HOME > INTERVENTI > NOI NON COSÌ, DI GIANCARLA CODRIGNANI

Noi non così, di Giancarla Codrignani

 

Dunque, "noi non così". Noi che pensiamo la centralità dell'eucaristia e che vediamo troppe persone presenti a un rito - per definizione catechistica - "cristiano", ma che "converte" poco la vita. Noi che troppe volte facciamo meditazione individuale durante la messa senza vera partecipazione perché sentiamo di non essere dentro una comunità autentica.

 

Che cosa propone oggi sull'esperienza centrale della fede la chiesa al suo massimo livello? Potrà essere suggestivo per le centinaia di migliaia di ragazzi presenti alla Giornata mondiale della gioventù a Madrid vedere il Papa anziano restare - come nelle altre celebrazioni nei vari paesi del mondo - in ginocchio in lunga "adorazione" dell'Eucaristia. Forse la devozione alimenta piuttosto la religione che la fede: Gesù condivide un regno che non prevede  umane regalità e umane sudditanze. Se, invece, i giovani dovessero sentirsi animati a leggere qualche testo ufficiale, potrebbero confermarsi non come cristiani adulti, consapevoli della presenza dello Spirito nel Vaticano II, ma come ignari veterocattolici, così devoti da lasciarsi imboccare  davanti a un altare come bambini. Come cittadini non uscirebbero dal modello - mettiamo -  del repubblicano americano medio, antiabortista e socialmente reazionario.

 

Gli scritti del Papa su Gesù inducono a ripercorrere strade ermeneuticamente senza sbocco: l'interpretazione dell'eucaristia come esclusivamente sacrificale riporta senza scampo a Trento e contrasta la gioia di una ritrovata resurrezione. Preoccupante, perché al tempo stesso il versante laico di mercato strumentalizza  in tvi rosari di santi e pontefici e la moda storica dei Templari, non a caso prediletti dal nazi-assassino norvegese.

 

Non fu un caso che il Vaticano II avesse rilevato la grande importanza della liturgia, come coinvolgimento del bisogno umano di senso simbolico. Oggi tutte le liturgie risultano asfittiche per l'impossibilità di leggerne i segni. Le stesse riforme conciliari attuate - e oggi rimesse in discussione - dell'abbandono del latino o del riposizionamento dell'altare, a distanza di cinquant'anni, sembrano poca cosa per una partecipazione testimoniale veramente "eucaristica" per i credenti del terzo millennio. Che cosa fece Gesù la sera della Pasqua? perché mandò avanti due dei suoi per preparare una cena e non il rituale? perché lavò i piedi ai futuri apostoli se non perché tutti servissimo gli uni gli altri? Fece dono del suo corpo all'umanità, non di una particola e di un calice. Non si trovano nei Vangeli gli addetti al culto persuasi ad agire 'in persona Christi', perché tutti facciamo memoria di lui. Né mai il Maestro impose obbedienze "dovute".

 

Il sacramento, infatti, si dà come dono e memoria esemplari: è perdono, gratuità, libertà, condivisione... affinché gli umani siano in grado di immettere nel mondo nonviolenza, pace, giustizia, mitezza, accoglienza allo straniero, salvaguardia del creato....

 

D'altra parte non è solo la chiesa cattolica a non accorgersi che un mondo sta crollando e che ne subentrerà un altro, migliore solo se non abbiamo paura di preparare un futuro necessariamente diverso, che nuovi segni dei tempi vengono prefigurando. Ma sarebbe grave per il cristianesimo di domani se la chiesa accettasse di tornare agli atti di culto formali compatibili con l'inosservanza privata dei precetti morali; se per la paura degli abbandoni rimuovesse le difficoltà e i dubbi del rinnovamento necessario; se continuasse ad interferire con la politica degli stati facendosi stato perfino con il richiamo dei nunzi quando i governi pretendono il rispetto della legalità laica e cercando - forse con l'aggravante della buona fede, come diceva don Milani - potere e Mammona. Il fallimento del San Raffaele non solo ha messo in luce la disponibilità a centralizzare i poli ospedalieri cattolici per lucrare future convenzioni quando la sanità statale verrà ulteriormente privatizzata; ma ha anche consentito la pubblicità del funerale religioso per un suicida che non era simile a Welby.

 

L'ultimo documento del gruppo di Dombes  prende le mosse dal Padre nostro ("Voi dunque pregate così"), la preghiera che trasforma i termini del modo di concepire la chiesa a seconda che il "nostro" sia inclusivo oppure esclusivo. Il documento tratta in particolare l'ecumenismo e giudica necessario rovesciare l'ordine delle identità confessionali, accettando la fine di un dialogo ormai impossibile se competitivo. "Osare dire 'Padre nostro' significa affermare una realtà nella fede, nella speranza, nella carità; ma è anche manifestare l'enorme mancanza della sua realizzazione nel nostro mondo e nella nostra storia.... La tensione fra il 'già' e il 'non ancora' dell'avvento del regno di Dio... rivela anche le insufficienze esistenziali e le nostre deviazioni ecclesiali in rapporto alle richieste di questa preghiera". Sono parole forti che valgono per ogni significato di quella fede che si incentra nell'eucaristia.

 

Concludendo: mentre è centrale non desistere dall'argomentare e discutere ad ogni livello secondo le opportunità di ciascuno (singoli e gruppi) le ragioni del non univoco credere cristiano, proprio l'eucaristia impegna sulla testimonianza, che va certamente al consolidamento delle nostre fraternità (come questa assemblea romana partita da Firenze) ma soprattutto all'apertura alle tematiche e alle pratiche della vita di tutti. Proprio chi è cristiano non può esimersi dal far partire il proprio impegno del rispetto della laicità: la cultura del nostro tempo non può assumere valori cattolici "non negoziabili", se non rispetta  valori di convivenza civile di   caratura etica non necessariamente religiosa. Il mondo è composto di diversità tra loro compatibili solo se nessuna radicalizza le proprie identità. C'è bisogno di politica seria, di recupero di responsabilità, anche fiscale (le chiese - come del resto i partiti - debbono poter contare sul contributo dei governi, essere esentate dall'Ici,  partecipare all'esercito con i cappellani e gli ordinari militari con titolo e stipendio di generale, divulgare per privilegio la propria confessione nelle scuole pubbliche oppure andrebbero più giustamente sostenute nei loro bisogni dal libero contributo dei fedeli?), di adozione coerente della nonviolenza in ogni situazione, di senso dell'uguaglianza e di giustizia nella vita sociale. Che, in attesa di diventare mondiale è, intanto italiana ed europea secondo principi costituzionali e civili compatibili con la dignità degli uomini e delle donne che vivono in tempo di conflitti.

 

 
 

Statusecclesiae.net