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Brescia, 27-28 ottobre 2012

Introduzione di Francesco Castelli

 

Un saluto e un benvenuto a tutte e tutti. A chi ha partecipato a tutti i precedenti incontri dal 2009 (Firenze 1, Firenze 2, Napoli, Roma), a chi ha partecipato solo ad alcuni, a coloro che partecipano per la prima volta magari favoriti dalla contiguità geografica (l’ incontro questa volta favorisce quanti provengono dal nord!), a coloro che sono mossi dal desiderio di vedere una Chiesa “altra”, a coloro che sono mossi da semplice “curiosità”. Un benvenuto a chi si sente “dentro” e a chi si sente “fuori” o a chi non capisce più se c’è un “dentro” o un “fuori”. Tutti ci sentiamo accolti e, a nostra volta, accogliamo l’altro perché ciascuno è stato convocato. 

Ciascuno…è questa una parola che ha guidato il Gruppo Promotore nel predisporre la  lettera-annuncio per questo quinto incontro nazionale de “Il Vangelo che abbiamo ricevuto” dal titolo “Il Regno di Dio è vicino”. Una partecipazione attiva di base..la consapevolezza, cioè che ciascuno si possa sentire parte di una corresponsabilità ecclesiale valorizzando –cito dalla lettera-invito- la “forza di riedificazione” verso quella che abbiamo definito una “Chiesa delle relazioni”. Gli interventi dall’assemblea vogliono veramente costituire –quest’anno forse più che mai- l’apporto più vivo ed originale di questo nostro stare insieme. È fin troppo noto, infatti, che per un tale confronto in ambito ecclesiale non esista uno spazio adeguato. È solo però la voce di ciascuno che fa risuonare il corpo ecclesiale come uno spazio di libertà e di ospitalità nei confronti di ogni autentica espressione umana. 

Già alla luce di ciò, aprendo questo incontro che vivremo insieme, ci preme formulare due semplici domande che motivino il nostro essere qui oggi. 

 

  1. Perché di nuovo insieme?

Uno degli intendimenti fin dalla prima convocazione è stato quello di creare uno spazio non istituzionale che favorisse il reciproco ascolto e confronto. Certamente anche la sola esigenza di una libera comunicazione non è da sottovalutare. Tuttavia risultato evidente da subito che essa non poteva costituire l’unico obiettivo. 

Testimoniare l’evangelo di Gesù non è patrimonio personale o capacità affidata solo a qualcuno, scaturisce necessariamente da una ricerca comune. Perché cioè risuoni oggi l’eco dell’evangelo è indispensabile la faticosa e talvolta inedita esperienza del “cercare insieme” diventando consapevoli che nessuno può prescindere dall’apporto dell’altro diverso da sé. L’essere insieme favorisce dunque il cercare insieme, quello che potremmo chiamare il pensare plurale, merce non molto comune nel mondo in cui viviamo. 

Ma cercare cosa? Cercare insieme il senso nuovo di una Parola che sempre ci precede e, con essa, imparare ad ascoltare il linguaggio delle donne e degli uomini del tempo che si è chiamati a vivere. Per trovare cioè un linguaggio trasparente all’ospitalità evangelica accompagnati da una fede che non eluda le questioni scomode poste dalla storia ma le riproponga non tanto con discorsi di cultura o di sapienza, quanto con gli interrogativi aperti e la forza della debolezza che nascono appunto dall’ascolto della Parola. 

È importante che questo nostro esserci non giunga come “iniziativa calata dall’alto” o come iniziativa di singoli nei riguardi di altri singoli ma abbia l’autorevolezza che le deriva da un cammino comune, quello di chi oggi si preoccupa di far risuonare, sine ira e senza aprioristiche contrapposizioni polemiche, semplicemente…il vangelo che abbiamo ricevuto. Un vangelo declinato non su trattazioni astratte ma sulla concretezza della storia e delle domande che da essa nascono. 

Il nostro messaggio paradossalmente sarà tanto più evangelico proprio nella misura in cui non verrà solo dalle proprie capacità o competenze personali e, soprattutto, non coinciderà in tutto con le proprie idee ma sarà capace di “ospitare l’altro”.

Il frammento di chiesa che si è riunito in vari luoghi a partire da quel 16 maggio 2009 è un insieme di donne e uomini che oltre alla doverosa denuncia di un disagio o di un dissenso vuole faticosamente camminare, in virtù proprio della responsabilità derivante dal Vangelo che abbiamo immeritatamente ricevuto, verso un esercizio a cui la Chiesa non è più abituata, quello di una forma sinodale, che ha necessariamente un orizzonte prolungato e la struttura dei “lavori in corso”, del “cantiere aperto”. La sinodalità, come più volte si è detto durante i nostri incontri, non vuole essere sinonimo di uniformità o peggio ancora di unanimismo ma segno di quella che Tonino Bello chiamava “convivialità delle differenze” capace di aprirsi all’Inatteso, di farsi evangelizzare da chi noi incontriamo.

Ne abbiamo bisogno per imparare a non darci frettolosamente delle risposte ritenute giuste e inconfutabili semplicemente perché etichettate come cristiane. Non sottrarsi, quindi, alla fatica della ricerca del bene comune nel dialogo con esponenti di varie visioni diventa il vero novum per noi.

Rifuggendo dalla logica mondana dell’evento e dalla “dittatura dei grandi numeri”, che tanto allignano anche nelle mura della Chiesa, occorre ritornare ad una feconda marginalità. Una minoranza marginale ma qualificata costituita da piccole comunità e da cammini di ricerca comune senza con ciò considerarsi migliori di nessun altro, istituzione compresa. Gesù per primo si è posto al margine creando proprio in questo modo lo spazio di un’ospitalità che permettesse all’altro di essere veramente se stesso e quindi di accogliere liberamente la chiamata di Dio alla vita. La storia ci insegna che il vero fermento viene dal basso, non è l’istituzione ad autoriformarsi. L’istituzione tenta sempre dapprima di ignorare le differenze scomode poi di omologare cercando magari di camuffare la sua crisi con teatralità di immagini o promozione di supposte crociate.

Può essere un cammino destrutturante prima di tutto per noi stessi ma vale la pena di percorrerlo fino in fondo. Avremo qui modo e tempi per confrontarci su questo.

 

2. Perché il Regno?

Ci siamo lasciati a Roma parlando di Eucarestia come conversatio ed identificando in essa la forma della Chiesa. Il camminare insieme di fratelli e sorelle che hanno condiviso la mensa del Signore. La comunità primitiva -ci suggeriva don Pino Ruggieri- intendeva il memoriale eucaristico come un racconto che si integra ogni volta con altri racconti, per formare un’unità, un racconto unico. 

Qui a Brescia ci troviamo al cuore del messaggio di Gesù: il tempo è compiuto, il Regno di Dio si è fatto vicino: convertitevi e credete al vangelo! (Mc 1,15).

Gesù annuncia qui un evento dinamico, destinato a produrre una radicale novità di vita in ciascun uomo. La sovranità di Dio cioè non è un potere inattivo, una mera titolarità ma è azione nella storia. Il Regno non è, allora, il prodotto di una sforzo umano ma esercizio proattivo di un’autorità: l’autorità di un Dio a cui sta a cuore la sorte degli uomini nel tempo! La Signoria del regno è saldata così all’azione di Dio. La buona notizia è dunque quella che il Signore ha deciso di esercitare la sua autorità. 

Questo annuncio Gesù lo fa in Galilea cioè in un territorio di confine con i gentili (Tiro, Sidone, la Decapoli). È la terra di mezzo lo spazio dell’Evangelo. Lì Gesù annuncia il compimento del kairós, del tempo favorevole.

Gesù non sta qui dicendo che il Regno di Dio sta per venire, è alle porte; sta dicendo che il Regno di Dio è qui, ora, si è fatto vicino; è un invito ad “aprire gli occhi”; quell’uomo sta mostrando che guardando a Lui tutto può ancora accadere. Nella parola di Gesù che si apre una strada nel mondo iniziando il suo ministero pubblico, Dio regna. 

È questo il momento in cui il tempo nella sua totalità assume un significato definitivo. Non si tratta allora tanto di un tempo migliore (rispetto ai nostri tempi –sempre- cattivi!) ma di uno spazio-tempo nuovo che solo Dio può concedere. A chi? A ciascuno, ma soprattutto ai poveri e ai peccatori si presenta…un nuovo presente. Gesù non annuncia un nuovo concetto ma annuncia che un nuovo stile di “abitare il mondo” ora viene e loro (poveri e peccatori). Essi sono i primi destinatari di quell’annuncio. 

Il tempo arriva alla sua pienezza (pleroma). Nell’ora presente della storia è offerta agli uomini la possibilità definitiva della salvezza. E il fatto che il Regno non sia ancora giunto alla realizzazione compiuta, appartenga cioè al regime del “già ma non ancora”, concerne la sua forma di manifestazione, non la sua esistenza. La parola di Gesù che proclama il regno lo fa nel contempo avvenire, anche se permane la sua dimensione escatologica. 

Ma quale sovranità proclama Gesù? Perché qui sta il problema anche per noi…Sulla soglia delle celebrazioni costantiniane, a quale potere guardiamo come Chiesa? Siamo anche noi posseduti da una libido dominandi? 

Ė il rapporto tra vangelo, povertà e potere a creare il cortocircuito. Non dimentichiamo che tutto il quarto Vangelo, se ci pensate, si gioca sulla regalità che diventa il cardine attorno al quale si svolge l’intero processo che porterà alla condanna di Gesù. Solo in quel contesto Gesù accetterà la regalità ma quella consistente in una testimonianza alla verità resa sulla croce.

Il tempo della pienezza è anche il kairós della decisione. “Convertitevi” e “credete” non sono qui condizioni preliminari. Non si chiede al discepolo di “farsi migliore”, di praticare cammini di ascesi meritorie ma di accettare l’azione che Dio sta già compiendo. Sono imperativi presenti da rinnovare ogni giorno. Dio sta agendo nella storia da cui scaturisce naturaliter l’esigenza di riorientarsi. Tutto allora nasce dall’iniziativa di Dio ma ha in sé la scomodissima esigenza del gratuito che impegna ciascuno al mutamento dell’esistenza e alla fede come adesione all’evangelo. Se questo è l’annuncio, allora occorre cambiare mentalità ma questo si fa urgente non per l’imminenza del castigo (come per il Battista) ma per l’imminenza di una regalità salvifica. 

Gesù annuncia la signoria di Dio come evento salvifico, come possibilità prossima e definitiva. Nella tradizione di Israele Dio è re perché salva il suo popolo. Il messaggio di Gesù qui testimoniato si inserisce perciò nell’attesa di tutto un popolo: Israele è un popolo che attende. 

“Venga il tuo regno” invocheremo alla fine di questa mattinata, con le parole di don Paolo Giannoni, in un dinamismo tra compimento e attesa che confluisce nel fatto che si chiede a Dio non un Regno di là da venire ma un Regno che viene e si lascia sperimentare da tutti coloro che si sottomettono a quella logica.  

Gesù subito dopo questa proclamazione cerca dei compagni per l’annuncio e in questo modo sta già annunciando il Regno. Regno di Dio è anche uomini che vivono insieme, è un progetto da condividere e Gesù li invita ad un viaggio con Lui… garanzie zero! È l’inizio di quello che la chiesa ha da annunciare. Il primo annuncio allora che ha una comunità cristiana è il modo che ha di vivere, il modo che ha di condividere. Il suo messaggio non esiste senza i suoi: lì c’è già Regno. Il camminare insieme è già annuncio di Regno. Fedeli ad un rabbi itinerante. Itinerante perché uscito dal proprio villaggio, fino a non avere dove posare il capo. Itinerante lungo le strade dove vive l’umanità. Itinerante nei luoghi della marginalità.

Le cd. parabole del regno ci insegnano che è proprio da realtà piccole e insignificanti (la piccola pianta che cresce, la fioca luce che si espande, il pugno di lievito che fermenta l’intera pasta) che scaturisce la dismisura del Regno. Da una marginalità cioè nasce il più che necessario: il più grande è nel più piccolo e la gestazione è sempre lunga. Assumere cioè la prospettiva del chicco di grano, la via di una fecondità che giunge fino all’eternità. Chiamati a convertire il nostro sguardo per vedere nell’opacità della storia, fatta magari di crisi economica e predominio delle finanza come ci mostrerà il prof. Carlo D’Adda, le tracce di un Regno che sempre viene.  

La Chiesa è dunque al servizio di un Regno di questo genere, non è –giova sempre ricordarlo!- il Regno. Così si esprimeva l’allora card. Joseph Ratzinger “una Chiesa che esiste solo per se stessa sarebbe superflua…ciò che resta sarebbe solo una lotta per il potere. Di questa ve ne è abbastanza altrove nel mondo, per questa non c’è bisogno della Chiesa”

Essere al servizio del Regno, significa che essa deve continuamente ridefinire il senso della sua provvisorietà, inserirsi cioè in una categoria –quella del Regno- che ingloba in sé chiesa e mondo. La Chiesa è più piccola del mondo e ciò la obbliga, se vuole essere strumento di salvezza, ad assumere la logica del chicco di senape. Definitivo è solo Dio e il suo regno. È con la sua vita, dunque, che la Chiesa mostra all’uomo l’esistenza del Regno.

In quanto annunciatrice e testimone di un regno siffatto, la Chiesa ha il compito di plasmare forme e strutture in una fedeltà creativa che non assolutizzi il passato e non tema la novità; in una parola, ha il compito di storicizzarsi senza secolarizzarsi. Occorre però attrezzarsi per una navigazione in mare aperto uscendo dalle secche del piccolo cabotaggio. 

Nell’intreccio, allora, tra un faticoso cammino di ricerca insieme e una opzione di marginalità sta il senso della parola che Isaia, profeta delle grandi visioni, ci affida “ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19). 

 

 

 

 

 
 

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