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IL VANGELO È ANNUNCIATO AI POVERI?

 

Sempre vitalizzanti questi incontri, che vorrebbero essere diversi anche dai tradizionali convegni, promossi dal coordinamento Il Vangelo che abbiamo ricevuto, «uno spazio libero di comunione, confronto e ricerca sinodale» come si definisce. Il sesto incontro nazionale – Napoli, 1 e 2 marzo –, impegnato come i precedenti a creare confronti, ma anche incoraggiamenti, fra chi in Italia vive nella chiesa con qualche disagio, è il primo dopo l’elezione, giusto un anno fa, del nuovo vescovo di Roma, papa Francesco. E i richiami allo stile di Francesco e alla sua idea di chiesa sono ricorsi con frequenza.

 

Per frequentare le periferie

 

L’incontro nel suo complesso è stato segnato da uno spirito diverso dai precedenti. Il forte disagio nei confronti  dei vertici dell’istituzione ecclesiastica, espresso negli incontri degli anni scorsi, ha preso indirizzi diversi: per un verso la difficoltà di far giungere al popolo di Dio là dove vive, in primo luogo nelle parrocchie, la nuova tensione evangelica che spira da un papa che, come non accadeva da cinquant’anni, annuncia vie evangeliche per il nostro tempo con un suo giudizio critico anche sull’istituzione ecclesiastica. Per un altro verso, disagio di ciascuno, alla ricerca di una via praticabile e convincente per essere oggi fedeli a quel Gesù in cui si vuole credere senza riuscire sempre bene a capire come testimoniarlo in modo comprensibile e credibile e magari senza sconvolgere troppo la propria quotidianità familiare e professionale. Già, perché, come ricorda in apertura Enrico Peyretti, Dio riapre i tempi, ma noi abbiamo il timore di non essere adeguati alla proposta.

Il tema specifico dell’incontro «Il Vangelo è annunciato ai poveri» - Con Francesco nelle periferie dell’esistenza è stato affrontato essenzialmente da due angolature: che cosa significhi l’affermazione il Vangelo è annunciato ai poveri e con quale atteggiamento rapportarsi all’immenso numero di poveri che ci vivono e vi vivranno accanto fino alla fine della storia come conferma lo stesso Vangelo: «i poveri li avete sempre con voi» (Matteo 26, 11, ma anche Marco 14, 7-8 e Giovanni 12, 8). Il tema è trattato in relazioni strutturate, e ripreso in ampi spazi offerti alla libera espressione dei partecipanti e da testimonianze di operatori che hanno realizzato attività  con risultati che dimostrano la praticabilità di un rapporto diverso con il mondo appunto delle periferie. 

Nel corso dei lavori molte le definizioni di poveri. La prima rimanda inevitabilmente ai deprivati dell’essenziale per una vita dignitosa, chi vive molto al di sotto del reddito medio della società di appartenenza: naturalmente non è possibile dare una cifra, per le immense differenze di costi della vita e esigenze nelle varie parti del mondo. Aggiungo, per informazione da altra fonte e, devo riconoscere, con qualche imbarazzo, che la povertà assoluta è fissata con criteri arbitrari dalla banca mondiale a meno di 1,25 dollari al giorno: un euro! Povero è chi non siede alla nostra tavola (Giuseppe Ruggieri), tutti gli esclusi, i malati, le vittime delle guerre, i soli, e poveri di umanità anche coloro che non riescono, a qualunque livello sociale, a sciogliersi dall’agire male; qualcuno dice anche le donne e per tanti aspetti è certamente vero.

 

Forse poveri anche noi

 

Ma non ci si limita a questo: paradossalmente, considerando il centinaio di partecipanti all’incontro, si possono definire tutti ricchi, probabilmente tutti borghesi e comunque garantiti e non solo nell’essenziale, e tutti poveri, nella fragilità connessa con la natura umana. Non si tratta di definizioni che si escludono, ma che si completano: in quanto ricchi, al di là delle inevitabili e probabilmente considerevoli differenze economiche, siamo tutti tenuti a dare spazio, voce, solidarietà ai poveri; in quanto tutti poveri, dobbiamo prendere atto della condizione dell’uomo, comunque fragile e precaria, che toglie arroganze, prepotenze, pretese di dominio.

E sui poveri occorre chiarire che non si tratta di parlarne, né di farne i sindacalisti, né largire gocce più o meno consistenti del nostro superfluo: l’elemosina è lo sguardo dalla finestra sulla povertà (Alessandro Santoro). Occorre invece ascoltare i poveri per essere con loro: forse abbiamo capito qualcosa, che occorre cambiare modi di pensare e di valutare, ma resta ben difficile avanzare in questa direzione, fosse anche solo dare accoglienza, offrire, come è stato proposto, la doccia di casa a chi disturba con la sua puzza; magari invitare qualcuno a incontri come questo perché dei poveri non si parli, ma li si ascolti e finalmente si sieda a tavola con loro. Per la verità sono qui presenti molti che lo fanno abitualmente, conforto e rampogna per tutti gli altri.

Accanto l’altro grande tema dello studio delle cause della povertà sul piano dell’economia globalizzata: perché raramente la povertà è un incidente, nella quasi totalità dei casi, si tratta di conseguenza di ingiustizia distributiva, di accaparramento delle risorse, guerre, sfruttamenti e furti. È clamorosamente vero per le centinaia di milioni di affamati, deprivati di cultura e di salute, ma è vero anche per le sacche di povertà nei paesi ricchi. Inutile ripetere dati ben conosciuti: in Italia 85 (sì, ottantacinque!) persone possiedono la metà di quanto complessivamente possono disporre i poveri. E poi dobbiamo dire della mancanza di assistenza, dei licenziamenti per delocalizzazione, per l’abbandono di attività produttive a favore di attività finanziarie, per dire qualcosa: la stessa precarietà in molti casi è un progetto che permette il controllo del territorio e il ritorno dei voti (Vincenzo Linarello). Dunque la rimozione della cause strutturali della povertà non può attendere (Luciano Guerzoni). 

 

La chiesa ha ignorato il mistero della povertà

 

Una particolare riflessione riguarda il rapporto delle chiesa con i poveri: quella chiesa che avrebbe dovuto annunciare il vangelo ai poveri e che si è limitata, quando lo ha fatto, a intervenire con opere di assistenza e di sostegno, talvolta anche grandiose e certo vitali per chi ne ha goduto, ma che non toccano il mistero della povertà. E mi pare qui il caso di ricordare anche un problema più volte denunciato altrove da Luisito Bianchi della mutata destinazione nel corso dei secoli del patrimonium pauperum, l’immensa quantità di beni lasciata alla chiesa e alle sue istituzioni destinato appunto alle necessità degli indigenti e che, viceversa, è stato trasformato in patrimonium clericorurm, beni utilizzati dalle strutture ecclesiastiche, dagli ordini religiosi e oggi, come denunciato dallo stesso papa, trasformati anche in alberghi di lusso.

I fondamenti teologici del problema sono stati illustrati da Giuseppe Ruggieri: la chiesa, salvo qualche eccezione medievale, peraltro rifiutata,  ha sostanzialmente ignorato il mistero della povertà. La povertà nella storia non è un accidente economico e sociale, ma un mistero perché, anche nell’ipotesi poco realistica che la povertà economica possa essere totalmente rimossa, ne restano le infinite altre manifestazioni, di cui neppure il marxismo ha immaginato il superamento, che rappresentano lo svelamento della contraddizione della storia. Parliamo di tutti quelli che non possono essere nel gioco della vita, degli esclusi per qualsiasi motivo.

Proprio questi sono insieme i destinatari e i custodi del vangelo e Gesù ha rivelato il volto di Dio facendosi povero. Proprio lui è l’escluso per eccellenza, condannato dall’autorità, abbandonato anche da chi gli era amico e dallo stesso Dio, come esclama sulla croce. Ma, sostiene Ruggieri, dalla morte dell’escluso scaturisce l’energia della resurrezione. Gesù è per tutti, ma ha scelto chiaramente e il regno potrà costituirsi solo quando nessuno sarà più escluso in nessuna forma. Quindi la buona notizia è annunciata a chi non è pieno, non è soddisfatto, non si sente realizzato totalmente: proprio questi custodiscono l’annuncio, impegnandoci la loro speranza. Per un verso qualunque intervento per ridurre la povertà collabora all’edificazione del regno, per un altro occorre che ciascuno si faccia consapevole della propria povertà, non  così facile da accettare perché presuppone l’ammissione dei limiti e il riconoscimento di un’uguaglianza solidale. 

La chiesa può esprimere questo aspetto fondamentale del suo annuncio solo quando è minoranza, del tutto estranea al potere, senza la pretesa di contenere il regno: mentre nella storia è stata, come ancora è, prigioniera di se stessa, benché capace di alimentare profeti e testimoni dell’essenziale. Lo stesso papa Francesco distingue l’annuncio della buona notizia dalla predicazione della chiesa romana.

 

Qualcuno ci prova

 

Se la povertà non è eliminabile dalla storia, e non potrebbe essere eliminata neppure dal solo accrescimento della ricchezza, alcune testimonianze, dal nord e dal sud, in ambiti diversi, di preti e di laici suscitano l’emozione e l’ammirazione dei presenti: esperienze di partecipazione per costruire vite diverse, libere dallo sfruttamento economico e sessuale, dalle mafie, dalla miseria, dalla tristezza. Dal lavoro della terra, all’attività turistica e alberghiera; dalla scuola al teatro; dalla condivisione della tavola all’istruzione professionale; dal raccogliere sulla strada giovani donne condannate alla prostituzione alla festa di carnevale organizzata in parrocchia.

E la spiritualità? La spiritualità è vivere da uomini, ritrovare dignità, voglia di vivere, gusto per la bellezza e certo anche, per chi lo crede, preghiera: comunque ritrovare l’umano che c’è in ciascuno (Alessandro Santoro). Peraltro occorre aver chiaro che è spesso difficile distinguere nell’agire in questi ambiti quanto concerne specificamente la dimensione spirituale, politica, sociale, economica e culturale (Antonio Loffredo). 

Queste testimonianze hanno fatto conoscere persone che non hanno nascosto fatica e preoccupazioni anche per i rischi, soprattutto quando si toccano interessi malavitosi o potenti, ma certo appassionate, con una carica di umanità che spesso si fa ironia e umorismo. Sono da una parte una forte spinta all’esame di coscienza perché non si presentano come supereroi, e dunque mi interpellano; dall’altra sono testimonianze di speranza, sacramento per tutti, come quel resto del popolo che assicura la fedeltà, davvero l’evangelico sale della terra: anche se non se lo vogliono sentire dire. 

 

Per concludere

 

«Mentre stiamo per sciogliere l’assemblea sinodale, possiamo per prima cosa essere sciolti da tutti i legami con i nostri peccati…» così nella preghiera Nulla est, Domine con cui sono stati chiusi i lavori: è caratteristico degli incontri promossi dal Vangelo che abbiamo ricevuto aprire e chiudere con un’antichissima preghiera e celebrare insieme l’eucarestia alla cui preparazione comune è dedicata un’intera serata. Già, i nostri peccati: mi convinco sempre che non posso farci niente, ma quel signore che dorme negli scatoloni non lontano da casa continua a starci, anche se spendo la miglior parte del mio tempo a studiare i problemi della povertà e molto più facessi per chi è in difficoltà. Forse, senza eludere i miei doveri, è un’icona della contraddizione di cui si diceva.   

Ho cercato di ripercorrere e di partecipare quello che ho potuto trattenere; riferire dell’atmosfera, dei problemi affrontati, senza la pretesa di esaurirne la ricchezza e aggiungendo mie considerazioni. Mi pare importante tenere presente il molteplice significato dei termini povero e povertà e centrale il chiarimento di che cosa significhi il vangelo annunciato ai poveri e quindi anche a me: se è impensabile eliminare la povertà, resta doveroso creare solidarietà (Giovanni Nicolini). Ci accompagna il richiamo a doveri per tutti,  praticabili subito e senza neppure sconvolgere l’esistenza: l’impegno culturale a comprendere e rimuovere tutte le possibili complicità e le cause, spesso ben identificabili compreso il personale stile di vita e di consumi; l’impegno politico, a partire dall’orientamento delle scelte elettorali selezionando competenze non condizionate da poteri economici; la determinazione a operare anche senza la sicurezza dei risultati; l’attenzione alle persone che non si vedono (Massimo Toschi); la gratuità nell’offrire tempo, competenze, servizi (Fabrizio Valletti); superare schemi e moralismi interrogandosi sull’efficacia, oltre alla correttezza, dell’agire perché l’annuncio del vangelo si avvera quando chi soffriva non soffre più. 

Tutto questo deve diventare impegno, senza alibi: ma anche senza dimenticare la povertà, anche la mia, come mistero, come spazio di annuncio per la profezia del regno, come attesa sofferente e carica di speranza anche quando ti pare che tutto vada bene, che l’intelligenza dell’uomo sappia controllare l’esistenza e organizzare la vita in modo convincente e soddisfacente. Naturalmente è da fare, ma forse quel signore che dorme nei cartoni mi ricorda, insieme al dovere di farmene carico, che l’annuncio del regno non è per i ricchi realizzati.

Ugo Basso

 

 
 

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