HOME > INTERVENTI > VERSO BRESCIA/7: LETTERA APERTA DEL LABORATORIO SINODALE LAICALE

Lettera aperta Laboratorio Sinodale Laicale (LaSiLa)

Da una postazione minore

La famiglia e le famiglie

Nelle intenzioni, e forse ancor più nei sogni, di coloro che l’hanno stesa, questa lettera vorrebbe essere a cielo aperto, nel desiderio di dare voce e chiedere voce al di là di ogni rigida appartenenza.
La lettera proviene da un Laboratorio di credenti, di non credenti e diversamente credenti, fondamentalmente da uomini e donne che si interrogano. Ci siamo incontrati, in questi mesi che hanno preceduto
l’Incontro mondiale delle Famiglie, con l’intenzione di essere da un lato fedeli al vangelo che abbiamo ricevuto e dall’altro di essere fedeli alle donne e agli uomini del nostro tempo, uomini e donne non impalliditi nell’astrattezza di una categoria ma colti e amati nella concretezza delle loro storie.

Abbiamo preferito scrivere ad evento concluso. Non ci appassionava infatti desiderio di contrapposizione o di polemiche, non è questo che ci sta a cuore. Ci conduce invece, come accennavamo, desiderio di fedeltà al vangelo e alla storia concreta delle famiglie che oggi incrociamo, con cui ci accompagniamo.

Sappiamo di essere voce debole, ma crediamo, ingenuamente forse, ma testardamente, nell’efficacia disarmata del passa parola di coloro che non contano o contano poco, e null’altro desideriamo se non che nelle nostre parole e nei nostri atteggiamenti si possa in qualche misura rinvenire una eco, piccola certo, ma ci augureremmo autentica, del vangelo. L’esperienza infatti ci insegna quotidianamente che il vangelo di Gesù di Nazaret ancora oggi ha un fascino che travalica i confini strettamente istituzionali e dà respiro e bellezza alla vita di tanti.

L’impressione che ci sembrò di cogliere prevalente, nei lunghi mesi di preparazione dell’evento, fu quella di una declinazione alta, a volte, oseremmo dire, altisonante, della realtà della famiglia, con una trasmissione per lo più a senso unico dall’alto in basso, si trattava per lo più di recepire ciò che nelle stanze alte si era pensato e programmato. Un messaggio, si arrivò a dirlo, per famiglie “normocomposte”.

Ci parve opportuno nei mesi che precedettero scegliere un altro stile e di privilegiare una postazione diversa da cui osservare, sospinti da una indicazione evangelica suggerita da un Vescovo che negli anni in cui fu in mezzo a noi era solito dirci che sognava una chiesa che non parlasse prima di aver ascoltato, che parlasse solo dopo aver ascoltato. Fedeli all’indicazione del card. Carlo Maria Martini, ci parve prioritario ascoltare. Ascoltare famiglie del nostro tempo, diremmo raccoglierne le storie, a volte i gridi. Sfuggendo all’inganno di imprigionarle tutte in unico schema.

Più ascoltavamo e più raccoglievamo storie, più esse ci sembravano sfuggire all’ingenuità imperdonabile di chi ha la pretesa di omologarle. C’è qualcosa di indefinibile in ciascuna, davanti a cui sostare come davanti al mistero, il mistero della vita. Per questo ci sembravano povere e impoverenti le visioni che, assolutizzando un solo modello di famiglia, riducevano corposamente, in modo sconcertante, la realtà che sta davanti ai nostri occhi.

Per quel tanto che ci è rimasto nel cuore del vangelo, ci è venuto spontaneo chiederci dove andrebbero oggi gli occhi di Gesù. Lui che raccoglieva frammenti di pane, lui che fasciava canne incrinate, lui che dava un goccio d’olio, a speranza, a lucignoli in vigilia di estinzione. Se da un lato infatti ci sembra evangelico e fecondo sostenere– e non semplicemente proclamare –orizzonti alti, quelli di un amore che tenga in sé la promessa del “tutta la vita”, dall’altra ci sembra altrettanto urgente ed evangelico chinarci sulle storie che portano segni di sofferenza e ferite, ascoltarne le voci, indicare e promuoverne i segni positivi, e non pochi, che al di là di quello che si pensa, vi sono custoditi.

Ebbene nei giorni dell’incontro mondiale delle famiglie, più volte avvertimmo con vera sofferenza come queste voci, in mancanza di un posto per loro, in assenza di un vero appassionato ascolto delle loro storie, patissero il senso di un’esclusione, quasi che coloro che le incarnavano fossero stranieri clandestini, quasi non fosse data loro dignità di valori e di appartenenza. L’incontro che si declinava come mondiale giocoforza finiva per mettere la sua attenzione su una porzione esigua del mondo delle famiglie se è vero, come le statistiche vengono a dirci che le unioni di fatto, per esempio, nel nostro paese raggiungono il 25% e il tasso dei divorzi si avvia ad attestarsi sulla metà delle unioni. Accennava a questa realtà problematica anni fa il Card. Martini in un suo discorso, alla vigilia di S. Ambrogio dell’anno 2000 e aggiungeva: “Bastino questi cenni per dare la misura delle sfide portate alla famiglia e per suggerire a me e a noi, uomini di Chiesa, sobrietà e comprensione. La sobrietà verso chi è alle prese con la prosa, talvolta con la durezza della vita familiare ordinaria che corre lungo binari lontani dai toni un po' artificiali di certa nostra enfatica predicazione. La comprensione, per non incappare nella censura evangelica di chi disinvoltamente prescrive ad altri pesi soverchianti (cfr. Mt 23,4)”.

Confessiamo di aver colto con gioia la dichiarazione di una vicinanza in un passaggio di Papa Benedetto XVI nel suo intervento all’incontro mondiale di Milano: “Sappiate” disse “che il Papa e la Chiesa vi sostengono nella vostra fatica. Vi incoraggio a rimanere uniti alle vostre comunità, mentre auspico che le diocesi realizzino adeguate iniziative di accoglienze e vicinanza”.

Ci sembra di poter dire che accoglienza e vicinanza sono parole che, se da un lato ci donano respiro, dall’altro rischiano il pericolo di scolorirsi se non c’è riconoscimento, se persiste una sorta di sospetto, se il rapporto è tra chi si considera anfora piena e chi è considerato anfora vuota o tutt’al più anfora fessurata.

Possiamo oggi, in presenza di tante altre realtà che non si collocano tra le famiglie cosiddette “normocomposte”, affermare che non esistono vere relazioni di famiglia al loro interno e dunque non possono essere considerate famiglia? Lo possiamo dire senza ferire la verità e le persone? Siamo entrati nelle loro case, siamo rimasti in silenzio ad ascoltare, a guardare, con occhi fatti aperti dall’amore, la vita che vi pulsa, per coglierne tutta la passione e la verità, le gioie e le sofferenze?

Non assistiamo forse a esperienze di profondi legami familiari anche in altre case? E non è forse la verità della relazione a dire l’intensità di una vita famigliare? Come abbiamo sentito sottolineare più volte in questi mesi in incontri promossi a Milano dal Coordinamento 9 marzo, in incontri in cui si diede voce a persone che vivono situazioni che sbrigativamente, molto sbrigativamente, alcuni chiamano “non normali”. “Ma che cosa caratterizza la relazione che fa famiglia?” abbiamo letto in una introduzione a un loro Convegno “Ovviamente il punto di partenza è la coppia, che sceglie di entrare in un

rapporto particolare basato sull’amore, sullo scambio di attenzione e accompagnamento, sul reciproco riferirsi, su un progetto comune, su una prospettiva di vita; e che considera la ‘relazione’ un cammino, un percorso, una specie di ‘lavori in corso’ da incrementare continuamente. Non un dato da considerarsi scontato, ma appunto,un percorso dinamico”.

Non possiamo non chiederci che cosa significhi dire vicinanza e accoglienza se da un lato invitiamo alla Cena del Signore e, nell’atto stesso in cui invitiamo, escludiamo, rifiutando a chi è venuto il pane della Cena del Signore. Non ci fa problema, da un punto di vista del vangelo, dire: “Venite alla cena che racconta l’inimmaginabile” – ci racconta di Gesù, di lui che il suo pane, la sua vita, li dona a noi che non meritiamo – creando all’interno della sua memoria la categoria di quelli che meritano il pane e di quelli che non lo meritano? Noi forse lo meritiamo? Ma non è tradire l’inimmaginabile, l’incondizionatezza del suo amore? Sono domande che pesano sul cuore. Sul nostro cuore e sul cuore di coloro che in questi mesi abbiamo incontrato. Sono domande che pesano, a nostro avviso, come macigni sul vangelo. Le poniamo per fedeltà al vangelo che abbiamo ricevuto.

Abbiamo desiderato che questa nostra lettera desse voce a chi non ha avuto e forse non ha voce. Per questo con grande rispetto, simpatia e passione abbiamo raccolto tra i documenti che accompagnano la nostra lettera- e osiamo indicarle come le pagine da privilegiare in una lettura- le voci che ci raccontano storie di altre famiglie, storie sofferte di esperienze di chiesa dove la legge a volte sembra uccidere lo spirito, dove l’assenza di rispetto per il viso dell’altro sembra svelare una impietosa stellare distanza dal modo di pensare, di atteggiarsi, di agire, dal modo di essere di Gesù. Come se se ne fossero dimenticate le orme. Una assenza di pietas, a dir poco inquietante in coloro che seguono un Rabbi che scopriva fede in territori pagani, a volte più grande che non in quelli del suo popolo.

Ebbene la nostra lettera aperta vorrebbe risvegliare la memoria di Gesù di Nazaret e del suo vangelo in particolare in chi fosse stato allontanato da chiusure e spietatezze e dare segno di una presenza di sorelle e fratelli che, pur con tutte le loro fragilità e debolezze, credono nelle orme di Gesù e cercano di custodirne la memoria.

Milano, 1 luglio 2012

Abbiamo raccolto storie e gridi delle famiglie di oggi che in parte alleghiamo alla presente lettera aperta come sua parte integrante.
Chi fosse interessato a ricevere la documentazione prodotta attraverso il lavoro dei gruppi può scrivere all’indirizzo mail la.sila@libero.it

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Storie e gridi di famiglie: lettere

 

Non so bene da dove incominciare. Quello che so è che quello che ti insegnano da piccoli è ben diverso da quello che si rivela da grandi. Da piccoli ti insegnano che la Chiesa è come una grande Famiglia, dove ti puoi rifugiare nei momenti di dolore, di confusione, di disperazione, ma dove puoi anche condividere gioie, felicità e soddisfazioni. Da piccoli ti insegnano che non si deve emarginare il prossimo, che si deve porgere l’altra guancia, che tutti sono accetti nella casa del Padre. Peccato che quando diventi grande, ed affronti tutte le avversità a cui la vita ti sottopone, non è così, perché purtroppo non puoi tuffarti nelle braccia della Famiglia della Chiesa perché quella stessa Chiesa che ti hanno insegnato ad amare ti gira le spalle ed inevitabilmente ti emargina, ti confina, ti allontana.

La mia storia non è un granché complicata, ma densa di episodi che mi hanno costretta a chiudere un matrimonio che era tale solo come facciata. Non potevo più fare finta di essere parte di una famiglia felice, perché non lo ero. Nessuno di noi lo era. Soprattutto non lo erano i miei figli. Ho sperato che le cose cambiassero, ho cercato perfino di cambiare me stessa pur di cambiare questa situazione familiare che proprio per me non andava. E quando confessavo al parroco i miei dubbi e le mie paure mi sentivo dire che dovevo confidare in Dio e sopportare perché questo è quello che fa una brava cristiana. Ma poi, dopo 10 anni, ho deciso che ero stata buona per troppo tempo e che dovevo fare qualcosa per salvare il salvabile. E lo dovevo fare per me e per i miei figli. Così è cominciata la mia vita da separata, che comunque continuava a frequentare la Chiesa, che insegnava ai figli ad amare Dio aiutandoli a percorrere la loro strada verso i sacramenti con il catechismo. Però che strano...adesso nessuno mi cercava più per coinvolgermi nelle attività della Parrocchia.

Arriva la vigilia della Comunione di mio figlio Mirko e vado a confessarmi. Il prete mi nega l’assoluzione se prima non “rimettevo insieme il tuo matrimonio”. Inutile dire che non ho voluto l’assoluzione. Comunque la mia vita da cristiana è proseguita più o meno tranquillamente per qualche anno ancora. Da brava cristiana mi recavo a Messa, ci portavo i miei ragazzi ma rimanevo sempre in disparte perché comunque non mi sentivo più parte di questa Famiglia. Poi è arrivata la Cresima di mio figlio. Mirko. Gli chiesi chi desiderava avere come padrino e lui mi rispose “Mirko“, il mio compagno di vita, anche lui separato. Qui sono cominciati i problemi da parte del parroco della nostra Chiesa (diverso da quello della Comunione), perché non aveva nessuna intenzione di fare cresimare mio figlio a causa del padrino da lui scelto perché separato. Alla mia affermazione che non avevamo altre soluzioni mi disse testualmente:“gli daremo un padrino d’ufficio, scelto tra i migliori cristiani della parrocchia, altrimenti non riceverà il sacramento”. Il mio sgomento fu totale. E ancora oggi sono convinta che per lui ci fossero cristiani di serie A e di serie B. Cosi mi sono recata in una parrocchia vicina, dove mi avevano detto che sarebbe stato diverso. Ho parlato in tutta onestà con questo nuovo parroco, sono stata altrettanto onesta egli mi ha risposto che a lui non interessava il nostro stato civile ma che il ragazzo ricevesse il sacramento. E così fu.

A distanza di anni ci rido sopra, ma questa è stata una cosa che mi ha fatto soffrire molto, perché si rifletteva sui miei figli che non avevano colpa, e perché mi ha fatto sentire davvero emarginata. Qualcuno ogni tanto parlandone mi dice : “tu la Comunione falla lo stesso, tanto nessuno lo sa che sei divorziata”. Ma io non ci riesco. Che senso ha? Prendo in giro proprio il Signore e me stessa? Così con il tempo ho imparato a pregare per conto mio perché nella casa del Padre non mi sento più bene accetta. E sono sicura che per lui va bene così. Adesso però c’è ancora una cosa che devo dirvi, che nessuno al di la di me e del mio attuale marito conosce, che la Chiesa aborre. L’omosessualità. Perché mio figlio Mirko è omosessuale. Me lo ha rivelato più di un anno fa, con l’aiuto di una psicologa. E’ stato un vero e proprio choc, un trauma che ho

cominciato a superare solo nell’ultimo periodo. Come spiegato dalla psicologa, ci sono diversi tipi di omosessualità e lui è del tipo genetico, cioè lo è dal concepimento. Ma non è malato. E’ cosi. E’dolce, sensibile, gentile, ma per fortuna anche serio, forte e determinato. E quando sento che la Chiesa dice che i gay “devono essere curati” sinceramente mi cascano le braccia, perché anche loro sono parte della Famiglia cristiana, e anche loro devono essere sostenuti e non emarginati così anche lui si è distaccato dalla vita della parrocchia (complice anche il fatto che la sua testa da scienziato va a cozzare con le teorie della Chiesa ).

Io non so se avete idea di quanti ragazzi gay debbano tenere nascosto la loro realtà alle famiglie, alla Chiesa, alla società perché non sono accettati! Se almeno la Chiesa accettasse questa realtà che esiste da sempre! Permetterebbe a tanti giovani di vivere una vita più semplice, alla luce del sole, permettendogli di non finire su cattive strade... Non avete idea della dolcezza nei loro occhi quando sanno che tu sai e non li giudichi e li accetti! A questo punto credo di avere detto tutto l’essenziale mi rimane tuttavia una domanda: Perché io separata non posso ricevere l’Eucarestia, mentre non viene negata a persone che vivono la mia stessa situazione ma nella società rivestono ruoli importanti?! Ci sono davvero parrocchiani di serie A e di serie B?

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Ci siamo sposati in municipio 17 anni fa in quanto uno dei due era divorziato. Non vi è dubbio per ognuno di noi due che il periodo più fecondo e più intenso della nostra vita è stato ed è tutt’ora questo periodo di vita insieme. Siamo credenti e praticanti: la luce del Signore e la preghiera, che sono una costante del nostro rapporto, mitigano purtroppo solo in parte quella silenziosa e dura sofferenza data dal divieto di partecipare all’eucarestia. 11 anni fa, non avendo avuto propri figli biologici, abbiamo deciso di adottare un bambino. Dopo tante difficoltà siamo riusciti ad adottare un bimbo russo. Abbiamo vissuto questa esperienza come un grande dono del Signore. Il nostro stare insieme ci ha insegnato che la fecondità non è solo un fattore biologico, ma è soprattutto uno stile di vita: è l’amore per la vita stessa.

Dovendo registrare in curia il battesimo effettuato con il rito ortodosso di nostro figlio, ci siamo informati sulle differenze che esistono tra cattolicesimo e rito ortodosso riguardo la disciplina dei sacramenti. Siamo rimasti sconcertati ed amareggiati nel sapere che per gli ortodossi divorziati è consentito fare la comunione. Perché nella chiesa cattolica i divorziati non possono avvicinarsi a questo sacramento? Il pane vivo dell'ultima cena, che è Gesù stesso, è l'espressione più grande dell'amore di Dio. Gesù, nell'ultima cena ha spezzato il pane in dodici parti. Anche Giuda ha ricevuto la sua parte di pane spezzato. Gesù non ha fatto la lista dei buoni e dei cattivi. Il suo dono è stato universale. Come può l'uomo attraverso regole umane impedire a Gesù stesso (“fate questo in memoria di me”) di donarsi visto che Lui stesso si è donato incondizionatamente e totalmente? Se fosse una regola dettata dallo Spirito, e quindi universale, perché la chiesa ortodossa non l’ha recepita? Sono domande che ogni domenica si ripresentano dentro di noi. Anche nostro figlio ultimamente ci ha chiesto: perché non andate anche voi a fare la comunione? Non abbiamo saputo rispondere.

Rispetto alla comunità parrocchiale e alle attività collegate ci sentiamo diversi ed emarginati in quanto certe attività ci sono precluse. Diverse volte abbiamo sentito omelie che ci hanno colpevolizzato con giudizi generalizzati e superficiali. La tentazione forte è di cercare una via d’uscita al di fuori delle regole che detta la Chiesa ma il dubbio che ciò sia sbagliato è altrettanto forte.

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D. figlia di famiglia benestante, è una ragazza piena di vita, non studiosissima, spesso innamorata di ragazzi di estrazione modesta della sua città ; si diploma e dopo pochi mesi di amicizia e simpatia in ambiente scout, fuori dalla sua città, decide di sposarsi ; in pochi mesi il fidanzato, ora marito, si dimostra assolutamente freddo all’affetto di D, ha un atteggiamento supponente e D. si rende conto che lo status di marito gli va bene praticamente senza un vero amore e condivisione di vita con lei. D. malgrado ogni sforzo, anche dei genitori e fratelli , per sostenere il legame, arriva ad una separazione di fatto; si rende conto di aver commesso un grave errore , ed entra in un periodo di crisi e sofferenza molto profonda.

E’ stata abbastanza saggia di non avere figli nel breve periodo matrimoniale, ha confessato che già nel viaggio di nozze ha capito il suo errore.
D. si trova a vivere da sola ma accetta con coraggio la sua situazione, lavora e si mantiene.
Nella azienda dove lavora, dopo alcuni mesi trova un giovane che le mostra simpatia ed affetto, la sostiene moralmente e, dopo altri mesi, decidono di convivere .

Dopo un anno nasce una bimba, voluta, dopo altri due anni nasce un bimbo, voluto.
Intanto la famiglia si plasma con una buona condivisione, confidenza e affetto tra i genitori , i figli sono amati ed educati, i due genitori non sentono alcun bisogno di sposarsi ; nel contempo,
D. ottiene il divorzio, lei lo ha chiesto con decisione, l’ex marito lo accetta. Nessun compenso in denaro, ce n’è talmente poco...
I due bambini crescono e i genitori decidono di sposarsi (chi ha deciso? Tutti e due insieme ) e la famiglia continua serenamente la sua vita.
D., memore del suo passato scout e degli insegnamenti religiosi ricevuti e della sua fede, iscrive i
figli all’associazione scout e contemporaneamente ai corsi di catechesi parrocchiali .
In occasione della prima comunione della figlia, riceve da quest’ultima la proposta di “fare la comunione” insieme in parrocchia; ma lei ha dichiarato in una riunione la sua situazione di divorziata risposata, quindi ciò non le è permesso: racconta tutto alla ragazzina che piange desolata.
Trovandosi occasionalmente con un religioso conosciuto ed apprezzato anni prima e molto in sintonia con lei, racconta di questa sua impossibilità ad accedere ai Sacramenti e si sente rispondere: hai fatto male a dire che eri divorziata risposata, dovevi star zitta e, se tu hai fede,
potevi accostarti all’Eucarestia senza problemi.

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Il matrimonio di per sé non implica una relazione. Ci vuole impegno, una consapevolezza profonda, non ritenere tutto per scontato. Sono Francesca, mi sono sposata giovane, il matrimonio sembrava per me un punto di arrivo. Quel matrimonio in realtà non era relazione, mancava un impegno da parte di entrambi, non aveva progettualità, eravamo solo due entità, due individualità nella stessa casa. Il tentativo da parte mia di tenere insieme c’è stato ma solo quello. Bisogna essere insieme. Ho preso la decisione di interrompere e concludere quel cammino perché volevo una vera relazione. La riflessione che mi sono portata dentro da questa prima esperienza, dopo le difficoltà di tutti i giorni con il lavoro e la vita di famiglia mi fanno dire che ci vuole tanto ascolto, attenzione e la consapevolezza costruita di essere insieme. A volte ci sfuggono le cose più importanti. La fatica è grande. Non ci sarebbe questo se non ci fosse la relazione primaria tra me e Alberto. L’amore come sentimento non basta, si confonde spesso, serve un impegno che implica tutto il nostro essere, molto più profondo, giorno dopo giorno.

Essere consapevole di questo è un impegno di tutti i giorni.
Nel periodo che portava al divorzio ho incontrato Alberto che si è trovato a subire la mia situazione. Da subito ci siamo sentiti una coppia forte e abbiamo capito di credere entrambi moltissimo nella famiglia e di volerne ricreare una nonostante le difficoltà. La convivenza che ne è derivata non era una prova ma un vero e proprio matrimonio. Da subito siamo stati
convinti che eravamo la persona giusta l’uno per l’altro, che volevamo essere insieme una famiglia. Quattro aspetti abbiamo considerato importanti: l’amore, la sessualità, la capacità di progettare e la generatività. Complicazioni legali ci hanno fatto attendere per colmare tutte le procedure anche se la proposta di accorciare i termini del divorzio era già presente.
Abbiamo deciso di impegnarci nell’adozione dei nostri tre bambini dall’Eritrea e questo ha richiesto tanto tempo. Entrambi abbiamo avuto un’educazione cattolica, io sono credente anche se non sempre praticante. Ora siamo sposati per lo Stato e siamo una famiglia ma non per la Chiesa; sono convinta che siano situazioni da vedere caso per caso, molto legato alle persone. Mi sono sentita dare le risposte più diversificate, dalle più chiuse alle più aperte; ne ricordo una in particolare “non c’è certezza che la posizione della Chiesa sia quella giusta ma perché rischiare..”. Bastava eliminare la sessualità dai quattro aspetti importanti e vivere come fratello e sorella. Non era la natura dei nostri sentimenti. Ognuno fa le sue scelte, noi abbiamo continuato con il nostro progetto. Ci siamo messi in gioco da subito, come famiglia.

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Morta prematuramente la giovane madre, il giovane padre rimase solo con un bimbo di pochi anni. Una solitudine apparentemente senza sbocchi, con un futuro portatore di paura, angoscia, incertezza.

Due Amici - anche cognati - con i loro due piccoli, li accolsero per ricreare una nuova famiglia: una coppia, un single e tre bambini da far crescere ed educare insieme; tre bambini con tante nonne e nonni e tante zie e zii.

Anche le scelte educative, pur tenendo conto della singolarità dei soggetti, dovevano essere orientate ad un unico metodo. Per questo, parecchio tempo serale veniva riservato all’esame delle situazioni che di volta in volta si presentavano e che dovevano trovare una unica e condivisa soluzione.

Per quanto concerneva il disbrigo delle incombenze domestiche, il single godeva di una particolare situazione di favore: doveva potersi muovere con maggiore disponibilità per non precludersi la possibilità di nuove eventuali scelte di vita, una nuova possibile scelta di vita che non avrebbe dovuta essere influenzata dalle circostanze in cui si era venuto a trovare.

E questa nuova scelta di vita si presentò dopo cinque anni. Si ricrearono due nuclei familiari non più conviventi ma che continuarono a fare molte cose insieme e con periodici e frequenti periodi di vita in comune.

 
 

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