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Dario Maggi

Dialogare sine ira: riflessioni su un episodio della chiesa milanese.

 

Cara Licinia Magrini e cari membri del gruppo promotore del prossimo incontro, a Brescia, de Il vangelo che abbiamo ricevuto, 

questa mail contiene una proposta per una possibile riflessione comune a partire da un episodio recentissimo (e da qui il ritardo di questa proposta, di cui mi scuso) della vita ecclesiale milanese. Invio la mail anche ad alcuni singoli membri del gruppo promotore con cui sono in contatto, anche per riceverne eventuali osservazioni personali.

 

Anzitutto, per chi, fuori Milano, non ne fosse a conoscenza, un breve riassunto dei fatti:

- all'inizio di maggio 2012 il quotidiano Il fatto ha reso nota una lettera riservata (datata marzo 2011) del rev. Carrón, presidente della fraternità di Comunione e liberazione, in cui erano contenuti alcuni giudizi molto critici nei confronti della gestione della diocesi di Milano negli ultimi trent'anni (periodo di tempo che coincide esattamente con gli episcopati dei Cardinali Martini e Tettamanzi);

- a metà maggio, a margine di un incontro di un piccolo gruppo di fedeli che si riunisce periodicamente a Milano per discutere di fede nel mondo d'oggi (incontro cui partecipava chi scrive), qualcuno ha lanciato l'idea di inviare una lettera che difendesse l'operato dei due vescovi;

- qualche giorno più tardi ho redatto il testo della Risposta alla lettera del rev. Carrón (allegato), che è stato rivisto con alcuni amici e poi fatto circolare via mail, proponendone la sottoscrizione a chi fosse d'accordo;

- fin dal principio ho dichiarato che il testo sarebbe stato reso pubblico, con invio alla stampa, sia laica che 'confessionale'; nei dieci giorni seguenti, non senza sorpresa da parte mia, il testo ha raccolto l'adesione di 550 persone, presbiteri, religiosi e religiose, laici, tra cui persone impegnate nel sociale e in politica, docenti universitari, semplici fedeli;

- la notizia è uscita sulla stampa (cronaca cittadina di Repubblica, Corriere, Avvenire) tra l'8 e il 9 giugno; l'8 giugno se ne è discusso in consiglio presbiterale ed è uscito un comunicato sul sito della diocesi (allegato); - alla fine, il materiale (testo e firme di adesione) è stato inviato ai tre vescovi della città (due emeriti e uno in carica).

 

Ciò che mi parrebbe utile discutere brevemente a Brescia - non certo una relazione, ma il semplice racconto/testimonianza di un episodio della chiesa milanese - non è tanto il fatto in sé, quanto un confronto sullo "stile" ecclesiale con cui l'episodio è stato condotto: lungo i dieci giorni della raccolta firme si è sviluppato un dibattito da un lato con chi annunciava il proprio diniego alla firma motivandolo in vari modi; d'altro lato con chi annunciava il proprio assenso alla firma, ma formulando delle perplessità o proponendo modalità alternative, soprattutto sul punto della pubblicità.

In alcune delle questioni sollevate da queste varie obiezioni sono in gioco questioni che a mio parere toccano la situazione di Chiesa in cui stiamo vivendo e in definitiva il nostro essere Chiesa di relazioni basata sull'Eucarestia (per usare i termini della Lettera annuncio del convegno di Brescia) e forse in ultima analisi anche il nostro modo di rapportarci al Vangelo del Regno.

 

Le obiezioni più significative dal punto di vista ecclesiale di chi ha negato la firma (dando comunque per scontata la possibilità di miei fraintendimenti) si possono ricondurre ai punti seguenti:

- 1. un certo disagio legato al fatto di discutere in pubblico su di un testo che doveva rimanere riservato;

- 2. giuste o sbagliate che siano, le considerazioni del rev. Carrón esprimono un pensiero (suo o del suo gruppo) che a lui era stato richiesto di fornire ex officio e al quale quindi non poteva sottrarsi;

- 3. rendere pubblica la Risposta servirà solo a manifestare l'ennesimo litigio tra cattolici, e sarà motivo di scandalo per chi vi assiste, credente o non credente che sia;

- 4. un dialogo con certe persone o gruppi è impossibile (la Risposta, anche se non era indirizzata direttamente al rev. Carrón, controbatteva, citandoli, alcuni dei suoi argomenti);

- 5. la Risposta provocherebbe una reazione che darebbe modo a molti di criticare ulteriormente i punti più controversi dell'operato dei due vescovi in gioco, e alla fine i danni alla loro reputazione sarebbero maggiori della difesa del loro operato; 

- 6. la pubblicità data alle firme raccolte mostrerebbe l'appartenenza "martiniana" dei (verosimilmente pochi) firmatari e in definitiva metterebbe a rischio le iniziative più avanzate della diocesi, in particolare quelle ecumeniche; 

A queste, si aggiungono le obiezioni di chi ha firmato suggerendo modifiche. Quella più significativa mi pare la seguente:

- Il testo della Risposta, in spirito evangelico, non dovrebbe essere inviato subito ai giornali, ma a don Carrón e al vescovo in forma privata, sollecitando una risposta e prospettando una successiva notifica ai giornali.

Un'ultima osservazione riguarda una certa quota delle lettere di adesione, che erano accompagnate da espressioni di vivace condanna della controparte, condanna che a volte sconfinava nell'animosità.

Io ho il massimo rispetto per la libertà di coscienza di chi ha formulato le obiezioni che ho descritto - che del resto io stesso mi ero in parte posto e so che altri tra i firmatari vi avevano riflettuto - tuttavia nelle risposte che ho dato e nella mia riflessione (condotta personalmente e con altri) hanno prevalso altre considerazioni, che sono le seguenti:

- 1. l'analisi di don Carrón - sia pure contro la sua volontà - è diventata pubblica, e quindi la replica non può che essere pubblica;

- 2. il fatto che la notizia sia resa pubblica risponde anche a una duplice responsabilità, la prima verso i nostri compagni di fede, l'altra verso tutti i cittadini: quanto alla prima, penso che la Chiesa non abbia che da guadagnare da un dialogo svolto alla luce del sole, senza sotterfugi e senza mormorazioni di sagrestia; penso che sia necessaria nella Chiesa la capacità di parlarsi guardandosi negli occhi e con carità, invece che criticarsi alle spalle, e questo atteggiamento mi sembra più vicino all'evangelico parlare dicendo "sì, sì, no, no";

- 3. quanto alla responsabilità verso tutti i cittadini, i non credenti e la società nella quale siamo immersi, penso sia necessario mostrare da un lato che i cristiani riescono a parlarsi, anche quando non sono d'accordo su qualcosa; e dall'altro mostrare pubblicamente che un modo diverso di pensare e vivere la Chiesa (rispetto a quello prospettato dal rev. Carrón) è possibile;

- 4. è vero che il rev. Carrón aveva tutto il diritto di esprimere le sue convinzioni, ma questo non esclude affatto che qualcuno - argomentando con carità - gli contesti la fondatezza dei suoi argomenti; questa procedura è del tutto normale all'interno della società laica in cui viviamo (dato che per fortuna non siamo più in regime di cristianità), e mi sembra un buon metodo di discussione anche all'interno della Chiesa;

- 5. la scelta di non sottoporre in modo preventivo la questione al giudizio del vescovo in carica - opzione che certo può urtare la sensibilità di alcuni - a me (e suppongo ai firmatari) sembra vada fatta discendere dalle responsabilità che il concilio, in particolare la Gaudiun et spes, attribuisce ai laici nella Chiesa; 

- 6. l'affermazione che "un dialogo con certe persone è impossibile", anche se eventualmente confermata dai fatti, esprime un giudizio che rischia di portarci lontano dal Vangelo che abbiamo ricevuto; 

- 7. è vero che ogni posizione pubblica espone al rischio di fraintendimenti e di danni ulteriori, ma le ragioni della cautela vanno confrontate con quelle della dignità e della responsabilità nei confronti della Chiesa e della nostra fede.

 

In definitiva da tutto ciò a me restano in sospeso alcune questioni di fondo:

- che cosa vuol dire essere in comunione anche con quanti nella Chiesa non la pensano come noi, ad esempio i ciellini o i seguaci di Lefebvre? Abbiamo in comune con essi l'Eucaristia: qual è il significato di un'Eucaristia in un contesto di divisione su molte altre cose? Quali sono le esigenze che la fedeltà all'annuncio del vangelo del regno ci pone in proposito? Qual è il punto di confine tra correzione fraterna e atteggiamento di presunzione nei confronti degli altri?

- noi critichiamo - e giustamente - una Chiesa incapace di ascoltare. Ma quanto noi stessi siamo coinvolti in questo atteggiamento, non tanto forse nei confronti del mondo che ci circonda, quanto nei confronti dei nostri fratelli di fede?

- l'ecumenismo, l'attenzione verso le altre religioni, l'ascolto di chi ci è più lontano nella dimensione dello spazio geografico o della cultura sono obiettivi cui (si spera) tutti tendiamo. In che misura questo atteggiamento è ostacolato dalle divisioni con chi ci è più vicino?

- esistono di fatto nella Chiesa opzioni diverse su cosa voglia dire pensare e vivere la Chiesa, e anche interpretazioni diverse di cosa comporti una fedeltà al vangelo del regno che abbiamo ricevuto. Il rischio di credere di essere nel giusto e la conseguente 'arroganza della verità' è anche nostro. Il rischio di pensare di possedere la verità può allontanare anche noi stessi da una fedeltà al vangelo. Se un dialogo, che va svolto sine ira, deve esistere, esso non può essere che con chi non è d'accordo con noi.

 

La risposta teorica a queste questioni è forse ovvia. La risposta nei fatti, nel concreto della nostra vita ecclesiale, e nella nostra incapacità ad essere fedeli al Vangelo, mi sembra molto più incerta. Appunto per questo forse vale la pena di parlarne assieme.

 

 

Dario Maggi
Milano, 17 giugno 2012


Icon Dal sito della diocesi di Milano: caso CARRON (52.3 KB)

Qui la risposta di Maggi a Carron:

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