HOME > DOCUMENTI > NAPOLI, SETTEMBRE 2010: INTRODUZIONE AL TERZO INCONTRO, DI MARIA CRISTINA BARTOLOMEI

Introduzione al terzo incontro
«Pregare a fare ciò che è giusto fra gli uomini»
Napoli, 17-19 settembre 2010

di Maria Cristina Bartolomei

 

 

Dopo l’invocazione allo Spirito, ci salutiamo e ci diamo reciprocamente il benvenuto. Siamo al terzo incontro di questa iniziativa. Molti dei presenti sono già stati a entrambi i precedenti incontri o almeno a uno di essi. Molti sono anche coloro che partecipano per la prima volta. Quello attuale è un incontro più esteso nel tempo, in cui ci sarà più tempo per riflettere insieme e per confrontarsi. Ci siamo anche dislocati in un luogo non casuale, di particolare sofferenza sociale e di corrispondente impegno evangelico, e siamo lieti che questo favorisca inoltre la partecipazione di quanti provengono dal sud, cui più spesso viene chiesto di affrontare i disagi maggiori del viaggio.
Debbo purtroppo comunicare la forzata assenza di due dei relatori previsti. Don Paolo Giannoni per ragioni di salute, manifestatesi recentemente in modo grave e improvviso. Le prospettive di ripresa sono buone, anche se non veloci. Lo sentiamo presente e partecipe, e gli esprimiamo di cuore il nostro augurio e ricordo, invocando per lui la forza sanante di Dio. Il professor Valerio Onida è stato impedito all’ultimo momento da un impegno irrecusabile, legato alle sue nuove responsabilità: nell’intervallo tra la sua accettazione del nostro invito a contribuire all’attuale incontro e la data odierna, infatti, si è inserita la sua decisione di candidarsi a sindaco di Milano. Anche a lui va il nostro saluto e il nostro augurio per questa nuova grande responsabilità.

L’incontro attuale va compreso come tappa significativa di un percorso, che è utile richiamare brevemente, soprattutto a beneficio di quanti  partecipano per la prima volta. Nel primo incontro svoltosi a Firenze, nel maggio del 2009, è stato innanzitutto espresso e argomentato il disagio di molti nei confronti della realtà ecclesiale cattolica italiana. Nella fase preparatoria sono giunti più di quaranta  contributi, che sono poi stati sintetizzati in maniera eccellente da Ugo Gianni Rosenberg ed Enrico Peyretti e da loro presentati alla discussione comune. La ricerca di piste per tracciare un cammino positivo in relazione a tale sfondo è stata proposta dalle due relazioni. Don Paolo Giannoni, oblato camaldolese nell’eremo di Mosciano (Firenze), ha offerto una “lectio” su un gesto essenziale di Gesù-vangelo: il suo toccare e lasciarsi toccare assumendo l’impurità della carne immonda, ma portandovi la salvezza. Giuseppe Ruggieri ha configurato la chiesa secondo una prospettiva segnata da tre movimenti vitali: la povertà, la liturgia come luogo originario della libertà e sinodalità ecclesiale, la misericordia.
Nel secondo incontro di Firenze, del febbraio 2010, si è riflettuto insieme sul tema del rapporto tra legge e Vangelo. Il tema è stato innanzitutto illustrato sul versante biblico dal prof. Romano Penna, con innovative luci circa il passaggio dalla concezione primotestamentaria a  Gesù e, quindi, a Paolo, e svolto teologicamente da don Pino Ruggieri.  Un tema scelto non – come qualcuno ha equivocato - per opporre Ebraismo e Cristianesimo, ma per mettere bene a fuoco come l’annuncio l’Evangelo sia l’annuncio dell’amore incondizionato di Dio e non in prima e ultima istanza un appello all’etica. Una relazione a due voci svolta da Italo De Sandre e da chi vi parla è stata dedicata - alla luce della opposizione tra modalità del dialogo o modalità del monologo -  alla analisi della situazione della Chiesa cattolica italiana e della storia di cui è figlia, in relazione alla sua capacità o meno di rispettare e riconoscere la complessità.
Il tema di come concepiamo la Chiesa, come la intendiamo e viviamo, trasversale e sotteso si può dire a tutti gli interventi, è stato declinato in modo non autoreferenziale, centripeto, solo ‘interno’, bensì in relazione a ciò da cui e per cui la ecclesia (chiamata a lasciarsi toccare, come Gesù) è convocata e inviata, e che ne contrassegna anche la modalità interna di vita. In quest’ultima emergono due esigenze. La prima è di superare il regime di separatezza (chierici-laici; chiesa-mondo), un regime tipico del ‘sacro’- regime che incrocia il senso del pregare e del celebrare, e tutta la mentalità ‘sacrale’ – assai lontano e diverso dal regime del ‘santo’: non separato ma trasfigurante dall’interno ogni realtà. L’altra esigenza è quella di dar voce al corpo ecclesiale. Una voce che sia udibile nella Chiesa e all’esterno di essa; un aver voce che significhi non ‘fare comunicati’, ma comunicare. 
Non sono mancate, tra singoli e gruppi partecipanti, difficoltà di comprensione e divergenze di valutazione durante e dopo gli incontri e circa il senso e il futuro della iniziativa. Circa il futuro – un tema che certo riemergerà nei prossimi giorni - mi permetto di anticipare qui una breve osservazione, nel senso di un invito ad essere insieme umili e fiduciosi. Che cosa potrà scaturire da questo ritrovarsi non possiamo saperlo né programmarlo. Certamente però dobbiamo innanzitutto camminare insieme, con pazienza, crescendo insieme nello scambio, dandoci il tempo lungo di maturare attraverso questo esercizio e per molti - singoli e gruppi - attraverso quello che nelle varie realtà si è messo in moto in riferimento ai nostri incontri. Circa la nostre differenze, va detto che la sinodalità ecclesiale non è uniformità; certo è uno stile non così usuale, e,  quindi, da acquisire progressivamente e nel quale esercitarsi, proprio come convergenza rispettosa e reciprocamente accogliente delle differenze. Dunque non dobbiamo necessariamente ridurre tutte le posizioni a un’unica, perseguendo un ideale di unanimismo. Ma, d’altra parte, ci sono invece differenze che sono in realtà incomprensioni e che possono e debbono essere superate in quanto tali. Mi preme al riguardo chiarire due punti che sono, a mio personale parere, frutto di equivoco. Il primo è il tema del superamento della fase di espressione del disagio. Quest’ultimo è un connotato che accompagna la nostra esperienza attuale nella chiesa e che ha fortemente motivato a questa iniziativa. In questo senso, esso non è affatto superato, se con ciò si intende archiviato, sorpassato. E’, invece, sempre attuale. E se, quindi, nei nostri incontri c’è doverosamente sempre spazio perché sofferenze antiche e nuove, strutturali e contingenti possano venir espresse e condivise, d’altra parte non si vorrebbe semplicemente ritrovarsi periodicamente a ripetere e aggiornare il cahier des doléances.
Per comprenderci meglio, sarebbe bene andare a rileggersi i materiali iniziali. Tutta la documentazione degli incontri fin qui svolti è rintracciabile nel sito www.statusecclesiae.net; alcuni documenti sono presenti solo come  video, ma la maggioranza sono disponibili come testi.  Sarebbe importante che tutti si documentassero sul cammino già fatto, non solo a scopo informativo, ma per condividere quella comune base di riferimento che si è inteso costruire attraverso le varie tappe e temi, per potersi intendere, anche nel permanere delle differenze, sulla base di una coscienza condivisa, di un linguaggio comune. 
Mossi non solo, in negativo, dal disagio, ma non meno, in positivo, dalla responsabilità derivante dal Vangelo che abbiamo immeritatamente ricevuto; in stato di confessione e ricostruzione e non di mera contestazione, si è inteso iniziare insieme una consuetudine d’esercizio di sinodalità (un inedito) e un percorso, che consentisse di costruire insieme una riflessione condivisa su alcuni nuclei centrali sia del “Il Vangelo che abbiamo ricevuto” sia del nostro impegno di vita cristiana ed ecclesiale, mettendo a fuoco questi ultimi non in astratto, ma sempre in contatto con la attualità civile, politica, ecclesiale, lasciandoci ‘toccare’ da essa. Ed ecco il tema del secondo incontro, scelto non a caso, ma in una situazione in cui spesso la Chiesa (in Italia, quella cattolica, ma altrove il fenomeno e rischio riguarda anche altre Chiese cristiane) ha accettato il ruolo di agenzia etica e identificato con l’ambito dei valori e principi etici  il proprio annuncio e la propria missione.
L’attuale incontro di Napoli procede in un tappa ulteriore di questo percorso, come ben illustra la lettera di invito.
Richiamandoci alla formula bonhoefferiana – solo apparentemente semplice da comprendere - che riassume la vita cristiana nel pregare e fare ciò che è giusto tra gli uomini, ci disponiamo ad approfondire entrambi gli aspetti, nel loro legame. Un legame che non va stretto fino al punto da disconoscere la distinzione degli ambiti (come se il fare ciò che giusto potesse essere ricavato come ricetta dal pregare; contro il monito  di Gesù, che leggiamo in Luca 12, 56: «Ipocriti, sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi quel che è giusto?»), né però va allentato al punto da disconoscere che “i due” versanti sono riuniti in Cristo (anche per essi vale quanto si dice in Efesini 2, 14-16) e nella vita del cristiano.
Ma di nuovo non affrontiamo questi temi in astratto, bensì nella concretezza delle sfide attuali che ci interpellano sul piano civile ed ecclesiale. Ecco la riflessione di oggi pomeriggio, relativa innanzitutto alla realtà civile e politica italiana, al modo in cui la Chiesa risponde e interagisce con essa, per poi entrare maggiormente nello specifico ecclesiale, con una riflessione sul Concilio. Il convegno è stato pensato a partire da una riflessione sulla pericolosità della situazione presente per i valori costituzionali e per la stessa democrazia. Siamo davvero molto grati al professor Alberto Melloni che ha accettato all’ultimo momento e a prezzo di un viaggio particolarmente faticoso, dati i tempi strettissimi di cui dispone, di sostituire il prof. Onida nell’offrirci una riflessione su tale tema. 
Un  minimo e preliminare riferimento di base per i nostri lavori può essere ravvisato nel richiamo di alcuni nodi particolarmente problematici. Tutti abbiamo ben presente come la congiuntura che viviamo – e che ogni giorno si accresce di elementi più inquietanti - presenti una strategia volta a stravolgere la Costituzione e come ciò apra scenari preoccupanti per la stessa democrazia. In relazione a questi temi, pur senza poterci addentrare in aspetti più specifici, possiamo  cogliere alcuni aspetti, che motivino la nostra scelta di muovere da tale punto di partenza. Anche se già condividiamo la passione civile per la Costituzione, possiamo infatti chiederci perché e in che senso un attentato ad essa ci interpelli in quanto credenti. La risposta mi pare si dia su tre piani: in relazione ai contenuti della Costituzione cui si attenta; in relazione al modo in cui tale attentato avviene e al fine che ci si propone; in relazione alla valenza trascendentale della Costituzione al di là dei suoi contenuti. I contenuti cui si attenta sono ben noti e li citerò quindi molto cursoriamente: uguaglianza di fronte alla legge; divisione dei poteri; vera sovranità del popolo (contraddetta dalla attuale legge elettorale); unità del paese; solidarietà interna e internazionale; lavoro, assistenza, previdenza, diritto allo studio; diritto di asilo; laicità (ci sarebbe molto da dire) dello stato (per esempio, le unioni civili); libertà (per esempio, di stampa); pace; rapporto coi paesi in via di sviluppo. In fondo, possiamo ravvisare un attentato ‘principe’: ossia una separatezza forte tra il cittadino -ridotto a spettatore-consumatore, disincentivato (vedi le polemiche contro i partiti) a occuparsi di politica (contro il monito di don Milani: «uscirne da soli è l’avarizia, uscirne insieme è la politica») e l’alto ‘clero’ officiante la politica, legittimato plebiscitariamente, intendendo che ciò giustifichi anche l’impunità.
Il I articolo della nostra Costituzione dice «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro», la quale - articolo 4 -  «riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto». «Fondata sul lavoro» significa:  non fondata sul privilegio né sul patrimonio. Il lavoro non è prima di tutto produzione di un singolo bene da parte di un singolo individuo, bensì funzione e interazione sociale. Per questo, ogni attentato ai diritti del lavoro e dei lavoratori è un attentato alla  Costituzione, vale a dire alla libertà, tutela, dignità e giustizia nelle relazioni tra cittadini. Ma questo vale non meno per l’attuazione effettiva della libertà e della pari dignità sociale ed uguaglianza di fronte alla legge, che include per esempio il diritto allo studio, alla salute, alla assistenza ecc. L’art. 3 recita infatti:  «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Ma come e che cosa può la repubblica ‘promuovere’ e ‘rimuovere’ se le risorse per la cosa pubblica  vengono continuamente tagliate? La parola d’ordine “Meritocrazia” (regolarmente peraltro contraddetta dai fatti) può essere condivisa, purché non sottintenda che il poter vivere (appunto: lavoro, acqua, scuola, sanità ecc.) sia un premio per i meritevoli.  E’ l’idea stessa di convivenza civile (la rivelatrice espressione che denomina la tassazione, ossia il prelievo proporzionato al reddito del contributo di tutti alla ‘cosa’ di tutti,  come un furto, un «mettere le mani nelle tasche degli italiani»), della dimensione ‘pubblica’ a essere svuotata e annientata.
Passando ai modi in cui si attenta alla Costituzione, vediamo un attentato non eclatante e violento, non tramite un ‘golpe’ militare, bensì camuffato da democrazia e da ‘modernizzazione’. Un attentato strisciante, suadente, attuato attraverso non dirette e dichiarate modifiche della Costituzione (molto più impegnative), bensì attraverso leggi che ne erodono il contenuto e che non a caso spesso arrivano alla incostituzionalità. Assistiamo a una progressiva diminuzione e cancellazione dei diritti (tutela dei deboli) in favore di un aumento delle ‘opportunità’. In cambio di che? Di un modello di liberismo sfrenato (“libere volpi tra libere galline”), con un dominatore assoluto che è il mercato e il danaro.
Perché questo insidia la democrazia? Perché la svuota, riducendola alla mera tecnica della ‘conta’. Se, secondo il famoso ‘teorema’ di E.W. Böckenförde, lo stato liberal-democratico e secolarizzato vive di presupposti che da sé stesso non può garantire (e, quindi, ha bisogno di un supplemento d’anima dal di fuori: ma questo punto controverso è un altro discorso), ciò avviene perché esso sostiene e fonda la libertà che esso garantisce ai suoi cittadini a partire dalla sostanza morale del singolo e dalla omogeneità della società, senza poter costringere nessuno all’accoglimento di tali valori. In altre parole, la difficoltà stessa ad autogarantirsi da parte dello stato democratico manifesta che esso sottende dei valori: di partecipazione, corresponsabilità, rispetto ecc. E, possiamo dire ancora: la possibilità, anzi il diritto-dovere di cooperare a costruire il mondo, un mondo più giusto, libero, umano, in fraternità mondiale.
La democrazia repubblicana non è l’11° comandamento (D. Bonhoeffer non l’aveva tanto in simpatia, per esempio; del resto, Hitler era stato democraticamente  eletto in una libera repubblica). Soprattutto nella sua forma moderna, che comprende l’universalità dei soggetti e il riconoscimento della diversità delle soggettività (anche se tra i diritti dell’uomo e i diritti del cittadino –ricorda Julia Kristeva - c’è una cicatrice: lo straniero), però, è rilevante anche per la coscienza cristiana ciò che sottende una democrazia, ciò cui essa ispira e cui tende: ossia solidarietà, condivisione, eguaglianza, rispetto, bene comune, libertà non assoluta (per questo oggi è messo in discussione il comma costituzionale circa l’utilità sociale delle imprese). Non riapriamo qui la questione se la democrazia sia un frutto di ‘radici’ cristiane. Il Vangelo comunque ci invita a giudicare dai frutti e non dalle radici.
Il valore della nostra Costituzione, poi, in particolare va rintracciato nella  storia della sua genesi. Rispose alla barbarie della dittatura e alle tragedie del secondo conflitto mondiale attraverso l’accordo tra diverse tradizioni e ideologie, perseguendo l’armonia, il rispetto, la convivenza, la pace, la mondialità, nella solidarietà e nella uguaglianza. Si dice che la Costituzione rappresenti il minimo (comun denominatore) etico condiviso di una comunità. Nel caso italiano questo ‘minimo’, rispecchiato nella prima parte, dei principi, è assai elevato.
Ma la Costituzione è importante anche per la forma che rappresenta. In essa ravvisiamo un trascendentale civile. Che cosa significa? Significa che viene scritta da qualcuno, da qualcuno viene promulgata, ma nel momento in cui entra in vigore è al di sopra di chi l’ha scritta. Ciò implica la dimensione del riconoscimento: la stessa dimensione in cui si colloca la dichiarazione dei diritti dell’uomo. A tali diritti non ci si può appellare, essi non sono non sono vigenti prima di esser stati riconosciuti, ma essi vengono appunto “riconosciuti”: non decisi, non ‘posti’. Ciò implica che essi, in sé, siano validi anche ‘prima’ di essere riconosciuti. Sono al di sopra di chi, riconoscendoli e impegnandosi a tutelarli, ad essi si inchina. Così la Costituzione: è un modo di riconoscere che il diritto, la convivenza, il rispetto, la legge vanno riconosciuti, che ad essi ci si inchina, che non sono semplicemente disponibili.
La coscienza dei cristiani è interpellata dalla idea (e sue conseguenze pratiche) di essere umano e di rapporti umani che è sottesa a tutto ciò, e dall’attentato a tutto questo. La coscienza dei credenti è tanto più interpellata, a fronte delle prevalenti reazioni delle autorità ecclesiastiche, in tale situazione. Reazioni che oscillano tra, da un lato, pesanti ingerenze  (ai limiti della violazione del Concordato, che pure si vuole e si invoca a propria tutela) e un chiamarsi fuori di fronte ad altre leggi o comportamenti politicamente gravi. Forme di ingerenza sono ravvisabili nel tipo di interventi che hanno contrassegnato il caso del referendum sulla procreazione assistita; della pillola abortiva; dei DICO; il  caso Englaro; la questione del crocifisso nella scuole ecc. Va sottolineato che a far problema è il tipo di intervento, giacché nessuno vuol negare alle autorità ecclesiastiche il diritto alla libera espressione. E il tipo di intervento in questi casi è consistito in un tentativo di diretto influsso sulla legislazione.  Mentre, di fronte a casi di comportamenti eticamente assai gravi, quali le modalità di attuazione della politica di contrasto alla immigrazione e di espulsione o l’emergere di comportamenti gravemente scandalosi da parte di alti esponenti politici, c’è stato spesso un silenzio assordante, o, addirittura, in certi casi, la sconfessione da parte di alcune autorità ecclesiastiche verso le prese di posizione di altri alti esponenti della gerarchia (valgano come esempi la ‘sconfessione’ di  Mons. Mogavero da parte di Mons. Fisichella e quella del card. Bagnasco da parte del card. Bertone). Le autorità ecclesiastiche cattoliche sembrano puntare solo ad alcuni principi e valori identificati come i valori etici - essi soli-  e considerare rilevanti solo le condotte individuali, attinenti per lo più alla sfera della sessualità-vita. Non che manchino segnali recenti di attenzione ad altre dimensioni (come è avvenuto di recente nel caso del peschereccio italiano mitragliato, o delle espulsioni dei Rom), ma certo gli interventi non sono stati con la stessa voce grossa e col criterio ultimativo (chiamata ad obiezione di coscienza di cittadini e parlamentari; invito a non votare chi sostiene certe leggi) di altri casi menzionati. Di più, le autorità ecclesiastiche danno l’impressione di trovarsi più a proprio agio con una politica senz’anima, senza ideali, mossa solo da interessi, che non con una politica che abbia visioni complessive, ideali, valori, a meno che questi non coincidano in tutto e per tutto con dottrina ed etica cattoliche. Nel primo caso, infatti, la politica è solo luogo di trattative ‘economiche’ di do ut des; a dare l’anima alla società e alla singole persone provvede la Chiesa (come ciò sia componibile con l’impianto di quella politica è arduo comprendere). Così siamo arrivati alla denuncia espressa dal Patriarca Scola contro i ‘moralismi’, al recente meeting di CL a Rimini.
Ma la democrazia (intesa in senso lato, come sopra detto) si esaurisce anche per eccesso di scandali, sia di gruppi sia di individui. Non solo oggi. Quanto gli scandali di fine ‘800  (a cominciare da quello famoso della  Banca Romana che coinvolse intorno al 1890 tutta la Sinistra storica) - prepararono – aggiungendosi alla preparazione remota (ossia alla storia dell’Italia ostaggio di dominazioni straniere) e  a quella prossima (il primo conflitto mondiale, la situazione post-bellica e la rivoluzione sovietica) - nella cittadinanza il terreno di disaffezione alla neonata democrazia così da rendere bene accetto l’uomo forte?
Il tema generale del nostro incontro risponde nel suo insieme e nelle sue varie scansioni a tutto questo corpo di problemi. 
Nel lavoro di questo pomeriggio ci concentriamo su una prima serie di questioni.
La prima è appunto una riflessione sul senso del rimando alla Costituzione, alla quale ci introduce la relazione di Alberto Melloni.
Il secondo punto è come la Chiesa italiana affronta il degrado della democrazia. La coscienza dei credenti, nella situazione presente, infatti si chiede: come reagire? Nel duplice ‘no’ alla soluzione integralista e a quella che confina la fede nell’ambito del ‘privato’, del puramente individuale. C’è una parola e un atteggiamento pratico che non solo il singolo cristiano, ma la comunità può e deve prendere, senza commistioni, né ingerenze e senza però separatezze? Su questo rifletteremo insieme, a partire dalla analisi elaborata dal gruppo «Il Chicco di senape».
Ma la Chiesa non aveva già preso posizione nel Concilio su questi problemi «ad extra» (vedi la Costituzione  Gaudium et Spes) e su quelli più «ad intra» della sua vita interna (vedi Sacrosantum Concilium, Lumen Gentium, Dei Verbum), nella distinzione, ma mai separatezza, dei due aspetti?  Giacché vi è una corrispondenza speculare tra il modo di esser Chiesa e il modo di concepirsi nel rapporto col mondo: non due entità che si contrappongono, ma la Chiesa come parte del mondo, raggiunta dal Vangelo, il quale impegna all’annuncio e alla testimonianza, in favore del mondo tutto. 
Su questo rifletteremo, a partire dal contributo di Raniero La Valle. Mi piace concludere ricordando come mons. Loris Capovilla ci abbia recentemente richiamato al modo giusto di guardare al Concilio, fondando, a novantacinque anni, la associazione TAE: “Tantum Aurora Est”.

 

 

 
 

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