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Dopo lo Studium Generale Marcianum. 

Quale cultura nella Chiesa di Venezia?

  

La solitudine del vescovo

Una decisione sofferta, assunta – così è stato assicurato – solo dopo aver ripetutamente cercato consiglio entro e fuori la Chiesa di Venezia. Una decisione presa mettendo già in conto dissensi e incomprensioni: “Immagino che alcuni non capiranno … e altri non vorranno capire”. 

Singolare e sintomatica questa osservazione, fra le molte riportate nei comunicati e nelle interviste con cui il patriarca Francesco Moraglia ha dato ragione pubblica dei passi che ha ritenuto di dover fare a proposito della programmata chiusura (o meglio del cambiamento di rotta) dello Studium Generale Marcianum, da dieci anni attivo entro gli aulici ambienti, un tempo dei Somaschi, del Seminario patriarcale alla Salute. Due facoltà di livello universitario – quella di Diritto canonico San Pio X e l’Istituto superiore di scienze religiose San Lorenzo Giustiniani –  alcuni master e numerosi seminari, un corpo di docenti e di ricercatori più o meno stabilizzati, una dinamica casa editrice, due riviste, una rinnovata smagliante biblioteca (e una catena ininterrotta di istituti anche esterni per un progetto di polo culturale, pedagogico e accademico di continuità didattica dalla materna alle scuole superiori parificate – per prime periclitanti –, agli studi universitari teologici).  

Pure, dietro la subitaneità e la radicalità di tali scelte del patriarca, resesi necessarie e inderogabili – così è stato ribadito – dall’impossibilità di continuare a sostenere in assenza di adeguate risorse i costi dei corsi, delle attività e dei servizi collegati, pare di intravvedere quasi il proposito di una sorta di espiazione.  Era denaro di corruzione, gran parte di quello che sosteneva l’intrapresa, per quanto in sé “nata da un’idea che sulla carta è buona”. Meglio chiudere tutto, azzerare l’oggetto controverso e ripartire in altro modo, senza dipendere da finanziatori esterni: la cultura – è stato ricordato – per sua natura non può che essere libera. Unico cruccio residuo: il destino lavorativo del personale dipendente.

 

Una grande impresa

Era davvero un’idea buona? Era un’idea, ed è stata una realizzazione, certamente di rilievo e di notevole impatto. Un’iniziativa di grande respiro e che a suo tempo aveva stupito per la velocità del suo avvio e per la managerialità della sua organizzazione. Gli stessi ambienti del Seminario, ove il Marcianum aveva trovato la propria sede ristrutturando spazi e modernizzando con essi stili di vita e consuetudini, erano stati oggetto di accurati e impegnativi restauri grazie anche a fondi regionali originariamente destinati al disinquinamento della laguna, forniti di accattivanti attrezzature e servizi: solo un ricordo l’austerità, il freddo, le lampadine da 25 watt  solo un decennio prima, pur con il loro innegabile fascino ascetico …  D’altra parte il patriarca Angelo Scola, al cui episcopato veneziano è legata come è noto l’origine del Marcianum, venendo a Venezia aveva lasciato la carica di rettore della Pontificia Università Lateranense. Quale progetto migliore per una Chiesa modesta come dimensioni e dal clero ridotto ma grande quanto a storia e tradizione, che dotarla di un complesso di istituti di cultura e di istruzione dalle relazioni e dalle risonanze internazionali, promuovendo contemporaneamente e portando a termine  l’erezione della Facoltà Teologica del Triveneto della quale il cardinale avrebbe a buon diritto assunto per sé il titolo di Gran Cancelliere? 

Rievocata l’antica intitulatio maxima dei patriarchi veneziani quali primati di Dalmazia (l’uso pubblico della storia vale in effetti pure per la storia delle Chiese), il Marcianum guardava non solo alla diocesi di Venezia, ma anche fuori di essa. A est in particolare, con la sua offerta di formazione nel diritto canonico specie per le Chiese dei paesi slavi e balcanici: una progettualità quest’ultima condivisa – così pareva di aver colto – pure con la Santa Sede e con il più ampio sistema territoriale degli istituti teologici triveneti e non solo.

All’esterno il Marcianum aveva guardato anche per cercare le risorse non solo economiche (infelix culpa …) ma anche professionali e organizzative indispensabili per il suo funzionamento: responsabili delle facoltà e dei corsi, della biblioteca, docenti, tutors, editori. Messi inizialmente al lavoro, alcuni esponenti del clero locale avevano ben presto lasciato il posto a più efficienti figure extradiocesane. Un drappello di laici veneziani, per lo più insegnanti nell’Istituto di scienze religiose, aveva con grande fierezza vestito i panni dell’accademia. Altri laici, per lo più sconosciuti nella Chiesa di Venezia – forse provenienti da movimenti graditi al cardinale? – li affiancavano nelle attività didattiche e nell’organizzazione.

Una grande impresa dunque il Marcianum: articolata, efficiente, attraente (smart, insomma, come il suo bellissimo sito web, in queste settimane oggetto di veloci e imbarazzati aggiornamenti), dall’inevitabile forza attrattiva e talora tendenzialmente fagocitante nei confronti delle piccole ma pur vivaci realtà culturali già esistenti da decenni nella diocesi di Venezia (Scuola biblica diocesana, Fondazione Studium Cattolico Veneziano con l’annessa, gloriosa casa editrice e libreria, Centro di studi teologici Germano Pattaro, Scuola di formazione teologico pastorale Santa Caterina), sollecitate in alcuni casi a individuare forme istituzionali di coordinamento e affiancamento al Marcianum. Ancora due anni fa un saggio apparso nel numero di Appunti di teologia, la rivista trimestrale del Centro Pattaro (2012, 1) invitava a ripensare agli obiettivi e alle finalità originarie del Centro ricalibrandole con la realtà in crescita del Marcianum: la possibilità dello studio della teologia per i laici essendo a quel punto garantita in diocesi e in zone non lontane da realtà e offerte ben più ricche e strutturate. 

 

La ruota della fortuna

Controverso per alcuni aspetti, specie nel suo innesto con il mondo culturale della Chiesa di Venezia sbaragliato più che assunto e valorizzato, e tuttavia esso stesso produttore di cultura ancorché prevalentemente accademica, il Marcianum si imponeva comunque nel riconoscimento dovutogli a proposito dell’impegno forte e deciso da parte di molti per la sua creazione e per la qualità delle sue realizzazioni.  Tutto questo ora, nel bene e nel male, è stato cancellato quasi con un tratto di penna. Niente di più flebile e di più triste di un progetto poliennale che invece di crescere è costretto ad andare a esaurimento. 

Come non essere quantomeno disorientati? Vengono alla mente quelle miniature medievali in cui la ruota girando faceva cadere le figurine di sovrani, ma anche di autorità ecclesiastiche poco prima al vertice del potere e del successo. Un duro contrappasso, questo del Marcianum, al non aver trovato la pazienza inclusiva di raccogliere a suo tempo la traditio culturale, fragile ma alta della Chiesa di Venezia: certo povera allora di risorse economiche, sostenuta da un vasto volontariato tanto generoso quanto impegnativo e problematico da orientare, ma forte di sensus Ecclesiae, genialità, ricerche, intuizioni, crescita non solo spirituale per fasce amplissime di credenti e non credenti.

Una riduzione e un diverso orientamento nella spesa, ci è stato detto, rivolta ai poveri più che alle strutture accademiche. Come non convenire? Ma come poter capire il senso reale della spesa diversamente orientata cui fa riferimento il patriarca Francesco Moraglia senza che sia sentita come una necessità quella di condividere all’esterno quantomeno le linee generali dei bilanci della nostra diocesi (e magari anche quelli del Marcianum: in passivo davvero su tutti i fronti?). Sarebbe stato questo gesto forse uno solamente, e non fra i più importanti, di un costume di condivisione e di dialogo entro la nostra Chiesa che sembra accettare nell’obbedienza e nell’ordine qualsiasi indicazione e piano pastorale senza che vi sia una qualche cura nel cercare di capire, di ascoltare, di riconoscere. Vorremmo chiederci in quanti condividiamo oggi la passione nei confronti della conversazione fraterna, come viviamo nella comunità ecclesiale quel discernimento cui tutti i suoi componenti prendono parte nella varietà dei doni, dei carismi e pure dei compiti di responsabilità negli uffici pastorali e di Curia, da tempo oramai nella Chiesa di Venezia in gran parte egemonia della sola componente clericale.  

 

La carità della cultura

Una cultura prevalentemente accademica è stata dunque azzerata – come abbiamo visto – per far posto francescanamente al primato della cura dei poveri e ad altre rivendicate priorità pastorali: le parrocchie, i giovani e le famiglie, la formazione degli adulti, il clero e il Seminario. In questo senso il patriarca Francesco Moraglia aveva con l’occasione opportunamente precisato che “la pastorale della cultura non coincide con la cultura accademica”.  Diverso ci pare il portato della contigua osservazione, preoccupata di ribadire – quasi sulle difensive – che “in una diocesi la pastorale non si riduce soltanto a quella della cultura”.  Un buon viatico di umiltà per il giovane sacerdote da non molto incaricato della responsabilità della pastorale della cultura e dell’università? O forse solamente una sorta di insistita difesa a posteriori delle dure scelte che si son dovute assumere? 

Eppure anche questa affermazione ci ha fatto riflettere.  E ci ha fatto sovvenire di un’altra espressione che specie nei nostri anni giovanili ci veniva ripetutamente proposta entro questa Chiesa veneziana: quella della “carità della cultura”.  Certo, senza cibo, senza tetto, senza assistenza e cure mediche non si sopravvive. Ma per vivere una vita degna dei figli di Dio, per proporsi di divenire dei cristiani adulti nella fede, la carità deve avere anch’essa orizzonti sconfinati.

La tradizione della Chiesa ci ricorda che ci sono dunque sette opere di misericordia corporale e sette opere di misericordia spirituale. Ci sono fame e sete non solo di pane e di acqua, ci sono nudità e malattie che non sono solo del corpo, ci sono disperazioni e solitudini o anche solo domande inespresse che continuano a sollecitare, talora anche nel benessere materiale, risposte e consolazioni e ricerca di senso.  

Ci sono povertà che rendono difficile abbeverarsi alla grande ricchezza della storia, della tradizione e della riflessione teologica della Chiesa e delle Chiese, quasi che fossero queste affare esclusivo di chierici e di eruditi, e non il racconto del cammino della nostra stessa storia di salvezza, con le sue ombre e le sue luci, con i suoi santi e i suoi peccatori, i suoi martiri e le sue martiri, i suoi padri e le sue madri, i suoi dottori, le sue vergini e i suoi vergini. 

Ci sono povertà che si accontentano di rade proclamazioni liturgiche della Parola di Dio e rinunciano per sempre a farsi cogliere e sconvolgere dalle risonanze infinite di ogni jota di questa Parola consegnataci nell’interezza di tutti i libri della Bibbia. Così come ci sono povertà che si manifestano nella difficoltà di annunciare ancor oggi in modo credibile questa Parola: ai fratelli credenti e tanto più ai non credenti, con cui spesso si fatica a fare laicamente strada assieme, a riconoscere aspettative e impegni nel farsi quotidiano della storia dell’unico mondo di tutti in cui ci è dato di vivere.

Ci sono povertà – talvolta anche fra i credenti più zelanti – che si manifestano nella difficoltà di uscire dal piccolo orizzonte dei propri ambienti e dei propri interessi, che generano sospetto verso ciò che non si conosce e non si controlla, che si esprimono nella diffidenza verso tutto ciò che viene proposto come impegno per un condiviso bene comune.

C’è ancora necessità dunque nella Chiesa di Venezia di una “carità della cultura”, riscoperta e rinnovata, e di quanto essa possa richiedere di spirito critico, di dibattito, di studio, di passione intellettuale, di impegno, di dedizione, di organizzazione, di coinvolgimento?

Noi davvero crediamo di sì. 

 

Giovanni Benzoni 

Carlo Bolpin

Francesca Cavazzana Romanelli 

Paolo Inguanotto

 

 

 

     


 

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