HOME > COMMON GROUND > QUALI SONO LE RAGIONI DI UNA "RIFORMA DELLA RIFORMA"? CINQUE DOMANDE DI UN TEOLOGO AD UN MAESTRO (DI A. GRILLO)

Quali sono le ragioni di una “riforma della riforma”?

Cinque domande di un teologo a un Maestro

di Andrea Grillo


La pubblicazione sul “Regno” (5/2010, 137-143) della Conferenza sul tema “Introduzione allo spirito della liturgia”, tenuta recentemente da Mons. Guido Marini a Genova e a Roma, suscita nel lettore una serie di reazioni molto diversificate: accanto al consenso su alcune evidenze di fondo, si fanno spazio diverse ragioni di perplessità e persino una serie di pressanti preoccupazioni, dovute al manifestarsi nel testo di una lettura della “attualità liturgica” che sembra ispirata da sentimenti (e da fonti) troppo unilaterali e come isolate dal grande corpo ecclesiale. In particolare è degno di nota il fatto che la conclusione della riflessione, quando auspica con eccessiva semplicità una “riforma della riforma”, non riesce a giustificare questo “effetto” indicando cause veramente fondate. Bisogna dirlo apertis verbis: la “riforma della riforma” non è affatto – come sembra suggerire il testo - l’approfondimento del Movimento liturgico né rappresenta in alcun modo la conclusione inevitabile di chi presuma di aver colto l’autentico spirito della liturgia. 
Per questo mi sembra opportuno, in qualità di teologo che si occupa di liturgia, formulare 5 domande – con tutta la necessaria schiettezza e parresia - al Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Sono convinto che tali domande possano suscitare un utile dibattito e un chiarimento necessario, perché la comunione ecclesiale possa essere salvaguardata e promossa, evitando certamente inutili discontinuità senza tradizione, ma anche disperate o presuntuose nostalgie senza prospettive.

a) Prima domanda: come spiegare che la liturgia è “sacra”? 
Il carattere di “actio sacra” della liturgia viene giustamente sottolineato dalla conferenza di Mons. G. Marini. Tuttavia, a ben vedere,  questo carattere “sacro” viene semplicemente presentato come “ciò che è sottratto all’arbitrio dell’uomo”.  Quando la sacralità viene definita in questo modo, senza recuperare tutto lo spessore della “esperienza del sacro” che l’uomo sperimenta in essa, si perde di vista, in una forma progressivamente sempre più pesante, che il Movimento Liturgico ha riscoperto la liturgia non solo come azione di Dio, ma anche come azione dell’uomo, e ha così superato la separazione clero/laici nell’atto liturgico, ha riscoperto la liturgia della parola come una forma di presenza del Signore, ha recuperato il valore della esteriorità corporea, simbolica e rituale, per l’atto di fede, ecc. ecc.. Qui invece è evidente come la sottolineatura dell’aggettivo “sacro” porti il relatore a una rilettura del Movimento liturgico che si caratterizza esclusivamente come scoperta della sola azione di Dio nel culto, come competenza esclusiva del clero con ridimensionamento della “assemblea celebrante”, come riduzione della liturgia della parola ad “azione secondaria” ecc. ecc. Più che di “riforma della riforma”, almeno in questo uso unilaterale dell’aggettivo “sacra” riferito alla liturgia, si vuole di fatto mettere in questione l’obiettivo più importante della riforma stessa. Detto in altri termini: se la “riforma della riforma” volesse ripristinare una “sacralità liturgica” che dispensasse il popolo di Dio dalla partecipazione attiva, sarebbe solo un’operazione retorica con cui non si vorrebbe affatto “perfezionare” ciò che è stato operato dalla Riforma, ma si intenderebbe piuttosto contraddire e smentire la riforma stessa. Le parole di Mons. Marini, pertanto, debbono essere oggetto di accurata precisazione, se non vogliono giungere a risultati che certamente il Maestro delle Celebrazioni non vuole (e soprattutto non può) sostenere. Per questo vorrei chiedergli, cordialmente: che cosa pensa Mons. Marini di queste letture, che tendono ad appiattire il suo pensiero su quello dei  pochi (e incompetenti) laudatores temporis acti?  

b) Seconda domanda: come evitare che il discorso sull’orientamento sia disorientante? 
E’ giusto dire che intorno alla questione dell’orientamento  della preghiera liturgica si è condotta una battaglia ideologica non pienamente giustificata. Ed è vero, pure, che l’orientamento all’abside o quello “versus popolum” della celebrazione rappresentano due grandi tradizioni, che hanno entrambe le loro ragioni e che non possono essere oggetto, semplicemente, di una reciproca scomunica. Ma quando, a partire dalla naturale dialettica tra due letture diverse della posizione del popolo e di chi presiede rispetto all’altare, si tenta di descrivere una posizione (quella circolare) in modo unilaterale e ingiusto e si propone una soluzione (mediante la croce) che scavalca la tradizione, imponendo come soluzione un criterio estrinseco, allora si finisce per avvalorare un effetto “disorientante” della discussione sull’orientamento. 
In effetti, non si fa un grande servizio alla ricostruzione storica della vicenda quando si riduce il mutamento di orientamento, introdotto autorevolmente dalla Riforma liturgica, all’idea che “sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente”, visto che il nuovo modello di orientamento si interpreta come preghiera dei battezzati “circumstantes”, che non stanno “faccia a faccia”, ma “tutti intorno” al Signore, altare e vittima. Entrambi i modelli classici, dunque, si “rivolgono” al Signore: uno propone l’orientamento al Signore che ritorna, l’altro al “corpo sacramentale del Signore”. In tal modo entrambi propongono – suo modo – una continuità. Mentre l’unica discontinuità certa, almeno sul piano liturgico, è la soluzione che viene proposta di orientare lo sguardo alla croce.
Per questo vorrei domandare a Mons. Marini: perché mai l’unica discontinuità dovrebbe assicurare la continuità, mentre uno degli stili classici della celebrazione deve essere descritto in modo così riduttivo e sgarbato?  

c) La partecipazione attiva ha a che fare anche con le azioni dell’uomo? 
Viene ora una domanda bruciante: quale deve essere considerata la “comprensione corretta” della partecipazione attiva? Mons. Marini opera qui una grande e rischiosa “riduzione”. Partecipare attivamente significa, a suo avviso, prendere parte ad una azione principale, che è l’azione di Dio stesso, l’opera salvifica in Cristo, che si realizza nel canone eucaristico. E, dopo aver citato SC 48 – il che risulta a dir poco sorprendente – egli aggiunge che “rispetto a questo tutto il resto è secondario” e in particolare egli intende riferirsi alla liturgia della Parola. 
Come è evidente, è chiaro che la stessa presentazione di una nozione così “contratta” di partecipazione tende a tradurre l’azione liturgica nella azione di grazie del chierico rispetto a cui al popolo non resta che “prender parte” nella forma della adorazione. Ma qui non resta quasi più nulla come motivazione di una Riforma liturgica, che muove dalla esigenza che siano i “riti e le preghiere” (secondo SC 48) a costituire le mediazioni primarie (e comuni a tutti i battezzati) della partecipazione. Nella lettura che Mons. Marini propone, invece, tutti i riti e le preghiere – fatta eccezione per il canone – sono solo “elementi secondari” rispetto a un atto di adorazione che resta “altro” rispetto alla celebrazione rituale. Se così fosse, veramente la “riforma della riforma” sarebbe già compiuta. Sarebbe sufficiente mutare in questo modo il modello di partecipazione dei fedeli, tornando allo stile “preconciliare”, per considerare tutta la Riforma liturgica come un’attenzione dedicata a “ciò che è secondario”, mentre il primato resterebbe ad una relazione intellettuale o sentimentale con l’azione essenziale di adorazione. 
Mi chiedo, pertanto: in tutta questa teoria della partecipazione, Mons. Marini si occupa della “teologia della liturgia” in un modo così astratto, che sembra ridurre i riti ai “riti essenziali”: ma, in tal caso, bisogna chidersi se vi sia ancora bisogno di un Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche, o se non basta  un semplice Ufficio delle Cerimonie.  Ha senso un Ufficio così importante per occuparsi soltanto di “azioni  secondarie”?  

d) L’adorazione può far rima con processione? La bocca è davvero più pura delle mani?
La “querelle” sulla distribuzione della comunione, che attraversa il corpo ecclesiale degli ultimi anni, viene ripresa e rilanciata dalla conferenza di Mons. Marini in una forma quanto mai incisiva. Ma l’interpretazione di una decisione “operativa” da parte di Benedetto XVI viene proiettata addirittura come criterio generale di comprensione dei “riti di comunione” in termini di adorazione, facendo dipendere tale verità dalla “distribuzione della santa comunione direttamente sulla lingua e in ginocchio”. Nulla lascia supporre che la liturgia della messa di Paolo VI proponga un rito di comunione dell’assemblea  in forma di processione – diversamente dal rito di Pio V, che in origine neppure prevedeva un rito di comunione diverso da quello celebrato esclusivamente dal presbitero. Così si fa discendere la “adorazione” da una forma di distribuzione della comunione che ha caratterizzato lunghi secoli di “comunione fuori della messa”. Che dire, invece, del “rito di comunione” che prevede la processione dell’assemblea al pane spezzato  e al calice condiviso? E chiedo:perché mai, anziché potenziare e approfondire la processione di comunione come atto ecclesiale, ci si rifugia nella evidenza individualistica di una comunione che di per sé potrebbe realizzarsi “fuori” del contesto celebrativo? Quale competenza avrebbe, su questa pratica di devozione individuale, un Ufficio delle Celebrazioni, che si prende cura dei “riti”? Non vi è, proprio qui, una sorprendente confusione di livelli e di competenze, con la rinuncia da parte del Maestro ad occuparsi di ciò che – ex officio – sarebbe necessario garantire e promuovere?          

e) Le intenzioni  e le affermazioni: quanta retorica si può sopportare? 
Infine, ma forse dovremmo dire anzitutto, bisogna chiarire che dal discorso di Mons. Marini si desume - per quanto in modo molto garbato e delicato, ma pur sempre con una grande evidenza - un giudizio poco lusinghiero, talora anche ingeneroso, verso la Riforma liturgica realizzata in seguito al Concilio Vaticano II. Pur accordando in generale un grande valore alla sintesi conciliare,  il testo rivela ben presto un’altra sensibilità, più preoccupata di evitare gli abusi che di recuperare gli usi, più sensibile alla prospettiva canonico-disciplinare che a quella simbolico-rituale. 
Curiosamente, tale prospettiva piuttosto limitata raggiunge il suo punto di maggiore evidenza quando Mons. Marini propone un bilancio conclusivo delle sue considerazoni, E proprio qui si aprono le crepe maggiori del testo. Vi si afferma che

“ormai da alcuni anni nella Chiesa, a più voci, si parla della necessità di un nuovo rinnovamento liturgico”.

A che cosa si riferisce? A quali fenomeni? A quali “voci”? Se poi si continua a leggere, si capisce che di tratta

“di un movimento, in qualche modo analogo a quello che pose le basi per la riforma promossa dal concilio Vaticano II, che sia capace di operare una riforma della riforma, ovvero ancoraun passo avanti nella comprensione dell’autentico spirito liturgico e della sua celebrazione:portando così a compimento quella riforma provvidenziale della liturgia che i padri conciliari avevano avviato, ma che non sempre, nell’attuazione pratica, ha trovato puntuale e felice realizzazione. “

Qui il teologo domanda al Maestro: che bisogno c’è di pensieri tanto contorti? Non si può dire apertamente ciò che si pensa? Non dovrebbe essere chiaro a tutti, che non si può volere, nello stesso tempo, la Riforma e la Riforma della riforma?

La verità è che tra Riforma e “Riforma della Riforma” bisogna accollarsi l’onere di una scelta, soprattutto se si esercita il ruolo di Maestri delle Cerimonie: non si può chiamare rinnovamento la nostalgia spaventata, non si possono confondere le paure con i problemi e le fantasie con le soluzioni. Se la riforma è attuata male, bisogna attuarla bene, non contraddirla. Se invece si è favorevoli a una radicale correzione della Riforma, bisogna dirlo chiaramente e trarne le conseguenze ecclesiali e personali necessarie, almeno in termini di consenso e di comunione. 
Così mi sono permesso di interrogare direttamente e schiettamente Mons. Marini sul testo della sua conferenza, perché le perplessità che si alzano dalle comunità ecclesiali e dai loro pastori sono consistenti, anche se espresse con reticenza  e con malcelato imbarazzo. Di fronte a questa situazione tocca al teologo dar voce alla difficoltà ecclesiale: fa parte dei suoi doveri di servizio alla verità e alla comunione. Soprattutto perché non si parli più – da parte di ambienti troppo sprovveduti e isolati - di “nuovo movimento liturgico” per evocare soltanto paura e diffidenza nei confronti di una Riforma liturgica che non può non essere, per tutti, la via principe verso un profondo e quanto mai necessario rinnovamente della vita cristiana e della stessa Chiesa.

 
 

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