialità alla quale forse non abbiamo mai prestato la considerazione dovuta.

L’impegno specificamente culturale ha reso possibile la nascita del Centro Studi, che rappresenta un luogodi elaborazione e di coordinamento fra gli Istituti “Paolo VI”, “Vittorio Bachelet” (entrambi rinnovati nel Presidente del Comitato scientifico e nel Direttore), “Giuseppe Toniolo” e la rivista “Dialoghi”, che continua il suo cammino di approfondimento, dibattito ed impegno culturale. Al Centro studi, che si avvale di una Biblioteca Emeroteca, oltre alla banca dati “Dedalo” e al sito “dialoghi.net”, oggi

afferiscono due gruppi di lavoro, l’uno dedicato a questioni riconducibili nell’ambito del “Progetto Isaia”, l’altro a temi di antropologia e fenomenologia del vissuto religioso. Una iniziativa di particolare rilievo, in proposito, è stata la promozione di convegni annuali, in cui sono stati coinvolti i Consigli scientifici degli Istituti e il Comitato scientifico di “Dialoghi”; le prime due iniziative, che si sono aggiunte a convegni e seminari promossi dagli Istituti e al Forum di “Dialoghi”, hanno colto temi di grande rilevanza, aprendo una strada che in futuro potrà dare frutti ancor più promettenti.

Particolare cura è stata posta dall’area della Promozione nel valorizzare il senso dell’appartenenza associativa e nel rimotivare e sostenere l’adesione; lo “Sportello di Tutoring” sta svolgendo un servizio efficace anche nell’impostare progetti mirati per situazioni di particolare difficoltà. L’attenzione alla dimensione internazionale per un verso chiama in causa il nostro contributo al Fiac, che nei giorni scorsi ha tenuto la sua V Assemblea ordinaria, per un altro un nostro impegno diretto, che si esprime nel curare con particolare competenza progetti di solidarietà e gemellaggi, sempre nella prospettiva di un’autentica “cattolicità attiva”.

Con l’attivazione di un’area dedicata alla famiglia e alla vita, si è voluto impostare su base nuova un’attenzione a quella trama vitale di relazioni coniugali, genitoriali, filiali e fraterne, che si generano al cuore di un’originaria comunione d’amore e di vita, custode di un ordine di valori irrinunciabili in senso antropologico e civile, punto d’incontro tra una cultura che riconosce laicamente la famiglia come “società naturale” e una vita ecclesiale che la evangelizza e la innalza il matrimonio alla dignità di sacramento. Su questa strada, in cui confluisce il “Progetto Nazaret”, sono stati già proposti dei seminari, dei percorsi diapprofondimento ed è stata inaugurata una nuova linea editoriale. La scelta di dedicare a questo tema anche il tradizionale convegno delle Presidenze diocesane è un segno tangibile di questa attenzione, con cui abbiamo voluto accreditare ulteriormente il senso della nostra adesione all’iniziativa pubblica “PiùFamiglia” del 12 maggio 2007 e al manifesto che l’ha supportata.

 

In questa prospettiva va ricordata anche la ristrutturazione interna, curata dal segretario generale, che ha ottimizzato l’impiego delle risorse, conseguendo risultati di grande efficienza, tenendo conto anche del numero di eventi organizzati, molti dei quali fuori Roma, e ancor più del grande incontro di domenica prossima. Grazie all’oculato e tenace lavoro dell’amministratore e del Comitato affari economici, possiamo lasciare un’associazione con un monitoraggio rassicurante dei propri bilanci, che consente di guardare al futuro con relativa tranquillità.

In questo percorso si è inserita la decisione di valorizzare il 140° anniversario della nascita della nostra associazione, che ci ha consentito di recuperare quello sguardo lungo all’indietro, senza il quale non è possibile avere uno sguardo lungo in avanti. Senza lasciarci tentare da commemorazioni di facciata, abbiamo voluto riprendere in mano il nostro album di famiglia, prestando particolare attenzione alla novità conciliare e alla svolta conseguente nella vita associativa. I due appuntamenti nelle due città che hannodato i natali a Mario Fani e Giovanni Acquaderni ci hanno consentito di riprendere i contatti con le loro famiglie, la Chiesa e le associazioni locali, e di portare la nostra attenzione su due questioni basilari: il rapporto con la scelta religiosa a Castel San Pietro, la capacità di fare memoria storica e il radicamento nella Chiesa locale a Viterbo, dove si è anche sperimentata una iniziativa pubblica con i giovani.

A Castel san Pietro abbiamo lanciato un Manifesto al Paese, pensato per creare legami con tutti coloro che ci riconoscono e si riconoscono nella nostra storia. L’elevato numero di adesioni raccolte (ad oggi circa 24.000) e la presenza, tra i primi firmatari, di numerosi esponenti di altre associazioni e movimenti ecclesiali attestano una capacità dialogica, nella comunità cristiana e civile, che non vogliamo disperdere. L’udienza che il Presidente della Repubblica ha riservato alla nostra Presidenza il 2 aprile scorso, l’Alto Patronato concesso per le manifestazioni di questi giorni (che si aggiunge al patrocinio di altre importanti istituzioni pubbliche, come la Dipartimento della Protezione civile, la Provincia e il Comune di Roma) e l’indirizzo di saluto che ha ritenuto di inviarci per questa assemblea sono per noi un riconoscimento importante; alla nostra gratitudine s’aggiunge un rinnovato impegno di leale collaborazione con tutte le istituzioni pubbliche che garantiscono la promozione del bene comune, in spirito di fedeltà alla costituzione democratica.

La partecipazione al cammino della Chiesa ci ha particolarmente impegnati, nel solco delle Linee pastorali “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”, in una partecipazione attiva al IV Convegno ecclesiale di Verona, preparata dall’incontro nazionale “Di-segni di speranza”, tenuto proprio a Verona (29 aprile – 1 maggio 2006). Al Convegno ecclesiale abbiamo vissuto un autentico evento di Chiesa, illuminato dalla parola del papa, e abbiamo colto la straordinaria fecondità dei cinque ambiti che hanno polarizzato i lavori di gruppo (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana, tradizione, cittadinanza), promuovendo, in collaborazione con il Progetto culturale e insieme ad altre aggregazioni ecclesiali, cinque seminari di approfondimento, in altrettante città simbolicamente significative. Siamo pronti a raccogliere la consegna contenuta nella Nota pastorale che i vescovi ci hanno affidato dopo il Convegno di Verona, perché quellaeredità non venga dispersa da un consumismo pastorale in cerca di novità, così come non venga disperso un esercizio esemplare di discernimento, sperimentato in particolare nei gruppi di studio e che forse dovrebbe caratterizzare, in misura ancora maggiore, il futuro delle Settimane sociali dei cattolici italiani, alla cui nascita l’Azione Cattolica ha dato un impulso che è bene non dimenticare.

Come momenti non secondari di questa partecipazione alla vita della Chiesa mi piace ricordare l’invito rivolto al Presidente e al Segreterio della Conferenza episcopale, il cardinale Camillo Ruini e monsignor Giuseppe Betori, che hanno partecipato ad un incontro di presidenza, il 3 aprile 2006, per condividere il risultato della visita alle delegazioni regionali. Più di recente, il 20 gennaio 2008 abbiamo tenuto a Genova una sessione del Consiglio nazionale, nel corso del quale abbiamo avuto un lungo incontro con il cardinale Angelo Bagnasco, nuovo Presidente della Cei. A lui va la nostra gratitudine per aver accolto l’invito a presiedere la celebrazione eucaristica in Piazza San Pietro e prima ancora per il messaggio, dai contenuti non scontati, che ci ha inviato in occasione dell’apertura del 140°. Due altri momenti importanti della vita associativa sono stati l’inaugurazione della nuova cappella, dedicata ai Santi e beati dell’Azione Cattolica, e il lancio del nuovo mensile: eventi che abbiamo vissuto il 12 gennaio 2007 insieme al Segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone.

Il triennio ha compiuto i suoi primi passi insieme all’inizio del pontificato di Benedetto XVI: il 25 aprile 2005 i delegati della XII assemblea erano in piazza san Pietro per partecipare alla messa di inizio del suo pontificato. Da allora non sono mancate le udienze e le occasioni di incontro: oltre alla simpatica tradizione dello scambio di auguri di Natale con un gruppo di ragazzi dell’Acr, abbiamo accolto con gioia la sua parola di saluto all’Azione Cattolica in occasione dell’Angelus dell’8 dicembre 2006 e 2007, e la sosta dinanzi all’Auditorium Conciliazione, l’8 dicembre 2005, in occasione della nostra Mostra sul Concilio, che si è poi spostata in molte realtà diocesane, dando una giusta tonalità ecclesiale all’inizio del triennio. Domenica 4 maggio l’udienza tradizionalmente concessa ai delegati dell’assemblea sarà trasformata in un incontro con tutta l’associazione, in cui potremo riaffermare davanti a lui i nostri 140 anni di fedeltà e ascoltare la sua parola.

Non posso passare in rassegna, ovviamente, il lavoro di settori, articolazioni e movimenti la cui attività vi è ben nota, documentata dal materiale in cartella, dagli stands, da fascicoli vari Tante le belle iniziative realizzate. Tra queste ricordo, solo a titolo di esempio, l’attività del Laboratorio di progettazione associativa del settore adulti, il Pellegrinaggio dei giovani in Terra santa, i seminari realizzati dall’Acr in alcune città sulle problematiche dei ragazzi, le giornate di progettazione sociale del Mlac e la Scuola nazionale di formazione per studenti attuata dal Msac. Sarebbe impossibile ricordare tutto e anche abbozzare un bilancio in questa sede. Posso però riassumere in un tratto, certamente parziale ma spero non riduttivo, il senso complessivo di questo triennio: è stata un’esperienza di profonda e autentica comunione. La composizione del Consiglio nazionale e della presidenza è il risultato di un processo complesso, che mette insieme persone di età, condizione sociale, sensibilità, competenze diverse. Il mio obiettivo primario è stato quello di cercare il massimo coinvolgimento di tutti, in una piena collegialità e valorizzazione dei luoghi istituzionali, perché ognuno può dare il meglio di sé se si sente accolto e valorizzato fino in fondo.

Non ho mai creduto che una vera corresponsabilità (che peraltro noi predichiamo ad ogni pie’ sospinto)possa andare a scapito dell’efficienza. Ma non si tratta solo di questo: si tratta, prima di tutto, di vedere nella comunione non una premessa strumentale, ma un fine in sé. Avere un cuore solo e un’anima sola (At 4,32) non è un metodo per fare proselitismo, ma un compito per vivere all’altezza della nostra vocazione. Il resto ci verrà dato in sovrappiù; è sempre possibile che qualcuno possa dire, quando meno ce lo aspettiamo: “Guardate come si amano!”[14].

Non è questo un modo per sottrarre il giudizio su questo triennio ad una valutazione critica, che è certamente utile quando aiuta in modo costruttivo ad impostare meglio il cammino futuro. Anche noi siamo ben consapevoli dei nostri limiti, di quello che non abbiamo fatto e che avremmo certamente potuto fare meglio, ma l’aver condiviso le luci e le ombre ci ha consentito di andare avanti con fiducia e di affrontare insieme ostacoli e difficoltà. Non a caso, del resto, nella stragrande maggioranza dei casi le deliberazioni di Presidenza e Consiglio nazionale sono state assunte all’unanimità.

La presidenza ha iniziato il suo cammino decidendo di spostarsi al completo per incontrare in ogni regione le delegazioni e le presidenze diocesane al completo. Questa esperienza ci ha aperto una linea di contatto diretta con una realtà multiforme e profondamente diversificata, e ci ha aiutato a cercare la sintonia giusta con associazioni radicate in un paese fatto di mille piazze e a volte persino di mille campanili. Tale contatto è stato ripreso e alimentato di continuo da ognuno di noi e dai settori; in questi tre anni, personalmente sono stato coinvolto in moltissimi incontri pubblici[15] . La partecipazione alle assemblee diocesane e regionali ci ha consentito di toccare con mano un tasso di vitalità associativa sempre molto alto, anche là dove si registrano punte di sofferenza vistose e preoccupanti. Forse si può star male e non prendere le medicine giuste, ma è certamente raro in associazione il caso in cui si sta male e ci si rifiuta di curarsi, e rarissimo il caso in cui non ci si accorge nemmeno di star male.

L’associazione ha una rete capillare e sensibilissima di sismografi, che registrano puntualmente fatiche e stanchezze nella comunità ecclesiale e in quella civile; è normale che questi riscontri possano generare atteggiamenti di impazienza, amarezza, asprezze di giudizio. Quanto più gravi sono i problemi e complesse le diagnosi, tanto più ne possono derivare divergenze di opinioni, dissensi, se non vere e proprie divisioni. Riconosco che alcune volte, in circostanze di particolare tensione, ho temuto questo pericolo. Ebbene, debbo confessare di aver avuto poca fede nell’associazione! Nelle vene profonde dell’Azione Cattolica continua a scorrere un amore forte e genuino alla Chiesa, che è alla base del clima eccezionale di concordia associativa che stiamo vivendo, certamente superiore ai nostri meriti.

 

 

2.2 Ministri della sapienza cristiana

La comunione è un dono dello Spirito. Se in questo momento siamo oggetto di questo dono, dobbiamo responsabilmente interrogarci sull’uso missionario che possiamo e dobbiamo farne, così come l’intera comunità ecclesiale deve interrogarsi sull’investimento di fiducia che può effettuare nei confronti di tutto il laicato cattolico in Italia. Non spetta a me, al termine del mandato, propriamente dare indicazioni sulle scelte future da compiere, affidate al documento assembleare, che dovrà essere fatto oggetto di analisi meditata e responsabile. Posso però invitare a lasciarci guidare, nel corso dei lavori di questa assemblea, da una domanda fondamentale: Che cosa veramente lo Spirito si aspetta da noi in questo momento, se ci sta sostenendo con i suoi doni?

Per parte mia, posso solo dire che ci sono tutte le condizioni perché l’Azione Cattolica abbia il coraggio di osare, prendendo sul serio la qualifica, certamente coraggiosa e impegnativa, attribuita ai fedeli laici dal Decreto conciliare Apostolicam Actuositatem. Nel terzo capitolo, passando in rassegna “vari campi diapostolato”, si afferma che “sono specialmente i laici a essere ministri della sapienza cristiana” nell'ordine nazionale e internazionale, dove sono chiamati a promuovere il bene comune, sforzandosi “di collaborare con tutti gli uomini di buona volontà nel promuovere tutto ciò che è vero, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto ciò che è amabile (cfr. Fil 4,8)”. Nasce da qui l’invito ad entrare “in dialogo con essi, andando loro incontro con prudenza e gentilezza” e a promuovre “indagini circa le istituzioni sociali e pubbliche per portarle a perfezione secondo lo spirito del Vangelo” (n. 14).

Non credo sia una forzatura cogliere in questa connotazione un tratto globalmente riassuntivo dellaministerialità laicale, quindi applicabile agli altri campi di apostolato che vengono esaminati precedentemente: le comunità ecclesiali, la famiglia, i giovani, l'ambiente sociale. Una seria presa di coscienza del senso profondo di questa ministerialità, della sua capacità di abbracciare l’intero spettro della vita di un laico battezzato, senza dualismi e senza squilibri: ecco il compito che tocca in maniera particolare un’associazione come la nostra, che assume nella sua globalità il fine apostolico della Chiesa. Probabilmente tutti i passi che dovremo compiere stanno dentro questa sintesi: una sintesi non solo tra catechesi e primo annuncio, ma anche tra “prima” e “seconda” cittadinanza, tra il senso ordinario di una fraternità umana e la scoperta straordinaria di un’adozione a figli.

Questa sintesi ha in sé il carattere di una vera a propria “profezia culturale” per il nostro tempo: è il modo in cui oggi a noi si chiede di tornare a far dialogare natura e grazia, storia ed eternità, le cose ultime e quelle penultime. È il modo di vivere quella popolarità che ci sta tanto a cuore, non tanto come frutto di un’ossessione quantitativa, ma soprattutto come un avvertimento di ordine qualitativo: il bene interpella tutta la vita e la vita di tutti; il vangelo è una risposta per tutta la vita e per la vita di tutti. Non ci sono strati sociali o segmenti di storia umana che possono essere esentati dalla ricerca del bene che accomuna, né che possono essere impermeabili all’incontro con Colui che è alla porta e bussa (Ap 3,20).

Dobbiamo allargare il nostro sguardo sul mondo, senza il filtro di apparati mediatici che ci ripropongono sempre i volti dei potenti della terra; dietro al loro sorriso finto e inquietante, che promette alla nostre paure una sicurezza armata, s’ingrossa un esercito di vecchi e nuovi poveri, che gridano vendetta al cospetto di Dio ed anche della nostra coscienza. C’è una domanda diffusa di bene che dobbiamo intercettare, purificare, onorare; c’è una risposta evangelica che dobbiamo testimoniare, annunciare e far correttamente interagire con quella domanda. In ogni stagione critica della vita della Chiesa è nato qualcosa di grande quando è scoccata una scintilla da questa paradossale “doppia cittadinanza”, capace di coinvolgere la fatica dell’intelligenza e la grazia della fede, l’interiore e l’esteriore, il privato e il pubblico.

La responsabilità nasce come risposta ad una chiamata, rispetto alla quale ci sentiamo legati: non solo per un dovere di giustizia, ma anche per un debito di gratitudine. Sentirsi slegati equivale ad essere irresponsabili. Quando il legame tiene insieme il mondo visibile e l’orizzonte dell’invisibile, allora la responsabilità diventa testimonianza: il testimone rende presente l’assente, riduce una distanza garantendo con la vita. Il nostro compito è fare dell’intera vita associativa un soggetto testimoniale. Testimone una “prima volta”, quando aiuta a riconoscere una comune appartenenza, un comune destino, una rete di legami condivisi che la convivenza civile deve alimentare, la giustizia deve proteggere, la politica deve promuovere. Un’Azione Cattolica dove s’impara la grammatica del bene comune, dove si pratica la sintassi della partecipazione, dove si tesse una rete buona di relazioni, che la forma associativa trasforma in legami stabili e inclusivi.

Ma questa testimonianza, pur essendo un valore in sé e una profezia per il nostro tempo, non è certamente per noi il valore ultimo. C’è una “seconda testimonianza”, una testimonianza “al quadrato” che l’associazione deve dare, per il fatto stesso che esiste: attestare che c’è un’altra città spirituale, dentro eoltre quella visibile, dentro e oltre la storia. In questa città, di cui siamo chiamati ad essere degni, non ci sono diritti negati, colpe imperdonabili, desideri che non possano essere soddisfatti. Una città in cammino, generata da un dono irrevocabile, che non si lascia annientare dalla morte, che non conosce l’usura del tempo. In questa città la storia si riconcilia con l’eterno, l’umano e il divino entrano in comunione, poiché in Gesù Cristo ogni dislivello è stato colmato, una volta per tutte.

Se è vero che quella dei cristiani è una “cittadinanza paradossale”, come abbiamo letto tante volte nella Lettera a Diogneto, anche l’Azione Cattolica deve diventare un’associazione paradossale, capace di una doppia testimonianza, che non sia però la somma di due atti separati: nella testimonianza del vangelo è compresa l’intera gamma dell’umano e del divino. Annunciare questa buona notizia, impegnarsi a farla riscoprire in chi se ne è dimenticato, prendersi cura di chi già la conosce e la vive significa espandere il volume dell’umano in tutte le sue dimensioni storiche e civili. La larghezza del visibile dipende dall’altezza dell’invisibile. Certamente resta uno scarto, che ci deve impegnare a scrivere parole di vangelo nella carne della nostra vita con inchiostro indelebile e a scrivere parole di cultura cristiana nella città di tutti con gomma e matita. Ma si tratta pur sempre di scrivere: scrivere pagine di sapienza cristiana, con responsabilità di ministri.

Questa sintesi è sempre possibile e mai definitiva, ma dev’essere continuamente rimodulata a seconda dellestagioni della storia. Per questo non può essere algida, statica, ripetitiva, moralistica; per questo non possiamo permetterci di riciclare pezzi da museo, monumenti archeologici di una cristianità ormai tramontata, certamente da rispettare perché frutto di una genialità creativa, ma non certo da imbalsamare per nascondere la nostra inerzia. Una cultura nuova potrà nascere da questo incontro, o non nascerà affatto. A noi tocca trovare le idee, le parole, i gesti, i linguaggi per portare un contributo originale e popolare dentro quest’avventura, che crediamo essere l’avventura della Chiesa del terzo millennio cristiano; certamente consapevoli dei nostri limiti, ma senza lasciarci paralizzare da essi. Prima ancora che una serie di cose da fare, dobbiamo elaborare uno stile, un atteggiamento, una cifra spirituale, un modo diessere che sia capace di affermarsi perché è rispettabile, perché è credibile, perché riesce a fare cultura. Lo dobbiamo ai nostri figli, ai quali lasciamo un ambiente degradato, un debito pubblico insostenibile, una paesaggio civile pieno di zone d’ombra; in una società in cui sarà davvero eroico guardare al futuro con occhi ottimisti, dobbiamo rispondere con un sovrappiù di speranza.

Le pagine di speranza che siamo chiamati a scrivere devono essere, soprattutto, leggibili dalle giovani generazioni: sappiamo che i nostri figli sono (potranno essere sempre di più) cittadini di troppe città, al punto da sentirsi apolidi. Evitiamo che, sradicandosi da troppi luoghi, si sradichino anche da un’unica storia. Dobbiamo imparare ad incontrare i nostri ragazzi in quello snodo plastico e cruciale in cui prende forma la vita, tra affetti e ragioni, tra desideri e progetti. Uno snodo che si genera e si plasma nella comunità familiare, prima di immergersi nell’avventura della città.

È la grande sfida educativa, che ci interpella e ci chiama in causa. Una sfida che mette alla prova la nostra vocazione intergenerazionale; che ci chiama a prendere sul serio l’unitarietà e la cura dei legami, a guardare alla centralità della famiglia con occhi di ragazzi, di giovani e di adulti. In tempi dove tutto diventa mobile, dobbiamo intercettare gli incroci, non rifugiarsi nelle nicchie; abitare il tempo, non piantonare lo spazio. È una grande opportunità anche per i nostri Movimenti, interni ed “esterni”, chiamati a ripensarsi costantemente dentro la vita associativa e a sprigionare sempre più la loro forza missionaria dentro la vita della gente.

Certamente dobbiamo sapere che alla radicalità della proposta può corrispondere l’asprezza di un rifiuto o la sorpresa di un assenso: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra” (Gv 15,20). Per questo ci è stato promesso lo Spirito di verità, che rende possibile la testimonianza (Gv 15,26; At 5,32); dinanzi a tale dono è insopportabile l’equilibrismo di chi cerca di barcamenarsi: “Poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3,16).

Ai piedi della croce è impossibile essere tiepidi; speranza e disperazione combattono una battaglia decisiva, e l’esito rimane aperto fino alla fine, come ci ricorda sant’Agostino, invitando a non illudersi e insieme a non disperare: “Vacillarono coloro che avevano veduto Cristo risuscitare i morti; credette colui che lo vedeva pendere dalla

croce insieme con lui […] Dove il ladrone aveva scoperto la speranza, là i discepoli l’avevano perduta”[16].

Vorrei concludere con una confessione: sono entrato in presidenza come professore, ne esco come allievo.Oltre le parole, le carte, le decisioni, i programmi, sono stato rigenerato da una corrente di fraternità associativa così viva ed intensa, che ha letteralmente trasformato la mia vita, suscitando un bisogno profondo di ridisegnarne dall’interno la fisionomia spirituale e le prospettive di servizio*.

Resta un debito di gratitudine che qui posso esplicitare solo in minima parte, cominciando dai soci più anziani per arrivare ai ragazzi più piccoli. A volte è bastata una stretta di mano, una parola, la promessa di una preghiera per gettare un seme, un seme buono, come quello che ci ha tanto raccomandato VittorioBachelet. La gratitudine si estende a quanti hanno esercitato una responsabilità o un servizio associativo e a chi sta compiendo i suoi primi passi in questa direzione, dal livello parrocchiale fino a quello nazionale. Con Franco e Francesca, Simone e Ilaria, Mirko, Nisia e Cristiano, Moris e Vincenzo, che mi hanno accompagnato in presidenza il discorso sarebbe più complesso; posso solo dire che mi sono sempre sentito fratello tra fratelli (e sorelle). E forse non è poco. Ringrazio in particolare tutti gli assistenti, da don Ugo a don Giuseppe, da don Giorgio a don Claudio, da don Adriano a don Antonio, per un servizio che hanno sempre svolto con dedizione e umiltà, a cominciare dai vescovi Francesco e Domenico. Nella loro presenza si rende tangibile l’attenzione della Chiesa, che deve accrescere la nostra riconoscenza e responsabilità.

Se l’applauso è una forma simbolica di dire grazie, a questo punto vorremmo poterlo fare tutti insieme, tributando un grande applauso, anzi una standing ovation al vero protagonista di questa storia, l’unico che fa nuove tutte le cose, l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, che dona acqua gratuitamente dalla fonte della vita a chiunque abbia sete (Ap 21,5). Davanti a Lui deponiamo le nostre promesse.

Signore, ecco la nostra vita. Tu ci hai chiamati a spenderla al tuo servizio in questa forma associativa, umile e provvidenziale, che è l’Azione Cattolica. Ecco la nostra vita: noi te la doniamo con gioia e senza riserve. Ti preghiamo, riconsegnacela con un progetto.

Al termine di questo mandato, la convinzione (già chiara da sempre) di non potermi allontanare troppo da un impegno professionale che richiede dei requisiti irrinunciabili di competenza e di ricerca si è ulteriormente rafforzata, lasciando maturare la scelta di trasformare la disponibilità ad un secondo mandato in un diversa vocazione nelle retrovie del servizio associativo. Chiedo a tutti di comprendere e rispettare questa scelta, sofferta e ormai maturata in modo definitivo, di non renderla più difficile di quanto già non sia e di non proiettarvi interpretazioni improprie.


[1] R. Musil, L’uomo senza qualità, I, Einaudi, Torino 1997, p. 215.

[2] Giovanni Paolo II, Reconciliatio et paenitentia, 16; Sollicitudo rei socialis, 36.  

[3] J.-P. Sartre, La nausea, Einaudi, Torino 196710, p. 210.

[4] Benedetto XVI, Omelia, Sabato Santo, 15 aprile 2006.

[5] Guigo I, Alla scuola di cristo, Città Nuova, Roma 1998, p. 35.

[6] J. Maritain, Il contadino della Garonna, Morcelliana, Brescia 198610, pp. 290-291.

[7] “Jesus Caritas”, 109 (2008), p. 57.

[8] J. Neusner, Un rabbino parla con Gesù, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, p. 191.

[9] J. Ratzinger, - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano - Rizzoli, Milano 2007, p. 146.

[10]Cfr. C. M. Martini, Vità di Mosè. Vita di Gesù esistenza pasquale, Borla, Roma 20055, p. 39.  

[11] V. Bachelet, La nostra scelta fondamentale, in Scritti ecclesiali, Ave, Roma 2005, p.

[12] C. M. Martini, Vità di Mosè, cit., pp. 53-54.

[13] Paolo VI, Discorso rivolto ai Delegati Vescovili ed ai Presidenti diocesani dell’A.C.I., in L’A.C.I. nel magistero di Paolo VI, Ave, Roma 1980, p. 166.

[14] Tertulliano, Apologia, 39.

[15] Precisamente 42 incontri nel primo anno (giugno 2005 – maggio 2006), 51 nel secondo (giugno 2006 – maggio 2007), 40 nel terzo (giugno 2007 – maggio 2008).

[16] S. Agostino, Serm. 232,6. 


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