HOME > INTERVENTI > CONTRIBUTO A PARTIRE DALLA LETTERA INVITO E RELAZIONE DI BASE - GRUPPO BIBLICO CXB S. PAOLO DI ROMA

Gruppo Biblico

della Comunità cristiana di base di S. Paolo – Roma

 

Contributo per l’incontro “Ma voi non così” che si terrà a Roma il 17 e 18 settembre 2011 a partire dalla “Lettera-invito” (LI) e dalla “Relazione di base” (RB)

 

   Va dato atto agli organizzatori e alle organizzatrici del coraggio e della lungimiranza che hanno dimostrato nel proporre come tema del prossimo incontro di Roma l’Eucaristia sin dal titolo qualificata dalle parole di Gesù in Lc 22,25: “Ma voi non così”, che suonano subito come messa in guardia dalla possibilità, tutt’altro che astratta, di un suo travisamento.

   L’Eucaristia è infatti veramente il cuore dell’essere cristiani e attraverso di essa passa il collegamento tra culto e vita, il discrimine tra fedeltà e tradimento del Signore. Ma se si vuole andare sino in fondo su questo tema occorre essere consapevoli dell’asperità della via intrapresa, che tocca secolari tradizioni ed articolate strutture, per attingere di nuovo, auspicabilmente, alla drammatica semplicità del trovarsi a mensa con quel Gesù che sentiva prossima la morte.

   Nel tema dell’Eucaristia è poi compreso, come esplicitamente riconosciuto nel § 3 della “Relazione di base” (RB) anche quello del “Cristiano adulto” che pure era stato proposto in via preliminare e che tante adesioni aveva ottenuto. Infatti, chi è il “cristiano adulto” se non colui che sa “riconoscere il corpo del Signore” (I Cor 11,29) e che, da esso nutrito e trasformato, cerca a sua volta di spendere la sua vita per gli altri?

   Il tema dell’Eucaristia, infine, è intimamente legato alla storia e all’esistenza della nostra e di tante altre Comunità di base, storie singolari e che nessuno vuole proporre come paradigmatiche, ma che ci hanno offerto e offrono, a partire da un vissuto e non da astratte elucubrazioni, una occasione non comune di riflessione sull’argomento.

   Con queste premesse volentieri offriamo un contributo alla riflessione, come già fece la nostra Comunità circa sei anni or sono, quando, in occasione del Sinodo dei vescovi del 2005 sull’Eucaristia, elaborò un articolato documento in merito, poi pubblicato dall’agenzia di stampa “Adista” (n° 6 del 22 gennaio 2005), che chiameremo brevemente “Nostro documento” (ND) e che è stato a voi inviato dalla Segreteria della Comunità con separata mail. 

   Chi lo leggerà noterà subito una sorprendente identità di molte domande e osservazioni contenute in quel documento con altrettante che ora si trovano nella RB. Naturalmente si rinvengono in esso alcune osservazioni  che derivano dal nostro vissuto e un’appassionata motivazione delle scelte fatte, mentre il dibattito sul prossimo incontro “Ma voi non così” è appena iniziato e attendiamo, anche per tornare a riflettere su quelle scelte, l’arricchimento che ci deriverà sicuramente dalle testimonianze e dalle riflessioni che emergeranno durante il suo svolgimento.

 

   Vorremmo pertanto qui sinteticamente esporre dapprima le consonanze tra i due documenti e poi riassumere il cammino sin qui fatto dalla nostra comunità, che si è sempre accompagnato con  la riflessione biblica.

 

   A noi sembra evidente, ad es., sia nel DB che nella LI la volontà di andare oltre certe sovrastrutture che, accumulatesi nel tempo con l’intento di esibire e di spiegare (troppo) hanno finito con il velare o peggio strumentalizzare il senso profondo dell’Eucaristia; di qui il desiderio di recuperare il collegamento stretto dell’Eucaristia come dono con l’esigenza di farsi coinvolgere in esso, sì che il segno sacramentale non divenga mero oggetto di adorazione ma si incarni nel nostro quotidiano; l’auspicio che tutto il popolo di Dio sia attivamente presente attorno alla mensa eucaristica sì che non laceri più la separazione insuperabile tra “facitori” e fruitori, pastori e pecore, docenti e discenti; la sottolineatura della importanza e del significato che ha, nella liturgia e nelle preghiere eucaristiche l’invocazione dello Spirito Santo perché venga a “trasformare” i doni che sono sulla tavola e noi con essi; un’attenzione significativa e non scontata sul fatto che “qualche scintilla dell’Eucaristia possa abitare in liturgie che chiameremmo laiche” (LI, pen. cpv. -  ma questo è un argomento che riprenderemo).

   Soprattutto si nota che, parlando di un tema come l’Eucaristia, non vengono mai usati i termini “sacrificio” e “sacerdozio” i quali per tradizione e definizioni magisteriali sono così strettamente ad essa connessi. Tanto più che oggi, in tempi di arroccamento della Chiesa-istituzione nel castello della tradizione medioeval-tridentina, si assiste ad un loro insistente  rilancio, come dimostra, per fare un solo esempio, il recente II volume del libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI su “Gesù di Nazaret”.

   Ed è proprio partendo da questa apparente lacuna, una kenosis - ci si perdoni l’allusione al “ritrarsi di Dio” - così  ricca di aperture,  che vorremmo sintetizzare la nostra esperienza per entrare nel merito del discorso.

   Da che cosa ha preso le mosse infatti il cammino della nostra comunità, che ci ha portato ad essere quello che ora siamo, se non dal fatto che ad un certo punto, oramai sono quasi quarant’anni, si tentò di privarci dell’Eucaristia togliendo ai nostri presbiteri la facoltà di celebrarla? E questo non per motivi attinenti alla dottrina della fede, ma perché noi tutti, presbiteri e fedeli, cercavamo appunto, anche sulla scia dello spirito innovativo del Concilio Vaticano II, di mettere in pratica il gesto rituale dello spezzare il pane, così come la Parola, coinvolgendoci nella realtà di ogni giorno, nelle speranze, nelle lotte, nelle attese degli ultimi. Per motivi “politici”, dunque, e per la paura che le troppe novità intaccassero inveterate strutture di potere.

   Si trattò allora di scegliere tra il disperdersi come comunità, andando a mendicare il pane eucaristico nelle strutture esistenti (e alcuni erano favorevoli a tale scelta sostenendo che l’obbedienza sarebbe stata un segno di umiltà), ovvero ritenere che la comunità, riunita e operante nel nome del Signore, fosse qualcosa di più importante della disciplina ecclesiastica e quindi da salvaguardare.

   Questa fu la scelta, che costrinse a dolorose rinunce ma di cui non ci rammarichiamo oggi, vista la ricchezza di esperienze, studi, partecipazione che essa ci ha portato.

   Cos’è diventato allora quel nostro riunirci insieme la domenica nel nome di Gesù e ricordare tutti insieme i sui gesti e le sue parole nell’ultima cena, la notte in cui fu consegnato al potere, e indegnamente riperterli? Conosciamo l’obiezione, che tradotta in mille regole, dogmi, istruzioni, encicliche, sta contro di noi e che risale ad Ignazio di Antiochia: “Ubi episcopus, ibi ecclesia”. Noi obiettavamo che storicamente è vero il contrario: Ubi ecclesia ibi episcopus. Oggi, riflettendo anche sulle suggestioni della  vostra RB, diremmo piuttosto che l’eucaristia non si fonda né sulla comunità né sul vescovo, ma su Cristo. Ma se Cristo è là dove “due o tre sono riuniti nel suo nome” chi può dire che è illegittimo, vacuo, blasfemo invocarlo nello spezzare del pane senza la presenza del funzionario? Vacuo e blasfemo sarà semmai invocarlo sulla mensa e tradirlo poi per la strada.

   La Scrittura, che da sempre abbiamo cercato di capire e di interpretare, anche con l’aiuto di tanti amici e studiosi le cui strade si sono incrociate con le nostre, ci conforta nelle nostre scelte. In esse si scopre, come nota giustamente anche la RB, che Gesù non era “nostalgico” della Chiesa e meno che mai di una Chiesa come la vediamo noi, ma “nostalgico” del Regno (DB, 1) che di lì a poco avrebbe fatto irruzione a magnificare e diffondere i segni premonitori da Lui anticipati. “In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno che lo berrò, nuovo, nel regno di Dio” (Mc 14,25) E Matteo aggiunge: “con voi” (26,29). Dunque, non su altari sfavillanti e con paramenti  intessuti d’oro, ma con loro, nel regno di Dio, con “i dodici”  ormai scesi dai troni dopo aver giudicato le dodici tribù d’Israele e con tutti gli altri discepoli e discepole che lo avevano seguito dalla Galilea, a banchetto. Vero è che i sinottici, e interessate interpretazioni, tendono a restringere i partecipanti a quella cena ai “dodici apostoli”, ma una più attenta lettura delle Scritture, collocate nel loro contesto storico, ci fa propendere per una presenza più vasta, comprensiva di molti di coloro che qualche settimana dopo, riuniti “tutti insieme nello stesso luogo” (At 2,1) e cioè “insieme con alcune donne, e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui “ (At 1,14)  ricevettero lo Spirito Santo.

    La preoccupazione trasparente nei racconti di Matteo e Luca, assai meno in quello di Marco e per nulla esistente in I Cor. 11, 23-25, è quella di legittimare  le comunità della seconda generazione che si richiamavano alla venerata memoria degli apostoli. Significativo il confronto tra I Cor 3,11 dove Paolo afferma che “nessuno può porre un altro fondamento [alla Chiesa] oltre quello che è già stato posto, e che è Gesù Cristo” e la deuteropaolina lettera agli Efesini, di una trentina d’anni più tarda, nella quale spuntano, come fondamento della Chiesa, al posto di Gesù, “gli apostoli e i profeti” sia pure con Cristo come pietra angolare (Ef 2,20).            Significativo è anche che Marco, il primo in ordine di tempo dei sinottici, conservi un’antica e non epurata tradizione secondo la quale (14,13) il Maestro mandò avanti due discepoli a preparare la sala per celebrare la pasqua e, “venuta la sera, egli giunse con i dodici” (v. 17). Non è logico che, giunto lui con i dodici, mandasse i primi due discepoli a celebrare la pasqua altrove, una pasqua così importante. E Luca, nel bellissimo racconto del capitolo 24, vv 13-35 non narra forse di due discepoli sconosciuti, uno dei quali si chiamava Cleopa, dunque non un apostolo, che la mattina del primo giorno della settimana, lo stesso nel quale risorse, lo riconobbero “dallo spezzare del pane”, un gesto che non potevano avergli visto fare se non durante l’ultima cena? Storica o simbolica che sia la scena, la sostanza non cambia: il pane è spezzato per tutti. (Su questi aspetti si veda, tra i tanti autori,  il libretto di una studiosa vicina alla nostra area, Maria Caterina Jacobelli: “Sacerdozio, donna, celibato”, Borla, 1981, con la bibliografia precedente). Per non parlare del brano di I Cor 11, 23-26, la più antica narrazione dell’istituzione dell’Eucaristia, nel quale Paolo non pone nessun interlocutore di fronte a Gesù che spezza il pane, il che vuol dire che interlocutori lo siamo tutti allo steso modo. Ed infatti i destinatari di quel passo sono i fedeli della Chiesa di Corinto, ai quali non rimprovera di celebrare l’eucaristia senza che nessun apostolo o delegato di apostoli la presieda, ma il fatto che ognuno pensava a se stesso e chi più aveva più mangiava tradendo così, platealmente, il carattere di condivisione che il pasto eucaristico presupponeva e ed esigeva.

   Nel solco del discorso paolino si situa infine l’Evangelo di Giovanni. Infatti, pur dilungandosi sull’ultima notte di Gesù molto più dei sinottici, il quarto evangelista non racconta affatto la “istituzione” dell’Eucaristia (già presupposta nel capitolo VI come “offerta a tutti” nel discorso teologico fatto nella “Sinagoga di Cafarnao”) ma ne esplicita il significato narrando un episodio ignorato dai sinottici: la lavanda dei piedi. Spiegandone il senso ad un Pietro riottoso, Gesù parla così: “Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio perché, come ho fatto io, facciate anche voi” (13, 13-15). Il “fare come Gesù” per tenerne viva la memoria è dunque, per Giovanni, il servirsi a vicenda. Comandamento solenne, e supremo per tutti i cristiani e per tutte le Chiese. 

   Non ci addentriamo ulteriormente nell’esegesi delle Scritture che molte altre prove ci darebbe dell’artificiosità di voler vedere nella cena del Signore l’istituzione di un ordine separato di ministri che la gestiscono, anche perché le poche parole dette sono sufficienti, probabilmente, ad attirarci l’accusa di “iconoclastia”: non più sacrificio, non più sacerdoti, cosa rimane? Dove andremo a finire?  Non è questo il nostro intento. Fin dalle  prime, modeste origini, la Chiesa, le chiese, hanno avuto bisogno di strutture. Queste strutture si sono modificate nel corso della storia.

   La Chiesa appartiene alla storia, e come tutti gli organismi storici deve scegliere le forme organizzative più adatte alla sua testimonianza, sapendo che in questa ricerca può contare sull’assistenza dello Spirito promesso da Gesù, sulla presenza del Cristo tra noi e sui pochi, essenziali insegnamenti che egli aveva dato ai suoi in attesa del prossimo avvento clamoroso del Regno: che intanto questo Regno era iniziato; che esso richiedeva di essere misericordiosi come è misericordioso il Padre nostro che è nei cieli; che il maestro deve lavare i piedi ai discepoli, e infine, come dice il titolo del nostro incontro, che “tra noi non così”.  Quando la struttura della Chiesa non risponde a questi elementari requisiti, va riformata. Ma a un certo punto questa riforma si è bloccata su alcune posizioni dichiarate irreformabili in eterno. Perché sono di diritto divino, si dice, volute per sempre da Gesù. Abbiamo visto sopra quanto ciò sia opinato e opinabile.

   Le incongruenze che derivano da ciò sono evidenti. E’ singolare, ad esempio constatare come le comunità delle origini, in un contesto politico di potere assoluto, testimoniassero la loro diversità con una organizzazione interna democratica, soggetta solo allo Spirito e rispettando il pluralismo delle esperienze, mentre ora, in un contesto politico democratico o tendenzialmente democratico, la struttura della chiesa è monarchica e centralizzata. Una “diversità” in negativo! Allora, nel nome di Cristo, crollavano muri di secolare separazione tra giudei e pagani, tra schiavi e liberi, tra uomini e donne (Gal 3,28); oggi troviamo introdotta, sempre in nome di Cristo, una  distinzione “quoad substantiam” tra clero e laici. Non è questo che voleva Gesù spezzando quel pane.

   Prendiamo il caso esemplare della volontaria laica Annalena Tonelli, assassinata il 5 ottobre del 2003 in Somalia e che la lettera-invito ci ricorda. Essa si è spesa totalmente per gli altri e alla fine le è stata tolta tutta insieme la vita. Essa era pienamente consapevole, come appare dalle sue frasi ivi riportate, del vero significato dell’Eucaristia: “Essa racchiude un messaggio rivoluzionario: questo è il mio corpo, fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini perché, se non ti fai pane, non mangi un pane che ti salva, ma mangi la tua condanna”. Dunque ella aveva incarnato pienamente il significato del gesto eucaristico, ma non avrebbe potuto fare quel gesto perché non era prete, e, peggio ancora, era donna. Altri, preti e maschi, faranno quel gesto in modo giuridicamente perfetto e lo tradiranno appena scesi dall’altare.

   Siamo vicini a queste considerazioni, ci pare, quando, nella stessa LI ci si chiede: ”Non è forse vero che riconsacriamo il pane del Signore ogni volta che ci lasciamo trascinare dal gesto, l’ultimo che il Signore ci ha lasciato come comando in quella cena, il gesto del servo che si china a lavare i piedi stanchi?”

   Un’ultima considerazione circa il “mangiare” il corpo del Signore e il carattere di “giudizio”, quasi di “ordalia” che questo pasto comporta, quando da dono si trasforma in tradimento (RB § 4).  Oltre ai noti passi  di Paolo sul “mangiare e bere la propria condanna” cui si accenna nelle parole di Annalena Tonelli e i ripetuti inviti in Gv 6,48-51 a “mangiare” la sua carne, vorremmo citare il quasi contemporaneo, apocrifo “Vangelo segreto di Tommaso”, che al § 7 recita: “Gesù disse: “Beato il leone che sarà mangiato da un uomo, perché il leone diventerà uomo. Maledetto l’uomo che sarà mangiato dal leone, perché il leone diventerà uomo”(trad. Elaine Pagels, Mondadori, 2005). C’è sempre un leone che diventa uomo; ma se il leone (Gesù) è mangiato, cioè si incarna in noi, ci fa suoi discepoli; se ci facciamo mangiare da lui, cioè se il segno prende il sopravvento, avremo ceduto alla tentazione del potere e da servi ci saremo fatti padroni.

 

   Ora che questo gesto dello spezzare del pane ha fatto, tra fedeltà e tradimenti, le strade del mondo, è frequente incontrare altre sorelle e altri fratelli cristiani che  spezzano anch’essi il pane nel nome di Gesù, ma noi cattolici non possiamo sederci alla loro mensa, fosse pure quella l’unica mensa nel deserto. Perché esiste il “divieto di intercomunione” tra fedeli di Chiese, o denominazioni che non siano in perfetta comunione con la Chiesa romana. L’intercomunione di fatto avviene in molte occasioni, ma giuridicamente è  vietata o sottoposta a limitazioni gravissime e il divieto ribadito di recente più volte (cfr., di Giovanni Paolo II l’enciclica  “Ecclesia de eucharistia”, 2003,  n° 44).

   Eppure negli anni trascorsi, quando il processo ecumenico suscitava ancora tante speranze, si era tentato di superare questa impasse. Ricordiamo il lavoro paziente, poco seguito dai grandi mezzi di comunicazione, del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC). Benché la Chiesa Cattolica Romana non faccia parte formalmente di tale Consiglio, tuttavia dodici suoi teologi sono membri di pieno diritto di “Fede c Costituzione”, l’organismo del CEC che studia appunto i problemi dottrinali che dividono le Chiese, offrendo a queste le sue riflessioni per aiutarle a sciogliere i problemi difficili. Dopo anni di lavoro esso ha approvato a Lima, nel gennaio 1982, un importante documento su “Battesimo, Eucaristia, Ministero” detto BEM dalle iniziali di tre temi. Sintetizzando qui i risultati raggiunti, esso riconosce che tutte le chiese credono che Cristo sia veramente presente nell’eucaristia. Per quanto riguarda invece le possibili spiegazioni teologiche, o fisiche, di come ciò avvenga, è lasciata libertà di opinione. La Bibbia infatti non spiega il come, dunque nessuna Chiesa dovrebbe imporre come dogma un’interpretazione magari legittima, però niente affatto obbligatoria secondo le Scritture.

 

   Per quanto riguarda il delicato problema del sacrificio il BEM risente, a nostro avviso, di uno sforzo di mediazione teologica: la morte di Gesù sarebbe, sì, un sacrificio, ma di carattere propiziatorio e non di espiazione vicaria, come ribadisce  invece anche l’ultimo libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI già citato. Non è stata accolta la tesi, molto più convincente secondo noi (ND: parte I, lettera “A”), che quella morte sia la tragica ma naturale conseguenza della vita di Gesù, di tutto ciò che egli ha detto e fatto, suscitando i sospetti e l’ostilità del potere politico e religioso, e rappresenti quindi la fedeltà, portata all’estremo, al suo annuncio, al carattere oblativo della sua esistenza. Egli ha così voluto liberare dalla paura non solo le nostre vite, ma anche la nostra morte.

   L’uso della categoria sacrificale espiatoria, come mostra assai bene Giuseppe Barbaglio nel capitolo XV del suo libro “Il pensare dell’apostolo Paolo”, è del tutto assente negli scritti autentici dell’apostolo delle genti e minoritario nelle comunità delle origini, dove anzi viene comunemente usato in senso metaforico e di superamento definitivo della mentalità sacrificale della cultura giudaica e pagana del tempo. Come se, di fronte all’accusa rivolta ai cristiani di essere “atei” o “empi” perché non facevano sacrifici ad alcun dio, essi rispondessero che non avevano bisogno di fare sacrifici perché lo stesso Dio, attraverso suo figlio Gesù, aveva reso evidente una volta per tutte la verità dell’antica parola profetica “misericordia voglio e non sacrificio” (Mt 9,13 e 12,7 citando Os 6,6). Questa è la sostanza. “Il resto è legge che conduce al peccato” (RB, 3, pen. cpv.). Meraviglia dunque trovare nelle parole della consacrazione del messale romano, almeno in Italia, il termine “sacrificio” il quale non compare in nessuna delle Scritture canoniche che ci trasmettono la memoria dell’Eucaristia e che si insinua anche, inopinatamente, in punti chiave di talune edizioni moderne, senza precisare che di interpretazione, non di traduzione si tratta. Si veda ad es. il passo di Rm 8,32 nella recente edizione delle Paoline (2010), venduta in milioni di copie nelle edicole del nostro Paese: “Lui, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato in sacrificio per noi tutti…”).

 

E’ appena il caso di dire, in conclusione, che fin quando ci sarà il pane sui nostri altari ma mancherà sulle mense dei poveri, fin quando attorno alla mensa eucaristica qualcuno, da servo che è, si farà padrone, sarà il caso di proclamare a gran voce “Ma voi non così”.

 

Roma, lunedì 11.VII. 2011 

 

Il Gruppo biblico della Comunità cristiana di base di S. Paolo, Roma

 
 

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