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Regolette e liturgia: una discussione su “Avvenire”

 

Sull’Avvenire di fine gennaio s’è aperta una interessante discussione, nata da un bell’intervento di Roberto Beretta: non verte sul motu proprio che ha reintrodotto il Messale di san Pio V per i fedeli che lo desiderino, ma su ciò che fa scoprire del Vaticano II l’enfasi spesso usata dalla propaganda che considera secondo o contro la tradizione ciò che corrisponde a propri gusti, percorsi, risentimenti e pentimenti.

AVVENIRE 25 gennaio 2008


Se la Messa degenera in tante sterili regolette 

di Roberto Beretta


Le donne «possono cantare come popolo», ma «non possono appartenere alla schola, sia esclusivamente sia insieme con uomini o fanciulli»... 
Gli altari «che negli ultimi decenni sono stati smontati e ricostruiti nel mezzo del presbiterio» si devono considerare sconsacrati e «su di essi non è possibile celebrare il santo Sacrificio»... Inoltre sull’altare si devono porre sei candelabri, in quanto «l’uso moderno di porre due candele su un lato e un vaso di fiori sull’altro è quanto di meno liturgico si possa dare»... Dicono che abbia un certo successo di vendite, però questo è un libro sconcertante. Nessuno dubita infatti del valore dell’operazione storica compiuta da Marietti 1820 di portare nuovamente in libreria a 40 euro la ristampa del Compendio di liturgia pratica compilato da padre Ludovico Trimeloni nel 1962 (praticamente il «bigino» delle celebrazioni cattoliche preconciliari); ma se chi – soprattutto sacerdote – lo acquista pensa di utilizzarlo sul serio per i riti, magari dopo il motu proprio papale che ripristina la messa secondo il modo di san Pio V, qualche domanda è d’obbligo. Anzitutto, anche il lettore che non abbia nulla contro la gloriosa tradizione della liturgia cattolica, e anzi parteciperebbe più che volentieri a una messa in latino, non può che tirare un respiro di sollievo di fronte alle 866 pagine del volumone, fitte di minute prescrizioni per regolare ogni singolo gesto delle celebrazioni: se il Concilio Vaticano II ci ha scampato da cotali soffocanti abissi di legalismo, allegorismo, forse addirittura magismo e superstizione, questo è sicuramente uno dei suoi non secondari meriti. Che un povero celebrante ante 1965 dovesse infatti prestare attenzione a distinguere le «classi» della messa o badare che la «stola romana» misurasse effettivamente 222 cm (sic), ciò può dare un’idea del paralizzante rubricismo in cui era scaduta la grandezza della liturgia cattolica. Il Compendio di padre Trimeloni illustra ad esempio, con tanto di disegnino e freccette direzionali, i ventidue tratti (non uno di più né uno di meno) di turibolo con cui il celebrante doveva incensare l’altare all’inizio del rito. Spiega che il venerdì santo non si dovevano usare i candelabri d’argento. Segnala che, in caso di caduta dell’ostia durante la distribuzione della comunione, bisognava coprire e poi lavare la zona di pavimento corrispondente (se invece l’ostia toccava il vestito del fedele, chissà perché, portarlo in tintoria non era considerato un obbligo...). Indica i quattro modi diversi di fare l’inchino e la maniera di tenere correttamente le mani giunte (cioè «con la punta leggermente staccata dal petto»). Determina le rigorose precedenze di dignità nelle processioni (tra due arcivescovi, va davanti chi è stato promosso per primo...). Chiarisce chi possa lecitamente girare le pagine del messale (non certo il chierichetto, anzi meglio il «serviente», che deve stare invece in ginocchio dal lato opposto). Sancisce i giusti tessuti per confezionare i paramenti e detta le misure corrette del pizzo dei camici, non dimenticando di fornire le misure dei quattro tipi di credenza indispensabili per le varie celebrazioni. Insomma, una pletora di regolette minute e complicatissime che oggi faranno sorridere, tra nostalgia e sollievo, i sacerdoti più anziani – e inorridire i fedeli nati nel post-concilio. Ma, se questo fa parte di una storia che non si può ignorare e di cui si devono invece capire le radici, ciò che lascia sconcertati è piuttosto il lavoro d’integrazione ed adattamento delle norme del Trimeloni, aggiornamento curato dal liturgista Pietro Siffi e reso correttamente distinguibile dalla collocazione tra parentesi quadre. Ebbene, che Siffi – presidente di Archivum Liturgicum – applichi il suo zelo ad elencare il nome dei moderni prodotti commerciali con cui si lucidano le sacre suppellettili o ad informare che su Internet si trovano all’asta vecchi messali in buono stato, e poi lasci correre (è solo un esempio) laddove il preconciliare Trimeloni scrive che «la S. 
Messa si divide in due parti: la parte didattica e la parte sacrificale» e che «la prima è piuttosto una preparazione alla Messa» – senza nemmeno una parentesi quadra per spiegare come invece oggi la Chiesa intenda in ben altro modo la liturgia della Parola –: beh, questo è difficilmente tollerabile. O meglio: questo dimostra, purtroppo, l’occhio fortemente «ideologico » con cui certo mondo considera il recupero della tradizione rituale che pure molti cattolici (in testa ovviamente Benedetto XVI) considerano utile e necessario. La liturgia non è solo, né in primis, un insieme di gesti da compiere con scrupolo ed esattezza, «come si è sempre fatto». E come Trimeloni prescrive. 
Riproposto, sull’onda del «motu proprio» sull’antico rito, il «Compendio» di Trimeloni. 
Dove si vede fino a che punto possa degenerare certa casistica

 

 

2. la protesta alla recensione, e la risposta.

 

AVVENIRE 29 gennaio 2008

La messa tridentina e le sue «rubriche»


Un articolo di Avvenire del 25 gennaio scorso recensisce in termini tutt’altro che elogiativi la terza edizione del Compendio di liturgia pratica di Ludovico Trimeloni, giunto alla seconda ristampa. Una recensione un po’ tardiva, a onor del vero, visto che il testo è uscito in libreria nel maggio 2007. L’estensore dell’articolo, Roberto Beretta , omette curiosamente di ricordare che questa nuova edizione per i tipi di Marietti ha meritato la prefazione del cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Così come sembra ignorare che le articolate spiegazioni dei riti propri della liturgia tridentina non sono un’invenzione di padre Trimeloni, ma seguono pedissequamente le Rubricæ Generales promulgate nel 1960 dal beato Giovanni XXIII con il motu proprio Rubricarum instructum. L’estensore dell’articolo dimostra un grave pregiudizio, se non verso la Messa tridentina, di certo verso le rubriche liturgiche che essa presuppone: rubriche, ossia norme e regole pratiche destinate ai sacerdoti ed ai ministri sacri, non certo allo sguardo irridente dei profani. Quasi tutte le rubriche criticate da Beretta sono parte integrante del Missale Romanum che devono essere scrupolosamente osservate dal celebrante che desidera avvalersi del motu proprio Summorum Pontificum: la critica quindi non è rivolta né all’autore, né a me che mi onoro di aver curato la terza edizione, ma alla Chiesa stessa. Pare quindi inappropriato definire «soffocanti abissi di legalismo, allegorismo, forse addirittura magismo e superstizione» le norme che presiedono alla celebrazione del rito straordinario: inappropriato perché ne furono autorevoli redattori gli stessi protagonisti del movimento liturgico; inappropriato per il rispetto che ogni cattolico deve nutrire verso la veneranda tradizione della Chiesa; inappropriato infine perché il tono canzonatorio di Beretta insinua – contro il magistero di Benedetto XVI ed in aperta antitesi alla mens del Concilio – una presunta contrapposizione tra pre e postconcilio, autorevolmente condannata dal Santo Padre. Certo è che la mentalità «rubricista» – come viene liquidata con sufficienza dagli allievi di Santa Giustina e dai loro seguaci – è stata combattuta proprio da quanti, negli ultimi decenni, si sono ritenuti autorizzati a far scempio delle norme liturgiche, dando la stura all’eccentricità e all’arbitrio. Ecco perché ritengo che l’«occhio ideologico con cui certo mondo considera il recupero della tradizione rituale» sia piuttosto quello di Roberto Beretta , le cui estemporanee osservazioni sulla liturgia tradiscono, al di là delle lacune sulla materia, una significativa insofferenza non solo per la diffusione della Messa di San Pio V, ma anche e soprattutto per il De profundis che a partire dalle celebrazioni papali si va intonando su un recente passato di trasgressioni e stravaganze. Ma forse ci vuole troppa umiltà per rinunciare al proprio giudizio ed obbedire anche nelle cose piccole alla voce di Santa Madre Chiesa. 
Pietro Siffi degli Ordelaffi conte di Sassorosso

Risposta:

Ma i riti non possono prescindere dal Concilio


Egregio conte Siffi, non è molto nobile pararsi dietro mezza paginetta di presentazione (non «prefazione») di un cardinale... Comunque, come lei ha ben compreso (ho letto infatti le sue reazioni alla mia recensione anche su un altro giornale) il mio articolo non era affatto contro la ristampa del manuale del Trimeloni in sé – operazione che ha il suo valore filologico (quel testo «fa parte di una storia che non si può ignorare e di cui si devono invece capire le radici», scrivevo appunto) e tanto meno - come lei sembra insinuare - contro il motu proprio papale. La recensione era invece molto più precisamente critica dell’«attualizzazione» da lei compiuta su quel testo, un aggiornamento che ignora del tutto ciò che il Concilio Vaticano II ha «aggiunto» (o riscoperto, o maggiormente sottolineato) rispetto all’impostazione del Trimeloni. Ed è semmai questo, egregio conte, che contrasta col pensiero di Benedetto XVI laddove prescrive, nella lettera accompagnatoria del motu proprio: «Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi». 
Roberto Beretta

 
 

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