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IN MARGINE AL CONVEGNO DI ROMA, di Felice Scalia sj

 

Cari amici,

                  mentre scrivo il convegno affronta la sua ultima sessione. Mi dispiace di non essere con voi, di non celebrare l’Eucaristia con voi, ma problemi legati ad impegni pastorali mi hanno costretto a partire sabato sera.

Ovviamente sono ben lieto di constatare come “Il vangelo che abbiamo ricevuto” sia luogo di scambio, di ripensamenti, di arricchimento per tutti. Speriamo di poter continuare in questo servizio discreto ma prezioso al Vangelo e alla Chiesa. Il card. Martini dice che per la chiesa lui può solo pregare, noi ancora qualcosa pensiamo anche di poterla aggiungere alla preghiera.

Vi comunico alcune cose che non ho potuto dire in sala, dato il numero degli iscritti.

  1. Il nostro problema vero, di fondo, non è la chiesa, ma il mondo a cui la chiesa è mandata. Questo mondo di sofferenza immane per la maggior parte dell’umanità, e costituito (da sempre?) in “antiregno”. Per certi versi – aspettate per giudicare una espressione che sarà infelice – il nostro problema principale non è il Cristo, ma il “regno” che egli annunzia, inaugura, costruisce, testimonia, ecc. Il Regno! “L’altro lato della compassione di Cristo alla sofferenza umana” – mi pare abbia detto don Pino.
  2. Certo che il “regno” è connesso con la chiesa e, prima di tutto, con l’identità profonda del Cristo. Teologicamente questi sono temi di cristologia ed ecclesiologia trattati nei luoghi adatti, e certo non per passatempo. Noi siamo “oltre”. Nel senso che ci interroghiamo se questa nostra chiesa annunzia o no il Regno, se è strutturata in modo da essere segno della sua possibilità tra gli uomini. Noi ci interroghiamo se il Cristo delle nostre iniziazioni cristiane e delle nostre celebrazioni sia il Cristo del vangelo, oppure un altro Cristo – lo temeva anche Paolo che si potesse predicare un non-Cristo -  un Cristo più consono alla “istituzione-chiesa” che alla “chiesa-mistero-e-sacramento-di-salvezza” (che dovrebbe essere la norma della stessa istituzionalizzazione).
  3. Mi pare che tutti constatiamo l’inclinazione verso una maschera del Cristo che giustifichi il nostro disinteresse per questo mondo di dolore e la nostra preoccupazione di “salvare le anime” dopo la morte dei corpi. Oppure di un Cristo che, nei fatti, tramite la sua chiesa, impone una nuova corposa legge e dimentica il regime di “karis” assoluta, di Spirito, di libertà, in definitiva di quella libertà che è respiro dell’amore. Insomma una maschera che autorizzi a contare sui numeri, le apparenze, le devozioni, il fasto ecclesiastico, l’obbedienza ad una sola teologia e, in definitiva, ad un nuovo potere molto simile a quello che Gesù vietava come tipico dei dominatori di questo mondo che si fanno chiamare benefattori. Per me questo è interrogarmi sulla storia nostra a partire però dalla fede nel Cristo.
  4. Sempre la storia (si pensi – per puro esempio - agli appoggi dati dalla chiesa gerarchica ai regimi dittatoriali Latino Americani) ci dice che la chiesa scivola sempre più verso una acritica accettazione delle cose del mondo: le leggi del mercato, il latifondo, la priorità del diritto di proprietà dei ricchi che espropriano la terra ai poveri, l’economia creativa, la supremazia della finanza, la necessità dei “respingimenti”… Praticamente approva il “sistema” vigente, da cui ha protezione e privilegi. Ne consegue che, agli occhi dei poveri, la chiesa sta con chi sfrutta e domina il povero, con chi vive sulla sofferenza altrui. Salvo poi, naturalmente, a lenire e soccorrere le vittime di quel sistema che però mostra di approvare.
  5. Da ciò una terribile conseguenza: parliamo di un vangelo che la gente sente falso perché sente falsa la chiesa che lo annuncia ma lo tradisce. In un mondo che ha alla base la supremazia della forza (almeno agli occhi di tanti, benedetta dalla chiesa), che senso possono avere le parole di una omelia che parla di un vangelo svuotato della sua capacità profetica dalla stessa prassi degli uomini di chiesa? O noi ci distanziamo dalle precomprensioni di un mondo costruito oggi come è costruito, e annunziamo un “modo altro”, un “mondo altro”, oppure il vangelo resta un fatto letterario se non archeologico.
  6. Mi pare che questo il nostro gruppo (?) nei nostri convegni vorrebbe dire. O no? E perché ci si distanzi da vecchie contestazioni inutili, si vuole seminare il nuovo là dove il popolo di Dio c’è ed è capace di intuire, di sognare, di proiettarsi in avanti. Quando a Milano si disse che la “preghiera dei fedeli” poteva essere uno strumento perché l’assemblea cristiana si potesse riappropriare del “Vangelo che abbiamo ricevuto”, mi sembrava pochino. Nel nostro convegno si è toccato un punto nevralgico della attuale vita storica della chiesa: il potere. E lo si è fatto in ambito eucaristico. Quasi a dire: ritroviamo il volto dell’Eucaristia e ritroveremo il Regno, la Chiesa, il Cristo, il nostro battesimo, la nostra missione di battezzati nel mondo. Mi va bene. Fedeli e Celebrante ritrovino questa “narrazione aperta” che è l’Eucaristia. Cominceremo ad avere precomprensioni “altre” per agire nel mondo da cristiani e per non sopportare più che il Globo diventi un inferno con la benedizione dei battezzati. Se inferno dovesse essere, che inferno sia – mi viene a volte disperatamente di pensare – ma non con noi! Non con Cristo!

 

Un’ultima osservazione. Certo abbiamo bisogno – e quanto! - di ripensamenti teologici su molte cose (presidenza eucaristica, materia e forma nell’eucaristia, ammissione o no dei divorziati risposati all’Eucaristia…). Non mi pare però che i nostri siano, per sé, convegni di teologia sistematica. E neppure occasioni per la manifestazione di prassi, in sé giustificate, ma che possono farci diventare gruppo di semplice contestazione. Non giova a nessuno farci etichettare come “eretici” o roba del genere, in questa nostra epoca dove l’insulto diventa identità dell’insultato. Se di contestazione vogliamo parlare facciamolo pure, ma contestiamo una prassi storica che va alla radice della radice dei nostri problemi seri e laceranti. Problemi che tuttavia tutti viviamo. Dato che si è scelta la strada lunga, percorriamola con pazienza, nell’attesa che il Vangelo scardini vecchie certezze e ci dia il sapore dello Spirito di Dio.

 

Mi sento meno distante da voi che vi preparate a concludere il convegno, dopo questa lunga chiacchierata.

A tutti, buon cammino nella fede del Signore Gesù Cristo.

 

                                                                               Felice Scalia S.J.

 
 

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