HOME > DOCUMENTI > FIRENZE, FEBBRAIO 2010: RELAZIONE DI M. CRISTINA BARTOLOMEI, "CONOSCENZA E RICONOSCIMENTO"

CONOSCENZA E RICONOSCIMENTO

di Maria Cristina Bartolomei

Le riflessioni che qui seguono sono concepite come seconda parte della relazione di Italo De Sandre1 ,  e sono quindi intese a completare un quadro introduttorio al dibattito comune, non aggiungendo altri dati, ma evidenziando e sviluppando alcuni nodi e  alcuni impliciti risvolti. 
I nuclei salienti intorno ai quali si è strutturata la documentata analisi  e prospettiva interpretativa proposte da Italo De Sandre sono il rapporto polare tra complessità/apertura/dialogicità, da un lato, e, all’opposto, semplificazione autoritaria/ordine/monologia. Essi ci offrono una base per aprire la riflessione sul come sia da interpretare la situazione della Chiesa (cattolica2 ) italiana.
Alcuni aspetti sintetizzati in tali cifre ci interpellano particolarmente a un ulteriore cammino di approfondimento.

Peculiarità della Chiesa italiana
1. In primo luogo, un aspetto formale. Dovendo e volendo contribuire a delineare la situazione della Chiesa italiana, De Sandre ha richiamato sia nella analisi sia nella cronologia significativi fatti e decisioni riguardanti la Chiesa ‘universale’ e promananti dalla Sede apostolica, intercalandoli col riferimento a fatti e orientamenti contrassegnanti la vita della Chiesa italiana. Colpisce la forte specularità dei secondi rispetto ai primi, generando l’impressione che la Chiesa italiana nel suo livello istituzionale rispecchi fedelmente la linea della Curia romana, senza non solo divergenze o frizioni, ma anche senza ‘personalizzazioni’, coloriture locali. Il che, come è noto, non è il caso di altri paesi e di altre conferenze episcopali, che pure sono pienamente nella comunione cattolica. Con tutto il rispetto, così come si dice che l’Italia fu a lungo un Paese a sovranità limitata, altrettanto e analogamente si potrebbe pensare che lo si possa dire anche della CEI. Non si dice che non vi siano le legittime varietà di sensibilità e orientamenti tra i vescovi. Esse però emergono localmente, a livello diocesano, ma non sembrano trovare sufficiente eco nella voce della CEI che nelle sue espressioni più alte canta a una sola voce, perdendo tutta la ricchezza della polifonia e del contrappunto; e questo indebolisce anche la possibilità dei singoli vescovi di esprimere del tutto liberamente nella loro diocesi  i loro orientamenti, quando questi non coincidano con quelli dei vertici della CEI. I legami tradizionalmente particolarmente stretti con la Sede apostolica sono certo comprensibili, per ovvi motivi, a cominciare dal duplice ruolo del Papa che è tale in quanto vescovo di Roma. Tali legami, tuttavia, senza essere negati, dovrebbero spingere al contrario a una particolare cura di distinguere, non per separare, ma per unire senza confondere e appiattire realtà.
La tendenziale monodicità della voce della CEI ha un effetto di allontanamento dal corpo ecclesiale italiano, che, invece, è tutt’altro che monodico 3. Così accade che solo una  ‘voce’ del corpo ecclesiale si trovi rispecchiata nella voce della CEI; tutte le altre, anche quando non siano apertamente sconfessate, non sentendosi confermate e accolte, subiscono un effetto di straniamento, ricevono un pur involontario e spesso inconsapevole messaggio - che può essere recepito addirittura come invito - implicito di disappartenenza e distanziazione.

2. Dinamismo e immutabilità:  Et … et…/ aut… aut
Ciò ci conduce al secondo punto. Che cosa intendiamo quando diciamo Chiesa? Con un solo nome designiamo due realtà: l’istituzione nella sua dimensione gerarchica, le autorità ecclesiastiche (che agiscono in persona Christi capitis) e la sua dimensione di corpo ecclesiale globale, fatto di concrete comunità locali e, al di là ancora di questo, della dimensione mistica della “Ecclesia ab Abel”, della Chiesa di cui Dio solo conosce i confini. La Chiesa è l’una e l’altra cosa  insieme: “et… et”. Ci si può chiedere se tale et… et… si attui (come dovrebbe essere) secondo il modello trinitario dell’unica natura nella pluralità delle persone o non, invece, secondo quello cristologico, delle due nature in un’unica persona: ma in questo caso si tratterebbe di due nature che faticano a stare insieme, invece di comporsi in armonia (come accade nel caso della persona di Gesù Cristo). Infatti  questo ‘insieme’ non c’è, semplicemente, come un fatto da constatare, ma va sempre di nuovo costruito. E non può essere costruito se non sulla base di una circolazione e reciprocità di ascolto e riconoscimento. Quando questo circolo virtuoso viene meno, all’ “et… et” si affianca l’ ”aut…aut”, talvolta come necessità evangelica e di coscienza; nasce comunque il conflitto, la lacerazione, la sconfessione reciproca. La carenza di ascolto del sensus fidelium, della base ecclesiale4 , la carenza della sua possibilità di espressione (la mancanza, si dice in termini laici di una ‘opinione pubblica’ nella Chiesa) è strutturale, non essendo prevista a livello istituzionale, eccezion fatta per le assemblee ecclesiali, i sinodi diocesani, che nascono però tendenzialmente pre-impostati dall’alto, nei quali hanno parola coloro che già si è verificato concordano con la linea prevalente. Le istituzioni aiutano a marciare insieme, ma si misurano anche sulla  capacità di favorire il cammino comune. I centri culturali ecclesiastici (anche la modalità stessa ‘dall’alto’ – come ha già sottolineato De Sandre - con cui si è proposto il progetto culturale, non partendo dall’ascolto delle competenze culturali presenti nel popolo di Dio, e in particolare nei laici, nel nostro paese) sono verticistici, non retti dal principio di fiducia. Nella Chiesa,  i messaggi scendono dall’alto, ma non accolgono ciò che sale dal ‘basso’; non conoscono realmente i loro destinatari, e ignorano altresì le richieste di questi ultimi, la specificità delle situazioni. Scindono, quindi,  la comunicazione dalla relazione, per esempio per quanto riguarda la prassi sacramentale (il divieto della celebrazione della penitenza secondo il III rito, divieto attualmente esteso anche in quelle chiese locali – per esempio quella elvetica - dove tale prassi era invece consentita da alcuni Ordinari diocesani e molto radicata; altrettanto dicasi per  le attuali pressioni in favore del ritorno alla comunione data in bocca). 
Et… et è possibile solo con istituzioni “in progress”, cioè che accompagnino la vita delle comunità. Così come sono oggi, le istituzioni ecclesiastiche cattoliche, in specie italiane, si mostrano invece tendenzialmente rigide, poco duttili e modificabili, né offrono molte speranze di essere modificabili, essendo autoriproduttive e autocertificative.
Non si tratta, però, allora, di scegliere l’unica via della contestazione, né di negare la necessità storica delle istituzioni, ma di rispondere in situazione e di tenere conto della situazione nel proporre positivamente cammini evangelici. Le critiche mosse da chi contesta sono giustificate nella misura in cui rilevino in certi comportamenti, stili, decisioni, strutture, un allontanamento dal Vangelo. A questo stesso rilievo, altri rispondono non con la denuncia, ma cercando di risvegliare in sé e nel corpo ecclesiale la attenzione a centrali aspetti dell’Evangelo, proponendo un ripensamento della fede che vada al suo cuore, a volte un po’ in ombra, sapendo che da essi nasce la sempre nuova riforma della Chiesa.

3. Riconoscimento e relazione
Sotteso a tutto ciò vi è il nucleo dolentissimo del riconoscimento5 . La sede apostolica, e in generale l’autorità ecclesiastica, si autoriconosce ma non dà riconoscimento. La comunicazione è monodirezionale, allocutoria. Non ascolta prima di parlare né dopo, non accetta domande, questioni, obiezioni né risponde ad essi. E’ autoreferenziale. E va sottolineato che il riconoscimento, come disposizione di fondo nei confronti dell’altro, è implicito, sotteso anche alla possibilità di conoscere, è un trascendentale che apre alla conoscenza, più ancora che essere frutto di conoscenza.  Si ‘riconosce’ anche chi non si conosce: l’ospite, lo straniero. È solo perché previamente e implicitamente si riconosce l’altro come uguale, come degno di rispetto, che si può aprirsi alla conoscenza della sua peculiarità e riconoscerlo di nuovo e più pienamente. 
Ciò emerge in modo esemplare nel caso delle donne. Il loro mancato riconoscimento va ben oltre la questione della loro esclusione dall’agere in persona Christi capitis, cioè dal ministero ordinato presbiterale ed episcopale6 . In un certo senso, le donne esprimono la sofferenza della percezione di una non piena ‘comunione’ -non formale ma di fatto- della istituzione ecclesiastica con le battezzate7 . Dopo Teresa d’Avila e Caterina da Siena, che lo erano state nel 1970, nel 1997  Teresa di Lisieux venne proclamata Dottore della Chiesa, in particolare per la sua scienza dell’amore di Dio. Un amore che, benché immersa in una temperie di spiritualità che premeva molto nella ricerca dell’acquisto di meriti, con lucidissima e penetrante intelligenza teologica Teresa oppose a ogni ricerca di giustificazione tramite le opere, lei che scrisse:
«Al tramonto di questa vita, comparirò davanti a Te a mani vuote, perché non Ti chiedo, Signore, di contare le mie opere. Ogni nostra giustizia è macchiata ai Tuoi occhi. Voglio dunque rivestirmi della Tua propria giustizia e ricevere dal Tuo amore il possesso eterno di Te stesso». 
Un messaggio che non sembra ancora essere stato pienamente compreso e accolto nell’insegnamento di quella stessa Chiesa che l’ha riconosciuta tra i suoi Dottori8 .
Le parole pronunciate da Giovanni XXIII la sera dell’apertura del Concilio Ecumenico:
«la mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi, diventato Padre per la volontà di nostro Signore, ma tutto insieme, paternità e fraternità, è grazia di Dio. Fratres sumus!»,
così come quelle di sant’Agostino:
«Ubi me terret, quod vobis sum, ibi me consolatur, quod vobiscum sum. Vobis enim sum episcopus, vobiscum sum christianus. Illud est nomen suscepti officii, hoc gratiae; illud periculi est, hoc salutis. Nel momento in cui mi dà timore l'essere per voi, mi consola il fatto d'essere con voi. Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell'incarico ricevuto, questo della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza (Serm. 340, 1)»,
queste parole non risuonano nella coloritura affettiva delle comunicazioni ecclesiastiche. Non si percepisce, anche se certo non manca, la forte consapevolezza da parte dell’episcopato dell’essere membri del popolo di Dio, innanzitutto fratelli. Per questo, è importante, insieme alla richiesta di luoghi istituzionali di parola e di ascolto della base ecclesiale, dei laici in quanto tali, la pratica della sinodalità, il convenire da uguali (indipendentemente da ogni altra funzione e posizione ecclesiale) sulla base del comune battesimo; questa infatti non è solo un espediente pratico per riunirsi e dar voce alla pluralità delle esperienze e sensibilità, non è un mero mezzo, ma è un fine in sé, è un modo di far vivere un aspetto essenziale dell’essere Chiesa. Ed è una prassi di fede importante per rafforzare la coscienza della dimensione mistagogica, del fatto che il nostro essere Chiesa si fonda, insieme che sull’Evangelo, in una dimensione sacramentale (Battesimo-Cresima-Eucarestia), e non invece sul metro della conformità o non conformità con le contingenti direttive ecclesiastiche.
Le giuste spinte volte a promuovere una maggiore consapevolezza e autonomia del laicato, in particolare in Italia, sono una necessaria e utile risposta entro un quadro che però va superato in quanto tale, che è l’accettazione della separazione tra laicato e clero, separazione che è tutt’altro dal riconoscimento della distinzione, della specificità del ministero ordinato entro il popolo regale, profetico e sacerdotale di Dio, e al suo servizio.
Tutti i nodi fin qui richiamati sono riconoscibili come modulazioni del rapporto Evangelo-legge, modulazioni nelle quali si rileva un attuale sbilanciamento dalla parte della legge9 . Ma vi sono due casi, il secondo dei quali riguarda particolarmente la realtà ecclesiale italiana, in cui tale tensione è il tema stesso.  

4. I contenuti
Come rileva De Sandre, la questione dell’etica (in particolare nella sua declinazione di bioetica) è quella in cui più acutamente emerge la tensione tra annuncio dell’Evangelo, da un lato, e, dall’altro, identificazione di prescrizioni etiche nelle quali si pretende che questo sia ‘tradotto’. Dal punto di vista culturale, negli attuali  documenti e prese di posizioni ufficiali della Chiesa, sia della Sede Apostolica sia della CEI, trattando in particolare, ma non solo, delle questioni (bio)etiche si insiste fortemente sul concetto di natura, che risulta più importante del riferimento al Vangelo10 .  Il riferimento è a una  natura normante; una natura non però conosciuta e riconosciuta, in base alle attuali conoscenze scientifiche, nella sua complessità, bensì costruita concettualmente come metafisicamente definibile e conoscibile, de facto ridotta alla biologia, senza tener conto che, per la visione cristiana, la natura umana ha indole escatologica e che tale indole riguarda anche tutta la natura della creazione (secondo Romani 8, 19-25). In generale, si punta alla identificazione tra ragione universale e contenuto dell’Evangelo, configurando una sorta di paradossale neo-illuminismo cattolico.

5. L’etica ope legis?
Specifico per il caso italiano è poi il modo in cui la istituzione ecclesiastica si fa presente nella scena politica, rivendicando il diritto di intervenire (come istituzione) nel discorso pubblico politico a livello della formulazione o discussione di leggi, nella prospettiva di fondo che intende difendere l’etica mediante lo strumento legislativo, identificando in ciò la modalità dell’impegno cristiano per la promozione umana e per la maturazione della vita sociale e culturale.
Questo tema incrocia quello della laicità, come dimensione della esperienza cristiana, come dimensione delle istituzioni politiche e civili e, soprattutto, come dimensione della coscienza in quanto tale. Un tema enorme che non può essere qui affrontato, ma che non può non essere menzionato.
Esso infatti, oltre ad avere un suo specifico contenuto nel dibattito civile e politico attuale, si riallaccia al tema del  tipo di conoscenza (e di coscienza) che si tende a promuovere nella Chiesa. Funzionando, come osservava De Sandre, secondo il principio di ordine contro complessità, le istanze superiori ecclesiastiche non si fanno carico della ‘conoscenza della conoscenza’, del senso e responsabilità del conoscere. In luogo di stimolare la comune ricerca, esse vi oppongono una definizione (“sana ragione”, “sana dottrina”, “sana laicità”) in cui il principio di autorità che certifica il “sana” smentisce e svuota i concetti di ragione, laicità e anche dottrina. I conflitti etici e giuridici che vanno sotto la cifra “laicità” hanno come sfondo l’idea di una (indebita) ingerenza normativa nel conoscere, in cui di nuovo è in gioco il rapporto Evangelo-legge.
Come osservava nel seminario milanese Ugo Rosenberg, richiamando alcuni significativi passi del Nuovo Testamento sul tema della conoscenza (in particolare,  Efesini 3,14-21; 4,11-14; Colossesi 2, 1-8),  per il discepolo la conoscenza è in primo luogo conoscenza del “mistero di Dio, che è Cristo”, nel quale “sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza”. E in Cristo Gesù, che «ha annullato la legge dei comandamenti che sono decreti…», «abbiamo gli uni e gli altri, in un unico Spirito, accesso al Padre». Questo è il principio anche del riconoscimento intraecclesiale e del comune riconoscimento che, se per la convivenza umana le leggi sono indispensabili, l’Evangelo tuttavia non è mai traducibile in legge.


1 Sia la presente relazione sia quella di Italo De Sandre sono state esposte in un primo abbozzo e discusse in un seminario svoltosi nel dicembre 2009 a Milano presso la Rettoria di san Gottardo e al quale hanno preso parte don Gianfranco Bottoni (che lo ha ospitato), Mario Cantilena, don Angelo Casati, Francesco Castelli, Ursicin G.G. Derungs, don Paolo Giannoni, Luciano Guerzoni, Giancarlo Martini, don Giordano Remondi osb cam, Ugo Gianni Rosenberg. La stesura definitiva di entrambi i testi accoglie i contributi emersi nel comune lavoro seminariale.

2 Precisare -aggettivando- Chiesa ‘cattolica’ non è pignoleria, bensì un minimo, necessario atto di riconoscimento della pluralità delle Chiesa cristiane; tuttavia ciò non è un restringimento, che sminuisca la portata ed eventualmente la gravità del tema della riflessione, in quanto nella Chiesa cattolica sussiste la Chiesa di Dio; ogni Chiesa è quindi responsabile per la sua parte di come fa vivere in sé e testimonia al mondo la Chiesa di Dio; per questo – e non solo per evitare inutili appesantimenti alla esposizione- si userà in seguito l’espressione Chiesa, senza aggettivi.

3 La chiesa italiana non solo presenta una grande libertà e ricchezza nella vita concreta delle comunità reali coi loro ministri, ma è stata segnata da molte, splendide voci profetiche nelle quali possiamo trovare rispecchiate, sia pure in diverse proporzioni, un po’ tutte le componenti del corpo ecclesiale. Tutti le conosciamo e molte di esse sono state evocate anche nell’incontro del maggio 2009. Mi sia consentito però richiamare – oggi,  6 febbraio, anniversario della morte di padre David M. Turoldo, nel 1992 – qui la memoria di Padre Camillo De Piaz, dei Servi di Maria, morto a quasi 92 anni lo scorso 31 gennaio. Una persona tanto silenziosa, quanto straordinaria per ricchezza, coraggio, ampiezza, profondità  è stata la testimonianza del suo cammino di vita. Con lui se ne è andato l’ultimo vivente di una generazione di grandi maestri (tra essi, nella chiesa italiana, padre Ernesto Balducci, dom Benedetto Calati, padre David M. Turoldo, don Giuseppe Dossetti, padre Giovanni Vannucci, don Abramo Levi, don Michele Do, don Girolamo Giacomini, Giuseppe Lazzati, e - ad essi accostabile, benché più giovane- Giuseppe Alberigo) che - insieme alla generazione cui appartennero grandi maestri, tra i quali don Primo Mazzolari, don Giulio Facibeni e altri-  ha vissuto il travaglio civile ed ecclesiale del fascismo, della Resistenza, la Liberazione, la rinascita del nostro paese, e che, avendo conosciuto a lungo la chiesa preconciliare, hanno anticipato, sostenuto, e poi difeso il Concilio. La lista dei nomi è incompleta e non vuol far torto a quanti non sono menzionati, ma solo richiamare rapidamente alla memoria la ricchezza della esperienza e tradizione della Chiesa italiana.

4 L’espressione “base ecclesiale” non va qui equivocata. Non fa allusione  alle esperienze delle comunità di base, ma -senza escluderle!- intende riferirsi all’intero corpo ecclesiale, al popolo di Dio dei battezzati in quanto tali e alle reali comunità piccole e grandi (a cominciare da quelle parrocchiali) nelle quali vive la sua dimensione di Chiesa.

5 Il riconoscimento non è nella Chiesa la rivendicazione di soggetti nei confronti di altri soggetti. E’ il frutto del comune riconoscimento di essere membra del corpo di Cristo. Nel non riconoscersi è sempre coinvolto un certo grado di non riconoscimento del Signore. E questo ferisce e indebolisce l’esser Chiesa. Per questo, la ricerca della reciprocità non sconfessa i principi evangelici della gratuità, dell’amare per primi ecc. E’ che la Chiesa si costruisce nella reciprocità del riconoscimento dei carismi e dei ministeri, secondo la metafora paolina del corpo; gli ‘organi’ del corpo debbono riconoscersi, riconoscere i segnali che si inviano, cooperare armonicamente affinché l’organismo sia sano e viva. E’ anche vero che quando un organo (per esempio un organo di senso; ma ciò vale anche per l’equilibrio dinamico tra respirazione, battito cardiaco e pressione sanguigna) viene meno, altri organi cercano di compensare con un maggior lavoro la funzione indebolita. Ciò vale anche e anzi ancor più fuor di metafora nella Chiesa.

6 Dal compito di guida e di governo, dall’agere in persona Christi capitis, è invece ora escluso il grado del  diaconato, dopo che col Motu proprio Omnium in mentem, del 15 dicembre 2009,  Benedetto XVI ha modificato gli articoli 1008 e 1009 del CJC che, in forza della unicità del sacramento dell’ordine, attribuiva a tutti i suoi tre gradi la partecipazione allo stesso munus.

7 Anche se ha delle possibili controindicazioni (può venir frainteso come autoghettizzazione) e se, soprattutto, appare per il momento utopico, un sinodo delle donne non gestito autonomamente da esse, ma ‘riconosciuto’ dalle autorità ecclesiastiche sarebbe un interessante esperienza. Non senza precedenti locali. Per esempio, a Milano, nel 1993, in collegamento col 47° sinodo della diocesi ambrosiana, su iniziativa del gruppo Promozione Donna, si tenne un sinodo delle donne (i cui Atti sono pubblicati in: Gruppo Promozione Donna, L’utopia dell’intendersi, In Dialogo, Milano 1993); seguito da lontano, con discrezione e attenzione, dal card. Martini, tale sinodo ha visto la partecipazione a quasi tutti i lavori del vicario generale diocesano, mons. Giovanni Giudici, che ha presieduto la celebrazione eucaristica conclusiva.

8 A partire dal 1298, il titolo di Dottore della Chiesa è stato attribuito (da un papa o da un Concilio) a 33 santi, vissuti tra il III e il XIX secolo, tra i quali 3 donne.

9 La formulazione della tensione Evangelo-legge può essere equivocata (ed infatti è stata molto messa in discussione ed è stata oggetto di critica – anche da parte di chi scrive- pur venendo alla fine approvata), in quanto può far pensare a una opposizione tra Chiesa (Vangelo) e Israele (Legge), o, peggio, a un richiamo allo schema sostitutivo per cui la Chiesa subentrerebbe a Israele, sarebbe il verus e novus Israel. La formula non è stata affatto intesa in tale accezione, bensì come espressione della opposizione tra vigenza del criterio dell’Evangelo ovvero vigenza nella Chiesa del ‘criterio’ legale della norma. La Torah, legge di Dio, è una legge d’amore, e se e in quanto essa venga intesa in modo casistico-legalistico, ciò è opera degli uomini, dal tutto analoga alla trasformazione in legge dell’Evangelo. 

10 E’ interessante rilevare che, al contrario, e nonostante il diverso orientamento espresso da alcuni Padri conciliari nella fase della discussione, la Costituzione conciliare Gaudium et Spes faccia dell’Evangelo il suo unico principio e riferimento fondante per entrare in rispettoso, aperto e leale dialogo col mondo, evitando di fondare il proprio discorso sul piano di ragione e morale naturale, pur dialogando alla pari con tutti, in modo comprensibile alla comune ragione umana.

 

 
 

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