HOME > DOCUMENTI > NAPOLI 2014: RELAZIONE INTRODUTTIVA DI F. VALLETTI

Il Vangelo che abbiamo ricevuto

Uno spazio libero di comunione, confronto e ricerca sinodale

 

 

 

1 – 2  MARZO  2014

 

Sesto incontro nazionale

Il vangelo è annunciato ai poveri 

Con Francesco nelle periferie dell'esistenza

 

SCHEMA PER LA RELAZIONE INTRODUTTIVA

di Fabrizio Valletti

  

Il convegno e il momento che viviamo 

 

La contrastante situazione di una crisi economica mondiale e di conseguenze laceranti nei paesi  di ogni continente, con il rinnovarsi d’altra parte di  segnali che incoraggiano alla pace, alla solidarietà e alla difesa dell’ambiente, esigono una approfondita ricerca di chiarezza su quello che lo stesso Vangelo può ispirare e suggerire a quanti sono lealmente alla ricerca  di soluzioni positive.

 

Prendere ancora una volta in mano il Vangelo non vuol dire sostituirsi alle responsabilità della politica, dell’economia e della finanza, ma riconoscere che una “nuova via “ va comunque cercata e trovata, rispondendo al richiamo della coscienza individuale e collettiva che la fede nel Cristo risorto suggerisce. 

 

Attingere dal Vangelo, annuncio di salvezza che parte dalla presenza nella storia di Gesù di Nazaret, vuol dire soprattutto mischiarsi con la moltitudine dei poveri e di quel popolo senza nome che si accalcava per le strade della Galilea e della Giudea al suo  passaggio.

 

Accogliere la “Buona notizia” può voler dire sentirsi sinceramente poveri con i più poveri, perché privati dei più elementari diritti e perché  sfacciatamente “separati” da coloro che hanno provocato la povertà e che continuano ad arricchire alle spese di intere popolazioni.  Essere oggetto di esclusione, di separazione è il vero “scandalo”, perché è distruzione di quel segno di splendore che ciascun vivente può considerare come dono dell’essere a somiglianza dello stesso Creatore.

 

All’inizio di un convegno che pone al centro del nostro interesse il Vangelo di Gesù possiamo fare appello ad una presa di coscienza e ad una scelta di profonda comprensione e condivisione dello “scandalo” di cui siamo partecipi. 

E’ necessario avvertire il fallimento di tutti quei presunti incantesimi di benessere e di ricchezza, legati ai sistemi di un capitalismo e di un imperialismo economico e finanziario che hanno recato  danni irreversibili anche al nostro pianeta.

 

Il momento felice che il vescovo di Roma Francesco ha introdotto è nella direzione di quel generale movimento di ricerca che in ogni campo sta muovendo scienziati, filosofi, artisti, ma anche semplici uomini della strada.

Dalla sua insistenza a non separare la fede nel Cristo Risorto dal Gesù che cammina a piedi per le vie della Palestina viene l’incoraggiamento a vivere la chiesa come espressione di questa continua Incarnazione, a proseguire il cammino fino alle più lontane periferie dell’esistenza, dell’esclusione, della violenza sull’umanità indifesa, per restituire la dignità di figli ad ogni uomo e donna, per godere la pienezza della gioia come umanità, che è la vera gioia del Vangelo..

Se da una parte siamo mossi a sconfiggere le povertà nelle sue espressioni drammatiche di privazione materiale, culturale, sanitaria, ambientale, d’altra parte riconosciamo che dai poveri nasce il richiamo ad essere operatori di pace, di giustizia, di unità, di fraternità.

In questo senso è importante lasciarci evangelizzare dai poveri vivendo la loro sofferenza e facendo nostro il loro urlo e la loro denuncia che non è la loro condizione corrispondente al disegno splendente del Regno voluto dal Creatore.

 

La “gioia” di vivere il Vangelo e di annunciarne tutta l’energia di conversione, nasce dalla consapevolezza che i poveri sono i primi destinatari della “buona notizia”, sia perché siano liberati da ogni condizione di oppressione e di esclusione, sia perché in essi c’è la pienezza della  incarnazione che vede lo stesso Gesù scegliere di farsi povero. Non sono solo destinatari dell’azione di giustizia e di pace, sono di fatto la prima immagine che  il Creatore ha scelto comparendo nella storia dell’umanità.

 

E’ lo Spirito di amore  che suscita nel cuore degli uomini la spinta a trovare nella povertà l’immagine stessa di Gesù che, nel donare tutto se stesso, non chiede nulla in cambio se non gratuita condivisione e comunione. E’ l’immagine della vedova del vangelo che offre al tempio tutto il suo avere, sicura che lo Spirito del Signore riempirà il suo cuore. 

 

Siamo in una prospettiva di rivelazione del mistero pieno dell’amore, di scoperta di come anche oggi lo Spirito del Risorto possa cogliere nel cuore dell’umanità la gratuita sete di pace e di giustizia, partendo dalla reale situazione di quella maggioranza di popolazioni che vivono la miseria. Nella cultura dell’economia dello sviluppo si pensa che l’accrescimento della ricchezza e la sua ridistribuzione  possa segnare per tutti i popoli la liberazione dalla povertà. Il dibattito è aperto nei tavoli degli economisti, come anche nelle più semplici aspirazioni di chi promuove progetti di assistenza, di solidarietà, di sussidiarietà.

 

Non ci può essere espressione più ricca dello Spirito, se non nella profonda sete di liberazione, come espressione stessa dell’azione salvifica del Cristo. E’ la presa di coscienza di come attuare questa liberazione e tradurla nella prassi evangelica, in annuncio di salvezza.

 

I fallimenti della storia umana sono sempre più drammatici. Dalle notizie di agenzia di questi ultimi giorni apprendiamo che “un rapporto pubblicato da Oxfam poco prima dell’inizio del Forum Economico di Davos riferisce la non trascurabile notizia che le 85 persone più ricche del mondo detengono la stessa quota di ricchezza del 50% più povero dell’intera popolazione mondiale.”  

Ci si preoccupa delle conseguenze che tale disparità possa significare per la sicurezza dei paesi più ricchi e dei detentori del potere economico, come il pensiero comune già vede nelle migrazioni verso i paesi più ricchi il pericolo di nuove “invasioni barbariche”. Un altro evidente segnale è la sempre più diffusa “migrazione” dei tesori finanziari verso l’evasione  e i rifugi dei paradisi fiscali.

 

Ci si domanda anche, in senso opposto, se i detentori della ricchezza e delle capacità produttive possano essere protagonisti di uno sviluppo economico che possa significare opportunità di lavoro per quei cittadini che non hanno risorse finanziarie per investire  in  autonomia di lavoro. E’ un problema di politica economica,  ma è di fatto alla radice di una forte dimensione etica e di valore evangelico.

Lo stesso vescovo di Roma Francesco, che ha seria preoccupazione per i poveri, ha interrogato il Forum Economico di Davos sul contributo che deve rendere la comunità finanziaria ed imprenditoriale al progresso umano. Egli ha anche osservato  che se i successi di questo business hanno ridotto la povertà per molta gente, sono ancora troppe le persone che sperimentano insicurezza economica, mancanza di istruzione, esclusione dalla cittadinanza attiva e responsabile.

Dalle sue parole: “Non si può tollerare che migliaia di persone muoiano ogni giorno di fame, pur essendo disponibili ingenti quantità di cibo, che spesso vengono semplicemente sprecate”. 

Invita poi sia i politici che gli uomini d’affari a trovare soluzioni a tale problema. “Infatti – scrive - coloro che, con il loro ingegno e la loro abilità professionale, sono stati capaci di creare innovazione e favorire il benessere di molte persone, possono dare un ulteriore contributo, mettendo la propria competenza al servizio di quanti sono tuttora nell’indigenza”.

Se rivolgiamo lo sguardo alla crisi economica del nostro paese che determina esclusione dal lavoro, nuove povertà e diversi casi di suicidio, è più che evidente che alla base dei processi economici così devastanti c’è soprattutto una crisi etica e di valore, che si manifesta soprattutto nella pirateria finanziaria, nella corruzione, nel disprezzo del bene comune, nell’impunità di reati come il falso in bilancio, nel conflitto di interesse, nell’evasione fiscale, nella collusione fra malavita organizzata, imprenditori, politici e amministratori.

Il richiamo al Vangelo vuol dire anche una conversione a far proprio il disegno di un Regno che richiama alla fraternità, all’uguaglianza, alla solidarietà, come segni di una somiglianza al sentire stesso del Creatore verso le sue creature, al senso stesso dell’Incarnazione che ci fa cercare il suo splendore  in ogni volto. Vuol dire non farsi catturare dalla logica della ricchezza e del denaro, come divinità permanente nella storia dell’umanità, quanto piuttosto avere il coraggio di ritrovare le tracce di un Creatore che si è fatto povero per restituire all’umanità la sua originaria bellezza. Abbiamo il coraggio di collegare alla fede nello Spirito del Risorto anche quello che Gesù suggerisce quando afferma che non si possono servire due padroni. Quale relazione ci può essere infatti fra il Vangelo di Gesù e le leggi  dell’economia?

Citando Benedetto XVI, il Papa invoca l’apertura ad una visione trascendente della persona e a processi che porterebbero ad una migliore distribuzione della ricchezza.

La comunità finanziaria ed imprenditoriale internazionale, ha sottolineato, è piena di persone motivate da alti ideali, che si preoccupano genuinamente per gli altri. “Vi esorto, perciò, ad attingere a queste grandi risorse morali e umane, e ad affrontare tale sfida con determinazione e con lungimiranza”.

“Senza ignorare, naturalmente, la specificità scientifica e professionale di ogni contesto, vi chiedo di fare in modo che la ricchezza sia al servizio dell’umanità e non la governi”.

 Nella sua Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, il Papa afferma: “Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene”.

Nel suo messaggio  per la Giornata mondiale  della pace, del primo gennaio 2014,  pone come centrale il richiamo alla “fraternità” umana, premessa e conclusione di un cammino dell’uomo che con scelte successive si confronta e cerca di risolvere i problemi più scottanti della condizione umana.

 Il racconto di Caino e Abele insegna che l’umanità porta inscritta in sé una vocazione alla fraternità, ma anche la possibilità drammatica del suo tradimento. Lo testimonia l’egoismo quotidiano, che è alla base di tante guerre e tante ingiustizie: molti uomini e donne muoiono infatti per mano di fratelli e di sorelle che non sanno riconoscersi tali, cioè come esseri fatti per la reciprocità, per la comunione e per il dono.

 Una vera fraternità tra gli uomini suppone ed esige una paternità trascendente. A partire dal riconoscimento di questa paternità, si consolida la fraternità tra gli uomini, ovvero quel farsi “prossimo” che si prende cura dell’altro.

La radice della fraternità è contenuta nella paternità di Dio. Non si tratta di una paternità generica, indistinta e storicamente inefficace, bensì dell’amore personale, puntuale e straordinariamente concreto di Dio per ciascun uomo (cfr Mt 6,25-30). Una paternità, dunque, efficacemente generatrice di fraternità, perché l’amore di Dio, quando è accolto, diventa il più formidabile agente di trasformazione dell’esistenza e dei rapporti con l’altro, aprendo gli uomini alla solidarietà e alla condivisione operosa.

La fraternità è riconosciuta come fondamento e via per la pace, e la solidarietà migliore espressione della stessa carità che viene dal Creatore

La solidarietà cristiana presuppone che il prossimo sia amato non solo come «un essere umano con i suoi diritti e la sua fondamentale eguaglianza davanti a tutti, ma [come] viva immagine di Dio Padre, riscattata dal sangue di Gesù Cristo e posta sotto l’azione permanente dello Spirito Santo» «Allora la coscienza della paternità comune di Dio, della fraternità di tutti gli uomini in Cristo, “figli nel Figlio”, della presenza e dell’azione vivificante dello Spirito Santo, conferirà – rammenta Giovanni Paolo II – al nostro sguardo sul mondo come un nuovo criterio per interpretarlo».

Infine, vi è un ulteriore modo di promuovere la fraternità - e così sconfiggere la povertà - che deve essere alla base di tutti gli altri. È il distacco di chi sceglie di vivere stili di vita sobri ed essenziali, di chi, condividendo le proprie ricchezze, riesce così a sperimentare la comunione fraterna con gli altri. Ciò è fondamentale per seguire Gesù Cristo ed essere veramente cristiani. È il caso non solo delle persone consacrate che professano voto di povertà, ma anche di tante famiglie e tanti cittadini responsabili, che credono fermamente che sia la relazione fraterna con il prossimo a costituire il bene più prezioso. 

Ne consegue che la pratica della fraternità porta alla negazione delle guerre, di ogni forma di corruzione e di organizzazione criminale, alla salvaguardia del creato.

Non è fuori di luogo domandarsi come la chiesa sia oggi al fianco dei poveri nell’esercizio di questa esperienza di fraternità, di condivisione e di liberazione e come nella storia possa essere stata coinvolta nelle dinamiche del potere, delle forme di autoritarismo e di disprezzo della libertà. La spinta che il vescovo di Roma sta imprimendo con il suo magistero,  affidato alla semplicità dei gesti e del semplice e diretto annuncio evangelico, significa una vera svolta epocale che corrisponde a quanto il Concilio aveva richiesto e che per molti segna il ritorno a sperare e a volersi far coinvolgere con gioia e responsabilità di partecipazione.

Fa parte del nostro convegno l’apertura a questa speranza, con la consapevole responsabilità di presentare esperienze e testimonianze di chi crede che “si può” vivere come poveri al servizio dei poveri, nella condivisione delle loro aspirazioni, partecipando alla loro lotta di liberazione e alla volontà  di valorizzare le loro risorse più autentiche.

Può risaltare come certe realizzazioni siano un vero e proprio kerygma, specie se risalta lo spirito di diaconia di una chiesa che non tradisce “lo stile povero con cui la salvezza non a caso si è realizzata e manifestata”. Ursicini e Bartolomei, che non sono purtroppo presenti, ricordano ancora che va ancora approfondito il richiamo del vescovo di Roma di andare nelle  periferie del mondo….

”Periferie e povertà sono concetti affini, ma non del tutto uguali. Per esempio: le donne sono periferia della Chiesa, così come ancora in molte società: ma non perché siano povere di talenti.

Il concetto di periferia è importante per metter in crisi il concetto di un centro che si autoproclama tale e che trova la propria autoconferma nel rendere periferia altri (a differenza di quel centro che è lo Spirito di Dio che rende tutti prossimi). I poveri sono nella stragrande maggioranza dei casi dei derubati, degli impoveriti, certamente. Possono teoricamente esserlo anche per cause non dipendenti da volontà umana. Ma periferia si è solo per volontà umana.

La povertà dei poveri, che è male e quasi sempre frutto di peccato, ha tuttavia la forza di segno rivelatore della povertà da cui tutti siamo segnati, e che vorremmo (questa le tendenza delle nostra ‘civiltà’) dimenticare (arricchendoci di ‘cose’ e alienandoci in tale dimensione). In questo senso è uno specchio in cui riconoscerci, ci evangelizza”.

Come anche ci suggerisce Pino Ruggieri…. “Tutti dobbiamo scoprire il “mistero” della povertà e dei poveri, perché di questo si tratta, e di metterlo al centro della nostra attenzione per rapportarci esistenzialmente ad essi”.

“È il mistero stesso di Dio che così manifesta se se stesso. Il Padre Dupont mette quest’affermazione in rapporto con le altre analoghe di colui che “fu fatto maledizione”, “fu fatto peccato” etc. (2 Cor 5, 21; Gal 3, 13-14; Gal 4, 4-5). Si tratta cioè dell’evento mediante cui Dio si rende manifesto nella sua natura stessa attraverso la carne di Gesù,

“Per essere conformi al figlio di Dio e sperimentare così l’energia della risurrezione, noi tutti dobbiamo conformarci alla sua morte (Fil 3, 10). Questo implica la scelta per tutti della sobrietà della vita, per non  essere marchiati con il marchio della Bestia, ed essere liberi per fissare l’attenzione verso il mistero della povertà e per la vicinanza ai poveri. Sono infatti i poveri che “custodiscono il vangelo”, perché il Regno di Dio appartiene a loro. Ognuno troverà lo stile di questa conformazione all’immagine perfetta di Dio, “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1, 3), proprio attraverso la sua povertà, la sua morte maledetta, seguendo la sua particolare strada, con  il suo stile, perché non si tratta della schiavitù a una legge, ma della creatività dell’amore. Ma ognuno di noi e la chiesa tutta deve percorrere la stessa “strada” du Gesù (Lumen Gentium 8, 3)”.

Come porsi e dove collocarsi nello scenario socioculturale ed ecclesiale

 

Per studiare e cercare insieme quanto il Vangelo di Gesù possa essere oggi dirompente motivo di cambiamento e Di speranza, è necessario anzitutto spogliarsi  da ogni atteggiamento di chi  presume di avere soluzioni certe e definitive.

Troppo spesso nella storia ci si è serviti dello stesso nome di Dio per imporre interessi di parte, con espressioni di dominio e di potere che allontanavano i popoli dalla prospettiva di quel Regno voluto da Gesù, basato sull’uguaglianza e sulla pace.

 

Osservare le concrete situazioni di vita è essenziale per  rilevare da una parte le ragioni di una sofferenza subita da intere masse di popolazioni e nello stesso tempo cogliere i segni di positiva realizzazione di esperienze basate su pratiche leali, giuste e solidali.

E’ essenziale che si colga la laicità di ogni impegno rivolto alla crescita del bene comune e alla organizzazione della società civile, comprensiva di diversità culturali, religiose e  anche politiche. E’ tramontata l’epoca in cui si presumeva che la società potesse avere i caratteri della stessa “cristianità”, ma va riconosciuto che ancora persistono movimenti e organizzazioni anche politiche che, chiuse al dialogo e al confronto, vogliono tradurre in disposizioni legislative posizioni che rispondono a una particolare visione anche spirituale, ma non imponibile a chi ha un credo culturale o religioso diverso.

Assistiamo inoltre al ricorrente scandalo di chi, paludandosi con  appartenenze vicine al mondo ecclesiale, o meglio ecclesiastico, fanno uso del potere politico, amministrativo ed anche economico contravvenendo alle stesse leggi dello stato. E’ uno degli aspetti più drammatici della crisi etica e sociale che vive il nostro paese, nel disprezzo delle leggi, nella loro utilizzazione o trasformazione per interessi personali o di parte, nell’impunità.

 

Quali vie intraprendere? 

 

Scelta di profezia nel superamento dei conflitti e delle contraddizioni

 

Riconoscersi poveri con i poveri, per l’incapacità a livello mondiale di risanare le situazioni di sofferenza e di morte che affliggono interi popoli, vuol dire cercare con vigore e lealtà nuove vie e nuovi strumenti, visto che il già percorso e il già vissuto,  ha prodotto traguardi di morte.

 

Vivere come poveri fra i poveri, che siano le isole di miseria all’interno delle città o le periferie create per contenere l’esubero di energie umane, escluse e separate dal centro storico e produttivo delle città, vuol dire però non rassegnarsi.

 

Condividere spazi e condizioni di vita con i poveri esige di saper leggere in profondità lo svolgersi di intere esistenze, con la capacità di leggere nel cuore di quanti più soffrono. E’ anche necessario non cadere nell’atteggiamento ingenuo e buonista di chi vede nel sofferente le condizioni ideali per meritare il premio della vita eterna.. 

 

La povertà e ancor più la miseria, a meno che non siano scelte come modalità di vita nello spirito della condivisione e della solidarietà, sono comunque da contrastare, per il male che portano in sé, per il danno che possono portare all’equilibrio della persona.  

 

Altra cosa è saper cercare e trovare all’interno dell’animo umano, nel vissuto di uno sfortunato senza dimora, nella condizione di un disperato fuori del giro del lavoro, nella debolezza di un tossicodipendente, nella paura di un rifugiato politico, nella disperazione di un disoccupato…quel seme di luce e di energia che sono riconoscibili come traccia di una Presenza di amore e di misericordia.

 

Alla competenza del sociologo, del politico, dello psicologo, dell’economista e di altri professionisti che si mettono al servizio di un riscatto sociale e culturale, è bene accostare una esperienza che accomuna la sensibilità dell’uomo alla forza e ai doni che provvengono dallo Spirito del Risorto.

 

Il dono della profezia riveste il cuore di chi si innamora della povertà, non come male da sconfiggere, ma come urgente segnale di una condizione umana da risanare partendo da quel tesoro di spirito che ogni coscienza porta con sé, migliore segno di un eterno che si è incarnato in ogni essere vivente.

 

 

 

Ugo Rosemberg  osserva che  “una evangelizzazione che voglia ripercorrere la Parola di Gesù, la sua prassi e le manifestazioni del suo amore può godere dello stesso spirito di liberazione che significa mettersi al servizio degli ultimi.
“Accogliere la “Buona notizia” può voler dire sentirsi sinceramente poveri con i più poveri, perché privati dei più elementari diritti e perché sfacciatamente “separati” da coloro che hanno provocato la povertà e che continuano ad arricchire alle spese di intere popolazioni. Essere oggetto di esclusione, di separazione è il vero “scandalo”, perché è distruzione di quel segno di splendore che ciascun vivente può considerare come dono dell’essere a somiglianza dello stesso Creatore. Da parte mia osservo come suggerimento, alla luce anche del prologo e  di Giovanni , che "Riprendere il vangelo in mano" o meglio direi "ritornare al Vangelo del Regno" equivale a credere sia alla proclamazione di Gesù che la Signoria di Dio si e' ormai fatta vicinissima a tutte le persone umane indipendentemente dalla loro condizione ma in primo luogo e' avvertibile dai poveri e dagli esclusi, sia poi credere alla proclamazione degli apostoli secondo la quale a noi e' concesso di vivere la stessa vita di Cristo per mezzo dello Spirito che il Padre di Gesù dona a chi ha fiducia in Gesù stesso e nella sentenza di approvazione che il Padre ha emesso su di lui alla sua morte generosa per "tutti" facendolo sedere alla sua destra e con la quale giudizio altresì " il principe di questo mondo e' stato giudicato" (Giov. 16, 8-11 o piu' estesamente 5-15). Non si tratta pertanto di interpretare la vicinanza agli ultimi come una prescrizione morale per essere più buoni bensì come un principio teologico che ha una portata ontologica. Il principio dell'accaparramento, della supremazia del singolo individuo, della inimicizia e della ricerca della gloria di questo mondo e' ciò che regge in modo distruttivo il funzionamento del mondo stesso per la sua opposizione al modo di vivere di "Dio/relazione plurale al suo interno e aperta al suo esterno" e porterebbe il mondo e l'umanità alla rovina totale come ben vediamo nella storia se lo chesed di Dio e la sua eudokia non ci sostenessero ad ogni istante e non preparassero ad ogni istante e liberamente, per noi e per tutti non ostanti noi, un futuro con Lui. Gesù e' venuto, scambiando il voi in noi, "perché la sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena". Dio desidera farci come se' stesso, scambiarci con lui (vedi Ignazio, esercizi, contemplatio ad amorem) ma l'umano che vuole accaparrare il suo essere divino come una sua propria conquista non puo' accogliere Dio come un dono. Dono e conquista sono principi incompatibili. "La luce splende nelle tenebre e la tenebre non l'hanno vinta/sopraffatta" o se volete non l'hanno capita ma nel non volersi aprire per capire vi e' già' all'opera il principio -sopraffazione il quale pero', se crediamo che il Vangelo sia eu-vangelo, non e' destinato alla vittoria ma alla sconfitta. Tale principio di sopraffazione-appropriazione (arpagmos) non si arrende mai fino al telos e in modo che può apparire perfino vincente nella storia ha cercato e cerca di impadronirsi, con inganno e creando inimicizie, della causa di Cristo, della sua chiesa”.     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al servizio degli ultimi vivendo con gli ultimi

 

 

Il cammino che Gesù ha percorso nei suoi pochi mesi di vita fra la gente è stato essenzialmente un impegno di liberazione da ogni male, da tutte le sofferenze, da ogni tipo di miseria e debolezza degli uomini, fino alla stessa morte.

 

Una evangelizzazione che voglia ripercorre  la Parola di Gesù, la sua prassi e le manifestazioni del suo amore può godere dello stesso spirito di liberazione che significa mettersi al servizio degli ultimi. Nel rapporto che vive Gesù con i poveri e i sofferenti, viene messa in evidenza la possibilità che essi hanno, nel loro stato di dolore e di privazione, di poter esprimere la propria coscienza nel desiderio di salute, di affermazione della propria vita, liberata da ogni forma di pregiudizio sacro, culturale e sociale, opprimeva il popolo.

La domanda che Gesù esprime in varie forme “cosa vuoi che io faccia?”, restituisce al sofferente la libertà di scegliere, di ritenersi capace di liberare ogni propria potenzialità, mortificata dalla miseria, dalla malattia, dalla  varietà del dolore.

E’ vera sapienza saper ascoltare, interrogare, cercare insieme, con lo spirito profetico di cogliere il bene che si manifesta, il meglio che si può costruire. La comunità cristiana è chiamata a vivere un simile spirito, anche nella insicurezza e nell’incertezza dei risultati. Quando la stessa preghiera significa abbandonarsi al volere del Signore, è sempre viva l’attesa di una manifestazione della misericordia del Padre che interviene quando meno te la puoi immaginare. Per questo possiamo parlare di comunità di credenti che provano cosa significa essere poveri anche di spirito. 

Quanto è necessario che ci spogliamo da facili sentenze o da atteggiamenti dottrinali che, se anche  perfetti nella dimensione teologica a canonica, spesso sono troppo distanti dalla loro realizzazione pratica.

Si avverte in questo senso la distanza che si manifesta fra le dichiarazione del Catechismo della Chiesa cattolica e della stessa Dottrina sociale della Chiesa, con quella che è la prassi di tante comunità di cattolici. Finché le regole sono in un certo modo formulate da ecclesiastici o teologi, in virtù della loro dottrina, potrà sempre rimanere incompiuta l’opera del Signore, che agisce con amore partendo dai piedi dell’umanità, dall’accoglienza, dall’essere vero e commosso testimone di quanto i più poveri soffrono, E’ anche possibile che in una persona  ricca di buone e oneste intenzioni,  lo Spirito possa suscitare quella dimensioni profetica che è in grado di cogliere le più drammatiche contraddizioni  e nello stesso tempo rilevare nelle coscienze lo spirito di  riscatto e di liberazione.

 

 La categoria della povertà diventa essenziale per comprendere il movimento stesso della redenzione. Quindi, da un certo punto di vista, dire “Chiesa povera” è entrare nel mistero stesso di Dio. Gesù non si è fatto uomo solamente facendosi obbediente al Padre ma lo ha fatto nella povertà più profonda: abbandonato da coloro con i quali aveva condiviso i valori (discepoli) e condannato da un potere religioso che, facendo questo, intendeva servire il vero Dio. Se Dio però si fa uomo, non è per fare un’esperienza di ciò che significhi divenire creatura ma è per essere presente dove gli uomini sono assenti. E gli uomini sono assenti nelle sorti del povero, di chi è ai margini. Bene, Dio lì è presente! Dio, proprio in quanto povero, arriva ad assumere il ruolo di go’el, di ricattatore. (Castelli)

 

 

 

Valorizzare le risorse partendo dalle necessità più elementari

 

(si tratta di confrontare il modo di procedere della tradizione offerto dalla curia romana, garanzia di continuità con quanto  affermato nel passato, con un atteggiamento di apertura alle circostanze più complesse  e articolate  che oggi anima buona parte della chiesa)…

 

(da aggiungere la riflessione sulla condizione della donna)

 

(da aggiungere una più diffusa considerazione sulla azione di Francesco)

 

 

Icon SCARICA IL PDF DELLA RELAZIONE (210.9 KB)
 
 

Statusecclesiae.net