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Carlo D’Adda

 

Crisi economica, predominio della finanza, aspirazione alla giustizia

 

 Brescia 28 ottobre 2012

 

Crisi finanziaria 

Il mio racconto può essere fatto iniziare dal 2007. C’è una ragione specifica per incominciare le nostre considerazioni dal 2007. Da quell’anno prende avvio una successione di circostanze tra loro strettamente collegate che è opportuno considerare complessivamente per provare a esprimere qualche giudizio sulla situazione presente. 

All’origine della crisi finanziaria del 2007-2008, come in realtà è accaduto in numerose vicende del passato, vi è una condizione di moneta abbondante, creata dalle banche centrali, in particolare dalla FED americana, nel caso specifico per scongiurare una contrazione dei valori di borsa. Quando le banche hanno molta liquidità, sono invogliate a prestare ai loro clienti con una certa facilità. Possiamo distinguere due figure che hanno svolto un ruolo tipico nella vicenda che ci interessa: speculatori finanziari e acquirenti di nuove case (in entrambi i casi si tratta di speculatori cioè di soggetti che guardano avanti).  Costoro hanno preso denaro a prestito e acquistato azioni e  case di nuova costruzione. La domanda di entrambi i generi è cresciuta e i prezzi, sia azionari che edilizi, sono a loro volta aumentati. E’ la premessa per continuare in un gioco iniziato bene. Azioni e case i cui prezzi sono cresciuti forniscono le garanzie da offrire alle banche per ottenere nuovi prestiti. In America, ma non soltanto, sono partite due cosiddette bolle speculative, cioè fenomeni di continuo rigonfiamento dei prezzi. Durante le bolle speculative molti pensano che sia finalmente venuto il tempo in cui ci si può arricchire senza troppa fatica. Le nuove case che si vedono spuntare in molti luoghi sembrano confermare questa possibilità. Ma viene il momento in cui ci si accorge che i prezzi sia delle azioni sia delle case sono cresciuti a dismisura. Ci si accorge che è pericoloso continuare a comprare unicamente in base alla  presunzione che la crescita dei prezzi debba continuare. Qualcuno degli speculatori decide di vendere ciò che possiede perché intuisce che la bolla non può continuare a crescere. Se questo timore serpeggia tra gli speculatori un certo numero di essi può decidere di vendere. La prevalenza del desiderio di vendere provoca il rovesciamento repentino della tendenza dei prezzi. La paura che si generalizza fa accadere ciò di cui si ha paura: i prezzi crollano. E’ la crisi finanziaria. Il valore di mercato delle azioni e delle case date in garanzia si riduce enormemente. Le banche chiedono ai loro clienti di “rientrare”, come si dice. Costoro per rientrare sono costretti a vendere ciò che possiedono. La caduta dei prezzi si fa ancora più violenta. 

Ma non tutti i clienti riescono a rientrare. Numerosi prestiti fatti dalle banche entrano in “sofferenza”, ossia si rivelano come cattivi crediti, probabilmente non più esigibili. A questo punto la situazione patrimoniale delle banche può cominciare a scricchiolare. Se una banca dovesse fallire, in particolare se si tratta di una banca che ha ricevuto centinaia di migliaia o addirittura milioni di depositi, sarebbe una tragedia: migliaia e migliaia di famiglie e di imprese grandi e piccole dovrebbero cessare i loro acquisti, il pagamento di salari e stipendi a fine mese. Innumerevoli catene di pagamenti attesi verrebbero interrotte. Per impedire il disastro dei fallimenti bancari le banche centrali finiscono per prestare enormi quantità di moneta alle banche ordinarie. Lo stesso fanno i governi per salvare dal crollo altre istituzioni e grandi imprese. C’è però un’importante differenza. Le banche centrali, diversamente dai comuni mortali, possono prestare perché sono in grado di stampare la moneta, cioè crearla dal nulla. I governi invece devono procurarsi la moneta prendendola a prestito, cioè emettendo debito pubblico. Ma siccome con la creazione di moneta non si può esagerare (per timore di generare inflazione) i debiti governativi finiscono sempre per crescere enormemente.

 

I mercati e i grandi operatori della finanza

Come dobbiamo pensare i mercati finanziari, o semplicemente “mercati” secondo la terminologia che i mezzi di informazione hanno da tempo adottato? Gli stessi mezzi di informazione suggeriscono una interpretazione ambigua di questa espressione. Da un lato, parlando di mercati, i mezzi di informazione sembrano suggerire un soggetto anonimo, costituito da una molteplicità di operatori ciascuno mosso dalle sue motivazioni individuali, tra i quali è impossibile distinguere singoli agenti. Dall’altro lato gli stessi mezzi di informazione annunciano che questo o quel paese (in tempi recenti Grecia, Portogallo, Spagna, Italia) sono oggetto di attacchi speculativi, ossia di azioni deliberate che non possono non avere una precisa paternità. L’ambiguità in realtà non è soltanto dei mezzi di informazione. Gli stessi economisti non sanno dire se i mercati appartengano alla categoria dei mercati perfetti, dove i soggetti partecipanti sono innumerevoli e singolarmente insignificanti, oppure se ci si trovi di fronte a un gruppo relativamente limitato di grandi soggetti finanziari (come banche d’affari, gestori di fondi fi investimento e simili) che di fatto possiedono un elevato potere oligopolistico e sono nella condizione di poter influenzare, con le informazioni che diffondono (forse ad arte), una grande quantità di operatori individuali incapaci di autonomia (i cosiddetti seguaci). E’ anche possibile che nel mercato finanziario si determini una complessa situazione, a volte simile a quella dei mercati perfetti e a volte simile a quella dei mercati con posizione dominante di un gruppo di operatori. E’ intuitivo che nella situazione di dominio da parte di grandi operatori i mercati perdono la caratteristica di giudici imparziali che la teoria economica attribuisce ai mercati perfetti.

Per esemplificare si può dare un’idea di che cosa è un attacco speculativo. Il  grande speculatore è simile all’animale selvaggio che attacca un animale debole. In questo caso l‘animale debole può essere rappresentato da un paese altamente indebitato, bisognoso di emettere con frequenza nuovo debito  per sostituire quello in scadenza. Non è detto che un paese in queste condizioni sia irrimediabilmente condannato al fallimento, ma sicuramente, se costretto a pagare interessi da usura, la probabilità di fallimento aumenta. Il grande speculatore può acquistare sul mercato il diritto a vendere a termine i titoli pubblici del paese debole  (opzione) a un prezzo simile a quello corrente sul mercato. Poi vende progressivamente i titoli di cui è in possesso (non le opzioni) , accompagnando le vendite con una certa pubblicità sulla necessità di “uscire”, come si usa dire, da quel titolo prima che il suo prezzo di mercato subisca un tracollo. La massa di operatori non autonomi ( un tempo designata come parco buoi) che ha nel proprio portafoglio i titoli sotto attacco si spaventa, decide di liberarsene e inizia a vendere. Le continue offerte di vendita fanno cadere il prezzo. Se la manovra “riesce bene” la caduta è consistente e la “profezia” dei grandi speculatori si auto-realizza. Alla scadenza dell’opzione essi incassano la differenza tra il prezzo convenuto nel contratto di opzione e il prezzo di mercato caduto al di sotto del primo. Naturalmente l’astuzia del grande speculatore provoca un grave danno al paese debole: se prima dell’attacco speculativo il paese debole poteva finanziarsi a un interesse “ragionevole” dopo un attacco “riuscito”  il ricavo dalla vendita sul mercato di uno stesso titolo, poniamo di 100 milioni di nuovo debito, è necessariamente inferiore a prima (a causa della caduta del prezzo di mercato). E questo equivale a dire che il tasso di interesse sul debito è molto aumentato. Il grande speculatore si è arricchito e il paese debole è diventato più debole di prima.

L’esempio va preso con qualche cautela. Le opzioni non sono sempre strumenti diabolici. Una grande impresa che si aspetta di essere pagata tra tre mesi in valuta estera, acquistando un’opzione a vendere dollari tra tre mesi, ad esempio al cambio di oggi, può rendere certo un risultato che altrimenti rimarrebbe incerto e pertanto fonte di rischio. Vi è però una fondamentale differenza tra il caso del grande speculatore descritto prima e il caso della grande impresa che vuole difendersi da un rischio. Il grande speculatore evidentemente usa il mercato finanziario come si trattasse di una casa da gioco, mentre la grande impresa di fatto si assicura contro un rischio.

Purtroppo, come dicevo, nemmeno gli economisti dispongono delle informazioni necessarie a capire sempre se siamo in presenza di genuine reazioni di un mercato quasi perfetto oppure in presenza di un attacco speculativo. Per concludere su questo punto possiamo dire che il mercato finanziario reca nel medesimo tempo grandi vantaggi all’economia reale (perché rende facile il finanziamento di innumerevoli iniziative nel campo dell’economia reale), ma può tramutarsi in strumento spietato verso i debitori più deboli.

 

A chi rimangono i debiti? Un problema etico poco dibattuto

La lunga storia si potrebbe riassumere così: i debiti degli speculatori verso le banche ordinarie hanno finito per diventare i debiti pubblici dei paesi investiti dalla crisi finanziaria. Ma la storia non finisce qui, perché i debiti, dovunque si trovino, creano grossi fastidi. I governi, per liberarsi dai debiti che hanno dovuto contrarre per i salvataggi, non hanno che un modo: prelevare dal settore privato la ricchezza necessaria a ripianarli oppure accrescere le tasse. Questa è inevitabilmente l’intonazione della politica economica che segue le crisi finanziarie e le operazioni di salvataggio. E a ben vedere nemmeno la scelta di addossare i salvataggi alle banche centrali (che possono creare la moneta) rappresenta una soluzione indolore, perché se la moneta così creata rimane nel sistema, prima o poi il livello dei prezzi sale, il valore reale (o potere d’acquisto) della ricchezza finanziaria si riduce (compresa dunque la ricchezza  rappresentata da titoli di stato) e in definitiva la massa di debiti originata dai grandi speculatori viene addossata a tutti i contribuenti: persone, società, enti.

Due importantissimi problemi etici meritano di essere segnalati e brevemente discussi. Primo problema: il salvataggio dei grandi debitori insolventi, in particolare delle banche, è molto probabilmente inevitabile a causa delle devastanti e incalcolabili conseguenze che un fallimento incontrollato potrebbe provocare. Ma non si dovrebbe dare per scontato che istituzioni e banche divenute insolventi siano esenti da responsabilità e che i fondi utilizzati per i salvataggi debbano essere versati a fondo perduto come spesso accade  (in misura minore negli Stati Uniti). Inoltre non si dovrebbe troppo esitare a riconoscere insufficienze e storture della legislazione finanziaria che hanno permesso l’insorgere della crisi finanziaria e a cambiare tutto quello che deve essere cambiato. Secondo problema: la ripartizione sugli strati sociali dell’onere per l’estinzione del debito dovrebbe costituire il cuore del dibattito etico-politico e meriterebbe una profondità di analisi che non riceve.

 

Crisi nell’economia reale

Per esperienza comune la crisi finanziaria è seguita da una crisi dell’economia reale. Quotazioni di borsa ai livelli minimi significano aspettative non positive sul futuro delle imprese. Pertanto niente investimenti in nuovi impianti e macchinari. Quotazioni depresse delle case non invogliano a costruire nuove case, dunque ristagno degli investimenti nell’edilizia. E in aggiunta basse quotazioni delle azioni e delle case fanno sentire le famiglie meno ricche, dunque bassa domanda di consumi in generale, bassa domanda di beni durevoli (come autoveicoli ed elettrodomestici), bassa domanda di nuove abitazioni. Ciò significa bassa domanda a livello dell’intero sistema economico: una situazione che finisce a provocare disoccupazione di una parte degli occupati. E se la disoccupazione aumenta si aggiunge a quanto già detto la bassa domanda da parte dei disoccupati: una successione di impulsi negativi. Siamo alla recessione.

Sorge spontanea la domanda: come si esce dalla crisi dell’economia reale?  Prima di abbozzare una risposta conviene commentare brevemente un messaggio che i mezzi di informazione diffondono regolarmente nelle giornate nere. Sentiamo fare affermazioni del tipo: “oggi la borsa ha bruciato 200 miliardi di euro” o simili. Naturalmente nulla è cambiato sotto il sole: fabbriche e impianti sono esattamente quelli di ieri. E’ vero però che il prezzo mediamente attribuito dal mercato finanziario alle azioni scambiate nella giornata odierna, ove applicato all’intero insieme delle azioni delle società quotate in borsa, può risultare molto diverso da quello attribuito alle stesse società il giorno prima. Il caso della moneta liquida (ossia depositi e banconote presenti nel sistema) è molto diverso. Il denaro può veder cambiare le tasche in cui viene posto, ma, almeno in prima approssimazione, non può essere distrutto. Inoltre nel corso degli scambi un euro rimane sempre un euro. E da qualche parte, anche durante una crisi finanziaria, il denaro esistente deve trovarsi. Perciò, quando i prezzi delle azioni e degli immobili sono giudicati molto bassi alla luce dell’esperienza storica, i possessori di moneta liquida sono disposti a scambiare la loro moneta con azioni e immobili. Le aspettative più o meno lentamente ridiventano favorevoli. La domanda ricomincia a manifestarsi e con il consolidamento della domanda la tendenza dei prezzi si inverte. Diciamo che il ciclo economico ridiventa favorevole. Naturalmente pensare a questi processi in teoria è facile, ma prevedere i tempi è molto difficile. I tempi del recupero dipendono da molti fattori, compresa la politica economica praticata dai governi durante il periodo di recessione.

Quest’ultima considerazione è utile per comprendere quanto sia importante che i governi non siano eccessivamente appesantiti dal debito pubblico. Se il debito pubblico non è eccessivo i governi, al presentarsi di una recessione, possono sostenere la produzione e l’occupazione mediante la domanda pubblica finanziata in disavanzo. E’ quello che ad esempio gli Stati Uniti hanno fatto a cominciare dal 2008-2009.

 

Eredità della duplice crisi nell’UE

E’ necessario rendere il nostro discorso meno generico e prendere in considerazione l’Unione Europea in particolare. Sappiamo che negli ultimi decenni il sistema economico mondiale si è progressivamente integrato e questo processo tende a rendere simile il ciclo economico nelle diverse aree del mondo. Tuttavia nell’UE le conseguenze economiche delle due crisi, finanziaria e reale, sono state più marcate che altrove, e ciò malgrado l’innesco iniziale della prima crisi si collochi negli Stati Uniti dove la numerosità e l’importanza delle situazioni di insolvenza nel settore bancario e finanziario sono state clamorose. La causa maggiore della differenza europea risiede con ogni probabilità nella cattiva situazione delle finanze pubbliche di diversi paesi dell’area Euro e nelle politiche economiche (secondo me eccessivamente) restrittive che la normativa dell’Euro richiede in questi casi.  Nell’ambito dei paesi dell’Euro ci sono però rilevanti differenze tra economie forti, come Germania, Olanda, Danimarca, Finlandia e economie deboli, come Grecia, Portogallo e Italia. Le prime possiedono una notevole capacità di esportazione che ha loro permesso una ripresa più rapida e più soddisfacente delle economie deboli, mentre queste ultime già prima della duplice crisi erano appesantite da un elevato debito pubblico e denunciavano problemi di competitività. Le economie più forti, non occorre dirlo, hanno sopportato la crisi meglio delle economie deboli. Queste invece hanno spesso peggiorato la loro posizione con nuovi disavanzi di bilancio, senza poter contare su un vigoroso contributo delle esportazioni. 

La Spagna costituisce un caso a sé per avere sperimentato una bolla edilizia  simile a quella americana che ha fatto comparire dosi massicce di cattivo credito nei bilanci bancari. Attraverso le operazioni di salvataggio questo cattivo credito si è poi in parte trasformato in debito pubblico. Come conseguenza di tutto ciò la Spagna si trova collocata tra le economie deboli. La Francia, seconda economia dell’area Euro per dimensione, non si può certo classificare tra i paesi deboli, ma non possiede una situazione altrettanto solida dei paesi del Nord Europa. 

La questione delle politiche economiche dell’Area Euro richiede un certo equilibrio di giudizio. L’opinione prevalente presso le istituzioni europee attribuisce una grande importanza al problema del debito pubblico, ben sapendo, come la storia insegna, che un eccesso di debito può portare alla disgregazione sistemi economici un tempo prosperi. Tuttavia una cosa è il principio della disciplina fiscale che in una unione monetaria rappresenta un comprensibile obbligo di tutti i partecipanti e una cosa diversa è dare alla politica economica la finalità quasi esclusiva di azzerare il disavanzo. Tutti possono capire che il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo (Pil) deve essere tenuto sotto controllo, ma troppo spesso le autorità dell’UE sembrano dimenticare che per non fare crescere quel rapporto la riduzione del numeratore (attraverso il contenimento del disavanzo) non è meno importante della crescita del denominatore (Pil), mentre il benessere dei cittadini dipende proprio da questa crescita. Non voglio fare apparire il problema più semplice di quello che è ma la crescita del prodotto e dell’occupazione deve essere il principale obiettivo della politica economica e la disciplina fiscale la condizione da osservare. 

Con riferimento all’anno corrente 2012 le previsioni effettuate a giugno da diversi centri di analisi economica indicavano una crescita praticamente nulla per la media dei membri dell’Euro, positiva anche se non brillante per i paesi forti e decisamente negativa per i deboli. Per l’Italia la previsione di crescita risultava dell’ordine di meno 2%, nettamente peggiore di quella relativa  alla media  dei paesi dell’Euro. A fine estate le previsioni sono state corrette al ribasso.

 

La situazione italiana e il governo Monti

Perché il nostro paese va tanto peggio della media dell’UE? Credo che la risposta chiami in gioco la restrizione fiscale degli ultimi anni, più forte di quella di altri paesi europei. Il colpo di grazia è venuto con l’impegno preso dal governo italiano immediatamente precedente a Monti di azzerare il disavanzo dello Stato nel 2013, anche se poi ricalibrato dalle regole del cosiddetto Fiscal Compact che concede un piccolo margine di oscillazione del disavanzo cosiddetto “strutturale”(dato dalla differenza tra uscite pubbliche ed entrate “tendenziali”). Naturalmente il rigore fiscale, pur testimoniando la volontà di procedere in tempi brevi al risanamento del bilancio dello Stato, non libera il nostro paese dalla necessità di andare con frequenza sul mercato finanziario per rinnovare il debito in scadenza e per colmare il disavanzo dell’anno in  corso. Nasce di qui il problema dello spread (ossia del divario tra il tasso di interesse sul debito pubblico pagato dall’Italia e quello pagato dalla Germania) cui i mezzi di informazione hanno riservato tanta attenzione. Ma vi è anche un altro problema, in prospettiva forse ancora più grave  del debito pubblico e della forte contrazione produttiva in atto:  quello della mancata crescita della produttività del lavoro da oltre un decennio a questa parte. Su questo problema rinvio all’ultima sezione della mia esposizione.

Prendiamo dunque in considerazione il problema dello spread. Parlare delle colpe per cui siamo arrivati alla situazione presente è importante in sede storica, ma non aiuta ad affrontare la situazione del presente. Se dentro un’unione monetaria come è l’area Euro un paese paga un interesse medio sul debito pubblico pari a quattro o cinque volte l’interesse pagato da un altro paese (per esempio il 6% contro l’ 1 o 1,5%) e se il paese che deve pagare di più è il paese debole, la sua situazione viene a somigliare a quella di un debitore che rischia di diventare insolvente più che per ragioni oggettive, perché finanziato da un usuraio. In queste condizioni l’unione unisce assai poco. Rendiamoci conto che per l’Italia un solo punto di spread (non 4 o 5 punti) se applicato all’intero debito pubblico assorbe entrate dello stato pari a circa 19 miliardi di euro, cioè oltre l’uno per cento del Pil. E’ dunque corretto dire che il problema dello spread è un problema di grande rilevanza. 

Il nostro paese ha ricavato un notevole beneficio in termini di riduzione dello spread dal nuovo corso della politica monetaria inaugurata nell’estate dal governatore Draghi che ha ritenuto coerente con lo statuto della BCE l’acquisto di titoli pubblici a scadenza breve e media sul mercato cosiddetto secondario (cioè il mercato dei titoli già in circolazione, distinto dal mercato primario che è quello delle nuove emissioni). Questo beneficio si è manifestato anche negli ultimi giorni, ma la situazione non si può certo dichiarare risolta. Un’eventuale richiesta al Fondo europeo di stabilità (ESM), detto comunemente “salva stati”, di sostenere l’acquisto di titoli del debito pubblico a lungo termine sarebbe certamente di non facile gestione. In ogni caso la Bundesbank non ha accolto con favore la politica monetaria di Draghi. Gli aspetti tecnici della discussione tra fautori e oppositori degli interventi delle istituzioni dell’Euro sono complessi e possono apparire noiosi ai non addetti, ma è evidente che il nucleo del contrasto riguarda la diversa concezione politica dell’Euro: un meccanismo il cui buon funzionamento dipende dalla capacità di tutti i membri dell’unione monetaria di comportarsi in modo perfettamente omogeneo indipendentemente dal punto di partenza, piuttosto che un meccanismo orientato all’unione politica, nel quale esiste una certa disponibilità dei membri forti a farsi carico dei problemi dei più deboli. Si tratta di un problema che per maturare richiede tempi diversi da quelli dei mercati.

L’Italia ha bisogno di una classe politica di moralità più alta di quella media della sua storia. Sotto questo profilo la presenza di Monti alla guida dell’attuale governo rappresenta un progresso di cui sarebbe un errore sottovalutare l’importanza. Il governo, come è ben noto, non è tecnico se non per le competenze dei suoi ministri. Il governo non ha i pieni poteri: non può operare se i due maggiori partiti non lo sostengono. Ma al tempo stesso i due maggiori partiti sanno che rischierebbero un duro giudizio elettorale se facessero cadere il governo Monti. Siamo in una sorta di equilibrio temporaneo in cui è difficile valutare esattamente fin dove Monti è costretto a compiacere i suoi sostenitori e fin dove questi sono costretti ad assecondare lui. 

Le principali questioni sulle quali un governo deve essere valutato riguardano l’adeguatezza delle misure prese e la giustizia nella distribuzione dei pesi . 

Sull’impostazione generale della politica economica cerco di esprimere sinteticamente le mie opinioni. Condivido l’attenzione assegnata al problema dello spread a causa dell’effetto idrovora che esso, se fosse rimasto ai livelli di inizio anno, avrebbe finito per esercitare sulla spesa pubblica per interessi. Mi dispiace invece la lentezza con cui le misure per la crescita vengono adottate (ultimamente è stata avviata la cosiddetta agenda digitale unitamente a un insieme di misure per favorire lo start-up di nuove imprese innovative) e soprattutto osservo una certa limitatezza di visione riguardo a tutto quello che avrebbe potuto essere messo in cantiere. Monti ha una concezione liberale dell’economia: lo stato deve fare leggi giuste e sagge, rinunciare ove possibile a essere imprenditore e costruire un ambiente favorevole alla competizione degli individui e delle imprese. Se questo contesto favorevole si realizza, lo sviluppo (il migliore sviluppo) non può mancare. Io credo di essere più pragmatico e più keynesiano. Ho già detto che a mio avviso l’economia italiana ha bisogno di maggiori investimenti, soprattutto investimenti miranti ad accrescere la produttività del lavoro e la competitività della produzione esportabile. E se questi investimenti non si realizzano spontaneamente nel settore privato bisogna darsi da fare con progetti pubblici, cosa naturalmente non elementare perché richiede il cambiamento di alcune regole fiscali nell’Area Euro.

La questione della giustizia mi pare richieda un giudizio articolato. La mia opinione è che sulle linee generali di intervento il governo ha avuto presente il dovere di ricercare un equilibrio nella distribuzione del carico. Ma alcune circostanze in cui lo stesso governo è parso dimenticare le fasce più deboli della popolazione sono risultate sgradevoli. Mi riferisco (1) alla omissione iniziale di considerare adeguatamente il problema degli “esodati”, (2) al progetto di escludere dall’indennità di accompagnamento per non autosufficienti i redditi a partire dai 15 mila euro, (3) all’omissione di considerare la posizione degli “incapienti” nel progetto di legge di stabilizzazione. Si tratta di fasi progettuali di provvedimenti presi in un contesto confuso, ma la mancanza di attenzione verso la parte più debole della società manifesta un  distacco che non si vorrebbe vedere in un governo curante del bene comune o della pubblica felicità.

Verificare quanto le diverse classi di reddito siano state colpite, se volete quanto i ricchi e quanto i poveri siano stati chiamati a pagare, è tutt’altro che facile. Allo stato attuale non credo esistano studi approfonditi che vadano oltre i commenti di stampa. Tra questi commenti uno dei più frequenti riguarda la mancata introduzione di un’imposta patrimoniale. Non condivido questa opinione. In termini molto generali mi spaventa il lavoro enorme di ricognizione di tutte le forme di ricchezza. Ma consideriamo le principali componenti. La ricchezza patrimoniale consiste principalmente di immobili e di attività finanziarie. Di queste ultime una fetta molto consistente è costituita da titoli del debito pubblico. Tassare la proprietà dei titoli del debito pubblico (gli interessi sono già tassati) nella attuale congiuntura italiana non mi pare una buona idea. L’altra metà della ricchezza finanziaria è rappresentata da titoli privati, depositi bancari e titoli esteri. La borsa italiana non ha riguadagnato i livelli di inizio 2007, gli interessi sui depositi sono normalmente inferiori all’inflazione, i titoli stranieri non possono ricevere un trattamento fiscale discriminatorio. Non occorre molto per capire che lo spazio per una maggiore tassazione della ricchezza finanziaria allo stato attuale è inesistente. La ricchezza reale, ossia le case (con eccezione delle prime case), sono invece state colpite da un’imposizione approssimativamente doppia rispetto alla precedente: è questa l’ “imposta patrimoniale” (se vogliamo chiamarla così) che il governo Monti ha potuto introdurre. Purtroppo è sopravvissuto il regime opzionale di tassazione con cedolare secca delle case date in affitto. Non andava fatto, ma ho l’impressione che questa sopravvivenza costituisse una delle condizioni non scritte per la fiducia in parlamento al nuovo governo da parte del partito che ha introdotto la cedolare secca.

La regolamentazione della materia pensionistica è stata oggetto di grande attenzione da parte della stampa quotidiana e periodica. Nelle linee generali credo che l’adeguamento della nostra regolamentazione a quella europea fosse inevitabile. 

Nei confronti della disoccupazione è stato introdotto il primo nucleo di una legislazione che estende la cassa integrazione a tutte le forme di lavoro subordinato. Anche se per gli evidenti costi il provvedimento richiederà diversi anni per andare pienamente a regime si tratta di un fatto molto innovativo che mette l’Italia nella linea dei paesi più civili dell’UE.

Nei confronti dell’evasione fiscale e della corruzione credo che il governo ha mostrato determinazione non dubbia circa la sua volontà di chiudere con la tolleranza.

 

L’UE e il futuro dei mercati finanziari

Nella penultima sezione in cui ho organizzato la mia riflessione vorrei tornare ai mercati finanziari da cui sono partiti. La storia secolare delle crisi finanziarie ci dice che i comportamenti avventurosi e spesso  pirateschi che danno vita alle crisi sono sempre favoriti da una cattiva regolazione di mercati medesimi. La materia è evidentemente complessa per i non addetti ai lavori. Nondimeno alcune considerazioni generali sembrano opportune. 

In primo luogo vorrei ricordare l’opportunità del ritorno a una netta separazione tra banche ordinarie, di deposito e prestito, e banche d’affari. Questa separazione era stata introdotta in Italia con la legge bancaria del 1936, mentre è stata abbandonata nel 1993 per rendere possibile lo sviluppo della banca universale in omaggio all’idea imperante di liberalizzare fin dove possibile. Alla luce dell’esperienza il ritorno alla banca universale si è dimostrato un errore, soprattutto di fronte alla necessità, nuovamente presentatasi (come tante volte nella storia finanziaria) di operare salvataggi. Mentre è di immediata comprensione che il fallimento di una grande banca ordinaria creerebbe guasti di proporzioni gigantesche nel sistema finanziario, e va pertanto evitato, ciò non è altrettanto vero nel caso di una banca d’affari, con clienti  principalmente costituiti da investitori finanziari e sostanzialmente priva di una rete di depositanti. Il ritorno al principio della separazione o comunque a un disegno istituzionale equivalente si pone dunque come necessario per mettere i governi al riparo dal rischio di dover operare quanto meno un certo numero di salvataggi.

Se non si vuole rimettere in discussione la banca universale oggi esistente, un provvedimento minimo sufficiente a eliminare gran parte dei comportamenti imprudenti che hanno reso possibile la crisi finanziaria potrebbe consistere nella drastica limitazione dei prestiti bancari di natura speculativa, cioè prestiti garantiti da azioni che uno speculatore cerca di procurarsi con garanzia delle azioni già acquistate per acquistare altre azioni. Azioni che oggi valgono 100 ai prezzi di mercato dovrebbero essere accettati a garanzia di nuovi prestiti al più per 50. Si deve cioè evitare che un improvviso crollo delle quotazioni di borsa riduca il prezzo di mercato delle garanzie offerte alla banca finanziatrice al di sotto del valore dei prestiti ottenuti: se ciò accadere la perdita subita da uno speculatore può improvvisamente generare una situazione di insolvenza per la banca che lo ha finanziato. 

Si pone anche la necessità di limitare la possibilità di trasformare i mercati finanziari, che debbono svolgere una funzione vitale al servizio dell’economia reale, in istituzioni che di fatto rendono possibili forme di speculazione fortemente destabilizzanti. Mi riferisco a molti strumenti finanziari cosiddetti derivati di cui le opzioni di acquisto e vendita di titoli del debito pubblico alle quali ho già accennato all’inizio di questa esposizione costituiscono un esempio importante. Se sul mercato sono presenti grandi operatori consapevoli di possedere un potere di mercato, la tentazione di conseguire guadagni speculativi innescando sfiducia verso il paese più debole e provocando la progressiva caduta della quotazione dei suoi titoli può essere forte. Questa azione speculativa risulta relativamente poco costosa in quanto il prezzo dell’opzione a vendere il titolo in questione corrisponde normalmente a una frazione del prezzo di mercato del titolo e dunque con un impegno di capitale relativamente limitato lo speculatore può conseguire notevoli guadagni. Come ho già detto l’attacco speculativo condotto contro il paese debole può però accrescere anche in misura notevole il costo dell’indebitamento pubblico per il governo di questo paese. E le difficoltà per il paese oppresso da un debito rilevante a risolvere i suoi problemi possono diventare molto più grandi. A mio giudizio si deve dunque limitare l’uso delle opzioni (e dei contratti a termine) ai soli casi in cui questi strumenti finanziari hanno il solo intento di copertura assicurativa. Questo intento può essere dimostrato dall’operatore interessato fornendo prova dell’esistenza di un contratto principale che si vuole “coprire”, cioè assicurare.

E si deve anche vietare la trattazione sui mercati ufficiali di prodotti finanziari di cui non è chiaramente accertabile il contenuto, come è accaduto nei numerosi casi di “impacchettamento” di obbligazioni immobiliari che hanno giocato un ruolo rilevante nell’occultamento del rischio d’insolvenza che ha preceduto la crisi finanziaria del 2007.

Purtroppo malgrado l’insediamento, dopo la crisi finanziaria, del Financial Stability Forum (un meccanismo di consultazione tra le principali banche centrali del mondo per arrivare a proposte di riforma dei mercati al fine di evitare il ripetersi di situazioni critiche) nessun passo sostanziale è stato fatto.

La materia, come è facile capire, è complessa. Ciò non toglie che il ritardo nella riforma della regolamentazione lasci alquanto insoddisfatti e induca a pensare che, come spesso accade, interessi particolari riescano a bloccare i processi che dovrebbero tutelare gli interessi generali.

 

Le prospettive dell’Euro

Ho dedicato molto spazio ai problemi finanziari. Essi sono stati causa di gravi disagi per tutto il mondo industrializzato e per il nostro paese in particolare. Penso che continueranno ad esserlo per un certo tempo, ma con riferimento a un orizzonte più lungo non ritengo che i problemi finanziari siano i più gravi. 

Anche per un europeista convinto sarebbe difficile negare che per l’Italia il primo decennio di vita nell’Euro non è stato un successo; in un certo senso siamo il paese andato peggio. Il Pil nell’arco di 11 anni ha presentato una crescita media miserevole (qualcosa come 1/3 di punto all’anno), la produttività media del lavoro ha perso alcuni punti percentuali (unico paese dell’Euro), i salari reali riflettono fedelmente quanto è accaduto alla produttività del lavoro. Questa grandezza, la produttività del lavoro, rappresenta la fonte del progresso economico, è quella che in ultima analisi fornisce le risorse per colmare gli squilibri e ottenere il miglioramento dei redditi. Perdonate la banalità: se tutti viviamo su un campo di grano e il numero di quintali prodotti in media da ogni lavoratore in un anno (la produttività del lavoro appunto) non aumenta, è difficile che il tenore medio di vita individuale possa crescere.

Ripetere un decennio come quello che si chiude con il 2012 sarebbe distruttivo. La società potrebbe manifestare ribellione e sentimenti anti europei, che già cominciano a emergere in qualche partito di opposizione. Si pone una scelta veramente drammatica: o lasciare l’Euro, o riformarne i meccanismi. Personalmente credo che la strada da prendere sia quella di premere per una riforma della politica dell’Euro, senza ignorare la disciplina fiscale che rimane un requisito fondamentale per stare con gli altri. L’Italia a mio avviso si trova nella situazione attuale per avere attuato negli anni 2008-2011 una restrizione fiscale maggiore di quella degli altri paesi membri dell’Euro. Uno strumento per sostenere l’attività economica in recessione e per stimolare la crescita della produttività è necessario. Investimenti con questa finalità dichiarata sono possibili, purché si rendano certi i nostri partner che non si tramuteranno in furbe scappatoie per mantenere in vita (in ultima analisi a spese altrui) settori non produttivi dell’economia italiana. Questi investimenti sono cosa diversa dalla spesa corrente dell’amministrazione pubblica e i loro costi non dovrebbero aggiungersi al debito pubblico. 

L’alternativa tecnicamente non inconcepibile, cioè l’abbandono della moneta unica, significherebbe la sconfessione di decenni di impegno sulla strada dell’unione politica dell’Europa.

 

 
 

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