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Riflessioni su i media e il papa dopo un intervento del cardinale Bagnasco

di Aldo Maria Valli


In un recente intervento su I media e il papa il cardinale Angelo Bagnasco ha sostenuto che nei confronti di Benedetto XVI  i mezzi di comunicazione sociale peccano ripetutamente di disinformazione, omissioni e distorsioni. Secondo il presidente della Cei ci sarebbe una “rappresentazione mediatica riduttiva, che tende a sottodimensionare il papa testimone e predicatore del Vangelo e a sovrarappresentare il papa intellettuale e politico, a enfatizzare gli interventi ritenuti potenzialmente conflittuali, giudicati più utili a fare notizia, e a trascurare alcuni temi di fondo che rivelano le priorità del pontificato”.
Il cardinale inoltre sostiene che rispetto ai grandi temi cari al papa, come la necessità di “rendere Dio presente in questo mondo”  e il richiamo a un “autentico concetto di libertà”, i media preferiscono “una lettura parziale e non di rado francamente scorretta, che induce a domandarsi se in alcune componenti della cultura e dei mezzi di informazione non si stia facendo strada un anticlericalismo interessato a nascondere il vero volto della Chiesa e a distorcere il significato del suo messaggio, così che questo risuoni incoerente o anacronistico e la Chiesa appaia animata solo dalla volontà di alzare muri e scavare fossati”, soprattutto in materia di etica. E qui il cardinale aggiunge alla riflessione una punta polemica quando dice che “si vorrebbe forse da parte di taluni ambienti una Chiesa o supinamente allineata sull’opinione che si autoproclama prevalente e progressista, o semplicemente muta”.
Le considerazioni di un osservatore attento e scrupoloso come il cardinale Bagnasco meritano di essere prese in considerazione con altrettanta serietà. Anche perché in gioco non c’è soltanto la qualità del servizio reso dai mass media, ma più in generale, e più in profondità, il problema del rapporto fra culture diverse all’interno dello stesso tessuto sociale e la questione del ruolo che la voce della Chiesa può avere nel dibattito pubblico.
Quando il cardinale dice che i media cercano in modo a volte parossistico la notizia a effetto, ignorando spesso il contesto ed estrapolando alcune parole da un discorso più ampio (si veda il caso della citazione su Maometto nella lectio magistralis di Ratzinger a Ratisbona), individua una malattia reale del giornalismo. E’ il sensazionalismo, virus in certa misura connaturato al mondo dell’informazione ma diventato più aggressivo da quando il moltiplicarsi delle fonti informative e l’accentuata concorrenza ha messo ognuna nelle condizioni di dover cercare il modo di prevalere sulle altre. Quando, in mezzo a un gran vociare, c’è bisogno di farsi sentire, la strada più facile è quella di gridare di più. E quando si grida difficilmente si esprimono concetti elaborati. Molto più probabile è che si lancino messaggi semplificati. E’, appunto, quel che si dice un giornalismo “gridato”, e purtroppo anche il papa subisce in alcuni casi questo trattamento.
E’ più difficile essere d’accordo con il cardinale, invece, quando accusa i mass media di trascurare buona parte degli interventi che il pontefice fa nel corso del suo magistero “ordinario” per privilegiare le occasioni speciali, come certi viaggi o certe celebrazioni. Qui si ha l’impressione che Bagnasco sia fuorviato dal suo particolare punto di osservazione, che è quello dell’uomo di Chiesa. Le meditazioni e le catechesi che il papa svolge, per esempio, nelle udienze del mercoledì o durante gli Angelus domenicali, spesso possono costituire notizia per la stampa cattolica e per quella specializzata, ma non si può pretendere che anche l’informazione non confessionale e non specializzata copra, come si dice in gergo, tutte queste occasioni. Quando non lo fa, non c’è necessariamente una volontà di censura. E’ solo un problema di equilibri. Nell’opinione pubblica c’è chi pensa, per esempio, che all’interno dei telegiornali il romano pontefice sia fin troppo presente. Chi fa un giornale non confessionale deve tener conto di tutte le sensibilità, specialmente da quando la nostra è diventata una società multiculturale e segnata anche in campo religioso da un crescente pluralismo. 
Quanto poi all’altra accusa mossa da Bagnasco, e cioè che da parte di alcuni settori dei mass media ci sia la deliberata volontà di fare una lettura “parziale” e “scorretta” di ciò che il papa va predicando, per diffondere un’immagine distorta del magistero pontificio e della Chiesa, occorre fare una riflessione articolata. In riferimento a certi casi, Bagnasco ha ragione. Un esempio lampante è dato da ciò che il papa disse durante il viaggio in aereo verso l’Africa, quando sostenne che il preservativo non può essere considerato il rimedio decisivo contro l’aids (considerazione difficilmente contestabile alla luce del semplice buon senso) e la maggior parte delle fonti informative titolò sul no del papa al preservativo trascurando del tutto le sue argomentazioni e facendolo passare come l’ennesimo esempio di oscurantismo della Chiesa ufficiale, senza considerare che se c’è un’agenzia che si batte concretamente contro l’epidemia di aids è proprio la Chiesa attraverso la rete missionaria. Tuttavia c’è anche da dire che se il papa e la Chiesa sono ingiustamente dipinti come lontani dai problemi delle persone e sempre impegnati a condannare,  la colpa non è solo della stampa cattiva. C’è un problema di stile comunicativo. Il cardinale Bagnasco osserva che i no della Chiesa si comprendono solo alla luce di un grande sì, quello che il credente dice al Dio dell’amore e al suo figlio Gesù, mandato per la nostra salvezza. Giusto. Ma nella comunicazione del papa e della Chiesa il no risalta molto più del sì. Pensiamo, per esempio, alla ripetuta condanna del relativismo in campo morale. Del tutto legittima, ma che forse otterrebbe meglio il suo scopo se fosse accompagnata da parole di fiducia e apprezzamento verso il mondo secolarizzato, che sarà pure gravato da tanti mali ma offre anche tanti esempi di bellezza e di bontà.   
Lo stesso intervento di Bagnasco sui mass media è l’esempio di una Chiesa molto reattiva quando si tratta di criticare ma assai meno propensa a fare altre due operazioni: vedere il bene che comunque c’è nella casa degli altri e il male che alligna nella propria. Se si facesse questo, si vedrebbe che la stampa non confessionale, pur imperfetta e peccatrice, riesce spesso a garantire una libertà di dibattito e di confronto che la stampa cattolica ha purtroppo dimenticato.   
Ormai da decenni la Cei non alimenta un dibattito interno, aperto e sereno, sulle materie ecclesiali e pastorali, e la gestione del quotidiano Avvenire, di proprietà dei vescovi,in questo senso è emblematica: da troppo tempo non è il giornale dei cattolici, ma di alcuni cattolici in linea con le posizioni della presidenza della Cei. Non si vuole qui sostenere che un organo di stampa, specie se ricopre un ruolo delicato come quello di Avvenire, non debba possedere una linea. Ma nel momento in cui il giornale chiede di essere riconosciuto come voce della comunità ecclesiale, perché non garantire a ogni componente di tale comunità la possibilità di esprimersi sulle sue pagine? Perché decretare l’ostracismo verso alcune o dipingerle a priori come distruttive e inaccettabili? Perché su questioni molto dibattute (ricordo per esempio la mancata concessione dei funerali religiosi a Piergiorgio Welby, o la partecipazione al Family Day) mostrare fastidio verso le voci non allineate con la posizione ufficiale della presidenza Cei, quasi che l’esprimere le proprie idee su questioni opinabili debba essere considerato, all’interno della Chiesa, un peccato grave e non un dovere di ogni cristiano? La conseguenza di questa linea è che il dibattito interecclesiale in Italia si è via via atrofizzato, e che ampie schiere di laici cattolici hanno ormai rinunciato all’idea di poter essere presi in considerazione come interlocutori seri e di buona volontà. E’ questo il modo di valorizzare quel laicato cattolico così spesso al centro di dotte dissertazioni nei convegni ecclesiali?

Il cardinale Bagnasco dice che l’informazione sulle cose vaticane e sul papa soffre di anticlericalismo. In parte è vero, perché c’è una certa informazione a tesi che parte invariabilmente dal presupposto che il papa abbia torto e che la Chiesa sia fuori dal tempo. Ma se è vero che c’è dell’anticlericalismo nella società secolarizzata e nei mass media, è anche vero che nella Chiesa e nei suoi mass media c’è un clericalismo di ritorno che sfocia spesso nell’intolleranza.


 
 

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