HOME > DOCUMENTI > FIRENZE, FEBBRAIO 2010: "A MODO DI CONCLUSIONE", DI PAOLO GIANNONI

A modo di conclusione dell’incontro del 6 febbraio 2010

di Paolo Giannoni

Il dibattito nella maggior parte degli interventi ha trascurato le prospettive aperte dalle relazioni del mattino e ha preso un andamento prevalentemente impostato sulla considerazione etica dei problemi inerenti alla chiesa. Ciò è comprensibile, perché si tratta di problemi vivi, che toccano nel vivo, specie in questi giorni. Ma senza entrare nel giudizio delle cose dette, occorre riconoscere che tutti abbiamo da intraprendere il cammino faticoso di una conversione, perché in tutti noi funzionano i cromosomi di una chiesa ridotta e falsificata come agenzia di etica sulla base riduttiva e falsificante che intende il vangelo come codice morale.
Ora a questo proposito occorre ricordare alcuni dati.
1.Il primo è che – nella misura nella quale i documenti magisteriali sono testimonianze della fede ecclesiastica – noi abbiamo da riconoscere che per quattro secoli e mezzo (dal decretum pro Jacobitis del Fiorentino alla “Divinum illud” di Leone XIII) il Dio di Gesù Cristo, il Dio-trinità non è stato il riferimento teologico determinante,ma è stato messo in secondo ordine dalla prevalenza del dio della metafisica, stupendo,ma sempre e solo sulla misura delle considerazioni umane. Si è così impostato secondo un monismo teologico, cosa diversa dal monoteismo trinitario. In questo monismo –come già nell’arianesimo sostenuto dall’imperialismo di Bisanzio - sta l’archetipo di una chiesa piramidale:La chiesa è comunionale e nella comunione l’autorità è autoritativa,mentre nella piramide diventa inevitabilmente autoritaria, facendo perdere alla comunità il beneficio di una autorità che trova il suo modulo nell’ essere sacramento dell’ ”episkopein” che nel vangelo di Luca indica “la visita di Dio” (Lc 1, 68 e 78; 7,16 e in 19,44), la forma storica nella quale si invera l’essere trinitario della relazione, dell’”essere verso” l’altro..
2. Infatti il Dio-trinità è segnato non dall’”esse in se”, ma dalla relazione , come “esse ad”(così il concilio di Firenze) e dalla verità paradossale di avere “l’altro” nel suo essere (così il Lateranense IV). La dimensione relazionale porta una tale caritas in Dio che il Verbo non è solo posto nell’intimo divino (“logos endiàthetos”), ma in se stesso è costitutivamente in condizione di uscita fuori da quel”kolpòs-seno” divino dal quale è e (Gv1,18) verso il quale è (“lògos prophorikos”), in condizione di essenziale offerta di sé (la terminologia filoniana è stata ripresa dal verismo cristologico e trinitario della patristica). E’ questo l’archetipo che abbiamo già indicato alla fonte di quel ”toccare” di Gesù come modo di realizzazione vitale e comportamentale della condizione radicale del Verbo fatto carne.
3. In questa luce tutto l’essere evangelico è un dato di tipo escatologico, cioè conferente e dinamico verso la pienezza, intesa da Dio nella creazione . L’“e Dio vide che era tob” è la litania gloriosa di Gen 1 che proclama la forma della creazione. Essa avverrà solo nella pienezza della vita e in verità la proclamazione di Gen 1 trova la sua verità nella proclamazione durante la veglia pasquale,perché solo la vittoria sul peccato e sulla morte dichiara che davvero tutto è “bello-buono”.
4. Nel nostro dibattito è risuonata la grande affermazione della “pietas verso la storia”, che ci fa essere persone di misericordia senza animo di farisaiche condanne verso ogni errore, sapendo quanto a ciascun persona sia necessaria la remissione dei suoi debiti.
Questo sguardo è una conformazione secondo l’ ”altro paraclito”, quel “vento di Dio” che in una sconvolgente paradossalità si pone sulle tenebre dell’abisso di una terra informe e deserta (Gen 1,2). Con la forza della “lex orandi”battesimale noi vediamo che anche lo Spirito è”propkorikos”, si porta fuori dal Padre e si chiama accanto alla miseria della carne e della creaturalità, facendo della storia un perenne processo pentecostale. Da quel momento sempre nella storia sta lo Spirito di Dio (Gaudium et spes 3 e 26) fino al suo compimento pentecostale, quando “colui che ha risuscitato Cristo dai morti, darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rom 8,11). Allora sarà la creazione, perché allora sarà il compimento.
5. E pertanto quando si parla di escatologia non si parla di alienazione dalla storia, ma si coglie l’intera storia come il processo della “prolessi”, dell’anticipo parziale ma effettivo della pienezza finale. Così - per indicare nel concreto vitale quanto abbiamo detto teoreticamente - se l’ultima pennellata con la quale Dio termina l’autoritratto che ha compiuto nella Scrittura è quella che, riprendendo la profezia (Is 25,8), il rivelatore scrive dicendo che “Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi “ Apc 21, 4), ogni volta che in qualsiasi modo si rasciuga una lacrima, si fa anticipo della oienzza. E da qui viene la conseguenza che se è grande rasciugare una lacrima, ancora più grande è far sì che non ci sia alcun occhio che lacrimi. E da qui siamo chiamati non solo al ministero della consolazione, ma quel ministero della “politikè techne”, a quell’ “arte di fare la città” che è compito umano essenziale.

Da queste premesse nascono alcune conseguenze.
1. La necessità della carità e della speranza di una chiesa che nella fede vive se stessa come forma trinitaria. Nasce allora luminosa la necessità di una chiesa mistagogica, cioè una chiesa che per la potenza memoriale dello Spirito attualizza i misteri di Cristo nella vita dell’umanità e dell’intero creato (Gaudium et spes 10, 22, 32, 39, 45). E davvero o la chiesa è mistagogica o non è.
E questo, se vede la gloria del servizio gerarchico come sacramento del Cristo, capo non perché è autorità ma perché è fonte di vita, convoca anche l’intera chiesa a vivere quella crismazione battesimale ( e crisma prende nome da Cristo, dice stupendamente la lex orandi nella consacrazione del crisma),quella cristificazione che lo Spirito del Padre opera in noi facendoci profeti come portatori della Parola, sacerdoti come mediatori e re come servi. L’attuale situazione della diminuzione del clero è una occasione di grazia, perché “per disperazione” si compia quella chiesa che per convinzione mai faremmo: una chiesa che davvero sia il “mistero” del popolo sacerdotale che Dio ha voluto.
[ Se si accoglie questo sguardo, è necessario dire che questa,la attuale chiesa sta finendo e mentre si ha una dirigenza che sta cercando di acquisire l’inutile forza del cavallo,la contestazione rischia di essere la discussione su come disporre le poltrone sulla tolda di una nave che sta finendo in una cosa nuova che nasce. Parliamo così in forza della perenne speranza che ogni tormentosa condizione di sofferenza sia il segno non dell’agonia di un uomo che muore,ma segnali il parto di una madre feconda (Rom 8,22)]

2. Insieme sta la certezza fiduciosa che la realtà attuale della storia è la carne nella quale il Verbo ancora si fa storia, in un metodo di kenosi attraverso il quale avviene la gloria ( e qui occorre rincorrere il “non-finito” del Verbo, accettando ogni carne;e in questo luogo occorre dire che anche Benedetto XVI è carne).
Lo vogliamo dire riprendendo il vangelo delle nozze di Cana con il quale abbiamo iniziato questa giornata e che è il primo della sequenza dei “segni” che il vangelo di Giovanni riporta
La prospettiva dei segni giovannei ci chiede di offrire a Dio la nostra povera realtà che gli è necessaria, perché senza di essa niente può fare, perché così ha deciso e cosi egli vive come essere in relazione, essere verso e con l’altro, secondo la luce radicale del suo essere trinitario. Insieme a questa emerge l’altra necessità di Dio, la nostra fede.
In questa luce noi abbiamo da dare una povera acqua, cinque pani e due pesci, occhi infangati della sua sapienza fatta nostro adamà, l’apertura di una tomba fetente, ma con la fede dei servi,con la fede di Gesù, con la fede del cieco, con la fede di Marta. Questa è la kenosi della gloria, perché questa nostra povertà sia il sacramento di colui che, da ricco che era, si fece povero per arricchirci della sua povertà (2 Cor 8,9).
E così che l’acqua ha da diventare vino. Ogni forma umana è cifra e rimando, ma anche in se stessa è ed è chiamata ad un “altro” divino. Ci è utile un esempio: diventa chiaro che la libertà come libero arbitrio è sotto condizione: nessuno di noi ha potuto scegliere e decidere di esistere e senza questo atto la libertà è svuotata nel suo inizio e in ciò viene annunziata la incondizionata condizionatezza della nostra libertà. In questa luce misterica svanisce il conflitto perenne che in una visuale etica e antropocentrica sempre esiste fra libertà e grazia. Lo sguardo da Quiercy al Vaticano II vede la grazia come sostegno e liberazione della libertà. La grazia è l’amore di Dio per la libertà umana.
I poveri cinque pani hanno da essere moltiplicati, come segno e invito ad una offerta di sé non per essere sé, ma per poter essere per l’altro ed essere un più. La memoria della chiesa eucaristica proposta nel primo incontro ci fa ricordare che l’atto essenziale e simbolico della transustanziazione eucaristica è la forma di quell’adempimento divino delle creature,nella quale ogni essere trova la morte per trovare la sua vita radicale e profonda, l’infinità dell’essere di Dio che è in lui. E’ il sacramento storico dell’assunzione dell’umanità e dell’intero creato che nel corpo glorioso di Cristo nell’ascensione è posto nell’intimo di Dio. Allora tutto è, e noi siamo, come aveva intensamente notato la grande anima di Ignazio di Antiochia (Rom 6).
Il soffio di Dio ancora è unito alla nostra polvere di terra e diventa fango che per l’acqua battesimale diventa luce e illuminazione. Ciò segna la preziosità delle persone umane che nell’incontro con l’acqua e lo Spirito diventano luce.
Questa è la luce divina presente in ogni donna/uomo e in ogni sorella/fratello come ricchezza che non può essere perduta,perché “natura” è la divinità umanizzata (noi sentiamo la forza della verità di Evagrio secondo il quale il peccato è cosa contro natura). Questa luce ci dà la gioia di trovare la benedizione di un succo divino anche nel grappolo più risecchito e marcio.Questo ci dice Is 65,8 e allo stesso modo l’intera sequenza del cercare divino in Lc 15.
L’apertura della tomba nella quale spesso l’umanità si chiude. Per Dio non è questo il destino delle creature. L’ inesauribile fiducia nello Spirito che dal principio al termine sta accanto alle tenebre dell’abisso, chiama la resurrezione. Allora sarà la creazione.
Così il procedere cristiano è il perenne cammino dei “cumpetentes”, fino a quando finirà il nostro catecumenato ( I Gv 3, 2 e Rom 8, 23-25) e sarà la pienezza della vita. Questo spirito escatologico non ci aliena dalla vita, perché esso è - come abbiamo già detto - sempre anche “prolettico”: è uno spirito di pienezza che chiama alla prolessi, all’anticipo povero ma reale della pienezza nella kenosi della storia. Allora e dunque mai rifiuto e demonizzazione, ma forma angelica, forma di annunzio e di attuazione che Cristo-evangelo è la pienezza di quel “tob-bello-buono” che fu inteso nel creare e che in lui trova realizzazione. Quand’anche volessimo definire il nostro mondo un cadavere – ma non lo è,perché c’è tanta grandezza divina che riluce nella vita umana anche di oggi – e quand’anche volessimo nella stessa maniera qualificare la chiesa peccatrice (noi-chiesa peccatrice), Cristo ci chiede non di sigillare ma di aprire questa tomba, perché la sua voce richiami a vita nello Spirito di vita.
Diversamente chi non vive questa povertà ma si appoggia sul metodo del potere si trova la mano squarciata dalla canna dove si è appoggiato (Is 36,6) . Ma anche allora, pur dicendo - sulla base dell’ironico “mentendo” che Gesù pone nella beatitudine dei perseguitati in Mt 5,11 e che d. Milani ha ripreso alla fine di “Esperienze pastorali”- che “sanguis iste non est venerandus”, anche allora non ci chiuderemo nell’ultima tristezza: “abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori, quasi dovessimo partorire: era solo vento, non abbiamo portato salvezza alla terra e non sono nati abitanti del mondo” (Is 26, 18).Ma vivremo la gioia della Pasqua che ha la sua forma feriale nel trasformare le piaghe da fonti di dolore in sorgenti di energia. Questa intensità in positivo abbiamo da cercare e per grazia ci è dato non solo di sperare ma anche di seminare, certi che la crescita è compito di Dio.

 

 
 
 

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