HOME > INTERVENTI > SULLA RELAZIONE DI BASE - MASSIMO TOSCHI

Ma tra voi non cosi  (Roma 17/18 settembre)

 

Ho letto parole belle e autorevoli sulla eucaristia, ispirate  dalla  eucaristia. Mi pare che il tema scelto per questo incontro sia assolutamente centrale nella vita cristiana, personale e comunitaria. Non ho da aggiungere dottrina a dottrina. Insieme rendiamo grazie  per questa comunione,che ci custodisce da viandanti nel tempo della crisi

 

Quando sono chiamato a dire parole sulla eucaristia , penso ad alcune eucaristie a cui il Signore attraverso la storia,la vita e la morte di alcune perone mi ha invitato in un modo specialissimo e unico..

 

In questo modo non intendo sottomettere alle mie simpatie, alle mie preferenze, alla mia storia, l’invito assoluto e gratuito del Signore alla sua mensa, che in ogni momento ricevo, alle mie.

 

E’ esattamente il contrario. Ogni giorno il Signore viene a bussare alla mia porta  e la scrittura continua “se tu mi aprirai io cenerò con te e starò con te. Ma in alcuni momenti questo invito ha la forza della vita e della testimonianza di un fratello, che ti chiama a rendere grazie con lui fino alla fine.

 

Per questo  il mistero del Signore in alcuni momenti della vita e della storia appare con una sua grazia specialissima ,come un viatico dentro la storia violenta del mondo.

 

Ne ricordo quattro,che hanno rappresentato come una visita del Signore nella mia vita, un passaggio per una testimonianza fino alla fine, per una diaconia dei poveri, per una comunione con tutti.

 

Oliveto

 

La prima avviene a Oliveto,sulla via tra Bologna e Modena. E’ il 6 gennaio 1996. Nella piccola chiesa parrocchiale don Giuseppe Dossetti celebra la liturgia dell’Epifania del Signore. Il sei gennaio 1956, quaranta anni prima, aveva consegnato al card. Lercaro la regola della piccola famiglia dell’Annunziata,era iniziato il cammino monastico di sorelle e fratelli,che il Signore aveva affidato al carisma di don Giuseppe.

 

Io arrivai da Lucca in una mattinata di neve. Eravamo in sei o sette alla celebrazione. Don Giuseppe era assai affaticato,dalla malattia,che poi lo avrebbe portato ala morte alla fine dell’anno. Ero andato, perchè mi sentivo chiamato da quella ricerca evangelica,che era nata a Bologna, sotto la paternità di Giacomo Lercaro e che aveva segnato profondamente la mia vita di discepolo del Signore in questo paese.,avendo avuto il dono di incontrare don Giuseppe,Pino Alberigo,il centro di documentazione e la piccola famiglia.

 

In quella eucaristia tutto arrivava ad unità e pace. Nello straordinario e intensissimo modo di celebrare di don Giuseppe, tutto quello che lui aveva seminato, veniva raccolto dal Signore e portato sull’altare: la pace, i poveri, la costituzione, le frontiere del mondo e della chiesa. E in quella piccola chiesa disadorna e fredda, la sua debolezza e la sua fragilità fisica, rendevano tutto ancora più luminoso e trasparente il vangelo.

 

In quella eucaristia, l’ultima, presieduta da don Giuseppe a cui io ho partecipato,il Signore consegnava misteriosamente ma realmente alla sua chiesa una ricerca di una nuova fecondità del vangelo nella storia. Veniva trasmessa a me e a tutti la grazia della visita di Dio che si era compiuta nella storia di questo prete e che aveva chiamato molti a comprendere in modo nuovo l’evangelo e prefigurare una comunità di credenti affidati alla .parola  e ai poveri, alle scritture e alla pace, dentro la storia, senza protezioni, garanzie, privilegi di potere.

 

Monastero di Thibirime 15 marzo 1998

 

E’ a tutti noto il martirio in Algeria dei sette monaci di Tibhirime, uccisi il 21 maggio 1996, le cui teste sono sepolte nel giardino di quel monastero. Ero rimasto molto colpito dal testamento di frere Christian, il priore della comunità. Alla fine di agosto nel 1997 venni invitato dall’arcivescovo di Algeri mons. Teissier a fare visita a quella chiesa e a quel popolo, mentre infuriava la violenza terroristica. Nel marzo potei finalmente andare con mia moglie ad Algeri e a Tibhirime.

 

Pregai davanti alle sette pietre indicanti le sette tombe dei sette monaci. Celebrammo l’eucaristia nella cappella dei monaci: presiedeva mons. Teissier, concelebravano il padre gilles Nicolas, grande amico di frere Christian, padre Robert, in quel momento unico custode del monastero. Partecipavamo io,mia moglie e un amico   lucchese, che ci aveva accompagnato. In un silenzio profondissimo.

 

Eravamo sei cristiani in una regione di un milione e mezzo di musulmani,attraversata dalla devastazione del terrorismo. Compivamo questo gesto per noi o per tutti? Che senso poteva avere quella eucaristia? A cosa poteva servire  per noi, che tutto misuriamo su un pastoralismo attivistico che non porta da nessuna parte? Mentre molti pensano  che l’eucaristia e’ per i cristiani, mentre e’ per tutti, che rapporto c’era tra quella eucaristia e il popolo dell’islam? E l’eucaristia celebrata in quella chiesa non era un guardare il popolo dell’islam con gli occhi di Dio?

 

Quella celebrazione non aveva nessun fine, nessuna utilità, non rispondeva a nessuna strategia  o progetto. Era compiuta come perfetta obbedienza al Signore: fate questo in memoria di me. Quel monastero costruito come avamposto cristiano verso e contro l’islam, nel suo impoverimento, era diventato assolutamente parlante  ai contadini musulmani di quella regione, che con i monaci avevano vissuto la gioia della condivisione. L’eucaristia celebrata in quel monastero diventava il segno di una chiesa a mani vuote, che accoglieva e serviva tutti con i mezzi poveri dell’amore fino a dare la vita.

 

Quasi come una consegna, al termine di quella eucaristia, arrivò una telefonata. Fui invitato a visitare l’ospedale di Medea, incontrai un ragazzo con una gamba amputata. In realtà  a questo ragazzo era stata amputata la vita. Dare una protesi  allora  era sconfiggere il terrorismo. L’eucaristia aveva la misura di una protesi. Questo mi ha cambiato la vita e quella eucaristia e quell ’incontro mi hanno messo sulla strada delle vittime. Un ragazzo musulmano mi aveva convertito al vangelo vissuto

 

La messa  di Piera 12 aprile 2002.

 

La messa pasquale di Piera avviene nella gloria di Dio. Le vesti bianche, il canto, il suono delle campane ricordavano la pasqua, celebrata dieci giorni prima. Come dice Gesù  per la morte di Lazzaro: questa malattia non e’ per la morte ma per la gloria Dio. Davvero una liturgia come compimento di una vita di ascolto, di attenzione alle persone, di servizio a tutti, uno per uno.

 

Un mio amico non  credente, alla fine della celebrazione, abbracciandomi mi disse: io ho capito che c’e’ stato un combattimento tra tua moglie e la morte, ma ha vinto tua moglie. In una frase aveva capito l’eucaristia e la vita di mia moglie in una perfetta sovrapposizione.

 

Certo rimaneva  tutto il dolore di una partenza, ma vissuto nella pace di un compimento a cui non mancarono i bimbi palestinesi di Betlemme, le ragazze di strada, che aveva accompagnato, i “mattoni” (i grandi matti) di don Daniele. Tutti quelli incontrati nella vita professionale e di carità. che aveva fatto di mia moglie un punto di riferimento per molti. Senza ostentazioni, senza retorica , secondo uno stile di accoglienza, che tutti capivano, anche i non credenti, con una attenzione speciale ai più piccoli.

Allora l’eucaristia diventa viatico sulla strada della vita,raccogliendo tutti i piccoli chicchi per fare l’unico pane,non disperdendo nulla dello sperare e del disperare del mondo.

Davvero il seme che muore per produrre molto frutto

 

Eucaristia all’OPG

 

L’ultima delle quattro eucaristie si compie il 3 dicembre 2003. Avviene  nella cappella dell’OPG di Reggio Emilia, per consacrarla alla memoria del beato Giovanni XXIII, che all’inizio del suo pontificato era uscito dal vaticano per andare a visitare i carcerati di Regina Coeli a Roma.

 

L’OPG e’ qualcosa di più terribile dei carceri terribili, in cui vivono schiacciati, tre sessanta mila persone in tutta l’Italia. E quella messa a Reggio Emilia mi ha consegnato il volto di Gesù nel volto di quelle persone, segnate tutte da storie violente e drammatiche. I cancelli che si aprono e si chiudono, le grida di coloro che rimangono chiusi nelle celle, il personale che condivide la vita disumana di queste persone

 

Comprendere che l’eucaristia il Signore l’ha preparata innanzi tutto per loro e proprio perchè e’ stata preparata per loro,che anche io ne posso gustare e gioire. Non e’ vero il contrario. Papa Giovanni e il Signore erano davvero a casa loro, con i più piccoli dei loro fratelli. In questo la logica del mondo e del suo odio era rovesciato nella benedizione di Dio e del suo amore.

 

 

Ecco queste quattro eucaristie rappresentano per me il magistero del Signore sul pane spezzato, non nel segno della dottrina ma della visita, non dell’imponenza delle liturgie ma nella radicalità della fede, non nei frastuoni i e nei colori ma nel silenzio e nella solitudine, non per conquistare il mondo e vincerlo, ma semplicemente per amarlo, come Lui ci ha insegnato.

 

 

Massimo Toschi

 
 

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