HOME > DOCUMENTI > ROMA, TAVOLA ROTONDA: EUCARISTIA, NON-DOMINIO DI ENRICO PEYRETTI

Tavola rotonda «L’eucaristia oggi: la ricerca di autenticità evangelica»

Eucarestia come realtà ed esperienza di non-dominio, di Enrico Peyretti

 

  1. Una ecclesiologia apofatica
  2. Ecclesiologia del non-dominio
  3. Fraternità nel servizio
  4. Eucarestia fermento politico
  5. Le forme dell'assemblea eucaristica
  6. I momenti dell'assemblea eucaristica
  7. Cena escatologica, “ultima”
  8. Eucarestia del popolo sacerdotale
  9. Eucarestia ecumenica, senza padroni, senza esclusioni

 

Luca 22, 22-27

[22] Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell'uomo dal quale è tradito!".
[23] Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.
[24] Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande.
[25] Egli disse: "I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori.
[26] Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve.
[27] Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.

 

Immagino una parafrasi di Luca 22 e paralleli:

I discepoli si spiano tra loro – chi sarà il traditore? - e discutono su chi può essere il maggiore tra loro, e domandano: “Come sarà la comunità di noi, che siamo i tuoi discepoli? Come sarà il Regno che viene? Metti noi ai primi posti!”.

Gesù risponde: “Non vi dico come sarà! Vi dico come non sarà. E non vi metto ai primi posti. Non sarà come negli imperi che vedete. Per il resto, farete voi la comunità! Purché l'essere primi sia il servire di più, essere primi nel servire”.

 

 

1. Un'ecclesiologia apofatica

“Non così tra voi” è una legge-struttura dell'eucarestia e della chiesa, che fa della chiesa un luogo del non-dominio, uno spazio di nonviolenza strutturale e spirituale.

Si tratta di una ecclesiologia “apofatica”, descritta solo in via negativa. Salvo la fede di Pietro-pietra, e l'immagine di 12 apostoli e 12 tribù, cioè dell'intero popolo della promessa, Gesù non dà una struttura giuridica alla comunità.

Ma, allontanandosi dalle strutture di dominio, modello negativo, la chiesa si avvicina alla proposta positiva di Gesù: l'amore tra voi e l'amore per tutti è la forma della chiesa.

 

 

2. Ecclesiologia del non-dominio

Dominare, e poi farsi anche riverire e lodare, offende la dignità dei figli di Dio: “tra voi non così”, dice Gesù. Questa dignità è il valore che non può essere oggetto di dominio.

Dunque, cercare posizioni di primato-dominio, come fanno gli apostoli nel dialogo in Luca 22, sarebbe inclinare a questa offesa; così, venerare e riverire tali posizioni nella chiesa sarebbe avallare questa offesa riduttiva.

Invece, la lieta gratitudine fraterna per i doni spirituali condivisi da chi ne ha ricevuti, la gratitudine per chi compie un servizio di unità e di guida, e l'ascolto grato di chi ha luci di conoscenza da condividere, questo non è accettare un dominio, ma realizzare una comunione fraterna dei maggiori beni.

Dunque, Gesù dà come regola: non-dominio tra voi.

Il dominio è l'essenza della violenza, della violazione della dignità, in tutti i rapporti umani, dal livello micro al livello macro. La chiesa del non-dominio è luogo sperimentato di nonviolenza positiva, è profezia del regno di giustizia, di amore e di pace.

 

 

3. Fraternità nel servizio

Nella rivoluzione cristiana, fraternité (non-dominio; parità) precede liberté e égalité, perché fraternité, fraternità-sororità, è la forma di eguaglianza data dalla paternità-maternità di Dio, che è unica per tutti; e perché la liberté è connaturata a questa eguaglianza di figli e fratelli.

Questa eguaglianza nella dignità e nel servizio indirizza anche all'eguaglianza economica per rispondere bene ai bisogni umani di ciascuno.

Gesù dice: “Il più grande come il più piccolo, e chi governa come chi serve”. Parole che corrispondono al suo atto del lavare i piedi: “Io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi”; “Come ho fatto io fate anche voi” Gv 13,14-15). Il significato è lo stesso di  “Fate questo in memoria di me”.

L'eucarestia, nella vita quotidiana e nella storia, è lavare i pedi, servire, realizzare fraternità e non-dominio; lo stesso Spirito di Gesù agisce nei discepoli fedeli; quindi è anche liberazione intima, profonda, dal dominio attivo e passivo: il cuore del discepolo non è sottomesso ai signori-idoli, di nessun genere, né politici, né armati, né minacciosi, né religiosi.

La “sottomissione” a Dio padre materno non “mette-sotto”, non riduce, non abbassa, ma eleva, perché è la gratitudine filiale del ricevere dall'alto la vita, lo Spirito, il respiro di Dio: mentre ci riconosciamo piccoli, bisognosi, in basso, peccatori, oppressi, lo Spirito ci eleva e ci libera.

 

 

4. Eucarestia fermento politico

Questa forma ecclesiale, data alla chiesa dall'eucarestia, è un preciso e corretto fermento politico per la società umana. Non per nulla Gesù ha fatto il confronto con le forme politiche prevalenti. È un fermento non direttivo, non autoritario (che smentirebbe il “non così”, e sarebbe imitazione degli imperi). 

Il precetto di Gesù non può essere chiuso “tra voi”, nel solo interno ecclesiale, quasi che consentisse al di fuori della cerchia il dominio teocratico-ecclesiocratico sulla società, o l'indifferenza al gioco senza regole dei poteri imperiali. Non così (non dominio) tra voi, ma anche tra voi e tutti gli altri. La chiesa di Cristo non dirige, non impera, nemmeno affianca gli imperi, perché non è un impero. Ma vuole e opera per lo scioglimento degli imperi in tutta l'umanità, nel cammino storico sempre incompiuto.

La chiesa dei fedeli a Cristo anima la società umana verso una democrazia umanistica e spirituale: una democrazia partecipata, una “civicrazia” (Stefania Ravazzi), una “onnicrazia” (Aldo Capitini).

Queste sono forme più degnamente umane, che la società umana saprà darsi nella storia con i mezzi civili, con tutti i diversi apporti, tra i quali l'apporto cristiano dell'eucarestia-ringraziamento, vissuta come grato riconoscimento del bene ricevuto nel dono totale di Cristo all'umanità. Il suo coraggioso amare “fino in fondo”è l'opposto e la salvezza da ogni dominio, è la massima incoercibile libertà della vita.

Per questo, Gesù, vittima non di un sacrificio religioso, ma di un infame delitto del dominio, e reso rappresentante umano di tutte le vittime dei poteri dominanti, è anche vincitore della violenza e liberatore risuscitatore di tutti gli uccisi dal dominio.  

Infatti, lo Spirito di Cristo è vivo, sopra la potenza mortale e mortifera del dominio crudele e superbo; e ci rende capaci di pace-fraternità-servizio, ciascuno anteponendo l'altro a sé (Filippesi 2,3; 1Cor 10,24 e 33); così elimina la radice della violenza e stabilisce il primato dell'altro. Questo primato, iniziativa unilaterale pur nella ricerca della reciprocità, diventa tendenza all'elevazione di tutti, diventa gara a promuovere gli altri e non a posporli per primeggiare.

L'eucarestia è questo fermento politico vitale perché è l'antidoto alla concezione capitalistica della vita come competizione profittatrice ed escludente, come corsa ad eliminazione degli ultimi.

 

 

5. Le forme dell'assemblea eucaristica

Da tutto ciò vediamo derivare alcune conseguenze riguardo alle forme dell'assemblea eucaristica (luogo, spazio, posizioni reciproche, ministri, ascolto, accoglienza, diritto-dovere di parola...). Forme che devono riflettere il carattere ecclesiale-eucaristico di fraternità-servizio, sia all'interno sia verso l'esterno (in una chiesa “senza confini”, come vedeva sorella Maria di Campello).

Verso l'esterno questo riflesso avviene invocando di poter avere noi lo Spirito-stile di Cristo verso tutti; riconoscendo lo Spirito di Cristo anche sotto altri nomi, dovunque c'è fraternità e servizio, dovunque un dominio viene sciolto, e non abbattuto e sostituito con un altro dominio.

All'interno della comunità credente, Gesù ci serve alla sua tavola il pane che è vita, il vino che è gioia, per renderci nutritori e consolatori di altri; per farci “altri cristi”, come lui che è signore, ma è venuto per servire e non per essere servito.

Ci serve alla sua tavola. Infatti, non si tratta di un  altare, dell'ara di un sacrificio, ma di una tavola-mensa: l'eucarestia è ringraziamento e lode, nella comunione vitale dell'alimentarsi insieme, non è un'offerta propiziatoria sacrificale.

Non si tratta di una tribuna-cattedra dalla quale si parla al popolo giù in basso.

Non si tratta di un palco dal quale si mostra al popolo lo spettacolo di un'azione sacra, specialmente quando ha la pretesa delle dimensioni impersonali da stadio, evento monumentale nella sindrome della folla.

Ma si tratta di una mensa attorno alla quale si siede insieme, dove non sta uno da solo, in pedi, a fare qualcosa che non tutti possono fare. È vero che l'eucaristia non viene da noi ma è azione di Gesù tra noi, da riconoscere anche simbolicamente, però forse non necessariamente in forma scenografica. Gesù direbbe: “Fate voi questo che faccio io per voi”.

La riforma liturgica conciliare ha fatto un passo decisivo staccando l'altare dal muro monumentale, girandolo verso il popolo, ma la riforma deve proseguire mutando l'altare in mensa, tavola della cena, a cui il popolo, o la piccola comunità, accede sedendo attorno.

 

 

6. I momenti dell'assemblea eucaristica

Certamente il momento proprio è la domenica, pasqua settimanale, e non  ogni giorno, per evidenziarne il valore festivo.

Ma anche incontri feriali di fraternità e di amicizia (la quale è il “sacramento dei sacramenti”, diceva Turoldo), sono momenti per l'eucarestia, celebrata con un ministro ordinato, se c'è, che sia un presbitero o una presbitera (ed è vergognoso che ciò sia ancora tale questione sulle donne), cioè persone scelte e indicate come capaci di riunire nella cena di Cristo, pur senza pretesa di titolari esclusivi.

Ma, se un/a presbitero/a ordinati non ci sono,  possiamo arrivare a capire che un gruppo di discepoli di Cristo può celebrare la cena di Gesù, perché egli ha detto a tutti, senza restrizioni giuridiche: “Fate questo in memoria di me”. E questo è un dono e un diritto dei cristiani insieme, che non può essere più di tanto condizionato da limitazioni giuridiche. Dove non ci sono preti, o non possono arrivare per un tempo troppo lungo, ma c'è una comunità di due o tre riuniti nel suo nome, lì c'è Gesù Cristo.

Naturalmente, occorre grande vigilanza, perché essere laici, essere popolo, non garantisce dal clericalismo e dal ritualismo, che smarriscono l'autenticità evangelica.

 

 

7. Cena escatologica, “ultima”.

Ogni volta, la cena eucaristica è per la vita quotidiana secondo Cristo, oggi e domani. Ma ogni eucarestia ha anche il carattere escatologico. Quella narrata nei vangeli fu l' “ultima” prima della passione, ultima di tante altre cene di Gesù, anche con suoi avversari; fu la sua dedizione estrema accettando la morte iniqua, con la forza e la giustizia superiore dello Spirito di vita.

Così, la nostra cena è alimento per tutto il tempo, nella vitalità aperta e nella precarietà dei giorni, in ogni momento che può essere l'ultimo di questo tempo, fino alla morte, ed è alimento che ci nutre della vita di Dio, vita-che-dà-vita, sopra la morte. Ogni cena nel nome di Cristo ricapitola la nostra vita e la consegna, come se fosse ora completata, nelle mani del Padre, come ha fatto Gesù. È presenza del Regno tra noi, e profezia del suo compimento.

 

 

8. Eucarestia del popolo sacerdotale

Il sacerdozio antico, con Gesù Cristo, è diventato un organo atrofizzato, come le mammelle degli uomini. Chiedete al neonato di cercare la vita nelle mammelle di papà: morirà di fame. Eppure il cattolicesimo storico ha ri-sacerdotalizzato i servizi ecclesiali, strettamente maschilizzati, contraddicendo lo spirito del Nuovo Testamento e la chiesa delle origini.

La mammella materna, latte di vita e miele di dolcezza, è ormai lo Spirito di Dio,  distribuito nei carismi del servizio comunitario, effuso in ogni dove, per chi ne accoglie la luce interiore, celebrato dal popolo tutto sacerdotale, nel culto consapevole e felicemente grato.

 

 

9. Eucaristia ecumenica, senza padroni, senza esclusioni

È bene che si stiano avviando, come avviene a Torino, esperienze (non solo private) di ospitalità eucaristica reciproca tra le chiese cristiane, ancora separate nelle teorie teologiche e nelle titolarità giuridiche e sacrali relative alla celebrazione. È bene che il momento fondamentale, “culmine e fonte” del vivere secondo Gesù Cristo, non sia di separazione, ma di comunione fra tutti i suoi discepoli, e che le differenze teologiche e giuridiche non siano di ostacolo alla semplice parola di Gesù detta a tutti quanti credono in lui: “Fate questo in memoria di me. Fate voi questo che faccio io per voi”. Senza padroni, senza esclusioni.

 

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