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Giuseppe Ruggieri

Annunciare oggi il vangelo del Regno 

Relazione

Brescia, 28 Ottobre 2012

 

Nella chiesa di oggi prevale il silenzio sul vangelo 

Il vangelo di Marco riassume la predicazione di Gesù di Nazaret con queste parole: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio si avvicina; ritornate e credete nel vangelo». A di là delle difficoltà e delle sfumature della traduzione, una cosa è comunque chiara: la fede ha come suo oggetto il vangelo, l’annuncio gioioso che Dio sta per istaurare il suo Regno nella vita degli uomini e delle donne: credete nel vangelo. 

E Gesù invia i discepoli, che hanno accolto il suo annuncio e lo hanno seguito, a predicare anch’essi il vangelo con gli stessi poteri suoi: guarire dalle malattie e schiacciare i demoni. Tratto e stile essenziale della predicazione del vangelo, sia per Gesù che per i discepoli fu la povertà, come ci ricorda la Lumen gentium 8, 3, ma come ancora prima ci ricordano le parole della missione dei discepoli: “E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche.” (Mc 6, 8-9) Paolo darà poi una particolare enfasi a questo aspetto, fino a fare la manifestazione della vita trinitaria (“Da ricco che era si fece povero per voi: 2Cor 8, 9; “essendo nella forma di Dio … svuotò se stesso, prendendo la forma dischiavo: Fil 2, 6-7)

La comunità primitiva, dopo la risurrezione, del vangelo predicato da Gesù fece il vangelo su Gesù, per evidenziare il ruolo decisivo della vicenda di Gesù di Nazaret in questo avvento del Regno di Dio, ma il contenuto ultimo del lieto annuncio, l’avvento in atto del  di Dio nella storia degli uomini e delle donne, e soprattutto il carattere di gioia di questo annuncio restò identico. Questo vangelo, questa proclamazione gioiosa del Regno, perde il suo carattere costitutivo nella misura in cui non è il Padre di Gesù colui che adesso rende vicino a noi il suo Regno. Nella misura in cui il racconto del Regno perde di vista il soggetto dell’azione, Dio che agisce mediante il Cristo risorto e il suo Spirito, esso viene adulterato, esso diventa un altro vangelo, non quello che abbiamo ricevuto.

Eppure nella congiuntura storica attuale sembra dominare il silenzio su questo vangelo. Non parlo soltanto dell’oscuramento del vangelo del Regno a vantaggio della predicazione della legge morale, che caratterizza le espressioni pubbliche dei vertici della chiesa, anche se risulta più difficile sapere quale sia il tratto dominante della predicazione dei singoli vescovi nelle loro diocesi. Il silenzio sul vangelo del Regno predicato da Gesù, è particolarmente significativo proprio quando si parla in recto di fede, come nella lettera Motu proprio “La porta della fede” di Benedetto VI (l’accenno alla fede degli apostoli nel vangelo del Regno predicato da Gesù, non gioca nessun ruolo nella concezione della fede presente nel documento).  Il  Regno che si avvicina è praticamente assente inoltre nei tanti discorsi che si fanno sull’evangelizzazione. Del resto, l’oscuramento del vangelo del Regno è di lunga data nella storia della chiesa e soltanto in alcune epoche si ridesta l’attenzione dei cristiani verso la predicazione del vangelo del Gesù storico. Certamente sono stati i secoli XII e XIII quelli nei quali, nella chiesa latina, si è levato forte il richiamo al vangelo. È facile ricordare per tutti il nome di Francesco, ma non bisogna dimenticare tanti movimenti e figure che segnarono, spesso in maniera traumatica, la vita della chiesa in quei secoli. In tempi più vicini a noi, negli anni attorno alla II guerra mondiale, anche se l’incubazione è di lunga data e parte dall’Ottocento, il richiamo del lieto annuncio del Regno ai poveri si è risentito forte nella nostra chiesa e ha trovato un’eco, fievole e tuttavia decisiva, nel Vaticano II. Ma a quel richiamo è subentrata la normalizzazione ecclesiastica e istituzionale, soprattutto in America Latina dove sono stati messi a tacere i fermenti evangelici che sembravano rinnovare il volto di quelle chiese. E suona veramente amara la confessione del Card. Martini nel suo libro di confidenze e confessioni "Conversazioni notturne a Gerusalemme: "Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni".

Davanti al silenzio dei vertici, bisogna purtroppo registrare una debole consapevolezza della portata effettiva del problema anche in coloro che sono più sensibili alle istanze del vangelo, giacché spesso costringono l’amore per il  vangelo dentro la gabbia stretta della contestazione. Leggendo ad esempio Micromega 7/2012 dall’ambiguo titolo “La Chiesa gerarchica e la Chiesa di Dio”, ho provato un’amara delusione. Prevale la protesta (legittima) per le inadempienze della chiesa gerarchica, soprattutto nell’attuazione del concilio, ma non ho trovato il respiro ampio e sovrano – perché il Regno di Dio è sovrano - del vangelo. Persino in un uomo come don Gallo, il quale vive certamente della testimonianza del vangelo del Regno ed è lontanissimo dall’ideologia della contestazione, sembra che il futuro della chiesa sia nelle mani della chiesa gerarchica e lui stesso si sia dimenticato, trascinato dalle domande dell’intervistatore, del grande carico positivo della sua testimonianza. Mi pare che questo sia un vero problema. Penso che tutti soffriamo molto per il ritardo dei 200 anni, come ha detto sempre il card. Martini, di questa chiesa rispetto alle istanze della storia dove si fa presente il Regno che noi dovremmo annunciare. Ma la soluzione non è il rimprovero o la lamentela verso la chiesa gerarchica, ma la riscoperta in primo luogo per noi stessi della forza del vangelo che abbiamo ricevuto. Un vangelo che è più grande della chiesa e la trascende e non è legato a nessuna istanza umana. Esso patisce continuamente violenza, come è accaduto nel destino di Giovanni Battista e di Gesù (cf. Mt 11, 12) e ci sono i vari violenti della storia che cercano di toglierlo di mezzo (cf. il commento di Luz ad l.). Ma noi non possiamo partecipare a questo atto di volenza nel confronti del vangelo e dobbiamo invece accoglierne la forza dirompente. 

Dove stanno le ragioni di questo silenzio? In primo luogo, certamente, nell’opacità della storia contemporanea. L’analisi sobria e rigorosa che ieri ci ha prospettato Carlo D’Adda, lascia aperti pochi spiragli attraverso i quali intravedere il brillio della redenzione, per usare l’immagine di Adorno. L’immagine del mondo attuale che ne viene fuori è quello del dominio del capitale finanziario e dell’inevitabilità della divisione tra perdenti e vincenti. Il brillio della redenzione resta affidato alla luce fievole di coloro che si fanno carico del peso dei vinti, senza tuttavia poter incidere veramente nel sistema, nelle cause dell’ingiustizia. Così, alcune delle proposte contenute nella relazione di D’Adda (la separazione tra banche d’affari e banche ordinarie di deposito e prestito, gli interventi sulle storture del mercato ecc.) sembrano segnali deboli Ma il loro suono è quello della giustizia. E sarebbe grave non aprire le orecchie per captare questo suono, mentre dobbiamo essere grati per la fatica di coloro che perseguono il minor male possibile. Rovesciare il sistema sarebbe bello, ma è realistico fare i conti con esso. Quando le parole grandi non si possono pronunciare, è ugualmente importante operare ciò che è giusto fra gli uomini (Bonhoeffer) e dobbiamo accettare che il Regno giunga davanti a noi nella veste della debolezza. 

A questo proposito dobbiamo ascoltare la forza del richiamo che ieri, nella preghiera comune, ci ha consegnato don Paolo Giannoni. Noi possiamo anticipare il Regno solo in frammenti, in sprazzi di luce, spesso nel silenzio, nell’impotenza che però genera desideri, tensioni positive. Dobbiamo sempre pregare con il Salmo 130, 1: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore/ e non si leva con superbia il mio sguardo;/non vado in cerca di cose grandi, /superiori alle mie forze. La consapevolezza della debolezza dei nostri tentativi non deve essere un motivo per spegnere il lucignolo fumigante, ma incentivo ad affidarci con fiducia, nella consapevolezza del poco che riusciamo a a fare e del fatto di essere servi untili, alla misericordia del Padre, a stare nel suo abbraccio come bimbi slattati in braccio alla madre, come continua a dire lo stesso salmo che si chiude con l’esortazione a sperare, ora e sempre, nel Signore.

La causa del silenzio sul vangelo è data anche dal fatto che la chiesa è troppo preoccupata di se stessa, del suo riconoscimento da parte degli uomini, del suo ruolo nella società. Ma il vangelo, il lieto annuncio della presenza di Dio nella vita degli uomini, trascende la chiesa, è dimostrazione dello Spirito e della sua potenza (1Cor 2,4), non mezzuccio per l’autoaffermazione del proprio ruolo, fosse quello dell’istituzione ecclesiale. Quando, invece del vangelo del Regno e della grazia sovrana di Dio che ci ama mentre siamo ancora peccatori, i cristiani e la chiesa tutta si rifugiano nelle strategie intelligenti, nell’attivismo furbo volto alla conquista del consenso, quando vogliono aggiungere qualcosa alla conoscenza del Crocifisso, allora abbiamo quella che don Dossetti chiamava “mancanza di fede operante”.


Noi crediamo e quindi parliamo

Paolo pone alla base della sua predicazione, quale titolo di legittimazione, il fatto che egli crede: “Avendo (echontes) tuttavia quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato (Ps 115, 1 LXX), anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi.” (2 Cor 4, 13-14). La citazione è quella del Salmo 115,1 nella versione dei LXX (il testo ebraico, 116,10, è molto diverso: Ho creduto anche quando dicevo: sono troppo infelice). Paolo in ogni caso legittima il suo diritto di predicare il vangelo con il rimando alla propria esperienza di fede nel Risorto, quando Dio gli aprì gli occhi (1Cor 3, 15) per mostrargli colui che era risuscitato dai morti.

Senza la fede vissuta nel vangelo, senza cioè l’esperienza della presenza vittoriosa di Gesù crocifisso e risorto nella storia degli uomini, manca la possibilità stessa, il titolo che legittima la predicazione del vangelo. Se noi vediamo la realtà attorno a noi ridotta semplicemente a luogo dove domina il principe di questo mondo, la hamartia, la Bestia che ha impresso il marchio sui suoi adoratori, quel marchio senza il quale non si può comprare alcunché (cf. Apoc. 13, 16-17), la predicazione del Regno diventa impossibile. Il senso del vangelo di Gesù è che il Regno si avvicina nel tempo che ormai è compiuto, che è arrivata l’alba, anche se il giorno pieno tarda a venire. La sentinella di Isaia continuava a ripetere a chi gli chiedeva quanto tempo restava perché finisse la notte: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!» (Isaia 21,12). Gesù continua anche lui ad attendere il Regno di Dio, la venuta del Figlio dell’Uomo sulle nubi, ma sente che questo  Regno ormai si avvicina, sente il mattino, sperimenta che il dito di Dio che scaccia i demoni è un chiaro indice che il “Regno di Dio è giunto davanti a voi” (cf. il senso del verbo phthanein in Lc 11, 20). E i racconti evangelici ci spiegano il senso di questa fede di Gesù. E’ Marco a sottolineare come Gesù, prima di moltiplicare i pani alzi gli occhi al cielo (Mc 6, 41: par Mt 14,19), e lo faccia ancora prima di guarire il sordomuto (Mc 7, 34, senza parr). La fede nella venuta del Regno è fatta indissolubilmente di preghiera che invoca e di potenza operante contro il male.

Credere nel vangelo del Regno non è quindi esperienza interiore soltanto, ma visione della storia come luogo di una presenza avveniente, la presenza del Regno del Padre che la fede riesce a far “giungere davanti a noi”. Non si tratta di un giudizio morale sulla storia degli uomini, quasi che la fede sia capace di rendere la storia virtuosa, trasformando in moralmente buona una qualsiasi vicenda umana. Gesù non esalta la prostituzione o l’esazione delle tasse a favore de romani, quando dice ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo che i pubblicani e le prostitute passano (al presente e non al futuro!) avanti a loro nel Regno di Dio (Mt 21, 31). Egli invece vuol ribadire che anche il mondo della prostituzione e dell’esazione delle tasse in nome dell’occupante straniero è aperto a un ascolto, proprio attraverso le contraddizioni sperimentate. Per questo il giudizio etico è qualcosa di radicalmente differente dall’annuncio del vangelo. Se Gesù siede a tavola con i pubblicani e i peccatori non è per giustificare il loro peccato, ma per annunciare l’accoglienza nel Regno di ciò che era perduto.

 

L’orizzonte del vangelo del Regno

Quando Gesù spiega sia agli abitanti di Nazaret (Lc 4, 16-20) che ai discepoli del Battista (Mt 11, 4-6) chi egli sia, usa come riferimento centrale il brano di Isaia 61, 1-3. Egli è venuto per portare ai miseri il lieto annuncio della loro liberazione. Il testo di Isaia a cui fa riferimento Gesù, nel suo tenore originario, suona così:

Lo spirito del Signore Dio è su di me

perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione;

mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri,

a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,

a proclamare la libertà degli schiavi,

la scarcerazione dei prigionieri,

a promulgare l'anno di misericordia del Signore,

un giorno di vendetta per il nostro Dio,

per consolare tutti gli afflitti,

per allietare gli afflitti di Sion,

per dare loro una corona invece della cenere,

olio di letizia invece dell'abito da lutto,

canto di lode invece di un cuore mesto.

Essi si chiameranno querce di giustizia,

piantagione del Signore per manifestare la sua gloria.

 

Il vangelo del  Regno si colloca cioè dentro un contesto che è quello della sofferenza umana in quanto tale, da qualunque parte essa provenga. Giobbe avrebbe detto con una delle sue parole più grandi (6, 14): all’uomo sfinito è dovuta pietà dagli amici, anche se si fosse allontanato dal timor di Dio. Il vangelo del Regno non ha quindi un orizzonte perimetrato dai muri della credenza o della non credenza, dalle chiese o dalle religioni, ma dall’uomo e dalla donna che soffrono. Non è un caso che nel discorso della montagna Gesù dica che il Regno di Dio è dei poveri e che otto beatitudini su nove siano rivolte non ai discepoli e a quelli che patiscono per causa sua, ma ai poveri, agli afflitti, ai miti, a coloro che hanno fame e sete di giustizia, ai misericordiosi, ai puri di cuore, agli operatori di pace, ai perseguitati per causa della giustizia. La chiesa non si può appropriare delle Beatitudini, ma solo accoglierle come via d’accesso per collocarsi nel cuore di Dio. Ma non se ne possono appropriare nemmeno gli uomini religiosi o coloro che si ritengono giusti. Il padre Dupont, nel suo grande commento alle Beatitudini, ha sottolineato con forza come esse non configurino un insegnamento morale. Essere poveri non è una virtù, come non lo è quella di essere afflitti o di patire ingiustizia. Si tratta piuttosto di affermazioni teologiche, di affermazioni cioè che cercano di cogliere i sentimenti di Dio nei confronti dell’umanità, nella quale egli ha i suoi prediletti. Credere al vangelo del Regno, significa accogliere come propri questi sentimenti di Dio, essere figli del Padre celeste che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, ma riserva la sua predilezione ai poveri.

Il card. Lercaro chiese ai ai vescovi del Vaticano II, di fare dell’annuncio ai poveri l’asse degli insegnamenti conciliari. Nonostante l’applauso che accolse il suo invito, questo lasciò poche tracce nei documenti finali, tranne che nello splendido testo della Lumen gentium 8,3.

Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo.

La chiesa che oggi tanto parla di una nuova evangelizzazione non può ignorare questo nodo centrale ed evadere verso letture sociologizzanti o pseudoculturali o intimistiche, ma deve ancora, dopo venti secoli, semplicemente fare i conti con Gesù, interrogarsi su di sé, chiedersi se è disposta a bere il calice che Gesù ha bevuto e ad essere battezzata nel battesimo nel quel lui è stato battezzato (cf Mc 10, 35-45).

 

Il vangelo è annuncio gioioso, ma contiene un giudizio

Nell’allocuzione conciliare di Giovanni XXIII, la Gaudet Mater Ecclesia, papa Giovanni dichiarava di dover “dissentire risolutamente da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio”, e motivava questo suo dissenso con la convinzione che Dio continua a condurre la storia umana verso la salvezza. Chi annuncia il vangelo lo fa con grande lucidità. Sempre con le parole di papa Giovanni, chi annuncia il vangelo del Regno sa che “Cristo occupa sempre il posto centrale della storia e della vita”, anche se ci sono coloro che “vivono senza di lui o combattono contro di lui.” La fede nella Risurrezione è il fondamento solido della speranza di chi annuncia. Egli sa che ci sono nella storia le forze che si oppongono al Regno, che gli fanno violenza, ma sa con altrettanta forza che in Cristo c’è il definitivo sì di Dio all’uomo.

L’annuncio del vangelo parte quindi dalla convinzione che in ogni situazione umana cova una speranza, come brace sotto la cenere, che deve essere ravvivata. La gioia che porta con sé e la speranza che vuole accendere contiene al tempo stesso un giudizio. 

Il giudizio è la semplice conseguenza dell’accoglimento dei sentimenti di Dio nel cuore dell’uomo. Esso è giudizio nei confronti delle cause che generano la sofferenza e la miseria, è rifiuto di ogni connivenza con il potere che è al servizio del nemico dell’uomo, dell’Avversario, di Satana principe di questo mondo. 

L’Apocalisse nelle sue immagini sempre attuali distingue tre figure dell’Avversario dell’uomo: quella del Satana/Drago, quella di una Bestia che “viene dal mare” (il potere politico, allora quello di Roma con la sua potenza marittima) a cui il Drago ha dato il suo potere, e quella di una seconda Bestia che “viene dalla terra”, ed è rappresentata da tutti coloro che si mettono al servizio del Drago e convincono gli abitanti della terra ad adorare il Drago perché ha dato il potere alla Bestia.

Le immagini usate dall’Apocalisse negli anni finali del primo secolo d.C. vanno modificate, giacché se rimane ancora valida l’immagine del Drago e della seconda Bestia, cioè della potenza della hamartia e degli ideologi del potere, è cambiata la figura della prima Bestia, del potere politico, in quanto questo ha fatto pace con i cristiani, la pace costantiniana, quella pax gravior omni bello di cui parlavano i francescani nel XIII secolo. E così la prima Bestia assume nei paesi che in vari modi vivono del retaggio costantiniano la maschera (prosopon) cristiana. Si tratta di una sconfitta del Drago o di una sconfitta dei cristiani? Come riscrivere oggi l’Apocalisse? Certamente non ci è permesso il semplicismo delle comunità dove fu scritta, le chiese dell’Asia minore sotto la persecuzione di Domiziano. 

Le chiese oggi non possono semplicemente vietare, come facevano invece le chiese dei primi secoli, le professioni che hanno un legame diretto con il potere, come l’insegnamento nelle scuole, la magistratura etc. I cristiani debbono piuttosto collaborare alla conduzione politica della società, facendo proprio l’invito di Geremia agli esuli di Babilonia, “Cercando il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare. Pregate il Signore per esso, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere.” (Ger 29,7)

Ma non bisogna perdere la coscienza di essere dei deportati, degli abitanti in terra straniera. La deuterocanonica lettera di Geremia, riportata in Baruc 6,4 aggiungerà quindi alle parole del profeta, l’avvertimento: “State attenti dunque a non imitare gli stranieri; il timore dei loro dèi non si impadronisca di voi.” È questa consapevolezza che farà dei cristiani degli operatori di giustizia, dando al giudizio la forma della vigilanza continua perché ogni giorno il dominio dell’Avversario sia contrastato.

 

Figure storiche dell’annuncio del vangelo

Da quanto ho detto, appare come anche l’annuncio del vangelo sia soggetto alla legge della storicità, che poi vuol dire fedeltà all’economia dell’incarnazione. La Parola del Signore è sempre consegnata alla parola dell’uomo. La stessa categoria di “Regno” di Dio è legata alla cultura di Israele, dell’Oriente antico, delle ideologie regali del mondo circostante. E così gli uomini che hanno accolto il vangelo, lo hanno anche accolto e vissuto sempre secondo figure diverse. I “minori”, gli umili del tempo di Francesco, che vivevano del loro lavoro nei campi, determinarono la concreta “forma evangelii” che Francesco dettò ai suoi frati e che ancora ribadì nel Testamento del 1226. La “forma evangelii” nella quale Charles De Foucauld incarnò la sua proposta è inseparabile dal suo incontro con il mondo musulmano dell’Algeria francese tra Ottocento e Novecento, ma anche dall’esperienza di un ufficiale francese, fiducioso nel ruolo della potenza civilizzatrice della sua patria. E così, anche la “forma evangelii” che i preti operai francesi cercarono d’incarnare dopo la II guerra mondiale, all’interno della Mission de France del card. Suhard, era determinata dalla condizione operaia del tempo.

Se noi vogliamo testimoniare e annunciare l’evangelo che abbiamo ricevuto nel nostro tempo, occorre quindi che sappiamo individuare, con una lettura sapienziale della nostra storia, quella forma concreta nella quale la testimonianza e l’annuncio del vangelo vanno incarnati. Senza pretese di completezza, accenno a tre grandi sfide che dobbiamo saper affrontare per adempiere al comando di Gesù che ci manda a “far discepole le nazioni”: la povertà culturale, la compagnia degli uomini e delle donne, la ricerca etica.

 

La povertà culturale

In concilio, esattamente il 4 novembre  1964, durante la discussione sul rapporto tra la chiesa e la cultura, intervenne il cardinale di Bologna Giacomo Lercaro. Le idee che egli sviluppò erano frutto in gran parte del dialogo con il suo perito Giuseppe Dossetti. I punti principali del discorso di Lercaro furono i seguenti: 

a) Non basta dire che la chiesa deve riconoscere e promuovere la cultura. In questo modo si dicono cose generiche, che sono scontate per la coscienza contemporanea.

b) La chiesa deve invece riconoscersi “culturalmente povera”. La chiesa deve cioè liberarsi delle ricchezze di un passato glorioso, ma anacronistico: “sistemi

scolastici di filosofia e di teologia, istituzioni educative e accademiche, metodi di insegnamento universitario e di ricerca”.

c) Questa rinuncia alle ricchezze culturali del proprio passato fa diventare effettiva una distinzione che la chiesa ha sempre fatto in astratto: “La chiesa infatti ha sempre detto di non voler identificare né se stessa né la propria dottrina con un determinato sistema, con una certa filosofia e teologia. Ma sinora questa distinzione è stata una distinzione più de iure che de facto.”

d) “Per aprirsi al vero dialogo con la cultura contemporanea, la chiesa deve, con spirito di povertà evangelica, snellire e concentrare sempre più la sua cultura nella ricchezza del libro sacro, del pensiero e del linguaggio biblico.”

e) Occorre ritornare alla tradizione antica dei vescovi-teologi che parlavano a partire dalla propria esperienza con Dio e favorire invece l’impegno dei fedeli laici alla ricerca scientifica nella teologia.

 

Il discorso di Lercaro cadde nell’assemblea conciliare come un masso erratico. Il concilio non ne tenne nessun conto. Il motivo di questo rifiuto sostanziale a mio avviso è lo stesso di quello per cui il discorso tanto applaudito del dicembre 1962 sulla povertà della chiesa non divenne l’asse centrale dei lavori e dell’insegnamento conciliare. Il discorso di Lercaro non voleva certamente plaudire all’ignoranza nella formazione del clero e nella chiesa. Esso invece portava alle conseguenze ultime quanto detto due anni prima. Solo una chiesa povera può annunciare il vangelo seguendo la stessa strada di Gesù. Nel caso dell’incontro con le culture del proprio tempo, questo significava la necessità di non farsi forti delle ricchezze anche culturali accumulate nel passato, ma di presentarsi all’altro senza oro né argento, come avrebbe detto Pietro, ma con la sola fede nel nome di Gesù.

Di recente un cardinale italiano, invitato alla trasmissione di Fazio, Che tempo che fa, ha potuto dire che il carattere pubblico della fede dipende dalla plausibilità razionale dell’esistenza di Dio e quindi da un’argomentazione capace di mostrare all’altro questa plausibilità. E cioè senza una determinata mediazione filosofica e culturale, la fede cristiana sarebbe obbligata a restare nel chiuso della coscienza privata. Io trovo questo atteggiamento, quello per cui il carattere pubblico della fede sia affidato non allo scandalo della croce in quanto tale, ma ad un certo organo culturale, abbastanza equivoco. Il vangelo non ha bisogno di nulla se non di essere vissuto dagli uomini, se necessario da un solo uomo, come fu solo Gesù sul legno della croce, abbandonato da tutti i suoi discepoli. È la debolezza della croce la sua dimensione pubblica, il giudizio su questo mondo, e non una qualsiasi saggezza umana. Non ci si può vergognare del vangelo. Questo sta a significare che la nuda testimonianza della sequela di Gesù è il solo supporto necessario dell’annuncio del vangelo e dell’incontro con gli altri, perché essi ascoltino la novità del messaggio del Regno. Dossetti poteva quindi coerentemente affermare, dopo l’esperienza dell’incontro in India con le grandi tradizioni religiose dell’oriente e, in Palestina e Giordania, con l’Islam, che di fronte a queste diverse culture, prima ancora di dare, si tratta di ascoltare e di ricevere e di imparare..  “In un certo senso, ormai si avvicina l’ora in cui qui (nei paesi islamici) potranno resistere solo le famiglie religiose che vengano con lo spirito di chi non viene a dare ma a ricevere, non a insegnare, ma a imparare, e dona e insegna solo nella misura in cui sente di potere solo ricevere e imparare.”

Queste ultime parole, “dona e insegna solo nella misura in cui sente di potere solo ricevere e imparare”, ci dicono il senso della comunicazione culturale del vangelo: forti della debolezza e della povertà del vangelo, dobbiamo ascoltare perché l’altro diventi ricco della nostra povertà.

Non dobbiamo aver paura di dire che le chiese, non solo quella romana, oggi sono fondamentalmente sorde a questo discorso. Quale chiesa oggi è capace di seguire effettivamente le orme della povertà di Gesù di Nazaret? Nemmeno le chiese dell’America Latina, dopo gli esempi luminosi che prepararono e seguirono l’assemblea di Medellin (1968) oggi sembrano disposte a farlo. Nei secoli dell’era cristiana le chiese sono diventate sempre più ricche. E allora il problema è ancora quello che pose il Testamento di Francesco del 1226, alla fine della sua vita e dopo aver visto l’evoluzione dell’ordine: vivere nella forma evangelii riconoscendo al tempo stesso la forma della chiesa romana. Questo genera inevitabilmente una dialettica, che deve essere fecondata e non sminuita dalla comunione della stessa chiesa nell’unico Cristo e Signore

 

Sedere a tavola con gli altri

L’annuncio gioioso del vangelo comporta anzitutto il sedere a tavola con i pubblicani e i peccatori. L’esegeta cattolico tedesco Mussner ha scritto uno dei suoi saggi teologicamente più rivelanti intitolandolo: “L’essenza del cristianesimo è il mangiare assieme (synesthiein)”: FSAuer, 1975. Il mangiare a tavola con i peccatori, suscitando lo scandalo dei farisei, fu il segno più evidente che Gesù mise in atto per annunciare l’accoglimento di Dio verso coloro che erano messi al bando della società di allora e diventa il paradigma dell’atteggiamento cristiano verso tutti gli esclusi, a qualsiasi titolo, dalla gioia della convivialità umana.

Permettetemi di sfiorare solo questo argomento, sul quale mi sono fermato tante volte. Penso di poter essere veloce su questo punto, per la grata costatazione che nella chiesa di oggi cresce la testimonianza della condivisione. Personalmente posso soltanto dire di essere ammirato e confuso al tempo stesso per la testimonianza di tanti cristiani che in maniera gioiosa sanno condividere con i poveri, i pubblicani e i peccatori del nostro tempo, il pane quotidiano, che è pane di grano germogliato dalla terra, pane dell’amicizia che nasce nei cuori, pane della speranza seminata dal vangelo.

Non disdegnare l’invito del fariseo

Gesù non sedette a tavola solo con i pubblicani e i peccatori. Egli non disdegnò nemmeno l’invito dei farisei. Non dobbiamo farci abbagliare dalla polemica antifarisaica che percorre gli scritti del cristianesimo primitivo, da Matteo a Barnaba. Gesù invece ebbe molto in comune con alcune correnti rabbiniche del suo tempo, già nel modo di intendere la Legge attorno al primato dell’amore. E comunque i vangeli mantengono il ricordo del sedere a tavola di Gesù con i farisei, a casa dei farisei.

Potremmo dire, senza essere molto lontani dal vero, che i farisei del nostro tempo sono quanti, anche se non accolgono il vangelo di Gesù, perseguono tuttavia “ciò che è giusto fra gli uomini”. L’attuale pluralismo culturale, la laicità come garanzia dei diritti di tutti e rispetto della coscienza di tutti, non deve essere letta come caduta, ma come grande sfida storica della lotta per la giustizia, per il riconoscimento di tutti come soggetto ricco di un destino storico.

Giacché il nostro tempo è alla ricerca di una nuova forma di giustizia. Si tratta di sapere ciò che è giusto sulla base delle nuove possibilità offerte dai progressi delle scienze biologiche: quali sono i diritti dell’embrione umano? È giusto curare un malato con le cellule staminali tratte da un embrione, prima che riusciamo a ottenerle per altra via? È giusto prolungare artificiosamente la vita di un malato terminale? Si tratta ancora di sapere ciò che è giusto fra gli uomini di fronte all’evoluzione del sistema economico mondiale, che sembra allargare sempre più e in maniera irreversibile il divario tra i ricchi e i poveri. E si tratta ancora di tante altre domande non facili, di fronte alla crisi energetica del pianeta, alla sovrappopolazione, alla distruzione della terra abitata, ma anche al pluralismo delle culture e alla necessità di nuove regole della convivenza civile e tante altre cose ancora.

Non sono i cristiani soltanto coloro sui quali incombe il diritto e il dovere di dare risposte a queste domande. E gli altri non sono un mondo senz’anima per cui occorre per essi il trapianto dell’anima cristiana. In questa ricerca comune i cristiani invece debbono con umiltà e fiducia al tempo stesso metterci la loro anima, senza protervia. E la loro anima è piena, o dovrebbe almeno esserlo, dell’esperienza della misericordia del Padre, della sua predilezione per i piccoli della terra, della sua volontà che niente si perda ma che tutto sia salvato. Assieme agli altri disegneranno quindi i tratti di un’etica che nella nuova congiuntura epocale sia a misura della dignità umana, di ogni uomo, soprattutto del più debole. Ma soprattutto porteranno lo sguardo di chi conosce la fedeltà e l’amore di Dio per l’uomo, sedendo a tavola con i farisei del nostro tempo, con gli uomini che ricercano la giustizia. E come fece Gesù con Simone il Fariseo, il quale voleva misurare l’autenticità profetica del suo ospite dalla capacità di discernere il comportamento morale della prostituta (“A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice»”: Lc 7, 39), il cristiano si misurerà soprattutto con il desiderio di amore di ogni uomo e di ogni donna e la ricchezza sconfinata della misericordia di Dio : «Per questo ti dico [disse Gesù rivolto al fariseo]: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco» (Lc 7, 47).


 

 
 

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