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Nel 'frattempo' particolare della chiesa di Firenze

di Paolo Giannoni, prete e monaco della chiesa fiorentina

 

Mentre attendiamo il nuovo vescovo, vivendo questo “frattempo” particolare della nostra chiesa, vi offro una riflessione.

L’occasione ultima che mi ha spinto a collegare insieme questi pensieri viene dall’ultimo dei molti momenti nei quali la nostra chiesa è andata sui giornali, ancora per situazioni dolorose. In una delle riunioni vicariali facevo notare quanta differenza c’è tra la chiesa fiorentina che fa notizia oggi e la chiesa fiorentina che faceva notizia negli anni 50-60. Mi fu risposto che a quei tempi la nostra chiesa aveva buona stampa perché era condiscendente e compiacente con il mondo,mentre ora il mondo le va contro perché essa ha raggiunto una identità che il mondo non può accettare. 
Questa interpretazione fa misurare il grado di sicurezza dei sicuri, incapaci di ironia penitenziale.

In questo testo non mi ripeto su quanto ho già scritto sugli ultimi 50 anni della chiesa di Firenze sul sito di Magister-L’espresso (http://chiesa.espresso.repubblica.it/dettaglio.jsp?id=163161). Una analisi della ricchezza spirituale e teologica degli anni 50-60 è apparsa come introduzione alla nuova edizione de “I mistero cristiano nell’anno liturgico” di don Barsotti. Riguardo ai fatti avvenuti in diocesi aveva aderito alla richiesta del “il Regno” di delineare una specie di protocollo per una chiesa che viene a trovarsi in una situazione difficile; la rivista non lo pubbblicò ed è apparso sul sito “status ecclesiae”.

Intendo parlare “sine ira”, ma anche nella convinzione di s. Teresa d’Avila: “piuttosto che un’anima non cammini nella verità, preferisco che sia senza orazione” (Vita, 13,16).

1. Non per sollevare di nuovo il contenzioso, ma per dare una base al nostro discorso, occorre dare uno sguardo all’indietro.
(1) La sterilizzazione
Oggi noi scontiamo l’opera di sterilizzazione dei fermenti che furono efficaci perché contenevano il frutto di una opera di ricerca e di riflessione sul piano teologico, spirituale, liturgico, scritturistico (i quattro grandi movimenti della chiesa del ‘900 hanno avuto qui a Firenze una coltivazione attenta). I nomi famosi della chiesa fiorentina degli anni 50-60 espressero gli anni che vanno dal 30 al 50, anni di silenzioso accumulo nel granaio del cuore di laici, religiosi, preti, del vescovo Elia e della chiesa intera (per una analisi più approfondita rimando alla introduzione già citata per il “Il mistero dell’anno liturgico” di d. Barsotti).
Questo fu anche la base di una generosa partecipazione laica alla vita pubblica (da Dante e Coluccio Salutati i cromosomi spirituali della chiesa di Firenze contengono una teoria e una pratica nella quale la fede fonda la laicità, non l’estensione della chiesa sul potere politico).
Tutto nasceva da una seria radice che pensava la fede come incarnazione nel presente. Si era impostata una prospettiva che teneva conto della realtà, per il fatto che la verità vive nella storia come veracità e come necessità di inveramento. 
Dinanzi alla preziosa ricchezza dei frutti di un tale granaio si reagì con un affrontamento autoritario e non critico, senza la intelligenza della storia e della situazione. Mancò la prospettiva del futuro e quel senso dell’intero, che danno motivazione e intelligenza. Si perseguì una sterilizzazione, col solito metodo della liofilizzazione, come si fa, per esempio, con le albicocche: si porta tutto al grado minimo di temperatura, e si riduce la polpa viva in una polvere che non va a male, però manca di ciò che preziosamente è in una albicocca,anche marcia: il seme, la fecondità.
Di tutto questo patiamo ancora gli effetti distruttivi, perché ci fu prevalentemente un intento negativo,senza un impegno positivo. Il caso di Firenze fu forse la prima applicazione di quel metodo che in seguito negli anni 90 fu chiamato “ricentraggio”. Mancò il metodo di una dilatazione del cuore che sempre dona una serena ironia e vive perciò la speranza.
Infatti un cuore dilatato conosce il metodo dell’ “oltraggio” teologico e spirituale. Dinanzi ad alcune “esperienze limite”non si superò il mortificante giudizio che vede la linea di confine come un bordo chiuso, oltre il quale non si può andare.In realtà ogni confine apre su altri mondi. La generosità dell’oltraggio ha in sé una intelligenza del reale e un intendimento teologico. Non a caso da Dante fino a Luzi la grande poesia spirituale mette in evidenza questo cromosoma spirituale della chiesa di Firenze.

Auguriamoci di avere, insieme al nuovo vescovo, il coraggio di accogliere e accompagnare questo metodo di “oltraggio”.

2. Nel frattempo la chiesa dei preti e dei laici che coltivava i fermenti già vissuti,amati, ha tenuto ordinariamente la condizione del giunco che si piega sotto l’onda della piena. La cosa può essere vista sotto diverse prospettive
(1) indebolimento della speranza
La prima prospettiva avverte che è mancata una condotta di “perseveranza-resistenza” che facesse della “tribolazione” la strada per giungere a una “virtù provata e purificata”. Questa sequenza da Rom 5,3-5 ci ricorda che solo così avviene la genesi della speranza, una virtù difficile e forte. 
Questo itinerario spirituale è mancato e con esso anche quel processo che trasforma un tempo doloroso in un “tempo favorevole”. In Israele tornò ognuno alla propria tenda e vi coltivò, ma anche nascose il talento. 
(2) E tuttavia 
questa conclusione va complessificata, perché lo stesso periodo vede nella chiesa di Firenze una storia non appariscente, ma consistente. C’è chi nel silenzio e nella semplicità ha vissuto e vive una profezia umile, in una maturazione non appariscente ma benefica. Esiste una profezia della carità e del silenzio, che non è avvertita in una cultura malata di eventi e incapace di cogliere la forza autentica nascosta nelle opere dei giorni feriali e anonimi. 
Chi infatti conosce le cose dal di dentro sa che a Firenze si produsse una radicalizzazione delle posizioni dentro il clero e dentro il laicato. Una cosa normale in questa chiesa, ma che nel 67-68 - dopo il corso seguitissimo e vivace sulla Dei Verbum [un episodio dal quale si vede quale possibilità dinamica ha una facoltà di teologia non formalisticamente burocratizzata, ma vivente nel tessuto dell’esistenza] e più dopo la questione dell’Isolotto – divenne talmente profonda e dolorosa da portare molti ad attenuare nel silenzio le proprie propensioni teologiche e pastorali. Non sono mancate le voci di richiamo,ma è stata evitata ogni forma clamorosa di dissenso. La storia della grazia e della fedeltà si verifica anche nel silenzio. 
Per questo si sono avuti tempi di fedeltà tacita ma sempre tenace, nella difficile volontà di non cedere alle pulsioni di rottura o di separazione. In verità da parte di molti non si volle ridurre Firenze alla chiesa di Corinto e si seguì un cammino che con animo maturo escludeva la contestazione per una alternativa in positivo, vissuta in un concreto pastorale silenzioso e congiunta al rispetto di una pluralità di scelte, nella cura del dialogo dentro la chiesa..

Potremo col nuovo vescovo vivere la ricchezza di questa fecondità nascosta? avere un animo capace di accogliere il senso di un silenzio che non ha parole,ma è la patria delle molte voci? superare la superficialità o lo spirito di paura dei burocrati che non riescono a capire la preziosità virtuale di una fedeltà silenziosa e sofferta, ma per questo anche scomoda perché creativa ?

(3) Certo accanto a questo si è anche un nicodemismo che è il segno mortificante di una comunità che non riesce ad aprire spazi di incontro e di accoglienza e finisce con l’isterilirsi in una alternativa di dissimulazione. E’ un segno di quello scisma strisciante di cui fin dal 1991 qualcuno ha avvertito. 
Qualcuno è giunto alla alternativa di lasciare che i morti seppellissero i morti. E la cosa fa dolore, come fa dolore un’altra deriva, quella di Belacqua che domanda “frate, l’andar in su che porta?”

Ora sarebbe il tempo nel quale il silenzio delle opere e dei giorni - che vede molti preti e laici che nella usualità della pastorale parrocchiale e ordinaria lavorano per una chiesa che abbia il dono di quella contemporaneità, senza la quale si cade nella falsa coscienza – assumesse l’andamento di un dialogo franco, aperto, rispettoso e voglioso di una pluralità nell’unità. Ad ogni vescovo spetta la presidenza della carità ma anche della verità e della fatica della verità come veracità e inveramento di incarnazione. Sarà possibile farlo?

(4) Tanto più che la complessità delle cose
chiede la collaborazione e l’apporto di tutti, ognuno con la sua attrezzatura e secondo il proprio carisma. Nessuno da solo ha la possibilità di concepire progetti e intuire direzioni, guardare a un tutto che viene dall’ insieme delle ricchezze e delle vitalità.

E’ importante in una chiesa avere colui che nella pratica della comunione ha il “ministero della sintesi” con un metodo sinodale.

(5) Fino a quando?
E’ un tempo di fame di una parola profetica. Ci viene richiesta una austera disciplina, quella che i servi di Dio vivono quando ”nessuno sa fino a quando…” Questa sospensione di Daniele 3, 34-40 nei salmi si ripete continuamente (4,3; 6,4; 74,10; 79,5; 82,2; 89,47; 94,3). Essa verbalizza la continua esperienza di chi è sulla via e fra i tempi. Ma questo invece di giustificare una recessione, chiede un supplemento di responsabilità.
E difatti l’avere vissuto il beneficio di forza della parola e della presenza dei profeti non è il motivo per ridursi a fare celebrazioni anniversarie ( il consueto e desolante lapirificio, donmilanificio, balduccificio eccetera, al quale spesso si riduce la memoria della nostra chiesa, tra l’altro adulterando l’attenzione al carisma in culto della personalità). Oggi siamo chiamati a vivere la responsabilità di “fare memoria” cioè accogliere la “tradizione-consegna” (“paràdosis”) della loro esperienza, per attualizzarla nell’oggi, facendola vivere ed essere vera in una diversa temperie spirituale. Per noi questa è l’unica possibilità di fare oggi veracità della loro verità. Questa è la grande opera dello Spirito,il rammemorante, come dice Gv 14, 26.

Potremo col nuovo vescovo costruire la risposta al “fino a quando”?

(6) Unità dei diversi
La situazione è già una parola di Dio.
Proprio l’esperienza di anni di povertà e di impoverimento può permettere una visione serena delle cose e delle relazioni, vivendo quell’ironia che è sorella della fede. Da questa può venire una pacatezza che sappia superare il criterio del duello e dello scontro. Certo non è più tempo di contestazione.
ll travaglio silenzioso può portarci a sentire come necessità la visione patristica delle due vesti. La chiesa è la veste di Cristo, tessuta tutta d’un pezzo, unica. Ma non uniforme,perché è dai molti colori, come la veste fatta da Giacobbe a Giuseppe (secondo la Volgata). Questa unità, arricchita dai molti e non uniformata, è lo spazio di un possibile sviluppo, se smettiamo ogni animosità ed ogni rivendicazione, per vivere, anzi per celebrare una attenzione vicendevole. A condizione che l’unità non sia intesa come uniformità, perché il tutto ecclesiale viene dall’ insieme delle ricchezze e delle vitalità, anche dei laici (va detto non per concessione ma per verità sacramentale).

Sarebbe bello insieme al nuovo vescovo leggere dentro il tessuto della nostra chiesa, cogliendone ricchezze e virtualità.

(7) Imitazione dell’impotenza di Dio
Sarebbe un modo di imitare Dio, il quale per rispettare la libertà umana rende impotente la sua potenza. Un gesto analogo è a noi possibile nel saper accogliere la diversità dei passi di quanti con sincera fede cercano il regno. Se si è parlato di “celebrare”, è per la convinzione tutta paolina che la colletta – nel nostro caso non di denaro ma di rispetto attento e accogliente verso le virtualità degli altri – è una “diakonìa tès leitourgìas” (2 Cor 9, 12) e una “eulogìa” (2 Cor 9, 6):un servizio santo e un atto di lode.
Da qui viene anche la prospettiva del superamento di un punto acre e delicato di oggi, l’alternativa tra chiesa identitaria che è chiesa della identificazione (questa è l’intenzione della dirigenza attuale che impone di entrare nel modello fissato autoritativamente e autoritariamente; in questo caso la chiesa viene intesa non come unità, ma come uniformità) e la chiesa delle identità, nella quale ogni singolo/a - irripetibile e unico/a - trova realizzazione di sé nella forma che il vangelo gli/le apre. Questa seconda via è quella difficile perché gioca nella pluralità (i molti colori della veste). La prima è facile perché gioca nella conformazione, ma qui si propone la seconda come quella autentica (e lo dice l’autorità patristica, non la voglia di rivoluzione o di individualismi sacralizzati). 
La base di tutto è quella unità trinitaria dalla quale viene la chiesa (così Cipriano, ripreso da LG 4). Qui è la radice di tutto (fermarsi alla ecclesiologia è una forma svisante di ecclesiocentrismo; lo stesso avviene col fissarsi sulla cristologia, perché questa rimanda (v. Gv 1,18) all’intimo del seno divino). Nella trinità l’unità comporta e comprende la alietas (Lateranense IV), la alterità dei singoli. I tre sussistenti sono lo stesso ma non il medesimo Dio, il cui essere non è l’essere in se stesso ma l’essere verso l’altro, la relazione (Fiorentino). 
Questo porterebbe anche un altro beneficio e un’altra verità oggi censurata, che invece viene affermata dal Vaticano II (LG 23 che cita ancora Cipriano): la verità misterica delle chiese particolari nelle quali il vescovo è il sacramento dell’episkopein che nel vangelo di Luca è la “visita di Dio”. Questo porta una differenziazione notevole nei confronti della chiesa di oggi, nella quale i vescovi, spesso presi dagli “uomini del sì” della burocrazia e della carriera, sono solo i prefetti dell’unico mandatario. Dal tempo della riforma gregoriana la chiesa d’Occidente funziona come un’unica diocesi retta dal vescovo di Roma (non è questo il primato petrino).

E’ una proposta che ha bisogno di tante proclamazioni, ma di un impegno concreto e feriale. Non è una proposta che sa di rivoluzione perché è di tenore mistagogico:si tratta di una animazione di una chiesa, partendo dal suo mistero (Lumen gentium cap.1). E’ importante accogliere un vescovo che sia il primo liturgo e il primo maestro della sua chiesa.

3. Tutto quanto stiamo dicendo ha un voluto sapore di odegetica mistagogica. Cioè (uscendo dalle parole tecniche che hanno una ricchezza che va espressa): si guarda alla chiesa come una comunità nella quale chi ha l’incarico della guida sulla strada (“odegeta”) non porta sulla strada riduttiva e falsificante di una chiesa ridotta ad agenzia di morale e ad agitata agenzia di servizi, ma si ponga (è la “mistagogia”) come animazione della via dei misteri divini e del mistero che è la incarnazione del Verbo nell’umanità di oggi (il profeta Bonhoeffer proponeva la necessità di riprendere “la disciplina dell’arcano”).
Per questo occorre riprendere quel profondo substrato di intensità spirituale e teologica , che sempre prepara, provoca e sostiene i tempi della profezia ( come negli anni 20-40).
(1) Prima di tutto per la necessità di avere e dare una base di grazia che ascolti la parola evangelica leggendola dentro – non fuori né tantomeno contro – la storia. Solo con una intensificazione di fede e di teologia è possibile aiutare la generosa presenza di quanti – sia animando la comunità ecclesiale, sia vivendo la laicità della politica e dalla vita sociale ed economica - escludono ogni ideologizzazione del vangelo, ogni riduzione del lieto annunzio a formule di scienza sociologica e di politica, per portare nel contemporaneo la forza delle idealità evangeliche. 
(2) In questo caso c’è da vitalizzare un laicato che talora è più clericale dei preti. C’è da preferire il dialogo con i credenti scomodi, invece che con gli atei devoti.
Questo porterebbe a superare la consueta insistenza su alcuni “temi eticamente sensibili”, che blocca la sensibilità su una parte dei molti temi eticamente sensibili di oggi. Accenno solo ad alcuni: la situazione di “egoismo organizzato” e vincente; il problema delle armi e del coinvolgimento in guerre assurde come in Iraq e in Afghanistan, insieme alla pena di morte (non c’è solo l’aborto o l’eutanasia per qualificare la sanità etica di una condotta politica riguardo al quinto comandamento); i molti problemi etici inerenti alla attuale conduzione di banche e di assicurazioni; una vita politica che non ha il senso dello Stato; un razzismo montante; la paura e il disagio crescente. 
Ma come chiesa siamo pronti alla irritazione che nascerebbe dalla denunzia di questi, di tutti i temi eticamente sensibili? Non va infatti dimenticato che l’abitudine alla selezione etica impedisce di cogliere le molte infezioni che si fanno presenti all’interno di noi-chiesa ( per esempio – lo si dice non per rivalsa, ma solo per cogliere uno dei molti casi nei quali va fatto l’esame di coscienza non solo alla chiesa fiorentina, ma a tutte le chiese – non ha da riflettere una chiesa come quella del nord che da una vulgata democristiana, intesa come vulgata cristiana, si ritrova in una vulgata di mancanza di solidarietà che finisce perfino in un razzismo becero?)

Abbiamo da sostenere un vescovo che riprende alcuni cromosomi spirituali della chiesa fiorentina. Non è cosa facile, anche perché la generosità deve essere intus-legente: l’intensità delle intenzioni non deve far velo alla verità intera. Certo è nostro dovere rispondere a quanti vivono lo scandalo di una sensibilità morale dimezzata e di una chiesa che sembra non seguire il “si-si, no-no” evangelico.

(3) Questo sguardo generale apre lo sguardo su una moltitudine di peccati e di peccatori, nella quale tutti siamo coinvolti. E dinanzi al “mistero dell’iniquità” una chiesa ridottasi ad agenzia di etica non ha capacità: essa è come chi si attiene alla Legge e non alla grazia. La chiesa non è la comunità dei bravi e dei puri, ma la comunità di coloro che hanno incontrato la misericordia di Dio il quale “ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare misericordia a tutti” (Rom 11, 32).

Abbiamo da unire giudizio di verità e giudizio di misericordia: una sintesi non facile,ma necessaria.

(4) In particolare occorre cogliere l’attuale stagione di secolarismo, che è particolarmente viva qui in Toscana e in Firenze. Questo fatto che nelle mani di qualcuno serve ancora e solo per condannare, oggi è il concreto nel quale avviene la missione della chiesa.
La cosa non si risolve facendo ghetto nella convinzione, a volte orgogliosa, di essere “minoranza”. Questo è un termine di misura sociologica, mentre l’animo della fede (a) preferisce parlare di “diaspora”, di dispersione dei semi di Dio nel terreno umano e (b) e fare un giudizio di realtà,per poter comprendere le motivazioni e le ragioni di coloro ai quali non diamo - né possiamo dare - ragione (ricordo il metodo di GS 18-21 sull’ateismo e il n. 44 sulle nuove vie verso la verità”). 
Il senso dell’incarnazione ci porta a porre il Verbo in questa carne. L’intelligenza evangelica delle cose ci impedisce di essere cappellani di questa società (le inchieste e le statistiche sui giovani fanno rabbrividire nel cogliere la scontata banalità del male). La declinazione di questo sì e di questo no è difficile e impervia, ma è la strada.

Perché col nuovo vescovo non riprendiamo la sapienza del coraggio di chi ha fede nella fede e nella sapienza della croce vive l’autenticità di una povertà lontana da ogni forma di potere?

(5) Tanto più che sta davanti a noi un orizzonte oscuro della situazione internazionale,politica ed economica, che fa parlare anche i laici di “apocalisse”. Noi abbiamo da preparare e da ritenere questo popolo, con la salutare finitudine dei mezzi spirituali.
E’ pure è necessario cogliere l’attuale, problematica, esperienza in ambito religioso e culturale (nel senso di cultura che non è l’occupazione dei posti di potere in ministeri, banche, università, società, ma nel senso di quanto una società intende, pensa, vuole e pratica). 
Invece si nota un ripiegamento su se stesso del pachiderma ecclesiastico, preso dall’impegno immediato e in una diminuita capacità di attenzione e di intelligenza. Continuando l’impostazione attuale non solo si rischia di essere una organizzazione che si esaurisce nell’organizzare la propria organizzazione, ma anche si manca della intelligenza profetica che coglie il formarsi di una situazione spirituale nuova, insieme a una condizione umana mai prima accaduta e quindi per noi insolita. Continuare a vivere in maniera ecclesiocentrica impedisce di cogliere l’essenziale della realtà contemporanea, che – per il mistero dell’incarnazione – chiede l’inveramento della verità evangelica. Senza di questo viene una falsa coscienza , inadeguata a chi è chiamato ad esser lievito e sale che si perdono nella massa ad essa donandosi.

Col vescovo nuovo possiamo aprire una stagione di dialogo e di confronto per accogliere e discernere tutti i modi in cui la fede oggi vive come religione e tutti i modi nuovi delle vie verso la verità presenti nel nostro mondo anche se in situazione secolaristica (che secondo GS 36 va distinta dalla secolarizzazione: questa postula una giusta autonomia della libertà umana davanti a Dio; quella invece si basa sulla indipendenza da Dio, che non è più tenuto presente nell’orizzonte umano).

(6) Una coscienza contemporanea ci porta ad abbandonare la linea polemica e alternativa che la chiesa ha assunto negli ultimi trenta anni e tuttora persegue, tanto che a volte si misura la fedeltà nella capacità di esclusione dell’”altro”. E si parla così, non per decadere a forme di connivenza, perché prive del severo compito del discernimento, ma per (1) riprendere l’antica,ma disattesa impostazione che il Cusano proferiva all’inizio dell’epoca moderna, proponendo una cristologia assuntiva e non una cristologia esclusiva, secondo la matrice paolina della “ricapitolazione”; per (2) vivere la forma trinitaria della simpatia e della empatia con l’altro. Ma c’è anche (3) una ragione di metodo. Una delle matrici del male-essere ecclesiastico attuale consiste nell’aver impostato la propria azione non come proposta in positivo e offerta di un vangelo che libera la libertà e come commento liberatore dell’umanità, ma come opposizione e imposizione. 
Ora (a) l’imposizione va contro il canone del Dio di Gesù Cristo che propone e non impone e chiede non un sì da schiavi, frutto di un imperativo, ma un sì di figli dono dello Spirito (Rom 8, 15). E (b) l’opposizione non porta la parola della chiesa ad essere un “evangelo”, un annunzio di gioia liberatrice. Sta l’assurdo del fatto che – lo si voglia o no – seguendo il metodo dell’opposizione, la proposta cristiana si imposta dentro la cornice e dentro la forma date da coloro ai quali ci si oppone. E un metodo patologico, perché la rubrica dei dati è stabilita sulle negatività alle quali ci opponiamo e non sulle positività che abbiamo da proporre. Quando si lascia il programma propositivo, ci si immiserisce nella opposizione alla opposizione.

E’ bello per un vescovo iniziare ed aiutare una chiesa nella franchezza di un “dire tutto” con la gioia di offrire un dono e con l’amore e la stima verso coloro ai quali fa la proposta. In essi resta sempre, indistruttibile, l’impronta del creatore:l’anima non diventa mai stupida anche quando vive dentro il veleno della volgarità.

(7) Tanto più che occorre anche l’attenzione a non approfittare della patologia spirituale presente nel nostro mondo. Mentre la secolarizzazione è un processo positivo anche se passibile di derive equivoche, il secolarismo è una patologia umana. Approfittare delle situazioni malate che ne nascono, sarebbe costruire sulla sabbia, perché equivarrebbe e non vivere l’“evangelizzazione del profondo”. Proprio a fronte della attuale volgarità occorre assumere una serena, empatica, intensa finezza spirituale. 
E questo in modo particolare dinanzi alla vischiosità equivoca di un senso religioso segnato da soggettivismo ed emozionalità. Non c’è da assumere una frettolosa annessione del “ritorno del sacro”; questo apre una situazione equivoca che vuole non una incorporazione, ma un atteggiamento pensoso. Noi-chiesa abbiamo il dovere di tentare una interpretazione, in modo da rispondere alle richieste anche disordinate, per offrire aperture liberanti al movimento spirituale che certamente è presente nel nostro mondo, anche se in forme criticabili (nessuno può respingere una domanda legittima, appellandosi al fatto che essa contiene sbagli di ortografia). Anche qui conta il metodo in positivo

Quanto sarebbe bello insieme al nuovo vescovo vivere l’attenzione patristica, specie di Clemente Alessandrino e della spiritualità alessandrina, al “terzo testamento”. Come allora si ebbe il coraggio di cogliere la presenza della volontà divina di alleanza nella sapienza pagana (e avvenne la grande fioritura patristica greca), anche oggi è possibile cogliere la medesima volontà di alleanza nel pensiero e nelle intenzioni dell’attuale umanità. Anche perché siamo davanti a un bivio: o essere chiesa come sale e lievito che si perdono nella massa o mantenere la liofilizzazione sterilizzata.

 

Concludendo: Il compito è complesso, ma è inevitabile, se intendiamo essere la sequentia Christi che in un dato tempo e in un dato luogo continua la missione che è “temporalis processsio”, evento dell’intima vita di Dio nel contesto della storia reale, secondo l’alta visione tommasiana. Non si è inteso qui vedere la venuta del nuovo vescovo come un evento taumaturgico, ma come una “occasione favorevole” che Dio ci offre

 
 

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