HOME > DOCUMENTI > NAPOLI, SETTEMBRE 2010: RELAZIONE DI GIOVANNI NICCOLINI, "I CRITERI EVANGELICI DI 'FARE CIÒ CHE È GIUSTO' "

I criteri evangelici di ‘Fare ciò che è giusto’

di Giovanni Nicolini

 

Napoli 17-19 settembre 2010: “Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini” (Bonhoeffer)

 

                 Una brevissima premessa per dire che la relazione di Pino di questa mattina  mi ha messo un po’ in crisi perché lui ha talmente aperto l’orizzonte  che capisco  che c’è ancora bisogno di pensare  molto, quindi vi offro una riflessione molto provvisoria e probabilmente limitata.

Devo prima fare un passo indietro perché, per la seconda parte della frase del titolo che si riferisce a “ ciò che è giusto” la mia esperienza esige che per un momento io ritorni a ciò che significa pregare. Un tema molto delicato: oggi sembra che se ne faccia troppa teoria e si sta assumendo una certa direzione alternativa che io considero una deviazione: vedo dappertutto moltiplicarsi le adorazioni Eucaristiche rispetto alla celebrazione dell’Eucaristia e in qualche modo - anche per la mia memoria di anziano - colgo un ritorno ai tempi preconciliari.  Che cosa è la preghiera? Mi pare che di fatto tutta la mia esperienza e adesso la piccola riflessione di questo tempo su Bonhoeffer, mi portino irresistibilmente alla grande tradizione dei padri ebrei per cui io penso che fondamentalmente la preghiera sia ascolto. Il testo del libro del Deuteronomio che fonda il cuore della fede di Israele sul comando “Ascolta Israele”, mi pare che dica in modo semplice e profondo che cosa sia per noi la preghiera. La preghiera è appunto quest’appuntamento che Dio fissa con i suoi amici sorprendendoli nella strada della loro vita e irrompendovi parlando al loro cuore. Anche quando recitiamo, per esempio i salmi, noi in realtà continuiamo, in termini sempre più profondi, ad essere ascoltatori e restituiamo al Signore la parola che lui ci ha regalato. Mi sembra essere questo il punto di partenza che io considererei essenziale anche perché è proprio qui, e lo abbiamo molto avvertito negli incontri  precedenti che si deve capire,  come e dove avviene il nostro incontro con Dio. E’ un problema molto delicato che differenzia la fede ebraico-cristiana da tutte le altre ipotesi religiose perché tutte le religioni normali, quelle “per bene” pensano che l’incontro con Dio avvenga in alto: Dio è in alto e quindi bisogna che io mi arrampichi per incontrami con lui. In questo senso la fede ebraica–cristiana è un antireligione perché scopriremo sempre di più che il nostro incontro con Dio non avviene in alto ma in basso.  Non in alto perché noi non possiamo salire fino a Dio, ma anche perché questo a Dio non piace; invece le religioni sono, bisogna dirlo, tutte un libretto di istruzioni, per imparare a salire; se vuoi arrivare a Dio, devi salire fino a conquistarlo. Nelle grandi immagini bibliche della fede di Israele le religioni sono Babele, sono l’improvvisa compattezza del genere umano che si vuole  bene, che parla la stessa lingua, che costruisce una città in mezzo alla quale edifica una torre e  questa torre che progetto ha? Di arrivare a Dio. Quindi, la religione è una grande ascesa a Dio, mattone su mattone, preghiera su preghiera, rito su rito, per arrivare fino a lui. Le religioni sono questo salire in alto. In termini più scanzonati si potrebbe pensare che le religioni siano una specie di grande furto. Si potrebbe sospettare che la religione, forse, è per Israele e per la sua fede addirittura il peccato delle origini, l’inganno del serpente infatti contiene un’ipotesi: se mangerete  di questo frutto, Dio sa benissimo che non morirete, ma che anzi diventerete come lui. Questo istinto di autodivinizzazione dell’uomo inganna i progenitori che provano a spiccare il volo in alto ma precipitano più in basso e danno però inizio a una meravigliosa storia perché vengono cacciati via dal giardino ma, da allora, Dio è un Dio inquieto, un Dio inquieto che di fatto ha perduto la sua creatura  amata. Qualcuno dice che tutto il librone della Bibbia è la grande storia della ricerca che Dio fa della sua creatura amata e perduta. Ma per cercare questa creatura amata e perduta, appena uscirà dal giardino si accorgerà che la strada è in discesa e che se vuole arrivare a questa creatura amata e perduta deve imparare a scendere. Quindi si potrebbe dire che il librone della Bibbia è la grande memoria del precipitare di Dio verso la creatura amata, dove l’ultimo atto di questo precipitare è la decisione che costituisce la complessa essenza interna di Dio.  Anche qui il discorso sarebbe lungo, ma non si tratta della eterna solitudine del filosofo greco, bensì dell’eterno volersi bene del Padre e del Figlio nello Spirito,  per cui il Padre prende la grande decisione di far sì che  il Figlio di Dio precipiti nella nostra carne, nella nostra storia e  nella nostra povertà.

Si potrebbe dire quindi che il grande libro della Bibbia è la memoria del perdersi di Dio per ritrovare l’amore perduto e noi abbiamo questo precipitare di Dio che giunge fino al livello più basso della nostra condizione che è la morte e pertanto noi siamo figli di un Dio che muore d’amore per noi. Questo precipitare così in basso fa di noi una specie di antireligione: mentre tutte le religioni tendono all’innalzamento, noi di fatto abbiamo questa esperienza, di un  Dio che ci ha sorpreso nelle strade della nostra vita. Avessimo molto tempo per raccontare ciascuno la storia della sua salvezza o la sua storia della salvezza dovremmo ritornare a quel famoso crocicchio del nostro abisso dove Dio all’improvviso ci finalmente ha incontrato e ci ha preso con sé. Di fatto noi facciamo questa esperienza di un Dio piegato. Ricordo quando portavo il mio clan a Fontanelle, all’abbazia vicino a Sotto il Monte e ci riceveva Padre Davide Turoldo,  che amava spiegare la bellezza della chiesa romanica dove lui aveva la casa e ci faceva notare che, quando le chiese romaniche seguono i canoni rigorosi dell’architettura non sono dritte, non sono perfettamente allineate per cui - se ci si mette al centro della porta della chiesa - si scopre che piano piano la navata, da metà in poi, forma una specie di curva e quindi il centro dell’abside non corrisponde al centro della porta d’ingresso. Perché? Perché tutta la chiesa deve rappresentare questo Dio piegato. Noi non siamo figli di un Dio diritto. La rappresentazione di Buddha è una rappresentazione molto armonica, molto ferma con un sorriso fissato, molto sereno; la nostra rappresentazione di Dio è quella di un Dio piegato verso di noi, perché la condizione per incontrarci è che lui venga e ci trovi! Nella parabola della pecora, nel vangelo di Luca, in tre righe è raccontata tutta la storia della salvezza, sono tre versetti soltanto in cui si dice di quel pastore che aveva 100 pecore e ne perde una. Già la cosa è abbastanza interessante, perché quando noi pensiamo a quella pecora pensiamo che si sia perduta lei, che sia pazza, scema o mascalzona, che sia  un po’ troppo fantasiosa, invece il testo ci tiene molto ad usare una forma attiva e il pastore dice: “L’ho persa io!”. Noi ci saremo anche persi, ma nel cuore di Dio e nella sua coscienza c’è una ferita: ci ha persi, e quindi  noi  ci troviamo davanti a quella frase retorica e assurda che dice: se voi avete 100 pecore e ne perdete una forse non lasciate le 99 nel deserto per andare a cercare quella smarrita? Nessuno lo farebbe realmente.  Una su 100? La do per persa, non è una grande perdita, se quella è pazza si arrangi! Invece no, lui lascia le 99 e va a cercare quella smarrita: che siamo noi. Ognuno di noi lo è. Diversamente  noi preti  commentando la parabola del pastore diciamo: “Tanta gente perduta bisogna andarla a cercare” e, serenamente, pensiamo di essere noi i perduti che Dio però ha cercato e ha trovato. Noi siamo qui un’assemblea di ritrovati da Dio, oppure di persone che ancora non se lo sentono ancora troppo addosso e cercano di fare qualche piccola fuga, ma lui implacabilmente determinatissimo nell’amore ci cerca, ci trova.  La parabola prosegue dicendo che quando il pastore ci trova è tutto contento. E’ questo un dibattito che con il mio Dio ho aperto da diversi anni, perché mi secca un po’ che lui non abbia interrogato i sentimenti della pecora, la pecora è così contenta di essere ritrovata? Ma si sa, l’amore di Dio è prepotente e se la mette in spalla, torna a casa, organizza una grande festa con il sindacato pastori; la festa costa molto di più del valore della pecora, ma va bene così  perché c’è più gioia. Ora, questo andamento, è per me l’introduzione essenziale per comprendere  la seconda parte della frase di Bonhoeffer, per questo mi permetto di suggerirvi un testo evangelico che abbiamo incontrato l’ultima domenica di agosto, mi pare che fosse la XXII domenica  ordinaria dell’anno, dove Gesù è invitato a cena da un fariseo, accetta volentieri l’invito e  poi si accorge che quando stanno per mettersi a tavola tutti fanno a gomito per occupare i primi posti. Allora il testo dice che raccontò loro una parabola: “Quando sei invitato a nozze non metterti al primo posto… oppure quando fai una cena non invitare i tuoi parenti ricchi, i tuoi amici, i tuoi vicini, ma invita i poveri”. Quale è la stranezza di quel testo che mi pare veramente unico? E’ che - mentre le parabole riguardano di solito dei fatti oppure delle attività dell’uomo o addirittura dei fenomeni della natura che sottintendono un mistero - qui la parabola riferisce una cosa da fare, nel senso che non mi racconta in realtà una parabola, ma mi dice: quando fai un invito…. oppure quando sei invitato mettiti all’ultimo posto! -. Mi ha molto colpito questo testo,  perché, proprio in mezzo al tentativo di lettura dei testi di Bonhoeffer, mi è venuto in mente con molta forza  questo: quello che ci è chiesto in modo assoluto e che introduce il senso della frase di Bonhoeffer  è che tutti dobbiamo fare una parabola. La parabola è da fare e da quella preghiera che è ascolto nasce per tutti il problema, l’avventura e  il fascino di una parabola che dobbiamo fare!  La struttura della parabola stessa offre già delle indicazioni: prendere l’ultimo posto e invitare i poveretti  certo ci suggerisce che sotto queste immagini forse c’è proprio anche lui, Gesù. Mi pare allora che la cosa interessante sia questa: dobbiamo costruire una parabola,  comunque siano  la nostra vita, la nostra età, il nostro stato di salute, il nostro essere  dei mascalzoni o delle persone per bene: qualunque sia  la nostra condizione, si tratta di costruire la parabola. Stamattina Pino citava una frase, dopo aver detto di avere ascoltato il vangelo in quella chiesa di Harlen e  poneva l’altra domanda:  Che cosa è Gesù Cristo per te? Questo Gesù  Cristo per te, dato questo rapporto che lui ha stretto  scendendo fino a te, che cosa diventa  per te e che cosa diventa in te il mistero del Cristo? Che tu sia una mamma, sia un maestro elementare, che sia un bimbo, un anziano malato, che cosa è la tua parabola? Quale è il volto della tua parabola?  Dunque il grande progetto che ha come grande regista, nella fede cristiana più tradizionale, lo Spirito Santo, è  quello della scrittura di una parabola. Mi ricordo che quell’ultimo versetto del vangelo secondo Giovanni nella sua prima sintesi al capitolo 20  dice:  “Queste cose sono state scritte  perché voi abbiate la fede”, però se si dovessero scrivere tutte le cose che Gesù ha detto non basterebbe il mondo intero per contenere tutti libri che si dovrebbero scrivere. Mi sono sempre chiesto che cosa fosse la gigantesca  libreria che bisogna fare finche m è venuto in  mente che in realtà ognuno di noi è un libro; ogni persona è un libro scritto dallo Spirito, come anche piace pensare a S. Paolo che dice che in  ognuno  di  noi  Cristo è iscritto. Tanto è vero che le persone che noi consideriamo i santi della nostra chiesa, diversissimi tra loro, per struttura fisica, età, posto che hanno occupato - basterebbe pensare a papa Giovanni, a S. Teresina, diversissimi tra di loro - ma , misteriosamente tutti si assomigliano; come i nipoti,  diversissimi tra di loro, ma tutti  assomigliano al nonno, perché il Cristo viene iscritto dentro di noi perché ognuno è una parabola, addirittura un libro. Quando ho pensato questo allora  ho capito perché non basterebbe un mondo intero perché ogni uomo, ogni donna del passato di tutto il mondo,  è di fatto un meraviglioso libro di Dio. Quindi questa è la prospettiva  per introdurci anche in quel discorso delicato “ di fare ciò che è giusto”. Ma che cosa è ciò che è giusto? E’ Gesù, l’esperienza che ognuno di noi ha di Gesù: poi tutti siamo dei peccatori… Molte  volte mi interpellano: ‘che cosa è la fede?’ Io sono molto seccato di questo eccesso intellettualistico, di questi discorsi che si fanno sulla fede e quindi butto tutto all’aria per dire: ma tu lo  conosci questo Gesù? Ti è simpatico? Si, mi è simpatico e va bene: è la porta della fede, è la conoscenza di una persona  e il desiderio di conoscerla meglio, o il sentire una persona fastidiosamente contestatrice e nello stesso tempo affascinante, per cui in qualche modo sempre di più non puoi farne a meno  perché  ti affascina, ti attrae, ti contesta, ti irrita ma poi in qualche modo ti richiama e quindi di fatto c’è un rapporto crescente. Perfino se tu mi dici che non è mai esistita o che è stata una fiaba, rimane però che quella persona ti ha già afferrato. Questo mi pare che sia il dato fondamentale. Il problema più importante che io avverto oggi ma  che più volte è risaltato in queste ore  è che di fatto noi ci stiamo chiudendo all’avventura dell’evangelo. La comunità cristiana corre il gravissimo rischio di essere una piccola comunità di presunti giusti. Essendo parroco di periferia non vi dico che problema è diventata la scelta dei padrini per la cresima perché non c’è nessuno che è a posto nella mia parrocchia; sono tutti fuori posto e quindi: uno per  una cosa, uno per un’altra, nessuno è dentro. Questa regressione etica della vita cristiana continua a ripetere che questo è giusto e questo è sbagliato e quindi questo è dentro e questo fuori, sì e no, dentro e fuori, solo che siamo quasi tutti fuori tanto che essere dentro genera addirittura un autosospetto  di ipocrisia perché dico: io ci sto dentro, ma poi -  facendo i conti - posso star dentro? Questa mi sembra la deviazione più preoccupante: che ci viene costruita questa  barriera così contraria alla meraviglia di quel  salmo 147 che mi piace celebrare alla fine di ogni domenica e dove la versione italiana dice: “Il Signore ha messo pace nei tuoi confini”. In realtà il testo ebraico, molto più acutamente dice: “ha messo come tuoi confini la pace”. Per cui  là dove tu penseresti di trovare il muro di separazione, la barriera, il dentro e fuori, hai trovato la pace! Questo mi ha costretto a continuare a cercare fuori dal limite perché ancora lo spazio era di Dio. Si evidenzia allora tutto il problema del rapporto tra la chiesa e l’umanità che non possono essere considerate due realtà separate: da un parte  la chiesa e dall’altra tutto il resto: no, noi siamo umanità e siamo nell’umanità il segno di un piccolo gruppo di persone che ha ricevuto un regalo del tutto immeritato dalla pura misericordia di Dio e perciò il nostro compito e anche il nostro desiderio è di comunicare il dono, come  ha fatto quella ragazza che appena  rimasta incinta a Nazareth ha fatto: quel viaggione fino alle montagne della Giudea per il desiderio di comunicare quello che aveva ricevuto: una grande imprudenza per una donna incinta ma il vangelo porta in sé questo interno desiderio di comunicazione perché avvertiamo che il dono è fatto a tutti e  che  la scommessa  della parabola del Cristo è talmente ricca, ampia e profonda che non sopporta una limitazione, non sopporta la distinzione tra fede e non fede,  tra questa fede e un’altra fede; il mistero di Dio, per la potenza dell’evangelo, ama collocarsi, predicarsi, manifestarsi in ogni condizione umana. Adesso abbiamo limitato, soffocato quasi. Questa mattina mi pare venisse detto che ormai il vangelo viene predicato solo all’interno della chiesa: per forza, perché tutti gli altri sono già fuori; mentre  invece il vangelo è certamente  rovesciato, è  proprio per loro, per “quelli di fuori”, perché è per tutti e non c’è condizione umana, la più ferita, la più sbagliata che non sia suscettibile della parabola evangelica, non semplicemente perché riceva notizie, ma perché in realtà il Cristo si instauri in loro. Mentre un’interpretazione eticista  della fede  continua a dire: tu sei giusto o sei sbagliato, quindi sei dentro alla banda o sei fuori, il vangelo ha la capacità di collocarsi in ogni situazione, dentro ogni storia, dentro ogni cuore e da lì cominciare: è questo fra l’altro l’arduo compito della sapienza evangelica, è questo il fascino di questa scommessa, perché? Perché molte volte ci si trova di fronte a situazioni molto difficili, molto ferite, molto lontane, molto avverse. Questa mattina qualcuno di voi mi parlava di una vicenda terribile di una mamma afferrata e trattata malissimo da un suo ragazzo fuori di mente; oggi lui è carcerato e lei ridotta così…. si arriva a  situazioni estremamente difficili. Ma non c’è situazione che non sia visitabile dal vangelo. E questa mi sembra che sia la grande novità, per cui la frase di Bonhoeffer è assolutamente per tutti; non c’è una specie di punto di partenza e da lì vediamo se sì o no; questo “essere giusto” è dicibile in tutti è comunicabile a tutti. Una mamma ha tre figlioli, due sono tutti regolari, sposati, boy scout, matrimonio per bene, vestito bianco. Invece uno ha conosciuto una buona ragazza, si sono messi insieme e… dice questa mamma: per me sono tutti uguali, alla domenica sono tutti alla mia tavola, la ragazza è proprio una brava ragazza. Vi sto raccontando proprio cose da parroco, ma è proprio così: Ha ragione lei, perché tutti sono figli di Dio. In fondo in questi anni la drammatica avventura, vicenda dolorosa ma anche meravigliosa di questa grande immigrazione nel nostro paese, nelle nostre chiese, per me è stata importantissima per ricuperare la verità semplice e grande di un dato elementare della nostra fede e cioè  che Dio è  il Padre di tutti, Dio non è il Padre dei cristiani e basta, evidentemente non è il Padre di quelli che vanno in chiesa e non degli altri, ma Dio è Padre anche di ogni persona, di ogni uomo e donna di tutta l’umanità. Nella genealogia che il capitolo 3 di Luca stabilisce per Gesù si dice che incominciò a fare il suo mestiere da grande, quando aveva circa 30 anni, ed era figlio, si credeva, di Giuseppe figlio di…figlio di  etc, solo che -  diversamente dalla genealogia di Matteo che ha come suo apice Abramo,  - quella di Luca va avanti perché deve poter dire: figlio di Set…… figlio di Adamo, figlio di Dio. Nel sacrificio d’amore del Figlio di Dio tutta l’umanità  è raccolta nell’unica paternità di Dio e quindi è esposta all’avventura dell’evangelo. Domenica devo battezzare parecchi bambini… il pensiero viene e dice: questi sono figli di Dio e gli altri no? Assolutamente. Questi sono segnati, visitati dallo Spirito, riempiti dalla luce del vangelo, speriamo che crescano nell’evangelo per poter comunicare a molti altri, a tutti gli altri che tutti sono figli di Dio. Che grande benedizione della nostra fede che noi non possiamo  mai dire Padre mio, ma sempre Padre nostro e che  la liceità e la legittimità di quella preghiera  esiga un animo di riconciliazione, ma di accoglienza, di dilatazione del cuore, di dilatazione della mente, non solo capacità di pensare in grande. “Padre nostro”, dove non  c’è qualcuno che è fuori  dal quel nostro.  Allora la scommessa dell’evangelo entra in ogni condizione umana. Lo splendore della nostra fede è quello, di essere in questo senso veramente universale, ma non perché tutti diventeranno cristiani cattolici. Secondo il libro dell’Apocalisse, mi sembra che alla fine saranno in 4 gatti.. D’altra parte nella chiesa di Corinto che era una delle più grandi città del mondo, ai tempi di S. Paolo, che cosa era  così impegnativo?  Due lettere ci sono rimaste, ce ne erano anche di più, ma che cosa era la chiesa di Corinto? Il retrobottega di un tendaio con qualche  decina, penso pochissime decine di persone, però era quella la chiesa universale di Dio. Siamo il cuore dell’umanità per dire che tutti siamo fratelli. Questo esige però con grande rigore che noi respingiamo proprio questa stretta etica che adesso ci ha così fortemente invaso e che ci umilia così radicalmente. Questo discorso esige che ne traiamo ora qualche piccola conseguenza, ne esprimo solo due perché il tempo sta scadendo.

Un discorso molto pericoloso come è quello dei valori, è pericoloso innanzitutto perché c’è il rischio che si esponga all’idolatria. Un valore diventa un valore assoluto, ma non c’è niente di assoluto: di assoluto c’è solo Dio e il suo amore, tutto il resto è relativo. Grazie a Dio, da Gesù in poi, tutto è relativo a lui, ma quindi è pericolosissimo il discorso dei valori perché porta in questa direzione, soprattutto quando diventano valori non negoziabili. Una sorella della mia comunità osserva con arguzia che il contrario di negoziabile è l’ozio e quindi se tu non negozi lasci in ozio, quindi chiudi in un armadio dicendo che quei valori lì sono intoccabili, ma non li giochi! E’ esattamente il contrario di quello che Dio ha fatto e continua a fare perché lui il suo dono, la sua parola la gioca nella storia sempre e assolutamente: la gioca nella storia così come è, nella storia più ferita, lui gioca la sua parola! Possiamo chiederci: che risultato ha avuto per te? Modestissimo: la mia terra buona ha prodotto il 30, ma forse neanche  il 3, però lui l’ha giocata lì. Lui entra fortemente nel compromesso. La sua luminosità assoluta si piega nella mia ombra. Ma c’è chi è bravissimo?  Chi è nella perfezione? Cosa vuol dire questi “valori non negoziabili”? Bisogna negoziarli tutti, e più sono preziosi e più le parole evangeliche sono irrinunciabili e, più vanno giocate, cioè annunciate, testimoniate, amate, portate in mezzo, comunicando con simpatia che sono un regalo per tutti e non legge.  Segnalo ancora un pericolo che questo discorso ha incontrato nei mesi passati, e mi chiedo con preoccupazione adesso come faremo a tornare indietro…E’ stato detto che la vita è sacra. Una mia amica qui mi ha chiesto di riprendere questo discorso. La vita è sacra, ma non è vero. La vita non è sacra per niente. Tra l’altro la chiesa ha sempre tollerato a fatica il fatto che la vita venisse sacrificata per cose non tanto nobili. I bambini della mia scuola mi chiedono come mai  fuori dalle chiese  vecchie ci siano spesso dei monumenti ai caduti,  delle lapidi ecc…e perché si onorino  quelli che sono  morti per la patria. Oggi sarebbe proponibile il fatto di dire: mandiamo là dei ragazzi a morire per la patria? La loro vita vale meno della patria? Vale la pena? Uno ne è morto ieri e oggi infatti che cosa facciamo? Ci chiudiamo dietro la rassicurazione piuttosto ignobile che quel poveretto che fosse là  perché forse attirato da un lauto stipendio e poi ci ha anche perso la vita e ci dispiace. Ma la chiesa non ha mai pensato con incertezza sulla pena di morte. Pensate al fatto che il primo documento ufficiale della chiesa sul tema della pace è stato emesso da papa Giovanni, 2000 anni dopo  l’inizio del cristianesimo, mentre  tutta  la documentazione della chiesa verte  non sulla pace, ma sulla guerra: se quella guerra era giusta, se la guerra era ingiusta. Quali sono le condizioni per una guerra giusta? Siamo andati a combattere le crociate.  Per carità, nessuno ha voglia di tornare a queste malinconiche memorie, però non è vero che la vita  è sacra, anzi la vita va spesa, la vita è la nostra responsabilità più grande! Non credo sia uno solo il luogo dei vangeli dove si dice che bisogna perderla la vita per guadagnarla. Abbiamo la responsabilità di come ce la giochiamo, la nostra vita.  La nostra vita va certamente offerta, ma in quali circostanze, in quali modi è sacra? E’ un discorso pericolosissimo questo e in questo  momento, dobbiamo essere molto attenti e non lasciarsi ingannare. La frase di Bonhoeffer, oggi calata nella nostra realtà ecclesiale e anche civile più che mai deve portarci a pensare a questo respiro universale, deve allontanare con coraggio da sé la gabbia etica e deve liberarsi a favore dell’annuncio evangelico, in maniera che questo possa essere, veramente e  liberamente e gioiosamente portato a tutti;  invece di andare verso la realtà della  storia con il volto arcigno del legislatore, possiamo andarci col volto sereno, il cuore aperto dell’annunciatore di buona notizia. Altrimenti vedete, tutto il gioco sarebbe quello di cercare il modo di creare le condizioni per andare in alto, per andare in paradiso, mentre tutto il  gioco del vangelo è stato fatto per fare in modo che il mistero di Dio possa essere accolto sulla terra. Mio padre aveva molti dubbi sul paradiso, nel senso che aveva paura di annoiarsi e quindi mi diceva, nel nostro dialetto mantovano: ‘ho paura che mi stuferò…sempre seduto su una nuvola, ma vai lascia perdere! Si, va bene, sto scherzando, però anche stare sempre,per l’eternità, a fissare la Santissima Trinità, mi fa paura”. Lui era invece  a casa nostra un grande  annunciatore  del volto paradisiaco della terra, della storia, delle nostre relazioni umane, della più  piccola creatura che nascondeva in sé una bellezza segreta, che andava fatta emergere e  questo  ha molto convinto  noi figli del fatto che il paradiso sarà la felice conclusione della bellezza che il Signore ha fatto scendere sulla terra. Darsi delle martellata sulle dita,  per meritarsi il paradiso, per cui patisci qui per poi godere di là, è l’alienazione di cui Marx accusa le religioni, ma non è così. Il bello è che il paradiso è caduto sulla terra. A mio padre facevamo leggere quelle strisce di Asterix, - non so se voi le conoscete perché siete persone più serie - ma nel villaggio gallico non avevano paura dei romani perché avevano la pozione magica: uno andava, prendeva 30 romani e li schiaffeggiava tutti in una volta perché era invincibile. Ma avevano paura che venisse il temporale e quando c’era il temporale si riunivano tremanti in una capanna perché avevano il terrore che il cielo cadesse sulla terra e, sempre questo mio papà che era un notaio di provincia diceva invece, che era buonissima cosa che  il cielo fosse caduto sulla terra perché così ha riempito la terra  di cielo. Allora, adesso, la storia è celestiale ed è in questa speranza che noi dobbiamo vivere.

 

 

 
 

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