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Verso Napoli 2014: 

Francesco Castelli

 

 

Come ci siamo lasciati a Brescia?

Pino Ruggieri, recuperando l’esortazione ai padri conciliari del card. Lercaro sull’annuncio ai poveri, sottolineava la necessità della “povertà culturale” della Chiesa. La Chiesa deve imparare a riconoscersi “culturalmente povera” con quello che da ciò ne consegue. Parafrasando proprio Lercaro, egli diceva che “per aprirsi al vero dialogo con la cultura contemporanea, la chiesa deve, con spirito di povertà evangelica, snellire e concentrare sempre più la sua cultura nella ricchezza del libro sacro, del pensiero e del linguaggio biblico.” Ciò porta con sè “il non farsi forti delle ricchezze anche culturali accumulate nel passato, ma di presentarsi all’altro senza oro né argento, come avrebbe detto Pietro, ma con la sola fede nel nome di Gesù”. Chiosava don Pino che “forti della debolezza e della povertà del Vangelo, dobbiamo ascoltare perché l’altro diventi ricco della nostra povertà”.

 

Tutto questo –a monte- discende però da un dato ben preciso: la povertà è inscritta nel mistero stesso di Dio. La categoria della povertà diventa essenziale per comprendere il movimento stesso della redenzione. Quindi, da un certo punto di vista, dire “Chiesa povera” è entrare nel mistero stesso di Dio. Gesù non si è fatto uomo solamente facendosi obbediente al Padre ma lo ha fatto nella povertà più profonda: abbandonato da coloro con i quali aveva condiviso i valori (discepoli) e condannato da un potere religioso che, facendo questo, intendeva servire il vero Dio. Se Dio però si fa uomo, non è per fare un’esperienza di ciò che significhi divenire creatura ma è per essere presente dove gli uomini sono assenti. E gli uomini sono assenti nelle sorti del povero, di chi è ai margini. Bene, Dio è presente lì!

Il cristiano non ama il povero per filantropia, il cristiano ha la certezza che il povero è il tempio di Dio, il luogo da Lui scelto. Dio, proprio in quanto povero, arriva ad assumere il ruolo di go’el, di riscattatore. La Chiesa è chiamata dunque in primis ad entrare nel dinamismo di conversione del mistero stesso di Dio.

 

Alla luce di ciò diventa naturale dunque “intercettare” la novità del momento ecclesiale che stiamo vivendo di cui ancora non vediamo lo sbocco; la coscienza del popolo di Dio può essere oggi risvegliata dalla profezia dal momento che –forse oggi più che mai- la possibilità di esistenza della Chiesa è legata al fatto di essere povera. Il Vangelo come tale è destinato solo ad accostarsi a chi soffre, non può avere un orizzonte etico o religioso. Accostarsi con l’atteggiamento di chi si lascia interrogare fino in fondo dal povero.

Possa il momento che vivremo valorizzare il molto Vangelo vissuto facendo parlare volti ed esperienze.

 

(Francesco Castelli – Laboratorio Sinodalità Laicale –LaSiLa – Milano)


 

 
 

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