HOME > DOCUMENTI > NAPOLI, SETTEMBRE 2010: RELAZIONE DEL CHICCO DI SENAPE, "LA CHIESA ITALIANA DI FRONTE AL DEGRADO DELLA DEMOCRAZIA"

“Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini”
Incontro a Napoli 17-19 settembre 2010

La Chiesa italiana di fronte al degrado della democrazia 

Relazione del Chicco di senape di Torino

Premessa
Questa relazione non ha la pretesa di tracciare un quadro esauriente dell’atteggiamento della Chiesa nei confronti del processo in corso - che secondo noi sta modificando le regole della nostra democrazia e mira a cambiare i principi della stessa costituzione su cui tale democrazia è fondata - ma intende fornire una serie di spunti per la discussione all’interno del nostro convegno.
Sappiamo che su questa materia convivono anche all’interno di una realtà come la nostra, relativamente omogenea - almeno dal punto di vista della sensibilità intorno ad alcune questioni civili ed ecclesiali – punti di vista molto differenziati: certamente si impone un confronto, per provare ad essere una voce che nel torpore ecclesiale si fa sentire.

1 - Una democrazia in difficoltà
Il tema della democrazia è oggetto di discussioni in un contesto che supera ampiamente i confini del nostro paese. E’ indubbio tuttavia che in Italia oggi la questione democratica abbia un rilievo del tutto particolare. Infatti, in nome della governabilità e del mandato che la vittoria elettorale si pretende assicuri all’attuale maggioranza, alcune regole della convivenza democratica, sperimentate per molti decenni, sono messe in discussione e sottoposte talvolta ad una critica anche feroce.

Assistiamo oggi, con sempre maggior insistenza, ad un’iniziativa che mira ad erodere alcuni dei principi della nostra Costituzione: se infatti da molti anni si sono manifestate azioni tendenti ad aggiornare la seconda parte del dettato costituzionale (per adeguarlo alle mutate esigenze del tempo presente), più recentemente, in modo ormai aperto, si parla di riformare anche alcuni fondamenti contenuti nella prima parte (inserire il tema del mercato nell’art. 41, sostituire il riferimento al lavoro nell’art. 1 con quello alla libertà) .  Questo processo di erosione della Costituzione appartiene allo spirito del tempo che viviamo: quando determinate regole costituiscono un limite per la realizzazione di ogni iniziativa giudicata utile (ad alcuni gruppi certamente, ma presentata come essenziale per la crescita sociale), debbono essere cambiate. L’insofferenza verso la norma è poi uno dei principali leit motiv dell’azione di un’ampia parte del ceto politico, motivata non solo per la difesa di interessi corporativi (cosa che non ne giustificherebbe un esteso successo), ma espressa e teorizzata raccordandosi con un diffuso sentimento collettivo, che si riconosce in una società liberata da vincoli e nella quale vince chi è più astuto e capace.

Questa iniziativa si accompagna con un’altra tendenza, meno appariscente ma più dirompente: un processo di svuotamento di alcuni dei contenuti portanti della nostra democrazia. La Costituzione, attraverso questa via,  può anche non essere cambiata, ma i suoi principi e i valori in essa espressi vengono contraddetti da una cultura politica che nella sostanza tende a legittimare modi di pensare e comportamenti eticamente riprovevoli (spesso praticati anche nel passato, ma allora sottoposti comunque ad un giudizio  fortemente critico). Ritenere ad esempio che l’evasione fiscale non sia un affronto ad un principio di equità stabilito nella nostra Costituzione, ma la giustificabile risposta alla esosità dello Stato, rappresenta un modo di concepire la democrazia e la partecipazione dei cittadini alla vita della comunità civile che mal si concilia con i presupposti ideali su cui si fonda la nostra repubblica.
Allo stesso modo ciò vale quando si lascia intendere che alcune istituzioni, come la Corte Costituzionale o la perfino Presidenza della Repubblica, siano un inciampo sulla strada di un governo che vuole esercitare il potere che il popolo gli ha attribuito (il governo del fare). Emerge una concezione quantitativa della democrazia, strettamente legata alla cultura che anima l’azione politica del Presidente del Consiglio, il quale tende a confondere (come più d’uno ha osservato) le istituzioni con il consiglio di amministrazione di una società, in cui conta il numero di azioni possedute.

La crisi della democrazia ha poi altri volti. Anzitutto quello di una legge elettorale che impedisce di fatto ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti, consegnando alle élites politiche il potere di portare in Parlamento le persone più gradite, che in questo modo rispondono non tanto a coloro che li hanno eletti, ma anzitutto a chi li ha scelti e da cui dipende la loro conferma.
Ha il volto di un paese frammentato, in cui la paura per il futuro determina atteggiamenti di chiusura, la ricerca della sicurezza individuale e del proprio territorio, l’incapacità a tessere rapporti di cordialità  con gli altri.
Ha il volto dell’esclusione, cui sono destinati immigrati che potrebbero invece essere cittadini a pieno titolo di questo paese (nel quale si stanno infiltrando e alimentando temibili elementi di razzismo), ma esclusione  che riguarda anche ad esempio molti giovani condannati, in nome di una flessibilità senza fine che si trasforma in precarietà, a sentirsi cittadini incompiuti.
Ha il volto dell’ingiustizia, dell’affermarsi di modelli  e di stili di vita che costituiscono un insulto alle esigenze di sobrietà e di moderazione, mai come in questo tempo divenute importanti, della protervia del potere che, in nome di un interesse generale, difende anzitutto e senza pudori interessi di parte, quando non addirittura personali di chi questo potere esercita.
Ha il volto del populismo, che non sembrava appartenere alla sensibilità politica degli italiani. Esso si è rapidamente diffuso nel sentimento collettivo, insieme e quasi contraddittoriamente con l’affermarsi di personaggi capaci di rappresentare interessi e concezioni di vita sempre più appariscenti, rampanti ed esibite. Certamente ciò è anche frutto di una azione politica che nel passato non è stata capace di dare alla politica stessa una prospettiva e dei traguardi di lungo termine, vivendo unicamente dei suoi riti e delle sue alchimie. E che purtroppo non riesce ancora oggi ad uscire dalle secche delle sue dinamiche interne.
Ha il volto del fastidio verso la complessità [grazie alla menzogna spesso riproposta che vende la complessità come complicazione]. Le promesse di un cambiamento fatto di cose molto concrete, insieme con l’impegno per semplificare il quadro politico (la presenza di un capo che pensa a tutto e a tutti è un’idea per molti rassicurante), l’idea di garantire spazi di libertà e di minor controllo pubblico sempre più estesi, hanno fatto passare in secondo ordine scelte sul piano politico e sul piano personale che pure anche molti sostenitori non hanno apprezzato. E hanno garantito un successo individuale al capo del governo che ha assunto talora aspetti anche clamorosi di servilismo e di culto della personalità.
Sotto il profilo delle regole democratiche appare quanto mai preoccupante la pretesa di chi oggi governa di sottrarsi alle regole che stabiliscono un equilibrio fra i poteri - che la Costituzione aveva saggiamente introdotto per evitare la prevaricazione di alcuni; e lo fa in nome di un mandato popolare da cui si ritiene derivi la legittimazione di ogni azione politica.
Come ha notato Luigi Ferrajoli

questa idea dell’onnipotenza del capo quale incarnazione della volontà popolare è antirappresentativa, dato che nessuna maggioranza e tanto meno il capo della maggioranza può rappresentare la volontà del popolo intero e neppure quella della maggioranza degli elettori”.
(comitatidossetti.wordpress.com)

2 - Chiesa e democrazia
Quale ruolo sta esercitando la Chiesa, in questa situazione? Crede realmente nella democrazia? Ha la percezione che essa, pur non essendo in pericolo, sia comunque almeno deprezzata ed anche svilita?
La Chiesa italiana è una realtà ricca e complessa, anche se per i media e l’opinione pubblica essa viene identificata con la sua gerarchia (e spesso ciò pare non dispiacere alla stessa gerarchia).
L’impressione che si ricava, leggendo la storia recente del nostro paese, è che questi problemi non siano ai primi posti dell’agenda della Conferenza Episcopale Italiana, perché altri sono per la gran parte del nostro episcopato le urgenze e gli obiettivi prioritari.
La Chiesa italiana ha certamente accettato la democrazia, vive all’interno di uno stato democratico rispettandone, almeno in via di principio, le regole.  E neppure possiamo negare che, in varie occasioni interventi autorevoli abbiamo affrontato temi fondamentali del vivere democratico e abbiano espresso la necessità di ritrovare intorno ai principi della nostra Costituzione una unità non solo formale. Ma in realtà in molti momenti di questi ultimi anni il silenzio o addirittura una accondiscendenza tacita quando non palese ha accompagnato l’emergere e l’affermarsi di progetti e iniziative che ponevano seri interrogativi alla coscienza dei credenti più avveduti.
Un altro aspetto può essere notato. Forse per la cultura ecclesiastica in auge, al fine di poter agire pastoralmente “per la salvezza delle singole anime”, o anche “per il bene comune”, è importante non confliggere con chi ha il potere in un certo momento (se non in casi estremi). Per tale cultura non sembra dunque essere un elemento acquisito che una regola costituzionale, elaborata fra l’altro con il contributo dei cattolici democratici, debba essere una conquista da difendere perché essa è lo sfondo importante  per poter instaurare un certo “clima di giustizia”, perché si è certi che essa rappresenti “un passo avanti”. Il giusto e condivisibile assunto teologico di non divinizzare la storia umana come un progresso visibile verso il compimento della salvezza si ribalta talvolta in uno scetticismo di fondo sugli strumenti istituzionali e politici che emergono nella storia, scetticismo che produce indifferenza. [Si è parlato nel nostro gruppo di due motivi o atteggiamenti ecclesiastici, speculari ed entrambi inaccettabili: escatologismo verso temporalismo]

3 - La Chiesa e il potere politico in Italia
La Chiesa è parsa senza parole di fronte a questa ascesa, anche perché il suo stile si è rivestito talvolta di un’aura sacrale espressa con immagini  (l’uomo della Provvidenza, l’unto del Signore), che proprio alcuni uomini di Chiesa hanno fatto proprie. E’ mancata una vera e profonda lettura di ciò che stava accadendo, una sapienza che avrebbe dovuto far aprire gli occhi di fronte ai mutamenti che stavano radicandosi nel tessuto sociale del paese.
Non si vuol con questo dichiarare che il nostro premier sia stato appoggiato nel suo successo politico e mediatico dalle gerarchie della Chiesa, che anzi sono parse spesso turbate e infastidite da un protagonismo sopra le righe, ma certo egli ha goduto di un consenso che ha saputo con abilità sollecitare attraverso una dichiarata consonanza con i principi della Chiesa, una difesa di valori cosiddetti cristiani, la costante affermazione di rappresentare il baluardo contro il processo di scristianizzazione del nostro paese.
Vi sono punti fermi della Carta costituzionale, come i principi di eguaglianza stabiliti dall’art. 3, che esprimono il principio del bene comune, molto caro alla dottrina sociale della Chiesa, e che sono stati di fatto contraddetti da scelte la cui finalità è il bene di qualcuno (persona o gruppo sociale); e solo in alcuni casi la voce della Chiesa  si è levata forte per denunciarlo.
E’ difficile capire quanto le comunità ecclesiali abbiano percepito l’importanza della posta in gioco, e cioè che  si sta modificando di fatto la sostanza della nostra democrazia, che mai aveva dato spazio a personalismi di tal natura anche quando a governarla erano persone di grande statura morale e di spessore politico. L’impressione è che sia venuta meno, salvo lodevoli e non marginali eccezioni, una vera capacità critica e che i credenti, in larga misura e senza una adeguata strumentazione culturale, abbiano assecondato, magari con molti dubbi e preoccupazioni, la svolta populista di questi anni. Del resto è abbastanza diffusa l’opinione che, di fronte ad una progressiva perdita di rilevanza del cristianesimo nel tessuto umano e sociale, sia preferibile fare assegnamento su chi si professa difensore di alcuni valori (non negoziabili, usando una terminologia molto in voga di questi tempi), anche se poi non li pratica  e neppure vi ci crede. In questa analisi dovrebbe però essere considerata anche la realtà del laicato più impegnato (ad esempio nel volontariato o nell’associazionismo) che coglie assai più la gravità del momento, ma non ha più parole o luoghi per esprimerla in modo convincente. Inutile dire che proprio occasioni e iniziative come quelle che stiamo vivendo rappresentano una possibile (ma non certo unica) via per aprire prospettive e rinnovare una speranza (purché esse non rimangano circoscritte).

4 - Chiesa e partecipazione dei cattolici alla vita politica
In un periodo ormai concluso della nostra storia recente il partito di ispirazione cristiana creava un raccordo fra il magistero della Chiesa e la vicenda storica; in quella situazione, la gerarchia sentiva di essere rappresentata nelle istituzioni: poteva quindi fidarsi della democrazia (anche se non sono mancati momenti di tensione fra la gerarchia e politici cattolici), soprattutto perché, negli equilibri di potere, quel partito era centrale ed essenziale. Non sempre tuttavia le battaglie sono state vinte (si pensi ai referendum sul divorzio e sull’aborto) - e certo quelle sconfitte lasciavano presagire un cambiamento nella cultura e nella società – ma il rapporto fra la dirigenza ecclesiale e quella generazione politica sembrava molto saldo.
La crisi dei partiti, e della DC in particolare, ha rotto quell’equilibrio determinando molte conseguenze. Anzitutto ha convinto la gerarchia  a scendere in campo direttamente, perché riteneva in quel momento poco affidabile (e forse poco utile, perché debole) ogni riferimento all’interno del quadro politico: nessuna aggregazione politica poteva godere di fiducia, e tanto valeva divenire un soggetto capace di trattare direttamente sui temi più cari, forte di un riconoscimento e di un’autorevolezza molto solida. In questo modo, anziché interpellare le coscienze per un'adesione libera e convinta ai valori della dignità  della persona, specie se debole ed indifesa come nelle sue fasi iniziale e terminale, o  di una vita familiare fondata sull'amore gratuito e sull'accoglienza di una nuova vita, si
è ritenuto più opportuno affidarsi a norme di legge contrattate con i pubblici poteri.
Vero è che in quel momento sono sorte in molte diocesi le scuole di formazione alla politica, per recuperare terreno dopo una disattenzione che negli anni si era fatta acuta, ma chi sceglieva l’impegno amministrativo o politico raccoglieva spesso disinteresse, se non proprio ostilità nella comunità cristiana. Sui temi cari alla Chiesa era la CEI stessa a guidare e a  fare, facendo sentire il suo peso e la forza della propria organizzazione. La democrazia sostanziale, che si alimenta di confronto, di rispetto reciproco, di tolleranza verso posizioni non condivise, veniva poco per volta a sfiorire, certo per un massiccio uso di parole brandite come spade, di azioni politiche dirompenti, di sovraesposizione mediatica,  ma anche per il sottile gioco di chi, da una posizione di prestigio, riteneva più proficuo trovare accordi di vertice piuttosto che affidarsi al complesso e incerto mestiere di discutere  e di mediare, nei molti luoghi del dibattito politico.
La convinzione di dover combattere importanti battaglie ideali ha condotto talvolta a stravolgere anche il significato di taluni istituti democratici. Nella vicenda del referendum sulla procreazione assistita ad esempio, benché l’iniziativa politica  fosse affidata all’associazione Scienza e Vita, la decisione di voto fu assunta con il chiaro avallo della Presidenza della CEI dell’epoca. Poiché si voleva dire no al quesito referendario si scelse strumentalmente la via dell’astensione perché portava ad un risultava certo, sfruttando in modo tattico anche l’astensione di tutti coloro che non andavano al voto per ben altre ragioni. In questo modo ci si appropriava fra l’altro del voto di chi avrebbe voluto astenersi per dichiarare la sua contrarietà allo strumento del referendum per definire tale materia. L’imposizione dell’astensione arrecava inoltre un grave vulnus alla
segretezza del voto, sia per chi avesse una qualche visibilità pubblica, a partire dagli stessi vescovi,  preti e religiosi, specie nei piccoli centri, sia per chi fosse ricoverato in strutture assistenziali o di cura. [Mi permetterete di enfatizzare, almeno per ora a titolo personale, parlando di sensibilità costituzionale, il caso emblematico del decreto-legge ipotizzato sul caso Luana Englaro, per dare una interpretazione della legge atta ad annullare gli effetti di una sentenza definitiva basata sulla legge in vigore, sentenza non gradita a uno dei poteri dello Stato e ai vertici ecclesiastici: ecco dove può condurre lo stile del baluardo. Un attentato alla costituzione che solo la fermezza del presidente della repubblica ci ha evitato].
La discesa in campo della gerarchia, talvolta in forme dirette, attraverso aggregazioni ad hoc in altri casi (come nel caso del “Family day”), ha avuto un altro effetto: estraniare poco per volta i credenti dall’impegno in quelle che Antonio Acerbi chiamava le “zone dure” della società, rendendo sempre più evanescente il loro contributo alla crescita del senso democratico nel paese. Né ci deve molto consolare a questo riguardo che il laicato credente si sia concentrato o in spazi intraecclesiali o in quel territorio del volontariato apparentemente immune dalle asperità del confronto politico. Il richiamo del card. Bagnasco in questi ultimi mesi perché si abbia una nuova generazione di credenti impegnati in politica per il bene comune è un invito alla comunità cristiana perché comprenda nuovamente  il valore di questo servizio, ma può anche essere letto come una critica  a chi, nel passato anche recente, ha trascurato di investire in questa direzione. Siamo lieti di questa rinnovata consapevolezza dei nostri Vescovi, anche se crediamo sia importante ricordare che il laico credente capace di svolgere con autorevolezza e competenza il suo compito è senza dubbio una persona attenta al magistero della Chiesa, ma in grado di assumere con responsabilità, guidato dalla sua coscienza, le proprie scelte nel confronto con gli avvenimenti e le altre persone. Se guardiamo più da vicino non è proprio vero che manchino figure di questo spessore; forse sono soltanto giudicati da alcuni degli interlocutori troppo poco affidabili.

5 - Per un nuovo clima di fiducia
L’accettazione di un laicato più maturo e capace di scelte autonome è certamente un grande contributo alla democrazia di questo paese, ma richiede fiducia verso questi cristiani responsabili: fiducia che essi sappiano innervare, nel rispetto delle persone  e delle idee, la società e la politica e avendo a cuore rigorosamente le regole della legalità e del vivere democratico. Occorre, perché ciò avvenga, superare quel dubbio che molti (anche fra i cristiani) hanno nei confronti della Chiesa. E cioè che essa in realtà non creda nella democrazia perché teme che la democrazia possa inquinare la Chiesa modificandone la sua essenza comunionale.
Abbiamo già detto che oggi è purtroppo molto presente nella Chiesa la percezione impaurita di essere assediati da un nemico secondo i momenti vuoi insidioso vuoi aggressivo,  proprio in quel mondo occidentale le cui radici cristiane sono state con forza evocate in questi anni. Quella percezione ha reso molto più difensivo e preoccupato l’agire della gerarchia là dove quello che conta non è la conoscenza del nemico, ma la paura, poco cristiana, di esserne sopraffatti. Scegliere di investire su una generazione di credenti capaci di muoversi, anche sbagliando, in questa fase della nostra storia è comunque una scelta di coraggio e di speranza ben diversa dal sostenere chi, in un abbraccio che rischia di essere mortale, si fa paladino di una nuova crociata. Riprendendo una citazione di Ilario di Poitiers, ricordata recentemente da  Enzo Bianchi: “Dobbiamo combattere contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena, ma ci accarezza la pancia; non ci confisca i beni dandoci così la vita ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del nostro cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro e il potere”.
Il futuro della democrazia in Italia dipende dalla capacità di non smettere la vigilanza da parte  di chi capisce la difficoltà del momento presente. Dipende dalla capacità di dare linfa nuova a parole e a idealità che vengono da lontano (e che proprio per questo sono oggi giudicate, da molti illustri  politici, anticaglia di cui liberarci rapidamente).
La comunità cristiana non può stare a guardare, perché non è neutrale di fronte al processo in atto. Ma serve una spinta totalmente nuova, il coraggio di un dinamismo ecclesiale oggi quasi del tutto evanescente. Serve una Chiesa che dica in modo forte e chiaro solo le parole del Vangelo. Serve una Chiesa che coraggiosamente sappia avviare al suo interno nuovi percorsi di fraternità e dialogo. Perché la democrazia ha bisogno proprio di un clima nuovo, fatto di rispetto reciproco e di franchezza. E una Chiesa nuova è spesso stata nel passato portatrice di un autentico rinnovamento civile e sociale.
Possiamo ipotizzare che da realtà come quelle che rappresentiamo possa partire un messaggio di fiducia per una Chiesa del coraggio e delle speranza? Che dà spazio e sostegno ai suoi laici e ai suoi preti, che non teme le loro aggregazioni anche quando esprimono valutazioni critiche sulla realtà presente e lavorano su progetti  talvolta rischiosi, ma sempre in spirito di fedeltà al Vangelo?
Un cristiano laico che pensa, che esprime i suoi convincimenti, che sceglie responsabilmente e con coscienza la strada da seguire, fa spesso oggi ancora paura nella Chiesa. Eppure questa Chiesa e questa società civile di questi cristiani hanno bisogno.

 

 
 
 

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