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IL REGNO DI DIO 

DA GESU’ ALLE GENERAZIONI SUCCESSIVE

Romano Penna

 

 

 

Precisiamo anzitutto il significato del costrutto «regno di Dio». In quanto tale esso rimanda a una realtà politico-sociale, propria delle antiche monarchie semitiche (più che non ellenistiche) e soprattutto all’antica esperienza monarchica di Israele. Ma a differenza di quella che può essere una prima impressione, e sapendo comunque che il concetto è di matrice essenzialmente giudaica, esso non equivale primariamente a «reame», cioè non ha soltanto un significato statico-spaziale. Invece in prima battuta esso significa «regalità», con un significato dinamico-attivo

. Indica dunque soprattutto l’esercizio di una funzione, quella appunto del regnare (da parte di Dio), anche se non esclude l’altro significato: è in questo senso, perciò, che nel greco del Nuovo Testamento si parla di basileía, mentre in ebraico si dice malkût (dal verbo mālak, regnare)

. Secondo un detto rabbinico, una preghiera che non contenga nessun riferimento alla malkût di Dio non è una vera preghiera

 

1. Il regno di Dio nelle parole di Gesù. 

Una prima constatazione storico-letteraria si impone, ed è che nessun testo della letteratura ebraica contemporanea delle origini cristiane, e quindi nessun personaggio israelitico del tempo, parla così tanto di «regno di Dio» quanto ne parla Gesù di Nazaret (ben 69 volte nei Vangeli Sinottici)

. Ed è un tema non marginale ma assolutamente centrale nell’annuncio-predicazione di Gesù. Altrove invece se ne parla solo poche volte, come nei manoscritti di Qumran e in qualche apocrifo giudaico

. In questo senso, dunque, e anche solo a livello di frequenza lessicale, Gesù è davvero originale. 

Ma l’originalità maggiore sta altrove. Infatti, mentre nei testi dell’Antico Testamento c’è un esercizio già attuale della regalità di Dio che riguarda sia la sua sovranità universale sul mondo (cf. Zac 14,9: «Il Signore regna, esulti la terra») sia quella sul solo Israele (cf. Sof 3,15: «Re d’Israele è il Signore in mezzo a te»), nei testi del giudaismo contemporaneo il regno di Dio è sostanzialmente una realtà futura, escatologica, da auspicare e da attendere, come si vede per esempio nella preghiera sinagogale del Qaddîsh che si esprime così: «Egli faccia regnare la sua regalità durante le vostre vite e ai vostri giorni e nei giorni di tutta la casa d’Israele, presto e in fretta». Nella predicazione di Gesù, invece, a parte il fatto che di una attuale sovranità cosmica-universale di Dio non si parla, il tema è trattato da un diverso, doppio punto di vista. 

Innanzitutto vi troviamo condivisa la stessa idea giudaica di una realtà futura, a venire, come risulta all’evidenza nella preghiera del Padre Nostro con l’invocazione: «Venga il tuo regno» (Mt 6,10/Lc 11,2). Analogamente le Beatitudini prospettano al futuro una condizione di redenzione: «Saranno saziati, saranno consolati, rideranno, vedranno Dio, saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,3-10)

. Questo linguaggio si spiega al meglio sulla linea delle invocazioni o prospettive riguardanti nient’altro che la venuta futura di Dio stesso in persona, come si legge in Is 35,4: «Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete! Ecco, il vostro Dio … viene a salvarvi». 

Ma in secondo luogo la predicazione di Gesù annuncia anche una dimensione di presenzialità dello stesso regno di Dio nelle sue proprie parole e azioni. E questo è del tutto originale nel giudaismo. Lo si vede variamente enunciato, per esempio, nelle prime parole da lui pronunciate secondo Mc 1,15 («Il regno di Dio si è reso vicino»: non tanto in senso temporale [= sta ormai per venire] quanto piuttosto in senso fisico [= è ormai a portata di mano in Gesù stesso]), nelle parabole della crescita (come il granello di senapa in Mc 4,30-32, per dire che la fiducia nell’esito finale si fonda su ciò che già ora si sta realizzando come inizio), nella cacciata dei demoni (in Lc 11,10: «Se io scaccio i demoni col dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio»), nel giudizio sul Battista (in Mt 11,11: «Il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui», cioè con la novità di Gesù si provoca ormai un cambiamento di prospettiva), con il detto sui violenti (in Lc 16,16: «La legge e i Profeti vanno fino a Giovanni; da allora il regno di Dio viene annunciato e ognuno fa violenza verso di esso», dove i violenti in senso metaforico sono i pubblicani e i peccatori in quanto non erano ritenuti suoi eredi legittimi

), e nella affermazione esplicita secondo cui «il regno di Dio non viene in modo osservabile poiché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,20-21). La conclusione è che, detto in sintesi, incontrare Gesù significa già incontrare l’éschaton, vale a dire ciò che è ultimo e definitivo (anche se esso ha ancora una dimensione futura). 

 

2. Il regno di Dio nelle generazioni successive a Gesù. 

È innegabile che nelle generazioni immediatamente successive alla vita e morte del Gesù storico, il tema del «Regno di Dio» subì una attenuazione. Certo esso non costituisce più il nucleo del tipico evangelo annunciato dopo la Pasqua e più in generale non sta al centro della riflessione cristiana. 

 

- 2.1 Lo si vede già nei primi scritti della letteratura cristiana, quali sono le lettere di Paolo di Tarso. Qui lo troviamo menzionato appena 7 volte nelle lettere autentiche (cf. Rom 14,17; 1Cor 4,1; 6,9.10; 15,50; Gal 5,21; 1Tes 2,12)

 e 4 volte nelle lettere deutero-paoline (cf. Col 4,11; 2Tes 1,5; 2Tim 4,1.18). E, a parte la rarità della frequenza, va osservato che esso è piuttosto marginale poiché non fa parte del pensiero centrale dell’Apostolo. Infatti lo si trova essenzialmente soltanto in brani di tono parenetico, cioè morale-esortatorio, ma non evangelico-argomentativo in senso stretto. Per esempio, dopo un elenco di vizi (in Gal 5,21 se ne elencano ben 14), si legge che «chi compie queste cose non erediterà il regno di Dio». Ma in proposito bisogna fare alcune annotazioni: (a) il regno qui è solo in prospettiva futura e non più presenziale come invece era per Gesù; (b) la sua unione al verbo «ereditare», soprattutto in Gal (ma cf. anche 1Cor 6,10; 15,50), è sorprendente perché tutta la lettera impiega questo verbo in una argomentazione al presente come ottenimento già attuale della promessa fatta ad Abramo e realizzata in Cristo; (c) la sua menzione ha solo lo scopo evidente di distogliere i lettori dal praticare cattive abitudini; (d) il collegamento formale a elenchi di vizi ne stempera o meglio ne precisa la portata teologica, sia perché questi elenchi sono paralleli ad elenchi contrari di virtù, sia perché entrambi gli elenchi rappresentano un semplice genere letterario diffuso nell’antichità (specie nello stoicismo ma anche nel giudaismo), sia perché essi sono ordinati a distinguere due categorie di persone, rispettivamente quelle condotte dal criterio della carne (a cui è omogeneo il criterio della Legge, che per Paolo è improduttiva rispetto alla giustificazione) e quelle condotte dallo Spirito

. D’altronde, è sintomatica la differenza del giudizio che Paolo dà sui suoi collaboratori: mentre nella lettera autentica Fil 1,5 e 2,22 essi collaborano «per il vangelo», invece nella deutero-paolina Col 4,11 essi collaborano «per il regno di Dio». Il fatto è che il Vangelo per Paolo riguarda essenzialmente la morte di Gesù per i nostri peccati e la sua risuscitazione da parte di Dio come convalida della sua morte e indirettamente di tutta la sua vita. 

C’è tuttavia qualcosa che unisce la predicazione di Gesù a quella di Paolo, ed è il tema della pura disponibilità nei confronti, rispettivamente, del regno e del vangelo. Come Gesù intendeva il Regno riservato ai poveri, a coloro che lo accolgono come bambini, cioè senza nessuna presunzione di alcun merito personale (cf. la parabola del fariseo e del pubblicano in Lc 18,9-14), così per Paolo la giustificazione si consegue mediante la nuda fede, cioè a prescindere da ogni affermazione di sé mediante le proprie opere (cf. Rom 3,28; Gal 2,16). 

 

2.2 Un passo oltre, verso un ulteriore affievolimento del tema, è compiuto dagli scritti giovannei, della fine del I secolo. Infatti nel Quarto Vangelo Gesù parla del Regno di Dio, paradossalmente, una volta sola, a una persona sola, e di notte (cf. Gv 3,5: colloquio con Nicodemo)! Evidentemente per questo Evangelista, Gesù incentra la sua predicazione su di un altro tema, che è l’accoglienza di Gesù stesso in quanto mandato come rivelatore del Padre, con cui fa una cosa sola (cf. Gv 10,30). In questo senso egli è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), cioè egli si presenta come la via da percorrere per andare a Dio (cf. Gv 14,6b: «Nessuno va al Padre se non per mezzo di me»), poiché rivela la verità (essendo «pieno di grazia e di verità»: Gv 1,14) che dona la vita (cf. Gv 10,10: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»). L’interesse, come si vede, è per una cristologia alta, molto sviluppata, dove il tema del Regno scompare. Nelle tre lettere giovannee non c’è nemmeno una menzione del tema. 

Anche l’Apocalisse documenta il sintagma «regno di Dio» molto scarsamente, anzi una volta sola, dopo la visione della sconfitta del drago precipitato dal cielo sulla terra: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo» (12,10). Anche il messaggio di questo libro infatti è essenzialmente cristologico, sia pure nascosto sotto la metafora dell’Agnello sgozzato eppure ritto in piedi (cf. 5,6). 

 

2.3 Come si può ben vedere, dopo la Pasqua il tema del Regno passa in secondo-terzo piano, per il semplice motivo che in primo piano balza ormai l’inopinato evento del «terzo giorno» con l’annessa interpretazione della morte di Gesù. Il messaggio cristiano ormai non può essere altro, ed è questo che diventa ormai Il vangelo. Non per nulla, invece di annunciare «il vangelo del regno» (come si legge per Gesù in Mt 4,23; 9,35; 24,14), ora viene annunciato «il vangelo del Figlio suo» (Rom 1,9) o «il vangelo di Cristo» (1Cor 9,12; 2Cor 2,12; 9,13; 10,14; Gal 1,7; Fil 1,27; 1Tes 3,2), che è un vangelo formulato dalle prime comunità cristiane già prima di Paolo, come egli stesso attesta: «Vi rendo noto il vangelo che vi ho annunciato, dal quale venite salvati … Vi ho trasmesso infatti quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i  nostri peccati secondo le scritture … e che fu risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture» (1Cor 15,3-5). E se altrove Paolo parla di un «vangelo di Dio» (Rom 1,1; 1Tes 2,2.8.9), è solo per dire che l’evento di salvezza, concentrato nella Pasqua, risale al piano salvifico di Dio stesso, in quanto è lui che lo aveva «promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture» (Rom 1,2). È ben chiaro dunque che né Paolo e neppure la chiesa anteriore a lui predicavano tanto il vangelo del Regno di Dio quanto piuttosto annunciavano (= evangelizzavano) il valore determinante che il Cristo morto-risorto ha per la fede del credente, a prescindere da qualunque condizionamento legalistico-morale. 

Questa nuova prospettiva non poteva non influenzare lo stesso linguaggio tradizionale del Regno di Dio e condurre a nuove formulazioni. Il Regno infatti, ma solo in seconda battuta, ormai non è più detto solo «di Dio», ma è «il regno di Cristo e di Dio» (Ef 5,5), «il regno del figlio suo diletto» (Col 1,13), «il regno eterno del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo» (2Pt 1,11) oppure si dice che «il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo» (Ap 11,15)». Semmai fanno problema quei testi evangelici, dove, non tanto altri parlano di un regno di Gesù (come i figli di Zebedeo che gli chiedono di avere posti privilegiati «nel tuo regno» [Mt 20,21] o come il buon ladrone sulla croce che gli chiede di ricordasi di lui «quando entrerai nel tuo regno» [Lc 23,42]), ma è Gesù stesso che parla di un «regno del Figlio dell’uomo» (Mt 134,41; 16,28) o promette ai discepoli di sedere «alla mensa nel mio regno» (Lc 22,29-30) o afferma che «il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36). Una tale ‘cristologizzazione’ del Regno, attribuita già al Gesù terreno sia pur raramente, è problematica, se non altro perché nella generazione successiva, come abbiamo detto, essa è secondaria e potrebbe spiegarsi a livello redazionale; infatti i Vangeli sono stati scritti negli anni 70-90 (ben dopo le lettere paoline autentiche, che sono tutte degli anni 50), quando ormai il tema gesuano della basileia di Dio tendeva a coniugarsi con l’ormai forte fede cristologica. Questa redazionalità o semplicemente il condizionamento contestuale si scorge, per esempio, nella frase citata di Gv 18,36, dove Gesù risponde alla domanda di Pilato sul fatto se egli fosse «il re dei Giudei» (Gv 18,33). Gesù infatti non ha mai gradito di essere proclamato re (cf. Gv 6,14-15) e la causa della sua condanna, scritta sulla croce, rappresentò una falsificazione della sua identità, tanto che la formula «il re dei Giudei» non venne mai accolta dalla chiesa tra le sue confessioni cristologiche. Se mai egli ha parlato di una sua personale regalità, lo ha fatto soltanto in prospettiva escatologica, sulla falsariga di Dan 7,13-14 («Ecco venire sulle nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo … gli furono dati potere, gloria e regno»), dove però la regalità di quel misterioso personaggio è semplice condivisione di quella di Dio stesso, il cui regno nello stesso libro profetico è qualificato come «eterno… di generazione in generazione e … che non sarà mai distrutto» (Dan 3,100; 4,31; 6,27). 

 

2.4 Infine ricordiamo che nella cosiddetta Lettera di Clemente ai Corinzi, scritta dalla chiesa di Roma a quella di Corinto negli anni 96-98, di regno di Dio si parla una volta sola, con un bel testo a proposito degli apostoli post-pasquali, che «fermi nella parola di Dio con la pienezza dello Spirito Santo andarono ad annunciare la buona novella che sta per giungere la basileía di Dio» (1Clem 42,3). Come si vede, qui la predicazione si concentra solo sulla venuta futura del Regno, trascurando del tutto la sua dimensione presenziale, per non dire del silenzio sulla missione ricevuta dal Cristo risorto e sulla sua presenza costante (assicurata in Mt 28,18-20) e sull’insegnamento su Gesù Cristo stesso (che in At 8,12; 28,31 è appunto associato all’annuncio del Regno)

. Inoltre si parla una volta de «la visita/episkopé/avvento del regno di Cristo» quando saranno manifestati «quelli che sono stati resi perfetti nell’amore per la grazia di Dio» (1Clem 50,3)

 

2.5 Oltre quanto abbiamo detto, va riconosciuta e affermata in più una distinzione tra il Regno di Dio e la Chiesa. Negli scritti del Nuovo Testamento una identificazione del genere non si opera mai. Anche nella Didaché, databile genericamente nella seconda metà del I secolo, la distinzione è netta, come si vede nella preghiera eucaristica là riportata: «Come questo pane spezzato era disperso sui monti e, raccolto, è divenuto uno, così la tua chiesa sia raccolta dalle estremità dalle estremità della terra nel tuo regno» (Did. 9,4; così anche in 10,5)

. La distinzione invece viene implicitamente annullata in altri scritti sub-apostolici, come nella cosiddetta Seconda Lettera di Clemente (della metà del II secolo), dove si parla de «la chiesa prima, quella spirituale, creata prima del sole e della luna» (2Clem 14,1). Sarà poi sant’Agostino a operare una più esplicita identificazione del genere, parlando dell’esistenza di due categorie di persone, i cattivi e i buoni: «Dove ci sono le due categorie, è la chiesa del presente; dove c'è solo la seconda, è la chiesa del futuro ... Dunque anche nel presente la chiesa è il regno di Cristo e il regno dei cieli» (De civitate Dei 20,9,1). Perciò secondo il vescovo di Ippona, anche se non ci sono due chiese, ci sono però due tempi della stessa chiesa

 

3. Conclusione. 

Sintetizzando possiamo fare alcune semplici distinzioni. Esiste una regalità di Dio che è partecipata alla regalità di Cristo. Questa duplice regalità si esercita a sua volta doppiamente, sul cosmo e sugli uomini, specialmente sulla comunità dei battezzati. Ed esiste un Regno che si afferma già nel presente ma che avrà una sua consumazione nel futuro. Il dato fondamentale è che «la realtà escatologica si dà già nel presente e che questo presente segnato dall’irruzione della salvezza divina deve sfociare nell’avvenire che ne rappresenta il coronamento»

 

 
 

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