HOME > INTERVENTI > VERSO NAPOLI 2014: ENRICO PEYRETTI

Dal concilio a Francesco, papa-vescovo-uomo 

Enrico Peyretti in occasione dei festeggiamenti per mons. Bettazzi

Bologna 5 ottobre 2013

 

1 - A don Luigi Bettazzi (da 50 anni vescovo, mentre compie 90 robusti anni), più che omaggi formali, dobbiamo tanti ringraziamenti, con l'augurio e la speranza che continui ciò che ha fatto: dal Concilio alla pace, alla chiesa di poveri e di giustizia; e che continui ad annunciare il vangelo, cioè che il Bene c'è, vive, e dunque possiamo credere, sperare, amare e agire.

 

2 - Un proverbio argentino che ho udito da Perez Esquivel, dice: quando non sai più dove sei e dove vai, torna da dove sei partito. Così ha fatto il Concilio, tornando al vangelo. Così fa papa Francesco, che non cita molto il Concilio ma lo mette in pratica, non ripete tante parole di vangelo, ma fa gesti evangelici.

Questo papa non è fatto solo dal conclave, ma anche da tutto il popolo di Dio, dal cammino di tutta la chiesa prima e dopo il concilio Vaticano II.

Nell'intervista su  Civiltà Cattolica,  Spadaro gli chiede: «Che cosa ha realizzato il Concilio Vaticano II? Che cosa è stato?».

Francesco risponde: «Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta. Sì, ci sono linee di ermeneutica di continuità e di discontinuità, tuttavia una cosa è chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi che è stata propria del Concilio è assolutamente irreversibile».

Lui, papa Francesco, fa questo. E noi? Cosa facciamo?

Il “sensus fidei” del popolo cristiano è l'atmosfera della fede della Chiesa. Raniero La Valle (Rocca 15-9-13) parla di tradizione discepolare, non solo apostolica. Nonna Rosa di Bergoglio (citata tre volte nell'intervista) è colei che gli ha testimoniato e trasmesso la fede.

Dopo la “glaciazione ruiniana” (l'espressione è di Melloni) c'è stata una “presa di parola” da parte di diversi nuclei e reti ecclesiali, più evangelicamente consapevoli. Questa presa di parola responsabile deve oggi continuare. 

Ora è annunciato un convegno a Napoli per i giorni 1-2 marzo 2014 col tema: “Il vangelo è annunciato ai poveri. Con Francesco nelle periferie dell'esistenza” (vedi www.statusecclesiae.net).

 

3 – Noi non siamo sostituiti dal papa. È un difetto cattolico la devozione papale, che non è solo attenzione e ascolto: ogni papa è sempre considerato come divinamente il migliore possibile, qualunque cosa faccia. Ma il Concilio ha compreso il carattere popolare comunionale della chiesa attiva, corresponsabile. Il papa fa parte del popolo ecclesiale, e lo conduce più o meno bene secondo lo Spirito che circola in tutti. Si parla oggi di “sinodalità laicale” (anche preti e vescovi sono popolo), cioè del “camminare insieme”, nessuno da solo, nessuno senza gli altri.

Papa Francesco insegna che “il pastore deve avere l'odore del gregge“ (anche se non è un profumo), e così il gregge dà il suo odore, il suo sentire, al pastore. Francesco apre e guida, sospinge, ma a noi tutti spetta applicare nei fatti e nei luoghi di vita il vangelo che egli ci ricorda. Se riconosciamo il vangelo nei suoi gesti e nelle sue parole, vuol dire che l'avevamo sentito e lo attendevamo, perché l'abbiamo in cuore. 

L'immagine del papa non deve occultare, agli occhi del mondo, l'immagine della chiesa, nelle virtù e nei difetti di questa, nel cammino e nella fatica di questa. Bisogna che si liberi e si veda la qualità ecclesiale delle chiese locali.

È un problema della chiesa il nodo collegialità: riconoscere la soggettività delle chiese locali, luoghi vitali, non province dell'impero. Pare che Francesco sia orientato ad un rafforzamento reale del sinodo dei vescovi, anche se certo deve procedere per passi. 

È un fatto importante che con papa Francesco l'asse della predicazione si è spostato sul vangelo annunciato da Gesù. 

È un incontro fraterno con l'umanità quello che Francesco ha detto a Lampedusa: 

saper piangere con chi piange; rifiutare la globalizzazione dell'indifferenza; lasciarsi ferire dal dolore e dal bisogno altrui. Oggi questo vuol dire che la giustizia e la libertà sono indivisibili: nessuno è libero se non c'è giustizia e libertà per tutti.

È dichiarato il primato degli ultimi. Il vangelo è l'annuncio che i poveri sono beati perché Dio li ama, «non perché sono buoni, ma perché sono poveri» (Zanotelli), anche moralmente poveri: la misericordia di Dio è gratuita, non è meritata dalle nostre virtù. Non c'è meritocrazia nel regno di Dio: non c'è la gerarchia della bravura ma la gerarchia dell'amore.

Il vangelo non è “convertire” al nostro pensiero, ma far sapere al povero che Dio lo ama: dirlo anche al peccatore, all'irregolare, all'espulso, a quello da cui la chiesa ha divorziato. Saperci amati ci rende buoni, perché siamo amati prima di essere buoni.

Così Francesco cambia la forma della dottrina, come proponeva papa Giovanni nel discorso di apertura del Concilio. Fa un'opera pastorale, nutre e disseta la gente, la sua vita e le sue fatiche.

 

4 – E noi, che fare? L'annuncio del vangelo ora c'è, più chiaro. Lo chiedevamo, in luogo della politica di chiesa che voleva garantire i valori cristiani nelle leggi dello stato di tutti, cristiani e non cristiani, e per questo patteggiava favori con banditi della vita politica, con rapinatori di menti e di cuori, corruttori della povera gente. Gli “atei devoti” avevano in chiesa la prima fila, che spetta ai poveri.  Col preferire il ricco e con «pensieri perversi ... voi avete offeso il povero!» (lettera di Giacomo 2,6).

Francesco è ecumenico: coglie il sentire degli altri cristiani, delle altre religioni, di ogni coscienza, quella luce interiore, di cui parla nella lettera a Scalfari. Noi la riconosciamo nel vangelo di Giovanni 1,9: «la luce che illumina ogni uomo». Questo versetto, che è centrale nella tradizione dei quaccheri, mi dà l'occasione per un caro ricordo, qui a Bologna, in questo giorno, di Pier Cesare Bori, a quasi un anno dalla sua morte.

La chiesa-popolo deve ancora e sempre parlare: è anche suo compito. Il papa è lì per stimolare, unire, interrogare e anche ascoltare. Francesco ha riempito un vuoto, ma il vuoto tra noi credenti e il vangelo è sempre grande. La chiesa è sempre incompiuta, perciò da compiere, anche se non si compirà del tutto ora, ma alla fine.

 

5 – Senza fughe in avanti, con pazienza, ma con chiarezza sugli obiettivi necessari, sembra di dover segnalare alcuni punti. Sappiamo attendere, ma dobbiamo tendere, essere tesi e attenti. Segnalo almeno: 1) la parità tra uomini e donne; 2) la fine della condizione di capo di stato sovrano della persona del papa; 3) la liturgia davvero partecipata dal popolo, non clericale.

1) Nell'odierna cultura dei diritti umani (profondamente consona al vangelo) non è più possibile, pena l'esclusione dalla storia, che la chiesa non riconosca parità di accesso a tutte le funzioni alle donne come agli uomini. La donna è discriminata nella chiesa; è una discriminazione dei diritti umani, della dignità umana, che offende il Creatore. Il problema non è delle donne, ma della chiesa:  non è se la donna può o non può, ma se la chiesa sa camminare insieme a questa umanità di uomini e donne, non dietro, non sopra, non fuori, non contro, ma insieme, nel mezzo, come il lievito buono nella pasta.

 2) Francesco, che si è detto vescovo di Roma prima che papa, potrà dirsi anche cittadino di Roma, pastore insieme al popolo, quando svincolerà il suo ministero di unità, in una chiesa povera, dalla posizione giuridica costantiniana di capo di stato. Che bisogno c'è? Gesù era cittadino senza privilegi di un popolo occupato dall'impero. Il papa deve forse essere più tutelato dei profughi che è andato ad onorare a Lampedusa? Geremia Bonomelli, vescovo a Cremona (morto nel 1914, è prossimo il centenario) vedeva la soluzione della questione romana nell'affidare il papa, come tutti noi, al moderno diritto comune a tutti gli uomini, senza uno stato territoriale, neppure piccolo.

  3) Nella liturgia eucaristica si dia anche il calice ai fedeli: è possibile, se appena si vuole, e spetta loro, se raccogliamo il segno della Cena di Gesù. E la preghiera dei fedeli sia liberamente partecipata, non prestampata: ognuno possa dire con ordine la preghiera che viene dal cuore: non è un diritto, ma un compito spirituale, un  carisma da non spegnere.

       C'è una  ricerca ecumenica anche nell'eucarestia: da un paio di anni a Torino alcune realtà cristiane – cattoliche e protestanti – praticano su propria responsabilità la “ospitalità eucaristica”. Cioè, cristiani di confessioni diverse partecipano insieme alla Cena di Gesù, con la fede nella sua presenza, quella fede che è precedente alla divisione delle interpretazioni teologiche. L'ospitalità avviene nel rispetto reciproco dei riti e delle differenti interpretazioni, perché l'eucaristia non è un'accademia teologica dove si elaborano e confrontano teorie, ma è la Cena di Gesù con noi, come noi siamo, differenti ma uniti nel credere in lui. Non si procede da una teologia unica al sacramento, ma dalla fede al sacramento che alimenta la fede.  L'eucarestia non è solo il punto di arrivo quando ci sarà l'unità delle teologie e dell'organizzazione delle chiese (ma è proprio necessaria?); essa è anche punto di partenza – come quella sera a Gerusalemme - per essere uniti nella realtà di Gesù, sebbene con diverse interpretazioni. 

 

6 – Siamo contenti per l'azione di papa Francesco, ma vediamo anche il pericolo: le possibili resistenze e opposizioni della struttura ecclesiastica, dei poteri clericali, e anche l'annacquamento da parte delle mentalità religiose devozionali paracristiane, prevalenti sulla sequela di Gesù: quelle varie sottoreligioni, non contrarie a Cristo, ma non centrate sul suo vangelo. Esse  sono una “distrazione” populistica, che solletica i sentimenti facili, il miracolismo, ed è utile a chi vuole neutralizzare la forza storica del vangelo, quella forza che può «rovesciare i potenti dai troni ed esaltare gli umili».

Vedere i pericoli, ma con grande speranza e impegno. Si annuncia una chiesa di poveri, ancor più che “chiesa povera”. Il non-credente, il “buttato fuori” dalla chiesa ora sente il vangelo detto a lui. Quando Francesco dice: «Chi sono io per giudicare?», non riduce affatto la tensione al bene, ma porta il vangelo dei poveri ai poveri. Tutti siamo quei poveri.

Rispunta la profezia. Il popolo religioso è stato spesso schiacciato dal clericalismo e dai vari poteri. Il vangelo rivela la profezia nascosta. Si va restituendo al laicato la vocazione ad essere protagonista nella chiesa, e si riconoscono le esperienze di vangelo vissuto, ovunque siano: le azioni per i carcerati, per le donne in strada, per i profughi e gli immigrati, per gli esuberi e gli espulsi, per le vittime della competizione, ecc.. C'è un vangelo vissuto. Parliamo di vangelo più che di chiesa. Il vangelo non è un problema religioso: è l'annuncio che Dio predilige i poveri, questo è il mistero di Dio. Diciamo negli incontri ecclesiali aperti: venite, parliamo di questo vangelo vissuto. Il consenso a Francesco rivela una fede sommersa; non restiamo solo nella cerchia ecclesiastica, dove si rischia l'odore di chiuso più che di gregge, riconosciamo lo Spirito che riempie la terra.  

Nella chiesa è essenziale la periferia, la dignità delle chiese locali, il cammino nel quotidiano di tutti. Ci siano incontri ed espressioni  di “sinodalità laicale”, di laici senza speciali ruoli, se non di cittadini del mondo, uniti nella chiesa della fede.

 

Enrico Peyretti, 6 ottobre 2013

 

 

Ricordo questo convegno a Napoli,  sabato 1 e domenica 2 marzo 2014, su: “Il vangelo è annunciato ai poveri. Con papa Francesco nelle periferie dell'esistenza” (www.statusecclesiae.net).

 
 

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