HOME > DOCUMENTI > VERSO ROMA, SETTEMBRE 2011 - LETTERA INVITO

Il Vangelo che abbiamo ricevuto

Uno spazio libero di comunione, confronto e ricerca sinodale 

 

«Ma voi non così» (Luca 22, 25)

4° incontro nazionale

ROMA - 17-18 Settembre 2011 - Domus Pacis - Via di Torre Rossa, 94

 

 lettera invito

 

Alle amiche e agli amici interessati a continuare l’esperienza di comunione e dialogo de “Il vangelo che abbiamo ricevuto”

Può forse sembrare “stravagante”, vagante fuori, fuori dalla realtà, che dei credenti, pur sentendosi inestricabilmente compagni di viaggio delle donne e degli uomini del nostro tempo, pur avendo amici tra non credenti o diversamente credenti - e dunque partecipi con loro delle fatiche e delle gioie, dei drammi e delle attese che segnano questa nostra stagione - diano come tema al loro convenire quello dell’eucaristia.

Qualcuno dall’esterno potrebbe giudicarlo un tema privato, che soffre una sorta di soffocamento nei confini della chiesa, un restringersi dentro celebrazioni di una liturgia che vede oggi un convenire di pochi. Non c’è altro, altro di più urgente, all’interno della chiesa e della società, su cui confrontarci? Non sono altri i nodi da esplorare, civili, politici, ecclesiali? Non corriamo forse il pericolo di essere fuori dalla storia?

La domanda ci inquieta. Se non altro perché svela drammaticamente, impietosamente, quale immagine di rito, al pronunciarsi della parola “eucaristia”, oggi si accenda in non poche donne e uomini del nostro tempo. Ci chiediamo che cosa ci ha portato a questa deriva che sembra suggerire l’immagine della privatezza, dell’esclusività, della non contiguità, della ininfluenza del rito sulla vita.

La Cena del Signore: un’immagine tradita

Un’immagine tradita. Chi varca - ce lo chiediamo - la porta di una delle nostre tante chiese intravede con sorpresa in quella celebrazione un vangelo, una buona notizia? Un evento che fa sperare? Per il tempo dentro le chiese e per il tempo fuori le chiese? Intravede, come da una piccola fessura, un umile anticipo del convenire universale, cui diamo il nome di “Regno di Dio”, nel quale siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe, donne e uomini venuti dall’Oriente e dall’Occidente? O intravede un pallido convenire che non esce dalla consueta “normalità” di ogni rito?

Nei giorni del nostro convenire a Roma ci chiederemo se la Cena del Signore segna ancora una differenza, quella che le aveva impressa il Signore, quella che si affaccia dal titolo del nostro convenire: “Ma voi non così”. Quasi un dirottamento di modi di pensare, di modi di vedere, di modi di agire, di modi di stare al mondo.

E’ ancora percepito nelle celebrazioni il dirottamento? Non fa parte l’eucaristia del “vangelo che abbiamo ricevuto”? Il vangelo non è solo parola che accende e riscalda i cuori. Gesù ci ha lasciato come vangelo, notizia buona, anche i suoi gesti. Anzi i gesti, forse ancor prima delle parole, raccontavano che il regno di Dio era accaduto, che era già in mezzo a noi. I suoi banchetti erano vangelo. In modo specialissimo vangelo fu la sua ultima cena. Quella notte nella sala al piano superiore sembrò deporre in quel pane che spezzava e in quel calice del vino che faceva passare tra i discepoli tutto quello che lui era, tutto quello che aveva sognato, tutto quello che aveva insegnato: ultimo gesto, riassunto di tutta una vita, testamento per i nostri giorni, per tutti i giorni.

Riconoscere il segno

Si tratta dunque di acconsentire al segno che arde come brace nel desiderio di Gesù di volerci a cena, di darci il suo pane e il calice del vino. Riconoscere il segno. Anni fa in un convegno a Roma Annalena Tonelli, la volontaria laica, impegnata in Somalia, assassinata il 5 ottobre 2003, mentre rientrava in casa, dopo la giornata trascorsa in ospedale, raccontando la sua vita disse: «la vita mi ha insegnato che la mia fede senza l’Amore è inutile, che la mia religione cristiana non ha tanti e poi tanti comandamenti, ma ne ha uno solo, che non serve costruire cattedrali o moschee, né cerimonie né pellegrinaggi, che quell’Eucaristia, che scandalizza gli atei e le altre fedi, racchiude un messaggio rivoluzionario: “Questo è il mio corpo, fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini, perché, se tu non ti fai pane, non mangi un pane che ti salva, ma mangi la tua condanna”».

Ebbene non finisce di sorprenderci il fatto che già quella cena, al piano superiore, nella sala addobbata, l’ultima cena di Gesù, abbia vissuto una sconsacrazione. Cena sconsacrata dai pensieri e dai discorsi dei discepoli. Pensieri e discorsi in controtendenza spudorata e sconcertante al gesto che alludeva al pane, l’umile pane delle nostre case, un pane che non accetta esposizioni in vetrina: la sua esposizione, quella vera è sulla tavola. Per tutti. L’unica esposizione che sopporta il pane. L’unica che ha sopportato Gesù. Qualcuno voleva dargliene un’altra, ma allora lui si eclissava. Lui è altro. E ci chiede di essere altro: “Ma voi non così”. 

La regola del pane

Ai discepoli quella sera ricordò la regola del pane, che è alternativa radicale ai criteri mondani. Se il rito non racconta più il segno, se il rito viene defraudato, i credenti giocoforza ritornano alle loro case, alla loro vita, alla storia con la volontà di dominio, di potenza, di prestigio. Come se a loro la storia di quel pane, la storia di Gesù di Nazaret non avesse parlato: un rito orfano, cieco di quella storia, da cui si esce per ritornare alle case, alla città, alle opere e ai giorni, senza dirottamenti, bensì con i vecchi criteri di sempre, quelli obsoleti, quelli di una pallida “normalità” mondana. La normalità mondana dei discepoli che fanno discorsi su chi è più grande fra loro.

Succedeva allora, succede anche oggi, in noi e nella chiesa, quando la celebrazione rimane confinata a livelli di superficie e non diventa seme che, accolto nella maturità delle coscienze, genera la passione di relazioni vere, nuove e intense. E quando succede questo, è l’eclisse dell’eucaristia, l’eclissi di Dio, di Gesù. Assisti allora a una chiesa che cerca posti sulle piazze, che mangia con quelli che contano, che contratta appoggi mondani, interessata più al suo bene che non al bene di tutti, il bene soprattutto di coloro che non hanno nessuno che li difenda. Quando questo succede è doveroso concludere che il rito è vuoto, cieco, anche se solenne, anche se colmo di profumo di incensi e di colore di vesti. Anzi la solennità in tal caso suona esposizione di sé, quell’esposizione da cui il vero pane e Gesù si sono sempre ritratti.

Il gesto del servo: un sogno?

La relazione con cui si aprirà il nostro convenire a Roma ci ricorda in modo suggestivo come la Didascalia degli apostoli (III secolo) prescrivesse al cap. 12 che, ad accogliere nell’assemblea i poveri, uomini o donne che fossero, doveva essere il vescovo stesso e non i diaconi e che doveva essere ancora il vescovo a procurare loro un posto e che, se questo non si fosse trovato, doveva cedere il suo e sedere a terra ai loro piedi. ”È questo un sogno?”-  si chiede la relazione - “O sono piuttosto un tradimento dell’eucaristia quelle celebrazioni che ripropongono, nella disposizione dei partecipanti e nello stile della partecipazione, le gerarchie mondane, ma anche soltanto l’educato stare ognuno per conto suo?”.

Non è forse vero che riconsacriamo il pane del Signore ogni volta che ci lasciamo trascinare dal gesto, l’ultimo che il Signore ci ha lasciato, come comando,  in quella cena, il gesto del servo che si china a lavare i piedi stanchi? E dunque ricondotti anche noi ai piedi impolverati di fatiche delle donne e degli uomini con cui camminiamo, nel desiderio di sollevarli dalle stanchezze e di rialzarli a dignità?

Un pane per vite libere

Suggestivo, nella relazione, l’accenno  al concilio di Nicea che vietava in un suo canone che almeno la domenica ci si inginocchiasse (canone 20). Sembra a noi di riudire l’eco ripetuta del vangelo là dove Gesù comandava di “alzarsi”. In piedi, quasi a dire che l’Eucaristia è fonte di donne e uomini alzati e non abbassati, fonte di vite libere, è un pane che ci dà la forza di sfuggire al rimpianto dei cibi sì prelibati, ma in terra di schiavitù. Già Don Primo Mazzolari diceva ai suoi parrocchiani: «Quando entrate in chiesa vi togliete il cappello, non vi togliete la testa». Eucaristie in nutrimento di uomini e donne in ascolto di un magistero che è dentro ciascuno di noi: «Lo Spirito che il Padre vi manderà nel mio nome,  lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

 Restituire all’eucaristia il fascino di notizia buona per il nostro tempo

Oggi che la stragrande maggioranza dei nostri compagni di viaggio più non frequenta le nostre celebrazioni, non dobbiamo sentire ancora più urgente il compito di restituire ad esse il fascino che loro appartiene di notizia buona, per il nostro tempo e anche per chi di loro prima o poi si affacciasse?

E non dovremmo altresì sentirci educati dai “segni dei tempi” a sospettare che qualche scintilla dell’eucaristia possa abitare in liturgie che chiameremmo laiche?

In un colloquio con Gabriella Caramore, Emilio Tadini, scrittore e pittore, proprio lui non credente, parlando di Van Gogh, anni fa disse: «Viene in mente quel suo quadro che si chiama “I mangiatori di patate”, dove dei poveri contadini sono radunati intorno al tavolo per una cena, che consiste appunto solo in un piatto di patate. Ma in questo straordinario quadro si manifesta una specie di «eucaristia laica», come se stessero officiando il rito della consacrazione di questo povero cibo. La luce della lampada a petrolio che sta sopra il tavolo sembra una luce straordinaria mistica».

 

Angelina Alberigo  -  Maria Cristina Bartolomei  -  Simona Borello  -  Gianfranco Bottoni

Mario Cantilena  -  Angelo Casati  -  Francesco Castelli  -  Ursicin Derungs - Luciano Guerzoni 

Giovanni Nicolini  -  Licinia Magrini  -  Giancarlo Martini  -  Enrico Peyretti  -  Ugo Gianni Rosenberg  

Giuseppe Ruggieri  -  Silvia Scatena  -  Fabrizio Valletti 

 
 

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