HOME > INTERVENTI > CELEBRARE PER VIVERE, DEL GRUPPO "I VIANDANTI"

CELEBRARE PER VIVERE

Contributo di “Viandanti” al quarto incontro de “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”
“Ma voi non così” - Roma 17-18.9.2011

1. Dal sacro al santo: un passaggio definitivo

«Dobbiamo prendere atto che proprio la liturgia oggi nella chiesa da luogo di comunione è diventata luogo di conflitto e che c’è anche un’incomprensione dovuta a linguaggi in atto non comuni, non condivisi nel loro significato» (IX Convegno liturgico internazionale - Bose, 2 giugno 2011). Questa valutazione di Enzo Bianchi fa parte di un intervento, che è tra i più importanti contributi recenti sull’argomento.

Uno dei luoghi di questa incomprensione è il tema del «sacro», termine e concetto che negli ultimi due decenni è ritornato in auge nel confronto liturgico in modo quasi ossessivo, senza però un’adeguata precisazione «nel suo vero contenuto, il quale deve essere in ogni caso coerente con il mistero rivelato e quindi celebrato».
Ci vogliono discernimento e cautela per non fare riferimento al sacro a sproposito. Ecco perché è importante la chiarificazione terminologica operata da Bianchi.

Una prima accezione di «sacro» può indicare «una realtà messa a parte, una realtà distinta dall’ordinario, dal quotidiano» per cui cose, oggetti, spazi che sono riservati e destinati alla liturgia, sono detti «sacri» (spazio sacro, vaso sacro…), ma li si potrebbe definire semplicemente «liturgici». Questa interpretazione del sacro è, infatti, fuorviante.
Il sacro nelle religioni è legato alla trascendenza, al divino, al «totalmente altro». Il riferimento più appropriato è alla santità di Dio, che è il termine effettivamente usato dal testo biblico. Bianchi riassume perciò il «senso del sacro», come un atteggiamento di riverenza, di rispetto, di consapevolezza della presenza di Dio e della sua gloria.

Il cristiano deve essere consapevole del mutamento portato dall’incarnazione rispetto a tutto il culto da compiere davanti al Dio unico e vivente rivelato (exeghésato: Gv 1,18) da Gesù Cristo. Come ha scritto Yves Congar, Gesù «ha trasformato interamente il regime di sacralizzazione istituito in Israele … Si tratti di persone, luoghi, tempi, Gesù ha risolutamente abolito la separazione di un preteso sacro e di un preteso profano!» («Situation du sacré en régime chrétien», in Y. Congar – J.-P. Jossua [a cura di], La liturgie après Vatican II, Cerf, Paris 1967, pp. 388-389). C’è, di fatto, in Gesù una critica al sacro dell’economia cultuale di Israele che si inserisce nella logica della tradizione profetica e che giunge a non riconoscere alcuna sacralità al tempio e ai suoi sacerdoti: tutta la sacralità si concentra sulla persona adorabile di Gesù il Kýrios.
Sì, in Gesù il «sacro» di tempi, luoghi, persone, azioni ha lasciato il posto alla santificazione di tutta l’esistenza. Gesù non ha rigettato il culto, né ha voluto una comunità a-rituale, una comunità che non conosce la liturgia e i suoi luoghi e i suoi tempi: l’uomo, infatti, non può vivere e umanizzarsi senza azioni simboliche, senza riti; non è possibile una fede in Dio, una relazione con lui senza segni esteriori, senza liturgia. Ma Gesù ha voluto che i riti, le liturgie fossero ispirazione e conferma della forma dell’esistenza del credente.

I riti e i sacramenti sono perciò necessari, per la Chiesa e la vita cristiana, ma non possono essere un fine. La loro finalità è piuttosto quella di plasmare e alimentare un vivere santo, conforme a quella di Gesù e alla volontà di Dio. «E, infatti, il giudizio di salvezza e di perdizione cadrà sull’esistenza umana, sull’ethos del servizio al prossimo, sul vivere o non vivere il comandamento nuovo di Gesù, il comandamento ultimo e definitivo (cf. Gv 13,34; 15,12) ».

2. Celebrare nel contesto della storia

Perciò, considerare l’eucaristia alla stregua di un «oggetto» sacro da adorare, consistente nelle specie eucaristiche, è limitativo e tradisce il senso delle parole e dei gesti di Gesù. Eucaristia è tutta la celebrazione in quanto segno dell’esistenza pasquale del Signore, la quale diviene fonte e culmine dell’esistenza pasquale del cristiano e della Chiesa.

Si comprende così quanto scriveva Rinaldo Falsini, uno dei massimi liturgisti italiani: «Le possibilità per rinnovare e arricchire la presentazione del mistero eucaristico sono numerose, purché si eviti lo scoglio di presentarlo come una res da credere, da prendere e da adorare anziché come una realtà da celebrare e da vivere» (Celebrare e vivere il mistero eucaristico, EDB, p. 39).
Qui sta la risposta ai tentativi fondamentalisti di annullare la riforma liturgica e alle fissazioni formalistiche che identificano la presenza divina con un rito immobile, congelato nel passato e nella solennità esteriore che niente ha a che fare con la semplicità che lascia spazio al Signore.

Un altro aspetto che emerge dal Vangelo è il fare della celebrazione una realtà accessibile e non riservata esclusivamente a dei presunti «puri». Si pensi al testo dei discepoli che colgono le spighe in giorno di sabato, cui gli esegeti attribuiscono un significato eucaristico (Mt 12,1-8; Mc 2,23-28; Lc 6,1-5): l’eucaristia non è stata istituita per tenere lontano qualcuno, ma per essere nutrimento di tutti. Marco, a suggello dell’episodio, appone il detto: Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (2,27).
È detto per tutte quelle interpretazioni dell’eucaristia in termini di formalismi e di prescrizioni che ne alterano il senso e la sostanza. È detto per le esclusioni legalistiche di alcune categorie di persone dal pasto eucaristico che allontanano dalla comunità cristiana (a cominciare dai divorziati risposati). Nella prassi eucaristica delle nostre comunità, è il sabato per l’uomo o viceversa?

«Non posso pensare all’eucaristia se non pensando all’umanità che deve accoglierla e vedere le condizioni per questa accoglienza. Credo che la condizione fondamentale sia il bisogno, la fame, perché l’eucaristia è accompagnata dalle parole “prendete e mangiate”. L’io autosufficiente e assoluto non ne ha bisogno. Ed è questa la vera tragedia dell’occidente cristiano» (Arturo Paoli, Prendete e mangiate, la meridiana, pp. 27-28).

Il sacramento, infatti, si dà come dono e memoria esemplari: è perdono, gratuità, libertà, condivisione..., affinché l’uomo sia in grado di immettere nel mondo: nonviolenza, pace, giustizia, mitezza, accoglienza allo straniero, salvaguardia del creato...
Al centro del discorso liturgico, allora, non ci può essere la forma del rito, bensì il rapporto tra la celebrazione e la vita: come il sacramento trasforma la vita personale ed ecclesiale (inclusione, condivisione, accoglienza…) e come il rito esprime questa trasformazione che è il ricevere lo Spirito e dargli spazio nella propria esistenza?

Un secondo ordine di questioni, strettamente correlate a queste, riguarda i soggetti, gli attori della liturgia: con il pretesto di mettere al centro Dio, in realtà nel ritualismo tutto è incentrato su chi presiede cui si attribuisce il ruolo di «persona sacra», in quanto custode di gesti, forme e formule da preservare. Non si trovano nei Vangeli gli addetti al culto persuasi ad agire in persona Christi, perché tutti facciamo memoria di lui. Se «la celebrazione dell’eucaristia è azione di tutta la Chiesa» (Principi e norme del messale romano, 5), non è responsabilità di tutto il popolo di Dio rendere evidente ed effettivo il legame tra liturgia e vita?

Tre questioni da non sottovalutare, sulle quali crediamo sia importante che cristiani di ogni segno siano vigili e prendano la parola per dare il proprio contributo.

3. Un nuovo movimento liturgico per non perdere la memoria della riforma

In un recente convegno (15 maggio 2011) il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, ha asserito che il Papa ritiene indispensabile un nuovo movimento liturgico, che nel passato egli ha definito come «riforma della riforma» della liturgia. L’espressione è di per sé ambigua, e, infatti, vale la pena ricordare non è più stata utilizzata da Joseph Ratzinger dopo l’elezione a papa e sarebbe perciò inappropriato attribuirla al magistero del Papa.
Comunque, Koch sostiene che «è lecito chiedersi, in maniera critica, se nella riforma liturgica postconciliare siano stati davvero realizzati tutti i desideri dei padri conciliari, o se, sotto diversi aspetti, le affermazioni fondamentali della costituzione sulla sacra liturgia siano rimaste inadempiute o, addirittura, se negli sviluppi liturgici del dopo Concilio si sia andati intenzionalmente oltre tali affermazioni». Si ritiene, perciò, legittimo e appropriato operare una distinzione tra la costituzione sulla sacra liturgia, la riforma liturgica postconciliare e i successivi sviluppi liturgici.

Il nuovo movimento liturgico da lui invocato dovrebbe prefiggersi come obiettivo quello di far fruttificare il vero patrimonio del concilio Vaticano II nell’odierna situazione della Chiesa, consolidando al tempo stesso i fondamenti teologici della liturgia che egli individua nella rivitalizzazione del primato cristologico, della dimensione cosmica e del carattere latreutico della liturgia, ma anche e soprattutto nella riscoperta del significato basilare del mistero pasquale nella celebrazione. Conclude, perciò, Koch:
Di questo nuovo movimento liturgico il Motu proprio costituisce solo l’inizio. Benedetto XVI, infatti, sa bene che, a lungo termine, non possiamo fermarci a una coesistenza tra la forma ordinaria e la forma straordinaria del rito romano, ma che la Chiesa avrà nuovamente bisogno nel futuro di un rito comune. Tuttavia, poiché una nuova riforma liturgica non può essere decisa a tavolino, ma richiede un processo di crescita e di purificazione, il Papa per il momento sottolinea soprattutto che le due forme dell’uso del rito romano possono e devono arricchirsi a vicenda.

Affermazioni che si prestano a derive regressive e che per questo necessitano di attente considerazioni, perché possono fare il gioco di chi vuole annullare la riforma liturgica per annullare il Concilio. Davvero è necessario un nuovo movimento liturgico, per rendere consapevoli i fedeli e chiarire quali sono i fondamenti della liturgia, ma non per un ritorno al passato secondo una concezione museale e immobilista della tradizione.
Un modo inappropriato di intendere tale movimento liturgico sarebbe quello di considerare il messale di Paolo VI come mancante di qualcosa e bisognoso di correzioni. Ben diverso è se la reale intenzione di Benedetto XVI è, come lui stesso ha scritto, che «il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato» rendendo visibile «la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale» (Lettera ai Vescovi, 7 luglio 2007).

Un movimento liturgico correttamente inteso, allora, dovrebbe consistere in un’opera educativa fondamentale in un momento in cui si ha di fronte il rischio che si perdano la memoria del Concilio e la consapevolezza della sua portata. Si tratta di far comprendere che la riforma liturgica intrapresa da Paolo VI restituisce l’eucaristia a tutto il popolo di Dio: ritornando all’antica celebrazione dei primi secoli, oltre le interpretazioni del medioevo, essa ci ridona la “messa di sempre” nella semplicità delle sue origini. La riforma del concilio Vaticano II torna alla più antica tradizione della Chiesa e permette così a ciascun battezzato di essere cosciente dell’impegno che si assume rispondendo nel corso della celebrazione con il suo “Amen” (cfr. Jean-Noël Bezançon, La messa per tutti, Qiqajon).

Viandanti
Il Consiglio
Parma, 1 agosto 2011

 
 

Statusecclesiae.net