HOME > INTERVENTI > VERSO NAPOLI 2014: GIANCARLA CODRIGNANI

Contributo di GIANCARLA CODRIGNANI

 

Cari amici, anche questa volta non mi riesce di essere con voi, ma per amicizia e per la comune passione, mi fa piacere condividere con voi, in particolare con Pino Ruggieri e Fabrizio Valletti, qualche pensiero.

 

Il tema - e il raccordo con la speranza nel nuovo pontificato - è di grande momento. E dovrebbe interessare laici e credenti in ugual misura perché sollecita sia l'ambito teologico-ecclesiale, sia quello culturale e quello politico.

Anche sotto l'aspetto della povertà, la Chiesa è "in ritardo di duecento anni". Non intendo riferirmi alle antiche paure dell'illuminismo, ma alla considerazione teologica del termine stesso di "povertà", che ha prodotto la condiscendenza e li buoni sentimenti compassionevoli indotti storicamente da chiese più debitrici al povero dei pagani, giudicato "imago mortis" che ad un più cristiano "imago Dei". Forse aveva ragione Etty Hillesum quando diceva, ad Aushwitz, che siamo noi a dover aiutare Dio; quanto meno la rappresentazione che ci diamo di lui. Ritardi del "magistero", ma anche di noi credenti laici che, proprio quando un Concilio ci dava l'autorevolezza della coscienza e rovesciava la piramide attribuendo al popolo di Dio la priorità rispetto alla gerarchia, non abbiamo aiutato i nostri pastori.

Culturalmente, dicevo. Questo 2014 è un anno "galileiano". L'abitudine di noi deboli di farci forti con i principi che non si sa se pratichiamo (ma crediamo non negoziabili) ci ha indotti a pensare l'abiura di Galileo un adeguamento "vile". I cardinali e i generali dell'Inquisizione - ai cui piedi lo scienziato si dovette inginocchiare per dire che la terra stava immobile al centro dell'universo e che si sarebbe adeguato "a tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa" - erano ricchi più che di cultura (anche se molti di loro sapevano benissimo che Galileo non era un mitomane), della paura di perdere autorità presso la gente in piena Controriforma. Oggi i ragazzi delle medie conoscono almeno superficialmente Freud e Darwin, ma le letture bibliche restano inadeguate.

Ne deriva un ritardo nella "politica" (sono purtroppo costretta a precisare che uso la parola nel solo senso che conosco e che dovrebbe essere il più pertinente: "bello" e "pulito"). Penso ai "praticanti", i cattolici della messa domenicale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (del 1992) ricorda come norme morali prescrittive i "precetti della Chiesa": la messa domenicale e delle feste "di precetto", la confessione almeno una volta all'anno, la comunione  almeno a Pasqua, il riposo festivo e il digiuno. Che io sappia nessuno li ha mai messi in discussione: sono disposizioni evangeliche? dove stanno i fratelli che noi vediamo (in qualunque stato di povertà noi li vediamo) senza vedere Dio, che forse dovremmo riconoscere in loro? possiamo frodare il fisco senza nemmeno confessarlo (una volta l'anno)? dirigere banche che hanno sostituito all'economia la finanza, per giunta corrotta? usare violenza ad una donna, anche la moglie, perché non è consenziente? sostenere antisemitismo e xenofobia, sessismo e omofobia? Devvero: chi pratica (cioè mette in pratica) che cosa?

Un parroco emiliano di nota famiglia cattolica, don Matteo Prodi, indubbio conoscitore dello scritto del cardinal Lercaro sulla povertà evangelica, ha chiesto al presidente Letta, quando era sul punto di perdere l'incarico e non aveva più nulla da perdere, di "andare incontro ai poveri d'Italia" nel solo modo politico che un prete "praticante" conosce: "aumenti le tasse ai ricchi". Come aveva fatto, secondo Luca, il manager che, licenziato dal padrone, sfruttò l'ultimo brandello di autorità per condonare i debiti dei sottoposti. Il Sole 24Ore cita (ma è Bruno Forte che scrive) Papa Francesco: "San Pietro non aveva certo un conto in banca e quando dovette pagare le tasse il Signore lo ha mandato in mare a pescare. Chi testimonia il Vangelo deve poter dire: «Non ho ricchezze, la mia ricchezza è soltanto il dono che ho ricevuto, Dio». È questa povertà che ci salva dal diventare solo organizzatori o imprenditori. Anche... la Chiesa nasce da questa gratuità ricevuta e annunziata. Una Chiesa che diventi ricca o che vada a perdere la gratuità, è una Chiesa che invecchia e, alla fine, muore. E questo mi sembra valga non solo per la Chiesa...".

Ci sarà da lavorare perché valga anche per i praticanti. Di un Vangelo che abbiamo scelto responsabilmente.

 

 
 

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