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TAVOLA ROTONDA: “L'EUCARISTIA OGGI: LA RICERCA DI AUTENTICITÀ EVANGELICA”  

INTERVENTO di MAURO CASTAGNARO

 

In questo intervento vorrei toccare tre questioni che, pur non essendo certo le uniche, mi sembra indispensabile affrontare quando si parla della “eucaristia oggi”: il legame tra azione liturgica e vita, quello tra celebrazione e comunità, la presidenza. 

Non dirò comunque nulla di originale, anzi, so che esistono riflessioni e prassi assai più capaci di andare alle radici dei problemi qui posti e giustificare le soluzioni qui prospettate. Ad esse rimando. 

 

1. Il nodo a mio parere decisivo oggi per restituire significato alla celebrazione eucaristica è quello di coniugare nella liturgia il memoriale della morte e resurrezione di Cristo con la vita personale, comunitaria e sociale di chi si riunisce nel suo nome. 

In sostanza quel “voi” che Gesù chiama a “fare questo in memoria di me” (Lc 22,19; 1Cor 11,24-25) deve recuperare la propria densità vitale e alla mensa del Signore devono trovare spazio speranze, preoccupazioni, sofferenze, progetti, ecc. di chi vi si siede. Il centro della celebrazione eucaristica è la presenza di Cristo nella comunità viva. 

Ricordarlo può apparire un'ovvietà, ma forse non è del tutto scontato: assistiamo, infatti, a sempre più insistenti richiami a recuperare lo “splendore” della liturgia, rivalutandone gli aspetti di “solennità”, riesumando l'uso del latino, irrigidendo la fedeltà letterale alle formule rituali e curandone gli elementi formali (il canto ben intonato, la lettura chiaramente proclamata, ecc.), fino a prospettare il ripristino dell'obbligo di ricevere la comunione in bocca e stando in ginocchio; e a questi richiami si sommano le sollecitazioni a rilanciare l'adorazione dell'eucaristia, che rischia di corroderne l'aspetto comunitario, enfatizzando quello individuale e devozionale, e di offuscarne il carattere di pasto, la dimensione del “mangiare insieme” cui spesso richiamava Mario Cuminetti, quello “stare insieme a tavola” che andrebbe semmai reso più visibile; d'altro canto, spesso i tentativi di favorire la partecipazione dell'assemblea appesantiscono la celebrazione, rendendola sciatta e verbosa. 

Il gesto dello “spezzare il pane eucaristico” deve invece incontrare (attraverso il linguaggio, i gesti, i segni) il quotidiano delle persone. Il momento rituale va reinserito nella vita, divenendone “segno efficace” nel duplice senso di ricapitolazione simbolica dell'esistenza vissuta nella fede e di stimolo alla conversione individuale e collettiva, spingendo i credenti a reimmergersi nelle contraddizioni della storia con lo spirito critico e liberatore che deriva dalla memoria trasformatrice di Cristo. 

Per come viene attualmente proposta, invece, la celebrazione eucaristica, coi suoi gesti codificati e ripetuti, le sue formule uguali ovunque e che suonano a volte “da iniziati”, i suoi ruoli rigidamente definiti, resta separata dalla situazione sociale e culturale dinamica che la comunità vive, inducendo nei partecipanti un atteggiamento passivo, se non di estraneità, e incidendo assai poco nelle loro scelte di ogni giorno. 

Si tratta, allora, di (imparare a) celebrare la vita, interpretando con creatività il vissuto delle persone e il cammino della comunità, ma secondo lo specifico linguaggio liturgico e simbolico (con tutto il gigantesco problema qui del rapporto tra il “simbolo” e una cultura impregnata dal linguaggio tecnico-scientifico). Bisogna riscoprire e/o inventare gesti, segni, simboli - a cominciare dall'eucaristia stessa - non confinati in un'ottica di sacralità separante, di ritualismo religioso, né prigionieri ormai inespressivi di una concezione premoderna del mondo, ma capaci di “parlare a” e “significativi” per gli uomini e le donne di oggi. 

Nella celebrazione dovrà, quindi, trovare eco ciò che in quel momento vive quella porzione del popolo di Dio, risaltare in che modo il Signore si rivela nell'esperienza di quei credenti, emergere come il messaggio e la prassi di Gesù possono illuminare il loro cammino personale e comunitario, essere richiamati gli aspetti del mistero di Cristo che si scoprono nella storia, ecc., individuando i modi adatti ad esprimere ciò in forma simbolica. Nella liturgia eucaristica entreranno, con gesti, parole o segni, la richiesta di perdono per l'offesa recata da un componente dell'assemblea a un altro, la vicinanza verso il fratello o la sorella malati, la petizione allo Spirito perché aiuti la comunità a discernere come testimoniare la fede ai più giovani, la decisione di ospitare la famiglia rom in locali comuni disponibili, la lode a Dio per il superamento di una crisi aziendale che minacciava posti di lavoro, la solidarietà con le lotte del popolo tunisino per la democrazia, ecc. 

La celebrazione eucaristica non potrà mai essere identica in due comunità diverse o in due momenti diversi della stessa comunità cristiana. Esemplare in tal senso la descrizione che Luigi Rosadoni faceva già nel 1970 riferendosi all'esperienza della parrocchia de La Nave di Rovezzano: “Nacque una liturgia nuova che ogni domenica era diversa perché ogni domenica esprimeva la fede comunitaria, animata e colorata sia dalla Parola di Dio che dagli avvenimenti accaduti tra noi e nel mondo”. 

Naturalmente ciò comporterà usare l'ordo e le rubriche con libertà, tanto più tenendo conto della diversità di culture, tradizioni e condizioni sociali proprie di una Chiesa che si vuole davvero “cattolica”.

 

2. È quindi evidente che la qualità della celebrazione eucaristica sarà il riflesso della qualità della vita di quella comunità cristiana. L'eucaristia, ricordava Martino Morganti 25 anni fa, è “l'angolatura privilegiata per chi voglia capire e misurare un qualsiasi vissuto comunitario di fede: dimmi quale eucaristia celebri e ti dirò chi sei, o, se si vuole, dimmi chi sei e ti dirò che eucaristia celebri”. 

Se celebra il fatto che Cristo ha condiviso la propria vita con l'umanità, l'eucaristia presuppone che la comunità sperimenti una condivisione reale tra i propri componenti e, come tensione, con l'umanità intera. Solo una comunità che vive la comunione può scoprire il senso autentico dell’eucaristia. La dimensione liturgica, infatti, parla soprattutto della vita di un popolo e non si chiude in un dialogo personale con Dio. 

Quanto più saldo, fitto e articolato è il tessuto di relazione e impegno della comunità cristiana, tanto più ricca, viva e intensa sarà la sua celebrazione eucaristica, per lo meno nella misura in cui i due spazi non saranno separati, ma anzi il primo convergerà nella seconda per essere deposto ai piedi della croce-resurrezione di Gesù, lasciandosene ispirare, verificare e rinnovare. 

La preparazione della celebrazione eucaristica potrà, di volta in volta, essere affidata a un gruppo diverso per età, impegno o zona di residenza oppure a un “servizio di animazione liturgica” rappresentativo e rinnovato periodicamente, ma sempre con l'attenzione a evidenziare in tutti i momenti (da quello penitenziale al saluto d'impegno finale, passando per il commento alla Parola di Dio) il legame tra fede nella morte e resurrezione di Gesù e vita della comunità. Tutte le sue componenti e attività vi riecheggeranno. Allora sì che la Messa domenicale sarà sentita come “fonte e apice” dell'esistenza cristiana; altrimenti sarà impossibile andare oltre l'abitudine, l'assolvimento di un precetto religioso o l'espressione di un costume sociale. 

Anche questo vincolo tra eucaristia e comunità è di per sé un'ovvietà, ma rischia di essere oscurato non solo dalla raccomandazione puntualmente rivolta ai presbiteri di “celebrare quotidianamente la Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli”, ma pure, di fatto, dai processi, ormai prevalenti in Italia e all'estero, di accorpamento delle parrocchie per rispondere alla diminuzione numerica del clero, così sacrificando la visibilità del nesso tra comunità cristiana concreta ed eucaristia pur di salvaguardare quello tra quest'ultima e il ministero ordinato. 

Tale “disincarnazione” può forse essere evitata, di fronte a un ampliamento del territorio, solo articolando la parrocchia in “comunità ecclesiali di base”, la comunione tra le quali avrebbe l'espressione più visibile proprio nella comune celebrazione eucaristica domenicale. Diversamente temo che le “Unità pastorali” siano destinate ad aprire la strada a quelle “parrocchie extralarge” cui si riferisce anche il memorandum “Chiesa 2011: una svolta necessaria” (sottoscritto da centinaia di teologi e teologhe di tutto il mondo, a cominciare dall'area tedesca e compreso don Giuseppe Ruggieri), riducendo i preti a stressati funzionari del sacro e allontanando ulteriormente i laici. Sarebbe la conferma di fatto, al di là delle smentite verbali, del primato “clericale” sulla comunità.   

 

3. Naturalmente fare davvero dell'assemblea comunitaria il soggetto che celebra consentirebbe di affrontare con maggiore libertà il problema della presidenza dell'eucaristia, in cui l'elemento del “servizio” (ministeriale) dovrebbe essere determinante e non confondersi più con quello “sacerdotale” (di mediazione necessaria tra l'uomo e Dio). E senza sottrarsi, come ricordava Giuseppe Barbaglio, alla duplice esigenza di “ridimensionare il ruolo del prete, riconducendolo all'interno della dinamica della complementarietà che presiede all'azione dei numerosi e diversi servizi” e “desacralizzare la sua persona e la sua azione, rimettendone in luce l'esatta funzione di guida della comunità”. 

Tre anni fa, intervistando dom Demetrio Valentini, vescovo di Jales e una delle figure più lucide dell'episcopato brasiliano, gli chiesi quale considerasse la maggiore sfida per la Chiesa universale oggi; egli mi rispose senza esitazioni: “Il rinnovamento del ministero ordinato”. E aggiunse: “Giustamente ad Aparecida (sede nel 2007 della V Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano – nda) Benedetto XVI ha affermato che l'eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana. Ma come garantirla quando in Brasile il 70% delle celebrazioni non sono eucaristiche perché manca il presbitero? Bisogna cambiare la struttura del ministero, anche se dirlo ci spaventa”. 

Per questo dom Valentini sostiene la proposta formulata di mons. Fritz Lobinger, vescovo emerito di Aliwal in Sudafrica, di ordinare equipe di viri probati come “preti di comunità”, in qualche modo ripristinando la distinzione esistente nella Chiesa primitiva tra presbiteri “paolini” (celibi, itineranti e fondatori di comunità) e “corinziani” (sposati, stanziali e responsabili di comunità). 

Al contempo è sempre più diffusa nel popolo di Dio, tra i teologi, ma anche tra i vescovi, la convinzione che l'essere maschi non sia condicio sine qua non per accedere ai ministeri ordinati e operare “in persona Christi” (cosa che peraltro le donne già possono fare nell'impartire, in caso di necessità, il battesimo). 

Il Magistero ecclesiastico afferma tuttavia che “la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale” (Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Ordinatio sacerdotalis, 22 maggio 1994). Così l'aver semplicemente scritto nella lettera pastorale per l'Avvento del 2006 che, in ragione del “primato dell'eucaristia per l'identità, continuità e vita di ogni comunità parrocchiale, abbiamo bisogno di essere assai più aperti ad altre opzioni per garantire che l'eucaristia possa essere celebrata”, discutendo la possibilità di “ordinare uomini sposati, celibi o vedovi scelti e sostenuti dalla loro comunità parrocchiale, riaccogliere al ministero attivo ex preti, sposati o celibi, ordinare donne sposate o nubili, riconoscere le ordinazioni delle Chiese anglicana, luterana e unita”, è costato a mons. William Morris, vescovo di Toowoomba, in Australia, l'imposizione delle dimissioni da parte del Papa, il quale, inoltre, avendo ricevuto da dom Valentini documentazione sulla proposta di mons. Lobinger, gli ha chiesto di non parlarne più in pubblico. 

Questa chiusura delle autorità ecclesiastiche non è senza conseguenze. 

L'iniziativa di 330 preti austriaci che tre mesi fa hanno annunciato l'intenzione di “adempiere il precetto domenicale in tempi di scarsità di clero” considerando “una liturgia della Parola con distribuzione della comunione come una 'eucaristia senza sacerdote'” ha fatto scalpore perché si è proposta come un “appello alla disobbedienza”. 

Tuttavia negli stessi giorni, partecipando a Detroit all'America Catholic Council, un grande incontro che ha riunito 2.000 cattolici “riformatori” da tutti gli Stati Uniti, ho verificato il silenzioso diffondersi in quel paese delle Intentional eucharistic communities, cioè gruppi di cattolici che - a volte reagendo alla soppressione della propria parrocchia decisa dal vescovo per accorparla ad altre in mancanza di clero - si autorganizzano in piccole comunità, spesso ospitate nelle case, celebrando l'eucaristia con l'accompagnamento di un presbitero privato dell'esercizio del ministero perché sposatosi o di una delle “donne prete” (un'ottantina negli Stati Uniti) ordinate nell'ultimo decennio dal movimento Roman Catholic Womenpriests e scomunicate da Roma, o sotto la guida di un proprio membro.

Un fenomeno analogo ad esperienze in crescita nel centro dell'Europa e portate alla luce nel 2007 dal rapporto “Chiesa e ministero. Verso una Chiesa che abbia un futuro”, elaborato dai domenicani olandesi, in cui emerge come numerose parrocchie e comunità ecclesiali da tempo prive di un presbitero residente finiscano per affidare a laici o laiche, incaricati di presiedere la celebrazione, la stessa consacrazione del pane e del vino. 

Ciò, d'altro canto, viene sentito come coerente con l'affermazione che l'eucaristia sia il centro della liturgia della Chiesa, “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium n. 11) e quindi la sua celebrazione non possa essere subordinata alla presenza di un prete, poiché ciò significherebbe rendere di fatto l'ordinazione il sacramento più importante. 

L'insistenza sulla necessità che, affinché sia autentica, una celebrazione eucaristica debba realizzarsi sotto la guida di un individuo appositamente ordinato con uno specifico sacramento pare radicarsi nei residui di una concezione dell'eucaristia che mette al centro il “cambiamento della sostanza”, possibile solo grazie al “potere” di dire quelle particolari parole che hanno una speciale efficacia, cioè del “potere ontologico di fare l'eucaristia”, per citare Armido Rizzi. Ma, paradossalmente, il tentativo di sottolineare la rilevanza unica e somma dell'eucaristia attribuendo la presidenza della sua celebrazione e la possibilità della consacrazione a una persona “speciale” finisce per assoggettare l'eucaristia stessa all'investitura (ordinazione), cioè al carattere “speciale” di chi a ciò è designato. Così, determinante finisce per essere non l'eucaristia, ma il ministro.

A me pare, in conclusione, non campata per aria una considerazione che circolava tra i presenti a Detroit: “Non accettando di ridiscutere l'attuale forma del ministero presbiterale, Roma compie una scelta miope, perché si preclude la possibilità di governare il cambiamento. Di fronte, infatti, alla carenza di clero e alla conseguente impossibilità, secondo le norme canoniche, di celebrare l'eucaristia, la gente trova da sé le proprie risposte. E allora non ci si può lamentare se lo fa a prescindere dall'autorità ecclesiastica e in modo in po' anarchico”. 

 

 

 

 
 

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