HOME > INTERVENTI > VERSO NAPOLI 2014: COMUNITÀ DI BASE S. PAOLO DI ROMA

FELICI I POVERI

 

(Contributo all’incontro  di Napoli del 1 e 2 marzo 2014 convocato da “Il vangelo che abbiamo ricevuto”  con il tema “Il vangelo è annunciato ai poveri”)

 

 

   “Come vorrei una Chiesa povera!” Queste parole di papa Francesco, che con gioia accogliamo, non sono per noi solo un invito a vivere la povertà per dovere, ma un augurio di felicità per chi pratica la povertà, accogliendo l’esempio di Gesù, che vive in povertà e proclama “felici i poveri”. Infatti, solo condividendo con i poveri la loro condizione, la parola del vangelo può diventare efficace strumento per il loro riscatto.

 

   

    Ci si perdoni se affrontiamo il discorso concreto sulla liberazione dalla povertà, partendo dalla nostra esperienza, personale e comunitaria:  facciamo questo non perché essa sia unica o paradigmatica, ma  perché ci sembra che ciò aiuti a chiarire il concetto. 

  

    La nostra comunità, radunata da più di quarant’anni attorno all’allora abate di S. Paolo Giovanni Franzoni, mossa dalla riflessine sulla Parola della Bibbia e sotto l’impulso del Concilio Vaticano II appena concluso, si era sentita chiamata sin dall’inizio, in un’ottica ancora assistenziale, ad aiutare i più bisognosi, affiancando l’opera caritatevole di ‘Mani tese’ e assistendo alcuni ragazzi soli e abbandonati , che soffrivano di gravi turbe psichiche.

    

    Contemporaneamente andava meditando su quanto avevano affermato in Concilio i Padri  della Chiesa intera in ordine alla opportunità di abbandonare i privilegi ed abbracciare la povertà. Due fatti -raccontati dal nostro presbitero e padre conciliare, dei quali era stato testimone- ci colpirono: l’abbandono della tiara da parte di papa Paolo VI, simbolo dei sommi poteri materiali e spirituali e le parole dette in Concilio da Massimo IV Saigh, patriarca melchita secondo cui era inutile continuare a dire, come facevano molti padri conciliari,  che la Chiesa era per  i poveri lasciandoli però sempre poveri; era ora che essa fosse con  i poveri per aiutarli a liberarsi dalla povertà;  a questo si aggiunga il c. d. “Patto delle Catacombe”, che impegnava una quarantina di Padri ‘a vivere come tutti, senza oro né argento, rinunciando ai segni della ricchezza negli abiti, nei titoli, nelle insegne; a non possedere beni immobili, né conto in banca; e a trasformare le opere di beneficienza in opere sociali; e a richiedere agli organismi internazionali l’adozione di strutture economiche e culturali che non producano più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco’. Promotore dell’iniziativa era stato un vescovo, a noi particolarmente caro, mons. Helder Camara, che tra l’altro diceva: “Quando mi impegno ad aiutare i poveri, mi chiamano ‘santo’; quando però dico che occorre ricercare le cause della povertà mi chiamano ‘marxista’!” 

    Insomma noi siamo usciti dal Concilio, persuasi -come aveva già indicato papa Giovanni- che la comunità ecclesiale debba essere “Chiesa di tutti, chiesa dei poveri”.

    In questa logica, come rifiutare di offrire uno spazio di ascolto e di accoglienza  sia agli italiani che cercavano un rifugio in quanto, pur credenti, erano emarginati dalla chiesa ufficiale, come i comunisti o i divorziati o alcuni preti sposati; sia ai rifugiati stranieri, come dapprima i cileni, e poi gli iraniani, e ora gli afgani; aprendosi anche alla solidarietà internazionale, soccorrendo per esempio con le nostre poche forze il popolo palestinese.

   

     Ma tutto ciò non riduceva la nostra attenzione e preoccupazione per una chiesa gerarchica che non abbandonava le vecchie consuetudini di struttura dominante anche a livello economico.

     Ecco perché in previsione dell’Anno Santo del 1975 condividemmo e convintamente sostenemmo  la lettera pastorale di don Giovanni “La terra è di Dio”, dedicata a una riflessione sull’uso della terra secondo l’insegnamento biblico e sulla necessità di una conversione della Chiesa romana, complice della speculazione edilizia.

     Successivamente, e poi in particolare in previsione del Giubileo del 2.000, ci interrogammo sul significato del ‘sabato’, dato che l’anno giubilare per il popolo ebraico non è che un’estensione del comandamento del sabato. In esso è contenuto l’invito a far riposare la terra. Ormai però non intendevamo più solo la terra come suolo da liberare dalla speculazione, bensì come biosfera, ‘habitat’  per tutti gli esseri viventi, o ‘Terra-madre’ secondo il linguaggio dei popoli indigeni americani.

    

    Il sabato, che è l’ultimo giorno della settimana, è per l’uomo. Ma riveste anche un significato di giudizio sulle opere degli altri giorni: nello stesso tempo segna il rispetto della legge, ma anche la contestazione delle leggi, quando queste contraddicono la finalità del riposo e della pace. 

    E’ il tempo del povero e dell’oppresso che oggi attende la liberazione; è il tempo della vita che chiede quotidianamente cura e dedizione; è il tempo della lotta nonviolenta contro le leggi e le strutture oppressive; è il tempo della speranza di un futuro più vivibile fin d’ora nella natura e nella fraternità e sororità, e del giorno intramontabile in cui giustizia e pace si baceranno.

 

    “ Il Regno di Dio –ci ricorda l’Apostolo Paolo (Rom. 14,17)- non è solo cibo e bevanda, ma giustizia, pace, gioia nello Spirito”. Il mondo è povero materialmente, e ancor più povero spiritualmente. L’ingiustizia domina il nostro tempo e continua sempre più a impoverire i popoli.

    Concordiamo perciò con quanto sostiene papa Francesco  nell’Evangelii Gaudium: 

    “La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere… Finchè non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria, e aggredendo le cause strutturali dell’inequità, non si risolveranno i problemi del mondo(n.202). 

    Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato (204)”.

  

     Come ci ricorda la teologia della liberazione, l’annuncio del Regno implica sempre la denuncia dell’Anti-Regno. E se è  evidente che la lotta per la giustizia deve essere portata avanti da tutti gli uomini di buona volontà, credenti o credenti di altre religioni o non credenti, ma tutti partecipi della buona causa della giustizia per il benessere, il buen vivir dell’umanità; è altresì chiaro che il cristiano ha per così dire una motivazione ulteriore. Come già avvertivano anni fa i teologi della liberazione ed ora sembra acquisito nella Evangelii Gaudium,  i poveri non sono solo un luogo sociale, ma un luogo teologico, dove si sperimenta la presenza di Dio.

      

     La fede nella Chiesa dei poveri si realizza in quanto pratica liberatrice, sequela di Gesù, che rende simili a Gesù, nella sua opzione per i poveri, nelle sue denunce, nel suo destino storico.

      Ora le parole di papa Francesco sembrano riecheggiare questa visione teologica quando afferma nella Evangelli Gaudium: “ Qualsiasi comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla senza occuparsi creativamente a cooperare con efficacia affinchè i poveri vivano con dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio di dissoluzione… Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti” (207).

     

     Come comunità di base abbiamo tentato sempre di evitare tali rischi. Ma innanzi tutto abbiamo sempre ritenuto che per essere veramente credibili occorra essere coerenti e perciò prima di predicare la giustizia, è necessario e indispensabile praticare la giustizia in casa propria.

      Ecco perché fin dall’inizio della nostra esistenza abbiamo denunciato le compromissioni economiche, politiche e culturali della Chiesa gerarchica italiana.

      

     Ora, se si vuole  dare un esempio di una Chiesa povera e per i poveri, vi è un punto che costituirebbe – senza escluderne altri- un buon inizio: la rinuncia ai privilegi  concordatari, come già adombrato dalla costituzione conciliare Gaudium et Spes (n° 76). E’ nell’ecclesiologia malsana che concepisce la comunità dei credenti come un potere che si basa su una dimensione statale e sul dominio ideologico, retaggio della teocrazia medioevale, che risiede a nostro avviso l’abbandono della sequela di Gesù povero, che incarna e annuncia le c. d. beatitudini, cioè la via per essere felici.

      Noi, con la nostra accorata preghiera e con i nostri comportamenti, miriamo a questa conversione fondamentale: ad annunciare e praticare la povertà, materiale e spirituale, alla quale crediamo fermamente che sia chiamata l’intera Chiesa.

 

      “Ascoltate, fratelli miei carissimi –ci scrive Giacomo nella sua lettera. Dio non scelse forse quelli che per il mondo sono poveri per farli ricchi nella fede e eredi del Regno promesso a quanti lo amano? Ma voi disonoraste il povero! Non sono i ricchi che vi opprimono, che vi trascinano nei tribunali, che bestemmiano il bel nome che fu invocato su di voi?... Così dunque parlate e agite, quali persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà… A che servirebbe, fratelli miei, se uno dicesse d’avere fede, ma non avesse le opere?... la fede se non ha le opere è morta…

Ma vuoi capire, o sciocco, che la fede senza le opere è infruttifera?” (Gc., cap. 2, passim).

 

Gruppo biblico della Comunità cristiana di base di s.Paolo - Roma

 

 
 

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