HOME > INTERVENTI > VERSO NAPOLI 2014: CONDIZIONE FEMMINILE E POVERTÀ UMANA

Condizione femminile e povertà umana

Contributo di Monica Coretti, Daniela Esposito, don Albino Bizzotto, Luigi Lentini

al sesto incontro de “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”

“Il Vangelo è annunciato ai poveri” – Napoli 1-2 marzo 2014

 

 

 

 

Quanto abbiamo aspettato Francesco!

Questa attesa ha i colori della vita. Era verde nella giovinezza quando il Concilio ci restituì una casa e magnifiche speranze per il futuro. Iniziò a tramontare mentre crescevamo, quando provavamo a fare nostri i tormenti e la prudenza di Paolo VI. Poi, nell’età matura, volevamo esserci, comunque fare la nostra parte, varcare la soglia, ma divenne difficile. Giovanni Paolo II voleva incontrare il mondo, salvandone molto nella gioiosa speranza, non incontrare la persona, meno ancora le donne. Lo seguimmo mentre si spegneva, ormai presi da un tenero affetto per la parabola del suo indomito vigore che si indeboliva inesorabilmente. Pensammo che lo Spirito fosse davvero altrove, quando fu scelto un papa teologo, un papa da chiamare per cognome. È che pensavamo che la Chiesa avesse bisogno di vita, meno di teologia. Non la vita distratta delle piazze affollate, ma di vita viva. Con papa Ratzinger molti di noi varcarono la soglia ma non per entrare, per uscire. Era sempre più difficile sentire la Chiesa come la nostra casa, un edificio cadente che resisteva nell’immobilismo del rigore dogmatico, incapace di incrociare la vita negli sguardi, preoccupata eccessivamente del proprio potere sulla vita e i costumi delle persone, soprattutto delle donne; tiepida(1) nel farsi carico delle ferite della pedofila; cedevole nei confronti degli scandali finanziari; poco incisiva nel dramma dell’immigrazione clandestina. Poi, è giunto il soffio dello Spirito. Papa Ratzinger, che ha attraversato da protagonista consapevole quest’epoca di così enormi trasformazioni, che ha temuto e ostacolato il futuro per fedeltà a ciò che la coscienza e la dottrina gli dettavano, ha fatto un balzo in avanti, fermandosi. Gesto di umiltà e di innovazione che ne fanno sicuramente un papa rivoluzionario. Dall’indulgere in vesti rinascimentali, ermellini, scarpette rosse ha, infine, spazzato via, disintegrandola una quota di regalità scatologica. Accettando la propria umana fragilità, ha aperto la prima crepa al soglio che voleva consolidare, un primo passo verso l’umanizzazione del ministero di Pietro.

Il sogno di incontrare l’umanità e la fede di Gesù, fondamento della nostra speranza, nella sua Chiesa non era tuttavia stato riacceso neanche da questo gesto. 

In questi mesi trascorsi dopo l’elezione, ci siamo tenuti  a distanza, per paura di essere colpiti ancora, come chi, ferito ripetutamente, si ritrae persino alla carezza, non la riconosce. 

Il nuovo papa ha scelto di essere chiamato Francesco: sembra superflua ogni altra parola.

Sì, noi aspettavamo Francesco. Niente può avere un senso e una prospettiva sradicati dalla povertà. Nessuno, più di Francesco, ha saputo incarnarla, trasformandola in una parabola di liberazione e di accesso alla letizia. 

Ringraziamo papa Francesco, perché ha scrutato il suo cuore nella preghiera ed ha trovato questo nome, questa strada. Lo ringraziamo, perché la speranza, che mai si spegne, incomincia a crepitare sotto la cenere. 

Le lettere, le telefonate, le omelie di papa Francesco dicono di desiderio di colloquio, di parole, di apertura alla relazione. Ha acceso speranza in cuori lontani, e questo in sé ha il valore della vita. 

Ora, nel partecipare a “il Vangelo che abbiamo ricevuto” proviamo a farlo anche noi, perché diamo fiducia al suo ascolto. Prima, rimanevamo in silenzio, temendo parole mute e grevi dentro sguardi che attraversano senza incontrare.   

Non vogliamo celebrare il vento nuovo, lieve e vigoroso, che traspare dai gesti di semplice e profonda umanità e che sono sotto i nostri occhi stupiti. Vorremmo provare a condividere la consapevolezza di quelle urgenze che sentiamo, per le quali molte e molti di noi soffrono, perché si possa cominciare finalmente un cammino fra sorelle e fratelli.  

La scelta del nome del nuovo pontefice, sembra suggerire, con tenera forza, che al centro debba esserci la liberazione dalla povertà, ma chi sono i poveri? (2) Oltre le moltitudini che vanno liberate dalla miseria, poveri sono anche coloro che soffrono per l’emarginazione, per l’esclusione, per la violenza, perché non hanno scelto la loro condizione, né hanno scelta in essa. “Doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti.” (3)

Povera è anche, come denunciava Desmond Tutu (vescovo anglicano premio Nobel per la Pace 1984) l’umanità perché, mutilata del contributo di una sua parte, è un’umanità meno umana. (4)  Creati con due gambe, il femminile e il maschile, ancora ci ostiniamo a zoppicare mantenendo il femminile sull’uscio di una umanità intera, in “servidumbre”, come stesso papa Francesco ha detto. 

Dal primo al suo ultimo passo, Gesù ha camminato con le donne, riconoscendole e amandole anche per quella “sensibilità particolare per le cose di Dio” che papa Francesco stesso ci ha ricordato; senza chiuderle fra steccati, infrangendo quelli esistenti e apprezzandone la diversa e molteplice disposizione interiore. Ha affidato loro ciò che fonda la nostra fede. Una donna, sua madre, “figlia di suo figlio”, (5) risponde personalmente al Signore che l’ha chiamata, acconsentendo e accogliendo in sé il culmine dell’autorivelazione di Dio, l’uomo Gesù, partecipando con tutta se stessa, anima, spirito e corpo all’evento della salvezza del mondo.

Sono spesso le donne destinatarie e partecipi della sua rivelazione: (6) al pozzo di Giacobbe offre a una straniera, una samaritana, una peccatrice, l’acqua viva, annuncio di Dio in spirito e verità (Gv.4,27-30); è un’altra straniera, una cananea, che nella richiesta del gesto minuto delle briciole ai cagnolini, offre a Gesù lezione e rivelazione, modificandone il punto di vista sulla compassione e sulla sua vocazione verso i pagani (Mt. 15,21-28 e Mc. 7,24-36); é sempre una donna, che nel cospargere Gesù d’olio prezioso, spreco agli occhi dei discepoli, compie un atto di cura, fatto di fede e di amore, e solo di lei, donna, Gesù dice che, “dovunque sarà annunziato il vangelo, si ricorderà pure ciò che ella ha fatto” (Mc. 14,3-9); ci piace pensare che Gesù abbia imparato la lavanda dei piedi (Gv. 13,1-20), massima espressione per convincere dell’amore, proprio da colei che glieli aveva lavati con le sue lacrime (Lc. 7,36-50); Maria, privilegia rispetto a Marta il primato dell’ascolto (Lc. 10,38-42), nutrimento spirituale, senza il quale  la fatica del servizio fraterno, cui sono chiamati tutti i cristiani uomini  e donne, rischia di diventare una servitù amara o alienante; infine conclude la sua attività pubblica (che aveva preso avvio grazie all’intercessione di una donna, sua madre, alle nozze di Cana) con l’episodio della vedova, al gradino più basso dell’emarginazione sociale,  che incarna l’eredità del suo messaggio (Mc. 12,41-44); è Maria di Magdala, che Gesù chiama per nome,  la prima a testimoniare ed annunciare la resurrezione (Gv. 20,11-18).

Gesù, dunque, non silenziava, né gettava nell’invisibile le donne, (7) ma, nonostante la straordinarietà dell’annuncio veicolato attraverso di loro nei Vangeli, esse nella Chiesa continuano a essere “povere”, afone, senza diritto a una parola “soggettiva” e autorevole in pubblico, sempre e solo destinatarie di decisioni maschili. 

Se oggi si vuole parlare di giustizia, di eguaglianza, di libertà, di dignità, l’ancestrale questione femminile è La Questione.

La quotidianità continua a raccontarci la strage di donne uccise dalla fragilità maschile mascherata nella forza e nel potere. Gli uomini sono sempre più spesso incapaci di tollerare una relazione senza possesso e prevaricazione, un’alterità davanti a sé diversa e alla pari. Per camminare verso l’umanizzazione bisogna liberare l’uomo dalla paura del femminile che costringe trasversalmente nelle diverse culture la vita delle donne nell’ignoranza, nel disprezzo, nell’essere possesso altrui, nella negazione all’autodeterminazione. 

Povero è ogni singolo uomo che, dentro e fuori la Chiesa, non riesce a vedere, a riconoscere la ricchezza a tutto campo delle donne. Per questa cecità, ma più spesso per giochi di potere, per paure infondate e attraverso discutibilissime operazioni culturali maschili, "razionalmente giustificate" e "saggiamente" consolidate, silenzia le donne, le rende subalterne, le esclude, le violenta in tutte le forme che la perversione maschile ha saputo trovare. Un vero sadismo che si è sempre dialetticamente rovesciato in un tragico masochismo. (8)

Un tale uomo, in quanto impone una relazione di dominio, in quanto vive una relazione umana che, oltre ad essere profondamente ingiusta, è profondamente distorta e squilibrata, non solo rende povere le donne e misero se stesso, ma anche vive (e fa vivere) una condizione esistenzialmente insana, malata.

Attualmente, nei “paesi sviluppati” sono garantite, in potenza, pari opportunità, ma è tuttavia palese la complessità nel declinarle e la difficoltà delle donne a trovare un equilibrio tra la cura di sé e quella dell’altro.

Essere donna è ancora uno scandalo per la contraddittoria concezione che la vede da una parte, legata alla colpa; dall’altra, all’essere “matrice di Paradiso”. (9) L’essere donna è “una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è un’illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa. Essere, semplicemente essere, è una sfida. (10)

Inoltre, la Donna e la Terra hanno sempre condiviso, quasi in forma simbiotica, una storia di violenza, di possesso e di dominio, ma anche di amore creativo, capace di generare e cantare la vita.

Da sempre sappiamo che la vita è creazione continua che nasce da una relazione d’amore  e oggi siamo finalmente divenuti consapevoli che  da tempo l’umanità ha strappato i fili di questa relazione. La Terra è in grave sofferenza, il suo respiro è in affanno; non riesce più in tempo utile a rinnovare le energie necessarie per sostenere la vita di tutti gli esseri. E' necessario perciò ricostituire con la Terra una relazione di amore e di cura, restituirla alla sua funzione di presiedere alla vita di tutti gli esseri, e ciò significa per noi realizzare un ecumenismo fontale con tutte le persone, con tutti i popoli, con tutte le culture del mondo; trovare la sorgente e la motivazione più profonda dell’unità per rendere ragione e armonizzare tutte le diversità. 

Ma questo grandioso progetto non è in alcun modo realizzabile finché non cambierà radicalmente la condizione della donna in ogni aspetto della vita. 

Per tale ragione, e per rendere possibile la vita e il futuro, è oggi indifferibile per tutti, anche per la Chiesa, una nuova alleanza.  Come dire che insieme a Francesco, Chiara sarà la promotrice, l’interprete e la protagonista della relazione costitutiva della nuova comunità globale, dove il centro di tutta l’organizzazione politica, sociale, culturale ed economica sia costituito dalla cura e dall’impegno per la vita in tutte le sue espressioni e in tutti gli esseri.

Tutti sono disposti a riconoscere, papa Francesco non ha mancato di rilevarlo, che sia urgente affrontare la ridefinizione del ruolo della donna nella Chiesa, per la Chiesa e per la stessa umanità. (11)

L’esortazione del papa colpisce ancor più considerando che solo un mese prima della sua pubblicazione, nel “Documento preparatorio del Sinodo straordinario sulla famiglia (5-19 ottobre 2014), vi è un totale silenzio sulla violenza di genere fisica, sessuale o economica. Questa scandalosa omissione, a fronte della sottolineatura della presenza di “forme di femminismo ostile alla Chiesa”, (12) preoccupa perché la strage di donne, minuto per minuto, avviene soprattutto all’interno della famiglia ed è un’evidenza testimoniata anche dalle statistiche e non fa che rafforzare l’idea che l’invisibilità sociale del femminile sia il frutto avvelenato della paura che ne ha l’uomo. Crediamo sia questa paura, costitutiva del maschile, che da sempre e ovunque sulla terra si sia resa responsabile, non consapevolmente, di questa spaventosa ingiustizia che ha reso il mondo, la cultura e soprattutto la Chiesa non interamente umani. Un altro segnale preoccupante è stata la risposta data dal Cardinale Maradiaga, (coordinatore della commissione degli otto nominata da papa Francesco “per riformare la Curia romana e governare la Chiesa”), (13) all’intervistatore sulla possibilità per una donna di diventare cardinale: "Credo di no, non serve clericalizzare il ruolo delle donne nella Chiesa. Serve valorizzarle di più, questo sì." (14) Appare evidente come tale posizione costituisca un esempio di “razionale” e “saggia” operazione per rimarcare l’esclusione delle donne, senza peraltro manifestare nessun proponimento di superamento del clericalismo. Onestà intellettuale richiederebbe o una seria messa in discussione della clericalizzazione o l’impossibilità di negarvi l'accesso alle donne, che oramai, aggiungeremmo purtroppo, possono persino fare i militari. (15)

Se la Chiesa, riscoprendosi inclusiva e plurale, “accoglierà l’invito che viene dal pensiero delle donne e cercherà di partire da sé nel pensare l’umano, si accorgerà di quanto grande sia stata la sua perdita nell’escludere le donne dall’elaborazione dei valori della teologia, dalla rilettura delle Scritture, dall’organizzazione non verticale della Chiesa.” (16) 

E’ oggi necessario e prioritario liberare il mondo e la Chiesa dalla paura della donna, causa di infinite sofferenze e deprivazioni come sottolineava già nel 1981 il Cardinale Martini. (17)

E’ sempre il cardinale Martini a offrirci una strada suggerendo, per i momenti di difficile discernimento, di mettersi dentro le ferite dell’altro, orientando da quel punto di vista il proprio sguardo. Guardare la povertà delle donne, attraverso le loro ferite, significa da una parte, vedere la loro esclusione e il loro ruolo servile in una Chiesa nella quale solo uomini detengono il potere; dall’altra, riconoscere il pericolo di enfatizzarne solo il loro ruolo di madre. Gesù stesso, d’altronde, corregge questa parzialità di visione quando alla donna che benedice il grembo che l’ha generato, risponde perentoriamente “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc. 11, 27-28). 

Pensiamo, con la franchezza che deve contraddistinguere il cristiano, con la legittimità di chi si sente parte del popolo di Dio e cittadino della Chiesa, sia doverosa una richiesta alle gerarchie ecclesiastiche: che la Chiesa - invece di stare nella retroguardia della storia - sulla base del Vangelo di Gesù, cui si ispira e cui deve continuamente convertirsi, affrontando la questione della condizione delle donne, sradichi senza indugio, con coraggio e coerenza se stessa dalla insostenibile condizione di povertà, ingiustizia e insanità in cui si trova. Così facendo, si metta credibilmente alla testa di un grande, rivoluzionario processo di liberazione dell'umanità da quello che può essere considerato forse il maggiore dei mali - e senza dubbio uno dei maggiori mali - e per la Bibbia il primo in ordine di tempo e di causalità - che la affliggono.

In tal senso, avanziamo alle autorità gerarchiche della Chiesa la richiesta di: 

a) ripensare profondamente il senso del ministero sacerdotale, declericalizzandolo (18) e riconoscendo nella cura pastorale l'essenza stessa di tale servizio; 

b) aprire alle donne, che hanno il carisma della cura pastorale, il ministero sacerdotale ripensato sulla base di questo riconoscimento; 

c) conseguentemente, coinvolgere le donne a tutti i livelli della Chiesa nella responsabilità complessiva della cura del popolo di Dio che a lei si affida.

d) iniziare a dare, senza ulteriori indugi, alle donne ruoli decisionali, non solo esecutivi. Concretamente sarebbe opportuno iniziare invitando le donne al prossimo Concilio non come osservatrici, ma come “madri conciliari”, membri a pieno titolo; nelle diocesi eleggendo “delegati religiosi” donna; nelle parrocchie offrendo cariche di “direttori” anche alle donne...

L’esortazione apostolica Evangelii Gaudium è un documento magnifico che pone le fondamenta del cammino necessario alla Chiesa e all’umanità. In esso il papa ha ribadito la convinzione del sacerdozio riservato al solo genere maschile (19) all’interno di un discorso sulle donne così completo nelle analisi e nelle visioni programmatiche che di fatto indebolisce la perentorietà di quella stessa esclusione. Lo stesso linguaggio adoperato “il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo sposo che si consegna nell’Eucarestia…” è espressione di una terminologia mistica piuttosto arcaica, ma che appare davvero stridente nel contesto del linguaggio adoperato in perfetta coerenza con i contenuti espressi.  D’altronde, come mai allora la Chiesa, che è la sposa, è rappresentata sempre da dei maschi? Dov’è che è vincolante l’icona di genere? Inoltre, l’invito ai pastori e ai teologi a continuare a riflettere su quale debba essere il ruolo delle donne nella Chiesa è anch’esso indicativo di una posizione lontana dall’essere definita. Questi segnali lasciano trasparire l’avvenuta incrinazione di una monoliticità di certe posizioni, pur rimarcata o forse proprio per questo fortemente rimarcata. 

Vorremmo chiederci, a questo punto, se è possibile continuare a pensare, giudicando con il cuore e con il Vangelo, non con la dottrina, che un uomo, un profeta, figlio di Dio per molti, dopo aver dato ai discepoli indicazioni per dividere con loro l’ultimo pane, giunto sulla soglia, chiedesse alle donne, con cui aveva condiviso il cammino, la mensa e le lacrime per tre anni, di restare fuori?

Come potrebbe così valere il Comandamento Nuovo “che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv. 13, 34-35)? Si può immaginare che Gesù abbia consegnato il Suo annuncio, i gesti dell’amore più grande, nel luogo dell’esclusione delle donne? Non è giunta l’ora che la Chiesa apra le braccia alle donne in un gesto di amore, di riconoscimento e di pentimento, valorizzando finalmente l’umanità come intera?

 

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(1) “Io conosco le tue opere, che tu non sei né freddo né caldo. Oh, fossi tu freddo o caldo! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo, io sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap. 3,15-19)

(2) "Il papa di tutta la Chiesa cattolica non può trascurare il fatto che anche altrove vi sono gruppi afflitti da altre forme di "povertà", che anelano a un miglioramento della loro condizione. Si tratta soprattutto di persone che il papa avrebbe la facoltà di aiutare anche in maniera più diretta degli abitanti delle favelas, di cui sono innanzitutto responsabili gli organi dello Stato e della società nel suo complesso. L'ampliamento del concetto di libertà si ravvisa già nei vangeli sinottici. Il vangelo di Matteo chiama beati i "poveri di spirito", mendicanti davanti a Dio nella consapevolezza della loro povertà spirituale. E intende, dunque, allo stesso modo dei rimanenti testi delle Beatitudini, non solo i miseri e gli affamati, ma tutti coloro che piangono emarginati e oppressi, vittime di ingiustizie, respinti, degradati, sfruttati, disperati: Gesù chiama a sé non solo i derelitti e i bisognosi, nel senso esteriore del termine (Luca) ma anche chiunque soffra nel proprio intimo la pena e l'afflizione (Matteo), compreso anche il peso della colpa." Hans Kung, Ma la vera sfida è la difesa dei nuovi poveri, la Repubblica 20 settembre 2013

(3) FRANCESCO, Esort. Ap., Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), 212

(4) “Il sessimo rende uomini e donne letteralmente nemici, anziché uguali, anziché fratelli e sorelle (…) la Bibbia è abbastanza chiara sul fatto che tutta l’umanità, indipendentemente dal sesso, è fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Non posso oppormi al razzismo che discrimina le persone per qualcosa che non dipende da loro, il colore della pelle, e accettare che si penalizzino altri per qualcosa, il sesso, altrettanto incontrollabile. Non ci può essere vera liberazione senza l’emancipazione delle donne. (…) Maschi e femmine hanno ricevuto doni diversi, entrambi indispensabili per un’esistenza umana completa. (…) C’è qualcosa di unico e prezioso che donne e uomini apportano alla vita che è stata distorta e viziata finchè le donne ne sono rimaste escluse. In qualche modo questa perdita ha reso gli uomini meno umani. La fine del sessismo e il pieno inserimento delle donne in ogni ambito della società non solo debellano questo grande male, l’oppressione delle donne, ma contribuiscono anche a risolvere il resto dei problemi del mondo. (…) E’ straordinario che le donne stiano progressivamente assumendo posizioni di leadership, ma non devono semplicemente accontentarsi del lavoro come in genere avviene. Hanno la potenzialità, se hanno il coraggio, di trasformare le istituzioni nelle quali operano e di renderle più umane e più eque. La liberazione del potere delle donne offre la possibilità di trasformare il mondo in molti modi straordinari e ancora non del tutto immaginati.” D. Tutu, Anche Dio ha un sogno, L’Ancora del Mediterraneo, maggio 2004, pp. 49-50

(5) “Vergine madre figlia del tuo figlio, / umile alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio.” Dante, Paradiso, Canto XXXIII, vv 1-3

(6) “La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39)” FRANCESCO, Esort. Ap., Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), 120

(7) “Gesù incontrava l’altro in quanto uomo come lui, membro dell’umanità, uguale in dignità ad ogni altro uomo. E nell’incontrarlo e ascoltarlo Gesù sapeva coglierlo, questo sì, come una persona segnata da povertà da malattia da peccato… Enzo Bianchi, Fede e Fiducia, Einaudi 2013, p. 66

(8) “Quando ogni maschio capirà, sentirà che cosa perde, perdendo la libertà della “sua” donna, finalmente il mondo potrà cominciare a cambiare.” Michele Serra, Essere amati per piacere e non per dovere. Ecco la nostra rieducazione sentimentale, la Repubblica, venerdì 22 novembre 2013, p. 45

(9) “Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso

sei un granello di colpa

anche agli occhi di Dio

malgrado le tue sante guerre

per l'emancipazione.

Spaccarono la tua bellezza

e rimane uno scheletro d'amore

che però grida ancora vendetta

e soltanto tu riesci

ancora a piangere,

poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,

poi ti volti e non sai ancora dire

e taci meravigliata

e allora diventi grande come la terra

e innalzi il tuo canto d'amore.”

Alda Merini, A tutte le donne


(10) “ Thal Ben Jelloun, Creatura di sabbia

(11) “La Chiesa riconosce l’indispensabile apporto della donna nella società, con una sensibilità, un’intuizione e certe capacità peculiari che sono solitamente più proprie delle donne che degli uomini. Ad esempio, la speciale attenzione femminile verso gli altri, che si esprime in modo particolare, anche se non esclusivo, nella maternità. Vedo con piacere come molte donne condividono responsabilità pastorali insieme con i sacerdoti, danno il loro contributo per l’accompagnamento di persone, di famiglie o di gruppi ed offrono nuovi apporti alla riflessione teologica. Ma c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Perché “il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita sociale; per tale motivo si deve garantire la presenza delle donne anche in ambito lavorativo” e nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali.” FRANCESCO, Esort. Ap., Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), 103

(12) Torti, Documento preparatorio del Sinodo sulla famiglia: qualche domanda sul rapporto tra uomini e donne, http://www.teologhe.org/wp-content/uploads/2013/11/articolo-sul-Documento-Sinodo-famiglia.pdf

(13) Antonio Grana, Il Fatto Quotidiano, 27 settembre 2013: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/27/vaticano-ecco-riforma-di-papa-francesco-meno-poteri-al-segretario-di-stato/724218/

(14) Paolo Rodari, Via le poltrone di troppo e Ior sotto vigilanza così cambierà la Curia, la Repubblica, venerdì 22 novembre 2013, p.25

(15) “Senza irriverenza nel confronto, occorre considerare che, dopo la professionalizzazione militare, solo la chiesa cattolica rimane rigorosamente un’istituzione maschile. Per questo manca degli strumenti necessari per riformare il ruolo di quel femminile che ha rimosso da sé. (…) Un confronto non facile perché le donne chiedono di essere riconosciute “a partire da sé”, mentre gli uomini (e il papa è un uomo), in genere non si interrogano, non si conoscono e si relazionano male se debbono prescindere dal potere che gli conferisce, prima di ogni altro valore, l’essere uomo.” Giancarla Codrignani, Se le donne potranno aiutare la chiesa .., Koinonia-Forum, n.367, 21 novembre 2013

(16)  Giancarla Codrignani, Ibidem

(17) “Perché, si chiede ad esempio la donna, identificare l'immagine di Dio con quella trasmessaci da una cultura maschilista? Quale l'annuncio kerigmatico per lei, non rinchiuso in una visione moralistica? Quali indicazioni per un cammino spirituale e di santità che la stimolino adeguatamente? Quali indicazioni per una rinnovata prassi pastorale, per un cammino vocazionale per il matrimonio, per la consacrazione religiosa, la famiglia, in considerazione della nuova coscienza di sé che la donna ha acquisito? Quali indicazioni per un linguaggio globale, anche liturgico, che non faccia sentire esclusa, nella sua elaborazione, la donna? Perché così poche e inadeguate risposte alla valorizzazione del proprio corpo, dell'amore fisico, dei problemi della maternità responsabile? Perché la pur grande presenza delle donne nella Chiesa non ha inciso nelle sue strutture? E nella prassi pastorale perché attribuire alla donna solo quei compiti che lo schema ideologico e culturale della società le attribuiva, e perché non esplicitare i suoi carismi "opera dello Spirito Santo"? I ruoli ecclesiali affidati alle donne sono allora secondo i carismi di una Chiesa condotta dallo Spirito oppure ancora frutto di una mentalità maschile? Le donne si chiedono tutto questo. Non sempre lo esprimono. Sentono ancora timore a infrangere una “iconografia” della donna cristiana, dentro la quale peraltro stentano a riconoscersi e non riescono più ad adattarsi. La Chiesa deve porsi in ascolto. Deve lasciarle esprimere da protagoniste. Il loro modo di leggere, interpretare la vita ha una rilevanza che deve segnare un cammino pastorale che non può vedere le donne perennemente soggette o brave e fedeli esecutrici, quasi vergognose o timide di fronte alla forza che potrebbero esprimere in novità.” Carlo Maria Martini al Convegno sulla presenza delle donne nella Chiesa tenuto a Milano nell'aprile del 1981 e recentemente riedito dal libro Lo straordinario dell'ordinario, con prefazione di Emma Cavallaro del Coordinamento Teologhe Italiane

(18) Una radicale critica del clericalismo è manifesta nel pensiero di Bergoglio che, ancora Cardinale, diceva: "Clericalizzare la Chiesa è ipocrisia farisaica. La Chiesa del <> è fariseismo. Gesù ci insegna l’altra strada: uscire. Uscire a dare testimonianza, uscire ad interessarsi del fratello, uscire a condividere, uscire a chiedere. Incarnarsi. Contro lo gnosticismo ipocrita dei farisei, riappare Gesù in mezzo alla gente, tra pubblicani e peccatori.” (Omelia del Cardinale Jorge Mario Bergoglio per la Messa di chiusura dell’Incontro 2012 della Pastorale Urbana della Regione di Buenos Aires: http://ascoltarepapafrancesco.blogspot.it/2013/03/card-jorge-bergoglio-vicinanza.html

(19) “Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo sposo che si consegna nell’Eucarestia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere.” FRANCESCO, Esort. Ap., Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), 104 

 
 

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