HOME > DOCUMENTI > EUCARESTIA E COMUNITÀ, TESTO DI GERMANO PATTARO



GERMANO  PATTARO [*]

 

EUCARISTIA E COMUNITA’

 

 

            Mi pare che dovrei formulare il tema in questo modo: che cosa significa celebrare e vivere l’eucaristia? Vivere e celebrare l’eucaristia a che cosa ci impegna verso gli altri? Vorrei suggerirvi questa riflessione: eucaristia e servizio verso gli altri.

            Già il parlare dell’eucaristia in modo così aperto, cioè un’eucaristia che non si chiude in se stessa, ma ha la porta spalancata verso gli altri, vi suggerisce - o ci suggerisce, perché ci dobbiamo mettere tutti nel conto, se è vero quello che dice don Franco, che non sappiamo mai ‘autocriticarci’ sul come viviamo l’eucaristia - e ci mette sull’avviso già di una cosa: che l’eucaristia non è una cosa da viversi per conto nostro, ma qualcosa che dovrebbe provocare dentro di noi una tensione agli altri.

Eucaristia: interrogativi e accuse ai cristiani      

            Si avverte già un pericolo, ed è questo. Tante volte, dall’esterno, chi crede poco, chi ci guarda, chi crede all’uomo piuttosto che a Dio, ci fa questa strana osservazione che penso in qualche modo ci riguarda tutti: diamo la sensazione che i nostri incontri liturgici, i nostri incontri di preghiera, le nostre eucaristie siano qualche cosa di separato; abbiamo bisogno cioè di metterci da parte per adorare Dio, si dice, per incontrarsi con Lui; e per fare questo abbiamo bisogno di lasciare il resto.

            Infatti ogni chiesa ha una porta e quella porta separa quello che accade dentro da quello che succede fuori. Nella chiesa si va, la chiesa come spazio fisico è separata, è distinta, non è una casa come le altre ma una casa più solenne, più spaziosa: non ha lo stile delle altre, ha un altro stile che si dice ‘sacro’. Quando ci guardano, dicono: ma voi avete bisogno di tirarvi fuori dalla vita per celebrare i vostri incontri di preghiera, le vostre liturgie? Avete come il bisogno di lasciare da parte il resto?

            In maniera più cruda dicono ai cristiani: voi in definitiva vi raccogliete e vi sentite i fortunati della fede, gli altri sono i poveracci che non hanno la fede. E ci dicono che noi in fondo diventiamo come un ghetto (un ghetto è un luogo dove ci si raccoglie separati dagli altri). Voi dentro le vostre preghiere o dentro i vostri incontri di adorazione, di riflessione in fondo diventate un ghetto: il ghetto dei credenti in mezzo a tutti gli altri, vi parlate tra di voi di cose che riguardano solo voi e non gli altri.

            Qualcuno, in maniera anche più dura, dice: voi vi ritrovate perché non sapete sopportare la fatica del vivere, la fatica di ogni giorno, non sapete come resistere alla difficoltà dell’esistenza, avete bisogno di farvi in qualche modo medicare, guarire - e si usa quest’espressione: voi celebrate un’eucaristia da “risarcimento danni”, per ricostruirvi. Questa è un’accusa che spesso viene rivolta ai cristiani; per cui in generale si dice: voi vi incontrate a pregare fuori della vita, fuori dell’esistenza, fuori della piazza, fuori della strada, in un altro luogo che non ha nulla a che vedere con la piazza, con la strada, con quanto succede ogni giorno.

            Questa è un’accusa che noi dobbiamo con molta onestà accettare, e dobbiamo domandarci se essa è vera o no, se davvero noi celebriamo i nostri incontri liturgici e di preghiera, in particolare l’eucaristia, così che per celebrarla dobbiamo venire fuori dal resto. Infatti ci dicono anche: ma voi in chiesa non parlate come si parla per strada; parlate in maniera più solenne, in maniera più generale, uno strano linguaggio che capite solo voi. Ci dicono, ancora: in chiesa non state come si sta per le case; in chiesa ci si veste, il sacerdote per esempio, in maniera diversa, ci sono tanti simboli diversi che non hanno nulla a che vedere con quanto succede nella vita.

Le domande che dobbiamo porci

            Ecco allora le domande che dobbiamo porci. Come celebriamo un’eucaristia? Celebriamo un’eucaristia che è criticabile da questo punto di vista? È proprio vero che quando celebriamo l’eucaristia ci separiamo dagli altri? È proprio vero che quello che accade in chiesa, intorno all’altare, può essere criticato così? È proprio vero che per celebrare l’eucaristia dobbiamo lasciare fuori della chiesa tutto e dimenticarci di quello che siamo sei giorni la settimana, inventare la domenica come un giorno diverso dagli altri? È proprio vero che quando entriamo in chiesa e celebriamo l’eucaristia dobbiamo dimenticare la scuola, i compagni, la famiglia, l’amicizia: dobbiamo dimenticare le cose buone e le cose balorde, le cose nostre di ogni giorno per entrare in un’esperienza tutta particolare, come si dice “arcana” che va in un’altra direzione, non più la direzione del luogo dove noi viviamo ma la direzione di Dio?

            Io vorrei rispondere a questa accusa, cioè aiutarci insieme a vedere se questo è vero o no. Se è vero, per rimediare a questa critica e domandarci, al tempo stesso, se il rimediare è per fedeltà al Signore oppure per non subire questa critica.

La “legge del Vangelo”

            Vi suggerirei, a motivo di questa riflessione da fare insieme, un principio cristiano ben preciso che notiamo nel Vangelo di Dio, la carta costituzionale, il libro che noi interroghiamo per sapere queste cose. Noi scopriamo un grande principio, che io chiamerei la “legge del Vangelo”. Quante volte sentiamo dire, soprattutto per gli adulti:  in fondo, chi ha fede è un fortunato. Non so se si ripeta anche per i più giovani. Aver fede, si dice, è una fortuna: il che vuol dire che chi non ce l’ha è uno sfortunato. Tu hai qualcosa che gli altri non hanno; allora si dice, a voler essere seri nell’osservazione: perché mai Dio dà la fede a qualcuno e lo rende fortunato e non la dà ad un altro, e lo lascia sfortunato?

            Bisogna ragionare così, se i conti tornano. Come mai a te sì e a me no? Come mai a te tanto e a me niente? Come mai tu gli sei caro e me mi dimentica? Perché fa attenzione a te ed è distratto su di me? Che cos’hai tu perché Egli ti preferisca e mi ignori?  Si potrebbe dire così.

            Ecco allora la “legge del Vangelo”. Dio nel Vangelo non dà mai qualcosa a qualcuno perché l’abbia e basta, perché se la tenga, perché sia più ricco. Gesù, se noi guardiamo l’Evangelo, ci dà sempre qualcosa perché noi a nostra volta la riceviamo e la doniamo agli altri: non c’è mai un dono di Dio che ci è fatto per tenercelo, ma ci è dato per donarlo. Ecco la legge allora: Dio non dà mai qualcosa a qualcuno perché se la tenga, ma perché ricevendola la metta a disposizione degli altri.

            Questo è un principio molto importante; traducetelo con un altro linguaggio che penso voi conosciate. Dio ci chiama, ci fa il dono di essere suoi, ci fa il dono di conoscerlo, di decidersi per Lui, di sceglierlo, di essere suoi. Ci fa questo dono, ma ce lo fa e dice così:  «Quello che voi avete udito nel silenzio e nella discrezione dovete andare sui tetti a dirlo forte agli altri. Quello che tu hai devi darlo agli altri». Ricordate quando Gesù entra in casa di Zaccheo: è un uomo che ha rubato tutta la vita, uno dei peccatori più grossi del suo tempo, che era disonesto frequentare; e Gesù entra nella sua casa e dice: «Oggi, Zaccheo, nella tua casa è entrata la salvezza».

            Zaccheo è meravigliato che un uomo di Dio come Gesù si accorga di lui, perché gli altri si sentono contaminati a frequentarlo. Invece Gesù non bada a niente: entra in quella casa giudicata maledetta perché è la casa del ladro, di chi ruba ma ruba volgarmente, sulla pelle degli altri. Zaccheo è l’uomo delle tasse e non guardava in faccia a nessuno. Ricchi e poveri, li strozzava tutti (“strozzare” da “strozzino”): voleva tutto. Entra Gesù in questa casa, e Zaccheo cosa fa? È così felice che questo Gesù, uomo di Dio, entri nella sua casa che di tutto quello che ha metà la dà ai poveri e dà il quadruplo agli altri, quelli che lui ha derubato.  L’avere incontrato Cristo non lo separa dal resto, ma lo mette in circolazione verso gli altri in un atteggiamento diverso.

            Al giovane ricco Gesù dice: «Se vuoi venire con me, lascia tutto». Il lasciare tutto non è per non avere, ma per diventare ricco di questo Gesù e donare, e avere un’altra ricchezza da mettere in circolazione, non quella usuale delle cose.

            Se è vero questo principio, dobbiamo verificare se le nostre eucaristie - perché è di questo che parliamo - le viviamo con questa legge: vengo a ricevere per dare, per celebrare, per donare, per stare presso Dio che ci chiama e ci visita, per andare verso gli altri? Verifichiamo se l’eucaristia è un luogo dove siamo chiamati da Dio per essere inviati verso i fratelli. Mi pare che questo sia il punto della nostra riflessione. Se volete, in altro modo: l’eucaristia è missionaria o no? Si celebra con la porta aperta o chiusa? A fianco della strada o in mezzo alla strada (indipendentemente dal fatto fisico di celebrarla o meno)? Sta dentro la vita o sul margine della vita? Questo è un po’ il punto.

E’ Dio che  chiama: vuole tutti alla sua mensa

            Mi richiamerei ad una parabola. Voi sapete che Gesù spesso parla per parabole: sono esempi che Egli prende dalla concretezza della vita e attraverso queste esperienze spiega quello che Lui vuole insegnare. Una delle parabole dominanti, in cui spiega quello che Egli vuol fare, quello che vuol fare lo definisce «il regno di Dio». Che cos’è questo regno? Ecco, si serve delle parabole. Una delle parabole dominanti è la cosiddetta «parabola delle nozze». Ogni tanto nel Vangelo spunta fuori un re, un signore, un padrone di cui il figlio fa le nozze, e allora vuole invitare tutti. Ogni tanto spunta nel Vangelo una parabola così, è ritornante.

            Nel capitolo 22 di Matteo e nel capitolo 14 di Luca - che vi suggerirei a riflessione, se riuscirò a spiegarmi bene, per continuarla dopo - noi leggiamo una parabola così: questo re ha un figlio, ne prepara le nozze e perché le nozze riescano bene fa uccidere gli animali più grassi, imbandisce una buona mensa, tutto è ricco e generoso. Mancano solo gli invitati. Manda a chiamare chi di dovere: sono i vicini di casa, gli amici. Uno dice che ha un paio di buoi da provare e non può andare, un altro dice che ha una casa da inaugurare e non può andare, ognuno trova una scusa e non ci va.

            In questa parabola si dice che questo signore chiama i suoi servi e dice: «Andate a chiamare non più gli amici, quelli che hanno diritto, ma tutti gli altri, gli estranei, quelli che non hanno diritto». I servi vanno fuori e vanno a chiamare tutti, si dice “sui marciapiedi”. Voi sapete che sui marciapiedi ci stanno quelli che non contano, quelli che non hanno casa, che non sono niente, i qualsiasi della vita. Anzi, “dietro le siepi”: cioè quei poveracci che girano al largo da tutto perché sono indisponibili, sono gli straccioni, quelli che puzzano, se volete, quelli che parlano male, quelli che sono già stati giudicati.

«Chiamateli tutti». E la parabola continua: vedendo il signore che i servi tornavano, domanda: «li avete chiamati tutti?». «Si, tutti, buoni e cattivi». Ma c’è ancora posto: «Andate fuori, sgridate tutti, perché questa mensa la voglio piena».

Vorrei richiamare l’attenzione su due fatti. Primo: vengono chiamati a questa mensa quelli che non hanno diritto. Secondo: vengono chiamati a questa mensa tutti, buoni e cattivi, senza distinzione. Che cosa vuol dire? Che attorno a questa mensa ci si va non per quello che si è (si è niente), non perché si ha diritto (non si può andare per questo), ma perché si è chiamati: siamo chiamati da Dio. Pensate in concreto: quante volte noi celebriamo l’eucaristia (come si può dire?) senza sapere bene perché accade questo. Andiamo in chiesa, ci sembra, perché l’abbiamo deciso noi; andiamo alla Santa Messa perché tocca. Ci incontriamo intorno all’altare perché è l’abitudine. Cioè celebriamo questa eucaristia, perché come si fa a non celebrarla?

È nei doveri dei cristiani celebrarla, ascoltarla, parteciparla. Nessuno che pensa bene:  noi andiamo non perché abbiamo deciso noi, non perché è nostra abitudine, ma perché ogni volta Dio ci chiama lì. È una chiamata di Dio che parte da quell’altare, è come se il Signore dicesse: «Venite, io desidero stare con voi e non voglio che questa mensa sia vuota». Se c’è posto, manda i servi fuori ancora: «Trovatene altri, scovateli dappertutto, ma li voglio tutti qui».

Ecco un primo dato: andare all’eucaristia significa andare con questo cuore, sapere che si va perché Cristo ci chiama lì, perché Egli desidera di stare con noi, perché non vuole stare solo, perché quella mensa vuota a Lui pesa e vuol celebrare, come si dice, questo incontro, questa comunione con noi. E chi siamo noi che andiamo lì? Tutti: buoni e cattivi, vecchi e giovani, intelligenti e stupidi. Siamo un gran baraccone.

Le eucaristie separate: una smentita al Vangelo

Anche da questo punto di vista - provate a pensarci un attimo - siamo davvero così davanti a Lui? O lì ci sono quelli che si assomigliano e basta? I giovani si fanno le loro eucaristie, i vecchi non si fanno le loro eucaristie, sono il resto della parrocchia, normalmente. Oppure quelli che la pensano allo stesso modo, i più intelligenti - gli altri poveretti non capiscono niente, allora si ritrovano tra loro. Oppure si fa una celebrazione eucaristica per le suore. Così ci frazioniamo tutti, non sappiamo stare insieme, perché ci pare che un’eucaristia sarà più bella se quelli che ci sono dentro si assomigliano o nei pensieri o nel modo di vivere o nella serietà e nella coerenza della loro esistenza.

Mettere insieme quelli che sono tanto diversi non sta bene: qui abbiamo una prima smentita dal Vangelo. Noi siamo chiamati a stare accanto a nostro Signore che ci chiama, belli e brutti, giovani e vecchi, stupidi e intelligenti, progressisti ed integristi, come si dice oggi. Tutti insieme: e cosa ne salta fuori? Un gran baraccone di confusione, di gente tutta diversa: si va lì perché ci chiama Lui, non perché siamo bravi noi.

La radice dell’eucaristia: Dio che prende dimora tra gli uomini

Ecco allora un’altra verifica: chiederci se sappiamo che quando celebriamo l’eucaristia andiamo non a stare insieme, ma da questo Signore che vuole Lui stare insieme con noi. Qui è la radice dell’eucaristia e bisogna capirla proprio bene. Non siamo noi che vogliamo stare insieme con Lui, né noi che vogliamo stare insieme con noi: non è questa l’eucaristia innanzitutto, ma l’eucaristia innanzitutto è una proposta dove questo Dio  si apre verso di noi comunque noi si sia, bravi o non bravi, intelligenti o stupidi, vecchi o giovani, di un colore o di un altro. È Lui che ama stare con noi.

            Andare in chiesa a celebrare l’eucaristia significa sapere che ci chiama Lui e sapere che in qualche modo andiamo a fargli un piacere, bisogna averne coscienza. Ci chiama e gli facciamo il piacere di stare con noi, perché Lui lo desidera. Quante volte leggiamo nella Scrittura, ed è ritornante nell’Antico Testamento: «Dio ama abitare in mezzo ai figli degli uomini». Pare che questa passione segreta di Dio sia non starsene solo per conto suo. Sembra quasi un Dio abbastanza poveretto, che non si basta e che ha bisogno di comunicare con noi. Ricordate San Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, dice: «Venne nella sua casa», e aggiunge: «e i suoi non l’hanno ricevuto». Non è che se ne vada via, è casa sua, ci sta bene anche se gli altri non lo ricevono bene, non importa: ci sta bene Lui, perché ama porre la sua tenda in mezzo alle nostre tende. Si legge così nell’introduzione al Vangelo di Giovanni.

È Lui che ci chiede di andare in visita da Lui; e bisogna sapere perché Lui vuol stare insieme a noi: ecco il regalo che gli facciamo, mentre ce lo fa. È Lui che fa comunione con noi, prima che noi si faccia comunione con Lui. Il mistero dell’eucaristia, il suo senso cristiano profondo è l’andare in chiesa perché chiamati e sapere che Lui viene, si mette al centro di noi, ci vuole tutti assieme attorno comunque noi si sia: perché Lui ci dichiara di star bene con noi.

Una serie di domande così vi permette di verificare se le eucaristie che celebriamo noi hanno questa consapevolezza e questa responsabilità.

Imparare da e con Cristo a stare assieme, a diventare comunità

Una seconda serie di domande viene fuori sempre meditando su questa parabola. Ci vuole tutti assieme, non uno a uno e separatamente, non i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, non i migliori e i peggiori: ci vuole attorno a questa mensa tutti assieme, cioè non vuol privarsi di nessuno di noi, non c’è il numero chiuso per l’eucaristia, non c’è una porta stretta per cui possono passare solo alcuni. E’ una porta larga quanto il mondo, quanto le età e le capacità e quanto le esperienze. Tutti ci vuole lì e, se non siamo tutti, ci sta male Lui prima che starci male noi, perché non vuole che quella mensa sia disoccupata, la vuole “piena fitta” come dice la parabola. Che cosa accade quando ci vuole insieme? Quando noi stiamo insieme con Lui che sta insieme con noi, impariamo lentamente a stare insieme tra di noi.

Noi non sappiamo stare insieme tra di noi: sappiamo stare insieme con quelli che ci piacciono, con quelli cui vogliamo bene, sappiamo tollerare un po’ gli estranei; ma quelli che ci rompono l’anima o i dintorni, è meglio lasciarli fuori; quelli che si seccano, è meglio lasciarli fuori. Questo Cristo dice: «Chi si secca e chi secca deve imparare a stare insieme». E Lui ci garantisce che lentamente questo è possibile. Non è la comunità eucaristica che conta molto: fa sempre ridere una comunità eucaristica, perché è sempre una comunità che lentamente e progressivamente impara a diventare una comunità. È sempre balbettante rispetto a come Lui fa comunità con noi. Lui è tanto più unito a noi, molto di più di quanto siamo noi a Lui e noi tra di noi.

Però comunità bisogna diventare. Che cosa significa diventare comunità? Mostrare, imparando a stare insieme e praticando lo stare insieme, che Lui sta in mezzo a noi, che fa comunione con noi. Noi dobbiamo, diventando comunità, dare il buon annuncio di Lui che ci ha visitato, che questo baraccone che siamo noi lentamente diventa una comunità, così che gli altri dicano: Come è possibile che quei cristiani così divisi per età, per intelligenza, per esperienza, politicamente, psicologicamente, culturalmente riescano a stare insieme? Perché loro credono che il Signore li visita e lentamente si lasciano guarire da tutte le loro divisioni e mostrano come si può davvero, con Lui e in Lui, diventare una comunità.

Essere comunità: riconoscerci tutti uguali davanti al Signore che ci visita

Vorrei spiegarvi un’altra sottolineatura della parabola. Al termine della parabola di Matteo 22 c’è questo fatto che ci turba molto. Il re entra in questo pranzo di nozze e vede che uno non ha la veste candida, cioè la veste di rito, la veste delle nozze. Voi sapete benissimo che il poveraccio che sta dietro le siepi o sui marciapiedi non ha dentro al sacchetto degli stracci la veste candida, da mettersi semmai un re lo chiama a nozze. Questa veste la dà il padrone di casa per onorare la sua mensa. Che senso ha uno che non si è messo questa veste? Probabilmente questo fatto ha un doppio significato.

Questo è andato al signore che lo chiamava? Certamente, è stato contento, è andato come tutti; però poi si è guardato d’attorno e ha pensato: perché dovrei coprirmi davanti a questo signore; se mi ha chiamato, vuol dire che sono degno, vuol dire che conto, vuol dire che valgo, che merito di essere chiamato e che insomma valgo davanti a Lui; allora che bisogno ho di coprire questo mio modo di essere?

È uno che davanti al Signore è come se pensasse che in fondo lui ha diritto di essere chiamato, mentre il Signore ha detto: «Ho chiamato quelli che non hanno diritto». L’essere chiamati è un dono, non è un diritto, non è un merito: è qualche cosa di sorprendente, di libero.

Un’altra sottolineatura è questa. Può darsi invece che questo che era in mezzo a tutti dicesse tra sé: quelli sì che hanno il dovere di coprirsi; io parlo meglio, sono vestito meglio, sono più buono, più capace, più pulito, so stare a mensa, so le regole. Loro sì, poveretti, non sanno proprio niente: è giusto che si lavino e si cambino; ma io, che bisogno ho? Non sono come gli altri.

Cosa ha fatto questo signore, che in fondo ha chiamato e voluto tutta questa gente per amore? Con un’ira punitiva terribile prende il malcapitato e lo sbatte fuori  «dove c’è pianto e stridore di denti». Sembra perfino impossibile che sia lo stesso che ha invitato a mensa: perché è così duro? Perché quest’uomo non ha capito la sorpresa del dono e non ha capito che è uno come tutti, che non c’è diversità davanti al Signore.

Ecco che cos’è una comunità: davanti al Signore che ci visita siamo tutti eguali, tutti abbiamo una veste da mettere; perché? Perché davanti al Signore siamo tutti poveracci: solo l’amore di Dio ci raggiunge e ci rende capaci di stare con Lui. Chi celebra un’eucaristia separata, con i suoi, è un sospetto. E’ come quello della veste candida, che non vuole mettersela perché lui, tanto, non ha bisogno, non è come quelli: lui vale di più. Questo non vuol dire che voi a gruppi non possiate celebrare l’eucaristia, non vuole dire questo. Vuol dire che l’eucaristia si può celebrare anche a gruppi, ma per poi confluire nella grande eucaristia della comunità; è evidente, non per separazione.

L’eucaristia: una sfida all’inimicizia e alle nostre divisioni

Anche questo potete prenderlo come motivo per domandarvi se celebrate bene l’eucaristia. Andando innanzi, la comunità che celebra l’eucaristia - questa presenza di Dio che ci visita - diventa comunità solo progressivamente, lentamente. In questa comunità infatti hanno posto anche quelli che sono detti “i nemici”. Ricordate quell’inciso evangelico, duro, di Gesù: «Non fate come i pagani, che amano solo quelli che li amano. Voi non dovete fare così: dovete amare anche quelli che non vi amano». «Amate i vostri nemici». Il nemico non è quello che sta fuori dalla porta della chiesa, nemico è anche quello che sta in chiesa, ve lo portate addosso, nella vita di ogni giorno, quindi deve entrare anche lui a questa mensa. I cristiani sono anche una comunità dove si raccolgono nemici tra di loro e sfidano la loro situazione di inimicizia professando questa fede che va al di là della loro inimicizia, perché la sottopongono di fronte al Signore e gli chiedono di guarirli dalla loro inimicizia.

Come si viene fuori dall’inimicizia? Un po’ alla volta, con la grazia di Dio. Vuol dire che all’eucaristia bisogna portare tutte le nostre divisioni, bisogna andarci con tutte le nostre differenze, bisogna praticarla con tutte le nostre difficoltà e sapere che stiamo insieme per professare fede certa in questa realtà: che quel Signore riuscirà lentamente a liberarci dalle nostre divisioni, dalle nostre separazioni, dalle nostre confusioni, dalle nostre opposizioni, dalle nostre baruffe, dal nostro isolarci e così via - credo che sappiate cosa vuol dire.

Una comunità come cresce lentamente in quanto tale? Frequentando sempre di più l’eucaristia. L’eucaristia è il luogo dove essa impara a diventare comunità. Ecco che cosa significa essere invitati da Dio, celebrare un’eucaristia che è un dono del Signore. Già potete intuire che, se l’eucaristia si deve celebrare così, non è un’eucaristia inerte, pigra, di quelli che fanno il ghetto dei credenti: diventa un’eucaristia tribolata, impegnativa, dove nasce l’impegno della carità tra quelli che vi partecipano. Voi sapete quanto è difficile, se ha diritto di esserci anche il nemico in questa eucaristia.

 

 

E’ Gesù che si fa “servo” nel gesto eucaristico della lavanda dei piedi

Ma questo non basta: l’eucaristia è ricevere qualcosa per dare qualcosa agli altri. Mi servo di un altro episodio dell’Evangelo per capire. San Giovanni, voi sapete, non ci parla dell’eucaristia nel suo Vangelo. Ne parlano Matteo, Marco e Luca, ma Giovanni non ne parla esplicitamente, anche se dell’eucaristia indirettamente parla, nel grande capitolo del «pane della vita» (cap. 6 del suo Vangelo); e ne parla nel contesto del cap. 13, dove inizia il grande discorso finale di Gesù.

Si dice che Gesù siede a mensa nella Pasqua con i suoi; e, dopo aver cenato - o durante la cena, non si capisce bene da come lo narra Giovanni - si alza, si toglie la veste, si cinge i fianchi con un asciugamano e lava i piedi ai discepoli. Che cos’è questa lavanda dei piedi? Vorrei sottolineare questo con voi. Intanto, lava i piedi nel contesto della mensa pasquale, della celebrazione della Pasqua: noi diremmo, dell’eucaristia. Voi sapete che questo rito è ripetuto nel ricordo nel Giovedì Santo; penso che anche nella vostra parrocchia si celebri qualcosa che richiama questo fatto.

Non è, la lavanda dei piedi, un gesto generoso di Gesù: è un gesto eucaristico, viene celebrato dentro la cena pasquale. Che cosa sta ad indicare? La lavanda dei piedi presso gli Ebrei e gli orientali in genere ha un suo significato. Si legge per esempio di Abramo il quale, mentre stava nel suo campo, faceva caldo ed era sonnolento e affaticante il pomeriggio, ecco che vengono tre giovani a visitarlo, tre viandanti. Cosa fa Abramo? Chiama i servi e dice loro: «Preparate l’acqua e lavate i piedi ai viandanti, perché sono stanchi e così si riposeranno».

La lavanda dei piedi nella tradizione ebraica è il gesto con cui un padrone di casa accoglie un ospite e gli fa festa, lo mette a suo agio. Gesù non chiama i servi per lavare i piedi, diventa Lui il servo. Noi siamo i convitati e ci lava i piedi Lui. Non chiama servi a lavare i piedi, Lui diventa servo. Non fa come Abramo che chiama i servi, Lui diventa servo. Ricordate quanti discorsi di Gesù: «Bisogna diventare ultimi e non essere primi», e a Pietro dice: «Cosa fanno i padroni della terra quando siedono a mensa? Dall’altra parte del tavolo. E i servi cosa fanno? Da questa parte. E i servi cosa fanno? Servono. Pietro, noi non dobbiamo fare come i potenti della terra, dobbiamo stare al di qua del tavolo. Servite. Sarà primo tra di voi chi vi serve».

Nell’eucaristia, Gesù mette dentro, di forza e al centro, la lavanda dei piedi, il servizio. Si può capire bene questo gesto che, a capirlo, è proprio strepitoso, perché diventa servo Gesù. È l’economia di Dio: dà qualcosa perché noi si dia. Ma anche Dio fa così: non si tiene niente per sé. Il Padre che sta nei cieli aveva un Figlio: se l’è tenuto per sé? No, ce l’ha dato. «Tanto il Padre ha amato gli uomini da dare in morte per loro il Figlio suo, il quale non è venuto per giudicarci ma per salvarci». Ce l’ha donato: a tempo pieno, senza controprezzo, generosamente, fino in fondo. Ad Abramo che sacrificava Isacco ha fermato la mano; ma non ferma la mano sua sulla croce. Lascia il Figlio andare a morte per noi, fino in fondo: ce lo dona integralmente.

L’economia di Dio è “economia del dono”: non un Dio di gloria, ma un Dio di servizio

Questo Gesù non si tiene il Padre per conto suo, ce lo dona e dice: «Quando “”

pregate, dite così: Padre nostro …». Paolo meditando dice: «Noi ormai non siamo più né estranei né servi, siamo eredi e coeredi, figli e fratelli». E manda il suo Spirito, perché questo Padre e questo Figlio si amano. Lo Spirito Santo è il Padre che ama suo Figlio, non possono non amarsi. Si tengono questo amore? Neanche questo amore si tengono, ce lo donano.

Questo amore, lo Spirito, che cosa fa? Neanche Lui si tiene il Padre e il Figlio: quando viene e ci ama, ci porta il Padre e il Figlio. Dio è tutto un dare, senza fine, non tiene nulla per sé. Pensate che San Paolo, meditando, nella Lettera ai Filippesi (che vi suggerirei nei giorni di Pasqua) al cap. 2, argomenta sostanzialmente così:  questo Cristo chi è, che coscienza ha di sé? Sa di essere Dio ma non gli interessa proprio niente. Che cosa gli interessa invece? Diventare uomo, diventare obbediente a questo Padre che gli domanda di amare noi. Così obbediente da annullarsi nella vita umana: «obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo il Padre gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni nome, cosicché al solo dirlo, questo nome, noi abbiamo salvezza».

Che cosa vuol dire questo? Che Gesù è diventato importante, così che Dio gli ha dato il più bel nome del mondo, si chiama Signore. Gesù è diventato importante perché è diventato servo; è diventato carissimo a Dio perché è diventato servo di uomini. Cristo deve essere carissimo a noi perché è diventato servo nostro. Noi abbiamo un Dio che è servo, non un Dio da trono, da potenza, non un Dio di gloria, ma un Dio di servizio. Nell’eucaristia noi scopriamo che questo Dio è un Dio che ci serve.

Imparare nell’eucaristia il “mestiere” di Gesù: servire

Ecco la conclusione. In pratica l’eucaristia deve farci imparare lo stesso mestiere di Gesù: servire. Chi pratica l’eucaristia deve accettare che Gesù lo serva. Chiamati, e fare con Lui il mestiere del servire: inviati verso gli altri. Nessuno può celebrare l’eucaristia al chiuso, questo vuol dire: “la porta aperta”. L’eucaristia è un inizio di percorso, non è un termine. La Messa non comincia e finisce nel rito, ma comincia nel rito e continua nella vita. Chi non lava i piedi è un fariseo nell’eucaristia, non ha capito niente; chi non si mette a servizio, non ha capito niente dell’eucaristia, ha usato e capitalizzato Dio a proprio vantaggio e basta, s’è preso Dio come un privilegio e basta: il che vuol dire che non ha capito nulla di questo Dio che lo visita nell’eucaristia.

Frequentare l’eucaristia e celebrarla significa andare al cuore del servizio (dove lo riceviamo? Nell’incontro di Gesù che serve) e imparare il mestiere suo così da farlo pure noi in mezzo agli altri. Come? Ecco una verifica, anche questa. Come si può fare questo servizio agli altri? Se io incontro Gesù, e l’ho incontrato perché è servo, e l’ho scoperto come uno che si è dichiarato fratello: cioè non se ne sta per conto suo - è Dio, che bisogno avrebbe di noi? -; invece viene e mi dice: «Amico, sii mio amico; fratello, sii mio fratello, non posso stare senza di te, ho bisogno di te».

Un cristiano che fa l’esperienza di Cristo fratello e fa l’esperienza di Dio che è Padre - e nell’eucaristia succede questo - che voglia gli viene? Di andargli a cercare altri fratelli, perché questo fratello li merita, ne merita tanti; allora va ad annunciare agli altri, amato da questo Dio che gli si è dimostrato fratello e lo ha servito, va a servire gli altri per dire: ma c’è un fratello straordinario, dovresti conoscerlo anche tu.

E ancora: se fare l’eucaristia è l’esperienza di essere figlio di questo Padre, il quale si china su di lui e gli dice «Figlio mio», allora gli viene voglia di andare verso gli altri e servirli come lo ha servito questo Padre

[La registrazione s’interrompe qui bruscamente; il resto della 1^ facciata di 45 minuti è vuoto. Si riprende con la  2^ facciata, non proprio all’inizio (la prima parte è vuota)]

di andare verso gli altri perché il Cristo ha chiamato a sé i fratelli e perché il Padre ha chiamato i figli: cioè vuole che la famiglia di Dio cresca, che non sia striminzita, da poca gente: perché non è giusto che io abbia Dio e l’altro no, non è giusto che io abbia un fratello e l’altro no, non è giusto che io abbia un Padre e l’altro no. Questa gioia non posso tenermela per me, devo comunicarla agli altri.

            Come devo comunicarla? Al modo come me l’ha comunicata il mio Signore: lavando i piedi, non parlando; lavando i piedi e parlando. Perché posso credere a Gesù? Ricordate San Giovanni. «Al termine della vita, vi chiederò: ma cosa fai? Hai novant’anni o giù di lì e da tutta la vita credi; ma che cos’è che ti ha fatto credere?». Giovanni, pensando a questa lunghissima vita, a questa lunghissima esperienza di Dio, sintetizza in una risposta brevissima, dirà ai suoi: «Io gli ho creduto, sapete perché? Perché mi ha amato per primo».

Ecco la risposta. Perché credo a questo Cristo? Perché mi ha amato per primo; e se mi ha amato per primo, come posso tirarmi indietro? Amo anch’io per primo gli altri: «Amatevi come io vi ho amato», «nessuno ha carità maggiore di quello che dà la vita per gli altri». Se io davvero so che nell’eucaristia godo del servizio di Dio che mi lava i piedi, vivaddio chi mi ferma più? Vado a lavare i piedi dappertutto perché questo fratello abbia tanti fratelli e perché questo Padre abbia tanti figli.

Vivere l’eucaristia per vivere il servizio con e per gli altri

Ecco allora un cristiano che vive l’eucaristia per vivere il servizio. Altrimenti mentisce, è un bugiardo, è come se sconfessasse con la vita quello che dice con le parole e con il rito nella celebrazione dell’eucaristia. Voi sapete che questo nostro Dio, nostro Signore Gesù Cristo, ha i suoi due nomi più belli: è l’Emmanuele, che vuol dire Dio-con-noi; ed è Gesù, che vuol dire Dio-per-noi. Un Dio che non se ne sta più per conto suo, vuole stare con noi e fare qualcosa per noi: con e per. Un cristiano deve fare lo stesso: con e per gli altri. L’eucaristia è imparare a fare con e per gli altri. Essere fedeli all’eucaristia è aprire la porta della chiesa ed uscire fuori per stare con e per gli altri.

Ecco perché alla fine della Messa si dice: «Andate, la Messa è finita». Quella strana parola, Messa, che non vuole dir niente, è la contrazione di un’antica parola latina che dovrebbe essere tradotta così: «Andate, siete inviati». Missus, da mittere. «siete inviati»; non:  «è finito il rito». I francesi hanno tradotto: «Andate, comincia l’eucaristia»; «adesso tocca a voi». Quindi l’eucaristia comincia sull’altare, ma guai a farcela anche finire: se finisce sull’altare, è come se non fosse neanche cominciata. Bisogna celebrarla nella vita, nel servizio.

Termino questa riflessione con un ultimo pensiero, anche qui con un riferimento all’Evangelo (Mt 25). C’è la parabola del giudizio, che ricordate. Questo re viene alla fine del tempo, sul trono delle nubi, tutti noi sotto, e comincia a giudicare buoni e cattivi per metterli a destra o a sinistra. Chi va a destra e chi a sinistra? A destra vanno quelli che resistono a questo giudizio: «Avevo fame, avevo sete, ero ignudo, ero carcerato, ero ammalato, ero forestiero e tu mi hai dato da mangiare, da bere, mi hai visitato, mi hai consolato, mi hai vestito, mi hai ricevuto nella tua casa»; allora questa gente va dal re suo giudice e gli dice: «Se io non ti conosco, quando mai ti ho fatto questo? Non ti ho mai incontrato nella mia vita, non sapevo neanche che tu esistessi, non sapevo neanche che ci fosse qualcuno come te, non sapevo neanche che ci fosse un luogo dove rendere conto di questo: l’ho fatto nella vita, ma non l’ho fatto per te». E Dio dirà: «Quello che tu hai fatto ad uno dei più piccoli, l’hai fatto a me» (Mt 25).

Per una eucaristia degna dell’Evangelo nel quale Gesù ce la dona

            L’andare nel mondo a lavare i piedi agli altri è celebrare l’eucaristia, è fare quello che fa Cristo nell’eucaristia, è essere servi al modo di Lui. Può accadere che quegli uomini che non sanno nulla su Dio, non hanno notizie su di Lui, non sanno dove Dio stia, sono nell’ignoranza di Lui e forse nel rifiuto - può accadere questo - ma amano l’uomo, servono l’uomo, si donano per l’uomo, anche se non lo sanno, questi hanno a che fare con Dio.

Ma che cosa hanno a che fare con l’eucaristia? Vorrei chiarirvi questa riflessione. Hanno a che fare con l’eucaristia per questa ragione: perché lì dove si tratta un uomo come fratello, è come celebrare nell’uomo fratello Cristo fratello, anche se non lo si sa; e dove si tratta un uomo come fratello a causa di Cristo fratello, è come se lo si servisse come figlio del Padre, come se si celebrasse la paternità di Dio.

L’ideale - e concludo - sarebbe questo: non che i cristiani e gli uomini fossero separati nel servire i fratelli, ma fossero uniti. Ai cristiani dovrebbe essere dato di essere così: frequentando nell’eucaristia Cristo che li visita e godendo di Lui che è fratello, sentono il bisogno di emigrare presso gli uomini per dare notizia di questo fratello, per servirli questi uomini come fratelli. Poi i cristiani, servendo gli uomini come fratelli, sentono il bisogno di ritornare al fratello, a Cristo: una spola senza fine dal fratello che rimanda ai fratelli, da questi fratelli che danno la nostalgia del fratello. Ecco la sintesi della vita cristiana.

Ancora: se abbiamo fatto nell’eucarestia l’esperienza di essere figli di questo Padre, andiamo a cercare altri figli di questo Padre; ma sentiamo, mentre frequentiamo questi figli, la nostalgia di Lui che è Padre, per ritonificarci con il suo amore. Anche qui una spola continua: dal Padre ai figli, dai figli al Padre; dal fratello ai fratelli, dai fratelli al fratello.

Questa dovrebbe essere la sintesi della vita cristiana: una eucaristia che avesse a cuore questa lucidità, questa chiarezza - che avesse poi la pazienza, ciascuno di noi, che solo balbettando e in progressione diventiamo una comunità - si avvia ad essere degna dell’Evangelo nel quale Gesù ce la dona, così che ci permette di viverla ogni giorno quando noi accogliamo il suo invito a celebrarla.

Mi pare che questo possa essere sufficiente per una riflessione per voi.

 

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DOMANDE E RISPOSTE

 

Due interventi sulle critiche che vengono rivolte ai cristiani.

 

Risposta

            Prendiamo la critica indipendentemente dalla possibilità di verificare se ci viene fatta dagli altri; in ogni caso dobbiamo farcela noi. Io come sacerdote me la faccio da solo e mi chiedo, mentre sto celebrando: In definitiva, che senso ha questo per tutti gli altri che sono per strada, nelle case, nelle fabbriche, per tutta la vita che è fuori: mi dà come l’impressione di estraniarmi in qualche modo, di essere come in uno spazio pulito, vaccinato, igienico, tutto puro, mentre la vita è le mani sporche, è pesante.

            Mi faccio questa domanda non per subirla, ma per sollecitarmi. Quindi ritroverei la validità di questa osservazione da questo punto di vista. Giustamente tu puoi dire che i cristiani ormai non fanno più notizia: chi è mai la gente che guarda i cristiani? La gente guarda se stessa e non ha tempo per guardare i cristiani. Forse ieri li criticava, ma adesso li lascia passare per la loro strada.

Quanto alla seconda annotazione, a te pare che fosse più importante sottolineare questo secondo aspetto: siamo una comunità informe nell’eucaristia, c’è chi crede, chi forse crede, chi probabilmente nemmeno crede, così per abitudine. Perché allora, tu dici, non vitalizzare l’eucaristia facendola diventare la catechesi dell’eucaristia per promuovere la fede? Questo è un invito che dovete farvi; però dovete pure sapere che cosa sia la fede e come stia nel cuore è assolutamente misterioso. C’è in chiesa gente che sembra decisamente di fede e ce n’è altra che sembra decisamente dell’abitudine di non credere. Ora, per quello che possiamo vedere diciamo questo, ma per quello che vede Dio i conti non tornano, spero.

Cosa vuol dire avere una fede che Lui non smorza? Abbiamo letto nella liturgia di oggi: «Il suo servo non smorzerà la lampada che appena appena ha un guizzo di luce e sta per morire: lui la rafforzerà». Ecco: perché l’eucaristia diventi un’occasione di ritrovare la fede bisogna predicare, annunciare l’eucaristia; e forse è giusto dire: da dentro l’eucaristia.

In quelle comunità, come le vostre, che sono più sensibili, bisognerebbe dare più spazio all’eucaristia, alla lettura della parola di Dio, alla predicazione e alla risposta che si deve dare. Pensate alle grandi eucaristie domenicali, che sono abbastanza anonime. Bisognerebbe ad esempio trasformare l’impegno dell’eucaristia riducendolo ad una volta al mese e impegnare le altre domeniche a prepararsi: è un po’ fantasioso, ma potrebbe essere. Certo che attualmente è messo così … Ma proprio perché la Messa è veramente il centro, non darla mai per scontata, il che non vuol dire ritualizzare; bisogna evangelizzare anche la Messa, ritrovare l’Evangelo che la riguarda perché cessi di essere esposta al pericolo del semplice rito e diventi invece una celebrazione viva di fede.

Quanto alla seconda domanda - è Lui che ci chiama - in generale intendo dire questo. Io posso avere pretese su Dio. Siccome però questa domanda è così difficile da fare, rispondo con il Vangelo. Leggo questa parola: «Non siete stati voi a eleggere me, ma sono stato io a chiamare voi». Questo Dio, il quale non ci risponde con un atto di dovere verso di noi che abbiamo un’ipoteca di diritto su di Lui - l’atto dell’amore di Dio è assolutamente gratuito e assolutamente libero: non ci doveva niente. Questa è la sorpresa del Vangelo: sorpresa pesante, perché noi vorremmo poter avanzare qualche diritto su di Lui, e il Vangelo ci dice che non ne abbiamo, ci smaschera in questa presunzione e ci dichiara come quelli che non hanno nessun diritto.

Allora se ne sta per conto suo? No: nonostante che noi non abbiamo diritto, ama chiamare quelli che non hanno diritto, ci fa un dono. La croce è la più grossa delle maledizioni su di noi: perché sulla croce Gesù, morendo, ci dice:  «È colpa vostra se sono qui». È dura da incassare: perché mai dovrei immaginare di essere io il responsabile se Lui è in croce? Sono nato da dieci o da vent’anni: che ci sto a fare, io, come causa di quella morte? Eppure da quella croce mi viene questo giudizio: «Tu non lo sai, io lo so e te lo dico: sono qui per quello che tu sei».

Mi dà un giudizio che per me è insopportabile, che non so giustificare in nessun modo dentro di me. Come si fa a dire ad un innocente, secondo la misura dell’uomo, che è la causa della morte di Cristo? Dove trovo dentro di me una giustificazione? È come una sorpresa dura che parte dalla croce di Cristo; però non parte per conto suo. Mentre Lui mi dà questo giudizio, morendo, mi dimostra una morte d’amore e, mentre mi dichiara peccatore, mi dichiara anche salvato, le due cose insieme.

Concludendo, se posso dare una risposta di fede, non una risposta intellettuale: io so che sono chiamato da Dio nell’eucaristia, perché so che solo Dio può chiamarmi a stare lì dove Egli sta. Io non posso andare da Dio, posso andare da uomini anche in capo al mondo, posso andare nel morire ma non posso andare da Dio, perché tra me e Dio c’è una distanza che non so valicare: perché la mia voce ha una misura di spazio, la mia mano raggiunge solo una certa quota di spazio e la mia vita è solo una certa misura, mentre Dio è fuori misura. Io non posso andare a Dio, solo Dio può venire a me, e in Cristo Egli mi ha invitato, Egli ci ha chiamati per primo.

Nell’eucaristia ci visita, e allora ci chiama: nell’eucaristia viene, e allora ci chiama, perché l’iniziativa la prende Lui.

 

 

 



[*]   Don Germano Pattaro  (1925-1986). 

     Meditazione tenuta a un gruppo giovanile durante la Settimana Santa -  in data sconosciuta -  come quarta di una serie sullo stesso argomento. Il testo qui presentato è frutto della sbobinatura della conferenza. Una versione parziale e riveduta del testo è stata pubblicata su «Appunti di Teologia. Notiziario del Centro Pattaro di Venezia» XIV (2001), n. 2, pp. 1-3.

     I titoli dei paragrafi e i corsivi nel testo sono redazionali, aggiunti in sede di digitalizzazione del dattiloscritto e di revisione editoriale.

 

 

 

 

 

 
 

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