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Rosmini beato

di Paolo Marangon

 

Antonio Rosmini, uomo di Chiesa e filosofo eminente dell’Ottocento italiano, è stato proclamato beato domenica 18 novembre a Novara nel corso di una celebrazione presieduta dal card. Martins in rappresentanza del papa. Si conclude così nel modo più solenne una lunga e travagliata vicenda che ha attraversato la Chiesa, in particolare quella italiana, per quasi due secoli.
     Rosmini nacque a Rovereto, in provincia di Trento, il 24 marzo 1797 da una delle famiglie aristocratiche più in vista della città. Fin dall’adolescenza egli si inserì consapevolmente nel solco della grande tradizione di un cattolicesimo illuminato che nella prima metà del secolo aveva trovato in Ludovico Antonio Muratori il suo più illustre rappresentante, ma negli stessi anni egli acquisì attraverso un geniale studio personale una straordinaria erudizione, che lo portò in breve tempo ad accostare direttamente, oltre alla Bibbia letta e meditata più volte, tutti i maggiori autori della cultura classica greca e latina, con particolare riguardo ai Padri della Chiesa, nonché le opere della tradizione filosofica e teologica europea dall’antichità fino ai suoi giorni. Contemporaneamente egli maturò, nonostante riserve e timori della famiglia, la propria vocazione religiosa e dopo gli studi ginnasiali a Rovereto e quelli universitari a Padova, il 21 aprile 1821 fu ordinato prete.
     Accarezzando il sogno di un’ “enciclopedia teologica cristiana” che si contrapponesse a quella illuminista di Diderot e d’Alembert, dopo i primi saggi giovanili egli pose mano nel dicembre 1822 a un’opera politica di grande impegno, denominata Politica prima e segnata dall’influsso prevalente di De Maistre e De Bonald, che nelle sue intenzioni doveva essere la prima parte di una nuova apologetica distribuita in tre restaurazioni: politica, filosofica e religiosa, compendiantesi nell’ultima come nella più comprensiva. Nel frattempo anche l’orizzonte dei suoi rapporti andava allargandosi: nel 1823 egli fece il suo primo viaggio a Roma, al seguito del patriarca di Venezia, stabilendo importanti contatti con l’ambiente riformatore dei cosiddetti “zelanti romani”, che annoverava tra le sue personalità di spicco l’abate Mauro Cappellari, futuro Gregorio XVI. Nel febbraio 1826 Rosmini si trasferì a Milano, stringendo una cordiale amicizia, tra gli altri, con Alessandro Manzoni. Nell’orizzonte di largo respiro del capoluogo lombardo egli sospese il progetto della Politica prima, persuadendosi che il rinnovamento culturale cattolico doveva prendere le mosse da un’analisi filosofica più radicale, che superasse tanto le posizioni sensiste quanto quelle dell’idealismo tedesco e che egli portò a termine nel maggio 1830, pubblicando a Roma il Nuovo saggio sull’origine delle idee, in quattro volumi, considerato da molti il suo capolavoro filosofico. Nello stesso periodo, tra il 1828 e il 1830, sul Sacro Monte Calvario, sopra Domodossola, muoveva i primi passi l’ordine religioso da lui fondato, l’Istituto della Carità, destinato principalmente ai preti ma aperto anche ai laici, che poneva nel “principio di passività” e nell’abbandono fiducioso alla Provvidenza il suo baricentro spirituale.
     Gli anni della maturità, tra il 1830 e il 1848, furono caratterizzati da un’imponente produzione filosofica, ma vennero segnati anche dall’aprirsi della prima fase della cosiddetta “questione rosminiana”, che vide accendersi, intorno al Trattato della coscienza moralepubblicato da Rosmini nel 1839, una polemica dai toni spesso aspri tra il pensatore di Rovereto e la potente Compagnia di Gesù con i suoi molti sostenitori. Nel frattempo il filosofo, che aveva fatto gradualmente evolvere le giovanili posizioni conservatrici in campo politico, seguiva con vivo interesse anche gli sviluppi del movimento nazionale italiano, perfezionando la stesura di due “operette” che compendiavano il suo originale contributo al Risorgimento italiano, il suo vasto disegno di riforma politico-religiosa: Delle cinque piaghe della Santa Chiesa sul versante ecclesiale, la Costituzione secondo la giustizia sociale su quello politico. In esse Rosmini poneva nel risanamento della Chiesa dalle sue “piaghe” la premessa di una sua presenza rinnovata anche sul fronte politico, con il papa Pio IX presidente della Confederazione di stati che avrebbe dovuto liberare l’Italia dall’egemonia asburgica. Pubblicate nel fervido maggio del 1848 e accolte all’inizio con favore, le due “operette” divennero ben presto oggetto di aspre critiche dentro e fuori la curia romana, soprattutto in concomitanza  con la missione a Roma dell’Autore a fianco di Pio IX e in particolare dopo la rivoluzione della Repubblica romana nel novembre 1848, con la conseguente svolta anticostituzionale del pontefice. L’iscrizione all’Indice dei libri proibiti nel maggio 1849, cui Rosmini si sottomise “puramente, semplicemente e in ogni miglior modo possibile”, ma senza alcuna ritrattazione, fu l’inizio di una violenta offensiva, guidata dai Gesuiti e volta ad ottenere la condanna anche degli scritti filosofici del pensatore, che tuttavia, dopo un lungo esame, vennero “dimessi” nel luglio 1854 dalla Congregazione dell’Indice con un decreto di proscioglimento che sollevava tutte le opere dalle accuse ad esse rivolte. L’aspro conflitto ebbe un esito opposto nel 1887, quando sull’onda della restaurazione neotomista la Santa Sede condannò con il decreto Post obitum “quaranta proposizioni” rosminiane, tratte prevalentemente dalle opere postume. Da quel momento l’emarginazione ecclesiale di Rosmini fu quasi completa. Ma sotterraneamente gli scritti del filosofo non cessarono di essere letti e, in particolare, la vicenda delle Cinque piaghe assunse un valore simbolico. Nonostante la proibizione, l’“operetta” continuò infatti a lievitare nell’animo di laici ed ecclesiastici, da Mauriac a Bernanos, da Sturzo a Dossetti, da Roncalli a Montini, da Mazzolari a Balducci. Riedite più volte nel 1860, nel 1863, nel 1883, nel 1921, nel 1943, nel 1955, esse uscirono nuovamente all’indomani del Concilio Vaticano II, a cura di Clemente Riva e per i tipi della Morcelliana, con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica e con aggiunte e chiarificazioni rimaste a lungo chiuse nel cassetto dopo la condanna del 1849. Nel clima fervido di quegli anni fu un successo editoriale di proporzioni inaspettate, ma soprattutto il libro di Rosmini cominciò ad essere considerato sotto una luce nuova, quella della profezia, tanto erano evidenti gli elementi di continuità tra le idee del Roveretano e molte novità del Concilio. La riabilitazione completa del filosofo, dopo decenni di ricerche da parte degli studiosi e migliaia di pubblicazioni, è cosa recente. Nella Fides et ratio del 1998 Giovanni Paolo II colloca Rosmini nelle ristretta cerchia dei pensatori in cui più coraggiosamente si manifesta “il fecondo rapporto tra filosofia e parola di Dio”. Due anni dopo le Cinque piaghevengono addirittura indicate dall’allora prefetto della S. Congregazione per la dottrina della fede, cardinale J. Ratzinger, come anticipazione profetica del solenne mea culpa per i peccati storici della Chiesa, pronunciato da Giovanni Paolo II nella memorabile “Giornata del perdono” del 12 marzo 2000. Questo evento può essere considerato il vertice del compimento della profezia delle Cinque piaghe, anche se i mali pubblicamente confessati dal pontefice sono in gran parte diversi da quelli indicati a suo tempo da Rosmini. Infine il 1° luglio 2001 una nota della Congregazione per la dottrina della fede dichiara “superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali che hanno determinato la promulgazione del decreto Post obitum”. La strada verso la beatificazione è ormai aperta.

Fonte: statuseccleasiae.net

 
 

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